La Yevsektsiya
È possibile che i comunisti, esattamente come gli Czar, sarebbero arrivati alla conclusione che non avevano la forza requisita per eliminare la religione ebraica, se non per la Yevsektsiya che si apprestò ad aiutarli. [Yevsektsiya = Yevreiska Sektsiya, ossia la “sezione ebraica” del Partito Comunista. N.D.T.]
Senza fare passare molto tempo, inviati della Yevsektsiya giunsero in ogni cittadina e villaggio. Nelle città più grandi, furono gli ex-maskilìm che guidavano la Yevsektsiya, avendo adottato il comunismo come ideologia.
Nei villaggi invece, i comunisti nominarono come guide della Yevsektsiya specificamente i lavoratori più poveri, dello strato sociale più basso. Così facendo portarono anche in atto la loro linea politica: Chi era più povero meritava una responsabilità e autorità maggiore.
Questi lavoratori ebrei che divennero improvvisamente degli funzionari ufficiali, attaccarono i loro vicini più benestanti con molta forza. Nel momento che si convinsero della giustizia dell’uguaglianza sovietica, iniziarono anche ad aderire agli altri principi comunisti. Così, con il passare di poco tempo, vollero anche cancellare ogni traccia della religione ebraica.
La Yevsektsiya lavorava con una velocità lampo. Chadarìm (scuole materne ebraiche) e Yeshivòt (scuole superiori ebraiche) furono chiuse subito. Al loro posto furono aperte delle scuole sovietiche, nelle quali insegnavano anche maestri che lavoravano prima nelle scuole ebraiche dei lavoratori.
Questi ebrei, che abbandonarono il proprio ebraismo, fungevano anche da capi dei consigli ebraici locali. Molto velocemente, furono pubblicati giornali e pubblicazioni anti-religiose, con nomi come “Emes” [Emet-Verità] e “Shtern” [Stella]. Uno di essi si chiamava adirittura “Apikoros” [L’Eretico], e sulla copertina dimostrava un pugnale che accoltellava un cerchio che raffigurava un ebreo con una barba e un Maghen David [la stella di Davide].
Questi giornali esprimevano le idee che venivano espresse in ogni luogo – nelle scuole e nei vari consigli – ovvero che gli ebrei non sono in verità un popolo distinto; che la Torà e la storia dell’uscita dal Egitto sono solamente una legenda; che i zionisti sono dei ladri che rubano la terra dagli Arabi; e così via.
Questi maestri e questi quotidiani diffondevano le loro idee nella lingua Yiddish che era l’unica lingua della maggior parte degli ebrei nelle piccole città e nei villaggi. Ma, in un modo di fare orwelliano, crearono una nuova Yiddish con un alfabeto semplificato, togliendo le vocali (i “puntini”) e le lettere Vet, Chet e Chaf. Tutte le parole ebraiche furono scritte in questa nuova maniera “non-ebraica”, il quale scopo era di scavare sotto le basi della Lashòn HaKodesh, la lingua sacra, lingua del popolo ebraico. [Ossia la Yevsketsiya comunista dovette per forza usare lo Yiddish, ma fecero in modo di “divorziarla” dal suo legame con la lingua santa, in modo che rimanga solo uno strumento culturale e che non sia più legato alla religione. N.D.T.]
Nei primi tempi, i “sacrifici” della Yevsektsiya furono i capi di Yeshivà, i rabbini, gli insegnanti dei Talmud Torà e guide religiose delle varie comunità. La Yevsektsiya trovò un’infinità di modi per farli arrestare e quando vennero portati davanti al giudice la loro sentenza era già decisa. Certi furono arrestati e torturati, altri furono esiliati in Siberia e le loro tracce furono perse. Il terrore rese sempre più depresso il cuore degli ebrei della Russia.
All’inizio, ai genitori che non mandavano i figli alle nuove scuole furono imposte delle multe. Se insistevano a tenere i figli a casa, per non sottometterli ad una educazione eretica, venivano portati davanti al giudice e ricevevano delle forti punizioni. Alla fine, quasi tutti mandarono i figli alle scuole sovietiche. In tutte le città furono aperte anche delle scuole speciali, specificamente per gli ebrei, nelle quali insegnavano la nuova Yiddish, in modo di poter inculcare il comunismo nella popolazione ebraica.
Ci furono degli ebrei che preferivano addirittura mandare i propri figli alle scuole dei non-ebrei, dove veniva denigrato il cattolicesimo al posto dell’ebraismo.
Attraverso il loro controllo delle scuole i comunisti riuscirono a convertire gli ebrei e la popolazione generale all’ideologia comunista. Semplicemente presero il controllo della gioventù del paese. La situazione era tale che figli spiavano i loro genitori e informavano le autorità!
Uno dei metodi che utilizzarono i comunisti a realizzare il loro scopo fu l’istituzione di un nuovo calendario. Il calendario basato su una settimana di sette giorni fu abolito per uno che ne aveva solamente sei. Le scuole e le fabbriche rimanevano aperte per sei giorni e chiudevano il sesto giorno. Bambini che andavano a scuola, erano costretti a trasgredire cinque di ogni sei Shabbatot. Ma anche durante il “giorno di riposo” gli adulti e i bambini più grandi furono costretti ad offrirsi “volontariamente” per il lavoro che serviva nei campi e nelle fabbriche. Questo lavoro obbligato-volontario venne chiamato “Subotnik”.
Una volta messe sotto controllo le azioni dei bambini, le loro convinzioni interne diventarono più suscettibili ai messaggi anti-Torà che ricevevano nelle aule della scuola. Ogni giorno il maestro chiedeva: “C’è un D-o?”
“No!” Rispondevano tutti insieme i bambini.
Oppure il maestro diceva, “Diciamo insieme: D-o, dacci delle carammelle!”
I bambini ubbidientemente facevano la richiesta.
“Allora, qualcuno ha ricevuto una carammella?”
“No!”
“Adesso diciamo: Lenin, dacci delle carammelle!”
I bambini dicevano queste parole, e veniva subito portato un sacchetto di carammelle.
Qualunque bambino non entrava a fare parte del Movimento dei Bambini Comunisti, i Pionieri, subiva molte difficoltà. I bambini furono indottrinati con un odio contro i capitalisti, oppressori e sfruttatori dei lavoratori; e contro i loro “funzionari”, i “clericali” come rabbini e educatori religiosi. Fu insegnato loro che persone religiose sono nemici che negano la realizzazione dell’utopia comunista. Se non per loro, tutti sarebbero contenti e avrebbero successo. I giovani, essendo stati coinvolti emotivamente in questi modi, presero a cuore queste “lezioni”.
Chiunque aderiva all’ebraismo veniva considerato un nemico del popolo. Genitori che volevano che i figli pregassero, dovevano farlo dentro casa e chiudere le persiane. Furono pochissime le famiglie che lo fecero. Non molti furono pronti a compromettere la loro vita e le vite dei loro figlie per la Torà e le Mitzvòt. Un bambino su mille che adempiva le Mitzvòt doveva farlo nascondendosi dai suoi amici che sicuramente l’avrebbero preso in giro, mentre i suoi genitori vivevano con la paura che qualcuno avrebbe informato le autorità.
Ogni tanto, le autorità portavano un genitore di questo tipo alla corte accusandolo di qualche crimine, per impaurire gli altri. Riguardo coloro che erano semplicemente meno entusiasti della nuova ideologia i comunisti usavano lo slogan di Stalin: “Chiunque non è con noi è contro di noi!”
Secondo la legge sovietica, agli era permesso osservare le Mitzvòt poiché, dopo tutto, la Russia per legge era un paese democratico, e l’osservanza delle Mitzvòt non era, di per sé, una ribellione contro il governo. Comunque, i comunisti spesso sostenevano che gli ebrei religiosi facevano parte del Zionismo, movimento messo strettamente fuorilegge perché considerato sovversivo, oppure che difondevano propaganda religiosa, un crimine che valeva una sentenza di cinque anni in Siberia.
In questo modo, in solo tre o quattro anni, la campagnia intensiva di terrore fece praticamente sparire gli ebrei osservanti. Alla fine degli anni ’30, quasi nessuno osservava lo Shabbàt, le leggi del matrimonio, la kasherùt o la millà. La gente, especialmente i giovani, aveva paura a pregare. Non resistettero il nuovo movimento e alla fine si unirono ai comunisti con tutto il cuore. Come scrive il Maimonide: “E’ la natura dell’uomo di comportarsi come gli altri. All’inizio la trasgressione non è involontaria, ma, se si continua, alla fine si trae godimento dalle trasgressioni…”
I genitori reagirono in modi diversi all’indottrinazione dei loro figli da parte dei comunisti. Alcuni erano già stati influenzati a loro volta ed erano quindi pronti a divorziarsi dalle loro tradizioni antiche. Certi entraroro a fare parte del Partito e diventarono “informatori”. La maggior dei genitori erano sconsolati dall’abbandono dell’ebraismo da parte dei figli, ma non avevano le forze per frenarli.
Anche all’inizio, quando la punizione per non mandare i figli alle scuole comuniste non era talmente severa, sentivano che la battaglia sarebbe stata persa; se non oggi, domani. Furono pochi i bambini che vennero a studiare privatamente con mio padre. Le altre centinaia di bambini ebrei furono fermamente intrappolati nelle mani dei comunisti.
Mi ricordo una volta, era la sera di Yom Kippur, e i bambini della scuola si recarono verso il Bet Haknesset per aspettare i loro genitori che stavano pregando all’interno. Neanche uno entrò dentro a pregare. Peggio ancora, alcuni maestri si unirono ai bambini e fecero un falò attorno al quale ballarono gli studenti proprio per disturbare le preghiere.
Per quanto i comunisti si impegnarono per infiltrare le menti dei bambini, non vennero a meno per gli adulti. Ma come era possibile per gli ebrei accettare il comunismo se persistevano ad attaccarsi ad una religione “passata di moda” ed in particolare ai loro rabbini e capi di Yeshivà? Per risolvere questo problema, i comunisti inventarono un metodo furbo. Siccome i rabbini, i chazanìm e i capi di Yeshivà erano considerati parassiti pigri e non produttivi nel nuovo stato comunista, potevano quindi ottenere i loro diritti solo avendo rinnegato apertamente il loro precedente lavoro come “inutile” ed esprimendo la volontà di iniziare a lavorare per il bene del popolo.
Inoltre, non bastava che loro lo dissero alla guida locale del partito. Il Rav doveva fare questa dichiarazione in un giornale oppure annunciarlo all’incontro settimanale del consiglio comunale davanti a tutti i cittadini ebrei della città. Chiunque non si comportò in questo modo soffrì molto. A migliaia di figli di rabbini vennero rifiutati posti di lavoro in uffici o fabbriche, o negato il permesso di entrare nelle università per poter entrare in una professione rispettabile, finché loro, o il loro padre non fece questa rottura aperta con l’ebraismo.
All’inizio certi rabbini si tirarono indietro dal dichiarare una falsità di questo tipo, che certi potrebbero considerare sincera. La pressione, però, cresceva ogni mese e sempre più rabbini crollarono. Mi ricordo un uomo da una cittadina vicino alla nostra che venne all’incontro settimanale del consiglio comunale con il suo Tallìt e i suoi Tefillìn dicendo che non gli servivano più. La volontà di suo figlio di studiare in una scuola superiore lo aveva finalmente convinto a fare questo passo.
Per gli ebrei che cercavano di aderire alla loro fede, la vita diventò veramente amara. Non solo furono persecutati dalle autorità, ma anche i loro correligionari non li incoraggiavano e non capivano neanche il senso della loro lotta. A chiunque cercava di resitere l’offensiva veniva detto “Tu sei matto. Non capisci che il governo e il popolo non tollerano la religione? Fra poco vi uccideranno. Pensate alla vostra vita!”
Nei miei pochi anni, avevo visto come la vita precipitò da un estremo all’altro. Durante tutto questo tempo, però, la fede in D-o che avevano i miei nonni e i miei genitori rimase forte. Ispirato dalla loro forza di carattere, anch’io rifiutai di arrendermi di fronte alla pressione comunista. Dopo tutto, mi dissi, come posso rinunciare alla mia eredità ebraica? Mio fratello, mia sorella ed io non andammo mai alle scuole del governo. Io rimasi a casa e studiai con mio padre e mio nonno, mentre i miei ex-compagni di classe del Cheder lasciarano uno ad uno la scuola religiosa. Alla fine, nessuno dei miei vecchi amici voleva avere a che fare con me. Per loro ero una curiosità bizzarra.
A parte la mancanza di amici e la paura del futuro, in famiglia subimmo anche la fame. L’unica cosa che ci teneva in vita era la fede irremovibile in D-o.
Continua…
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo
© 2008 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
L’autobiografia di Rav Aharon Chazàn di Benè Beràk. Rav Chazàn ha vissuto nell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione fino al 1966, non lasciando per un giorno la sua osservanza forte dell’ebraismo, nonostante le minacce e l’oppressione dei comunisti. Il Rav ormai ha visto anche il crollo di quel regime brutale e ha testimoniato il risorgimento dell’ebraismo nell’ex-URSS. Il suo nipote, Rav Avraham Wolff, è oggi rabbino capo di Odessa, e prega nello stesso tempio nel quale presedieva il suocero di Rav Aharon Chazan, il Rav Zushe Friedman. Il cerchio che si chiude…
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3 aprile, 2008 alle 7:42 pm |
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