Discussione Talmudica con le Autorità
Un giorno stavo ripassando a casa la Ghemarà che avevo studiato, quando un compagno di classe, agitato, bussò alla porta. Mi disse che un Yevsek conosciuto di nome Krupnik era entrato nel tempio e un poliziotto si era piazzato davanti alla porta. Fortunamente, in quel momento Rav Bruk non stava insegnando. Andai subito verso la Yeshivà. Quando chiesi al poliziotto di lasciarmi entrare, si fece da parte sdegnosamente. Nella sala di studio vidi tutti e quindici gli studenti seduti attorno al tavolo con le Ghemaròt aperte. Krupnik era vicino a loro.

Rav Chaim Shaul Bruk, Foto: Shturem.net
“È bene che sei venuto, mi disse, anche tu studi qui?”
“Sì”, risposi.
“Chi è il Rav che vi insegna?”
“Ognuno impara dal proprio padre, dissi, e quando i nostri padri vanno al lavoro, veniamo tutti al tempio per ripassare la Ghemarà. Se abbiamo delle domande, le chiediamo ai frequentatori più eruditi.”
Soddisfatto della risposta, Krupnik rivolse l’attenzione verso gli studenti.
“Bambini, disse, vedo che state studiando il capitolo Hakonés tzòn ladìr (Colui che porta il gregge nella stalla, il sesto capitolo del trattato Bava Kamà). Ditemi, che vantaggio pratico potrete mai ottenere da questo studio?”
Gli studenti rimasero in silenzio.
Rispondendo per loro, dissi, “Il vantaggio è che noi staremo attenti a non causare dei danni ad altre persone”.
“Questo è ovvio, disse sdegnamente, è la decenza umana elementare”.
“Non proprio,” lo contraddissi. “La gente non fa sempre ciò che è decente. Per esempio, quando dei vicini litigano, sono pronti a sacrificare ciò che è moralmente corretto per le loro esigenze egoistiche. Solo quando apprendiamo dalla Torà che cosa è giusto, apprezzando la natura eterna e vincolante della Torà, possiamo trattenerci dal fare del male”.
“Bene, disse Krupnik, vedo che sai studiare. Dimmi, la Torà non dice forse che bisogna seguire la maggioranza (interpretazione talmudica di Shemòt 23, 2)? Voi siete pochi; perché non seguite la maggioranza che non è religiosa?”
“Prima di tutto,” gli dissi, “non hai fatto caso alla prima parte dello stesso versetto che dice di non seguire una maggioranza per fare del male? In secondo luogo, voi eravate una minoranza pochi anni fa quando la maggioranza era religiosa. Perché non li avete seguiti allora?”
“Perché abbiamo ragione,” disse.
Per un’altra ora Krupnik cercò di condizionarci. Il suo obiettivo principale era di cercare di farci rivelare il nome dell’insegnante. Alla fine, riconoscendo di essere stato sconfitto, si alzò e se ne andò. La Yevsektsiya aveva perso la battaglia ma non aveva rinunciato. Arrivò il giorno che riuscirono a trovare Rav Bruk mentre faceva lezione. Il ragazzo di guardia alla finestra era distratto quando Krupnik entrò all’improvviso.
“Ah mio caro Rav” esclamò in trionfo, “ti ho finalmente preso!”
Rav Bruk impallidì, ma si riprese velocemente.
“Cosa intendi che mi hai preso?” disse. “È la prima volta che entro in questo stabile. Per caso sono entrato a pregare e uno dei ragazzi mi ha chiesto di spiegargli la Ghemarà.”
Gli studenti confermarono le sue parole. Krupnik, però, non fu soddisfatto. Ordinò a Rav Bruk di venire con lui in questura. Il Rav prese con sé il Tallìt, i Tefillìn e un coltello da macello per la shechità.
In questura gli chiesero che cosa stesse facendo a Zevihl, mentre la sua famiglia si trovava a Ilena. Che rapporto aveva con gli studenti nel tempio? Il Rav rispose che si trovava a Zevihl per studiare il mestiere della shechità, per poter provvedere per la propria famiglia. Per quanto riguarda i ragazzi, ripetè la stessa storia che aveva detto a Krupnik. Alla fine dell’interrogatorio registrarono le sue risposte come prova, e gli comandarono di lasciare la città entro ventiquattro ore. Lo avvertirono che se avesse disobbedito l’ordine, sarebbe stato portato davanti al giudice. Il Rav reclamò la propria innocenza e non lasciò la città. Portarono il caso in tribunale, e fu rilasciato su cauzione.
Dopo questo confronto, il Rav Bruk iniziò a tenere le lezioni nella soffitta del tempio. Il tetto di tegole rendeva la soffitta calda e soffocante e anche il solo studio richiedeva molta fatica. Rav Bruk dava una lezione alle 9,30 ed un’altra il pomeriggio. Nonostante il caldo soffocante non usciva dalla soffitta tra le due lezioni. Dopo sei settimane, la vigilanza aumentata della Yevsektsiya lo obbligò a trasferire la Yeshivà in una casa privata, ove rimase per due mesi, per poi tornare al tempio.
In seguito a questi eventi, mio padre decise che il mio studio si sarebbe svolto solo a casa. Gli altri bambini non avevano scelta che di studiare sotto condizioni rischiose, spiegò, ma siccome legalmente mi era permesso studiare con mio padre, perché mettermi in pericolo?
Inoltre, quanto meno studenti ci sarebbero stati a Zevihl, meglio sarebbe stato per tutti.
Poco dopo, l’aumento dell’ostilità contro i religiosi a Zevihl forzò la mia famiglia a ritornare alla cittadina di Krasnostav.
Nel prossimo capitolo: Stalin Uccide i Chassidìm
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt
© 2008 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
L’autobiografia di Rav Aharon Chazan di Benè Beràk. Rav Chazan ha vissuto nell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione fino al 1966, non lasciando per un giorno la sua osservanza forte dell’ebraismo, nonostante le minacce e l’oppressione dei comunisti. Il Rav ormai ha visto anche il crollo di quel regime brutale e ha testimoniato il risorgimento dell’ebraismo nell’ex-URSS. Oggi, alcuni dei suoi nipoti sono all’avanguardia della rinascita dell’ebraismo negli stessi luoghi dove una volta ha dovuto lottare per rimanere fedele alla tradizione.
Tag: bruk, chazan, ebraismo, sovietica, storia, ucraina, yeshiva, yevsektsiya
15 Maggio, 2008 alle 7:10 pm |
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