Le Fabbriche
Nei primi anni ’20 Lenin istituì la linea politica della “collettivizzazione”, per la quale tutti i guadagni e ricavi economici venivano incanalati esclusivamente verso le esigenze dello stato. Imprese private furono proibite per legge. Non era raro sentire di imprenditori che furono assassinati. Mi ricordo una persona che fu assassinata per aver venduto del sale illegalmente. Tuttavia, anche con questo detterente, nessuno voleva lavorare senza un guadagno. Siccome mancava lo stimolo, l’economia russa si agitò fortemente.
Nel 1922, Lenin se ne uscì con un nuovo programma, la così detta Nuova Polizza Economica. La NEP era un periodo di nove anni di grazia durante il quale la gente poteva gestire le proprie imprese e fattorie, rimanendo in effetto finché il progetto della collettivizzazione nazionale poteva essere attuato nella maniera giusta.
Durante quei nove anni, l’economia prosperò. I contadini coltivarono le loro terre, e il commercio fu fiorente. Solo la religione fu oppressa. Per coloro che non si interessavano di religione, i novi anni furono anni buoni. Dopo di ciò, con l’arrivo della collettivizzazione, ci fu una scarsità di prodotti e di merce.
Comunque, anche durante i nove anni della NEP, i comunisti si addentrarono mano a mano. Fabbriche esistenti furono appropriate dal governe e furono costruite delle nuove. Molte persone dovettero lavorarci per guadagnarsi da vivere.
In mano ai comunisti, le fabbriche diventarono uno strumento abbastanza potente per far sì che la gente si rassegnasse alle linee politiche del governo. Ogni fabbrica era gestita da un segretario del Partito che metteva occhio sui lavoratori. Il segretario poi trasmetteva tutte le informazione al Ministero dell’Interno o la G.P.U. Questo ministero, che poi diventò la N.K.V.D [che precedette la KGB] aveva dunque un dossier su ognuno – dove abitava, cosa mangiava, e con chi parlava e si associava.

Rav Aharon Chazan, Mosca 1946
Era pericoloso essere religiosi. Se qualcuno cercava di osservare lo Shabbàt, veniva perseguitato dalla Yevsektsiya. I suoi compagni lavoratori trovavano dei modi per rendergli difficile la vita; e il caporeparto, che non voleva lavoratori problematici, lo licenziava.
Le fabbriche avevano il vantaggio innegabile di provvedere per il pranzo in un momento che il cibo scarseggiava. I pasti non erano Kosher, chiaramente, e chiunque si rifuitava di mangiarle cercava di nascondere questo fatto. Comunque, la maggior parte dei lavoratori ebrei sfruttarono la possibilità del pranzo gratuito e mangiarono il cibo. Dopo aver mangiato non-Kosher al lavoro, si abituarono a mangiarlo anche a casa. Alla fine, gli ebrei che lavoravano di Shabbàt nelle fabbriche pur osservandolo dentro casa, erano gli ebrei più osservanti che c’erano.
Circa in questo tempo, qualcuno fece a mio padre una domanda Halachica riguardo l’osservanza dello Shabbàt in quelle condizioni oppressive. La persona era un ebreo studioso che disse: “Secondo la Halachà, è permesso per l’ebreo trasgredire lo Shabbàt se ciò gli salverà la vita. Ciò nonostante, se c’è un decreto contro le mitzvòt con l’intento di forzare gli ebrei a negare la proprio fede, la Halachà richiede di andare incontro alla morte e non trasgredire alcuna mitzvà. Rav Chazan, disse l’uomo, questo può forse applicarsi alla nostra situazione? Dopo tutto, nello Shulchàn Arùch, Yorè De’à (157) lo ShaCh commenta che questa legge vige solo se il decreto è esclusivamente contro gli ebrei . Se il decreto invece si estende ad un paese intero, includendo non-ebrei ed ebrei, non è più considerato un decreto contro l’ebraismo. Qui nella Russia — continua l’ebreo — ove il governo ha istituito la settimana di sei giorni, non ha solamente tolto lo Shabbàt ebraico, ma anche la domenica dei gentili. Essendo un decreto contro tutta la popolazione, non dovrebbe essere permesso per noi trasgredire lo Shabbàt per poter salvarci dalle oppressioni delle autorità?”
Mio padre non accettò questa supposizione.
“Le parole dello ShaCh, spiegò, si rifersicono solo a situazioni in cui non c’è un Chillùl Hashem [profanazione del nome di D-o]. Se la trasgressione può causare un Chillùl Hashem, quel peccato, qualunque sia, ritiene lo status di yeharèg ve’al ya’avòr, la persona deve morire pur di non trasgredire. L’intenzione delle autorità nell’anullare lo Shabbàt e la domenica è quella di cancellare il Nome e il Ricordo del Sign-re. Può esserci un Chillùl Hashem più grande di questo?! Siamo tenuti a lasciarci fare uccidere e non essere passivamente d’accordo”.
Mio padre indicò come prova ulteriore l’episodio dell’idolo di Nebuchadnezzar [Nebucadonosor]. Ci fu un decreto (libro di Daniel 3, 4) che “tutti i popoli e nazioni di ogni lingua” dovevano adorare l’idolo. Nonostante fosse un decreto per tutti, ebrei e non, e tutti si inchinarono ad esso, Chananya, Misha’el e ‘Azarya furono pronti a morire per non adorare l’idolo, cosa che avrebbe costituito una profanazione del nome di D-o.
Ci furono infatti molti ebrei osservanti che giunsero alla stessa conclusione di quell’ebreo studioso ed andarono a lavorare di Shabbàt. Inoltre, anche nelle case che non si andava a lavorare di Shabbàt, la santità del giorno fu comunque disturbata dai bambini che furono influenzati dalla propaganda anti-religiosa delle scuole. I genitori, frustrati, non cercarono neanche di opporsi all’influenza negativa della scuola, considerandola una battaglia ormai persa. Perfino molti rabbini e figli di importanti famiglie non raccolsero il coraggio necessario per insegnare ai loro figli lo Shema Yisrael, quanto meno a pregare.
I pochi che rifiutarono di arrendersi erano, infatti, molto rari. Il destino spirituale di coloro che entrarono nelle fabbriche era chiaro. Per legge, però, era proibito astenersi dal lavorare. C’era un lavoro che era permesso all’ebreo insegnare al proprio figlio ed era considerato dai funzionari comunisti un lavoro onesto e produttivo. Questo era la macellazione di polli ed animali secondo la legge ebraica. Per questa ragione, ci furono molti ebrei timorosi di D-o che insegnarono la shechità ai propri figli. Nonostante i shochatìm lavorassero nei mattatoi sotto la supervisione del governo, avevano almeno la possibilità di osservare lo Shabbàt.
Il numero dei shochatìm si moltiplicò velocemente tra il 1928 e il 1931, finché iniziò la collettivizzazione e si rafforzò la pressione purché lavorassero anche di Shabbàt. All’inizio i shochatìm resistettero, ma la pressione non si alleviò ed alcuni finalmente cedettero ed iniziarono a macellare pubblicamente di Shabbàt. I polli, ovviamente, erano tarèf (non Kosher).
La maggior parte degli shochatìm continuò a resistere ed a servire la popolazione osservante, finché furono forzati ad assumere delle donne per spennare le piume dei polli, che servivano sia per il mercato locale che per l’esportazione. Alcune di queste donne furono non-ebree e spesso prendevano in mano i coltelli e macellavano i polli, rendendo la carne non-Kosher. Diventò quindi sempre più difficile a determinare quale carne era stata correttamente macellata e quale non lo era.
Ci sono dei luoghi ancora oggi [negli anni ’70, N.D.T.], come Odessa e Kiev, ove dei gentili macellano ciò che presumibilmente sarebbe carne Kosher, assieme ai shochatìm. Rav Mordechai Rashkovsky, un ebreo timoroso di D-o da Odessa, mi disse che una volta un ebreo anziano venne al mattatoio portando con sé dei polli da macellare. Le diede alla donna non-ebrea e si voltò verso Rav Mordechai dicendo: “Rav Mordechai, io abito tra i non-ebrei e non ho nessuno con cui parlare l’Yiddish; lasciamo che questi non-ebrei macellino i polli mentre noi facciamo una chiacchierata amichevole insieme”.
Nel prossimo capitolo: La guerra contro le Yeshivòt
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© 2008 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
L’autobiografia di Rav Aharon Chazan di Benè Beràk. Rav Chazan ha vissuto nell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione fino al 1966, non lasciando per un giorno la sua osservanza forte dell’ebraismo, nonostante le minacce e l’oppressione dei comunisti. Il Rav ormai ha visto anche il crollo di quel regime brutale e ha testimoniato il risorgimento dell’ebraismo nell’ex-URSS. Oggi, alcuni dei suoi nipoti sono all’avanguardia della rinascita dell’ebraismo negli stessi luoghi dove una volta ha dovuto lottare per rimanere fedele alla tradizione.
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8 maggio, 2008 alle 11:33 am |
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