Pekudé, l’ultima Parashà del libro di Esodo, include il resoconto del lavoro eseguito e il materiale usato per la costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo.
Il primo versetto, però, sembra ripetersi: “Questi sono i numeri del Mishkàn, il Mishkàn della testimonianza…”
La Torà, sappiamo, non usa neanche una lettera in più senza avere una motivazione profonda. Perchè allora la ripetizione del termine “mishkàn” all’inizio della Parashà?
Di fatto esistono due “mishkàn”, due tabernacoli. Uno superiore e uno inferiore (v. Tanhuma Nassò 18). Esiste il Tabernacolo spirituale che D-o mostrò a Moshè “sul monte” e quello fisico che i figli d’Israele costruirono sulla terra. La ripetizione della parola Mishkàn allude a questa doppia esistenza.
“Il Mishkàn della testimonianza” dice il versetto; il Tabernacolo stesso è testimone della presenza Divina all’interno del Popolo.
La parola Mishkan è riportata due volte, ma solo la seconda volta (riferendosi al Mishkàn terrestre) si riferisce alla testimonianza. Perchè non scrive “testimonianza” riguardo il Mishkàn celeste? Ci sono due ragioni.
a) È necessaria una testimonianza solo per ciò che non è chiaro e rivelato, mentre la Sua presenza nei mondi superiori non è messa in dubbio.
b) La testimonianza è sul fatto che l’essenza di D-o riposava nel Tabernacolo, cosa che accadeva solo in quello fisico. Nei mondi superiori si rivelano diverse manifestazioni Divine ma Egli stesso ha scelto questo mondo come dimora.
La particolarità del Tabernacolo stava nel usare oggetti di materia fisica per creare una dimora per D-o. Anche ognuno di noi, nel nostro servizio del Creatore, deve rivelare la presenza di D-o nella propria realtà ed esistenza fisica.
Il momento propizio per questo è quello della preghiera. Quando una persona si prepara alla preghiera, gli viene richiesto di unire tutte le sue forze, anche quelle inferiori, per formare una richiesta, un pensiero che sale verso l’alto.
È come se l’uomo diventasse un tabernacolo e il suo cuore un altare tramite il quale salgono al cielo le sue preghiere e richieste.
Possiamo dunque capire meglio le parole dei saggi che dicono “qual è il servizio del cuore? È la preghiera”.
La Testimonianza e la Preghiera
By ravblogPekudé, l’ultima Parashà del libro di Esodo, include il resoconto del lavoro eseguito e il materiale usato per la costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo.
Il primo versetto, però, sembra ripetersi: “Questi sono i numeri del Mishkàn, il Mishkàn della testimonianza…”
La Torà, sappiamo, non usa neanche una lettera in più senza avere una motivazione profonda. Perchè allora la ripetizione del termine “mishkàn” all’inizio della Parashà?
Di fatto esistono due “mishkàn”, due tabernacoli. Uno superiore e uno inferiore (v. Tanhuma Nassò 18). Esiste il Tabernacolo spirituale che D-o mostrò a Moshè “sul monte” e quello fisico che i figli d’Israele costruirono sulla terra. La ripetizione della parola Mishkàn allude a questa doppia esistenza.
“Il Mishkàn della testimonianza” dice il versetto; il Tabernacolo stesso è testimone della presenza Divina all’interno del Popolo.
La parola Mishkan è riportata due volte, ma solo la seconda volta (riferendosi al Mishkàn terrestre) si riferisce alla testimonianza. Perchè non scrive “testimonianza” riguardo il Mishkàn celeste? Ci sono due ragioni.
a) È necessaria una testimonianza solo per ciò che non è chiaro e rivelato, mentre la Sua presenza nei mondi superiori non è messa in dubbio.
b) La testimonianza è sul fatto che l’essenza di D-o riposava nel Tabernacolo, cosa che accadeva solo in quello fisico. Nei mondi superiori si rivelano diverse manifestazioni Divine ma Egli stesso ha scelto questo mondo come dimora.
La particolarità del Tabernacolo stava nel usare oggetti di materia fisica per creare una dimora per D-o. Anche ognuno di noi, nel nostro servizio del Creatore, deve rivelare la presenza di D-o nella propria realtà ed esistenza fisica.
Il momento propizio per questo è quello della preghiera. Quando una persona si prepara alla preghiera, gli viene richiesto di unire tutte le sue forze, anche quelle inferiori, per formare una richiesta, un pensiero che sale verso l’alto.
È come se l’uomo diventasse un tabernacolo e il suo cuore un altare tramite il quale salgono al cielo le sue preghiere e richieste.
Possiamo dunque capire meglio le parole dei saggi che dicono “qual è il servizio del cuore? È la preghiera”.
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע
Tag: commento, lubavitch, parashà, pekude, rebbe, shabbàt, torà
Questo post è stato pubblicato il 7 Marzo, 2008 alle 12:10 am ed è archiviato in Commenti sulla Torà. Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta, o mandare un trackback dal tuo sito.