Dopo aver lasciato Zevihl per tornare a Krasnostav, continuai a studiare per altri tre anni. I miei compagni di studio quotidiani, nonché i miei maestri, furono mio nonno, fino a un mese prima della sua morte nel giugno del 1929, e mio padre.
Un anno prima del mio diciottesimo compleanno fui chiamato a presentarmi davanti ad un consiglio di medici per determinare la mia età. La legge stabiliva che chi non aveva la certificazione della data di nascita doveva essere valutato per stabilirne l’età. Io avrei voluto approfittare del mio aspetto giovanile e abbassare la mia età, e in questo modo differire il più possibile l’inizio del servizio militare. Tuttavia avevo paura di dire una bugia, perché erano presenti i miei ex-compagni. Alla fine dissi al consiglio la mia vera data di nascita, il 1912. L’esaminatore medico mi guardò con sospetto: “Penso che stai mentendo,” mi disse duramente, “vuoi essere accettato subito all’università! Ebbene, io scrivo qui che tu sei nato nel 1914.”
Medici!
In realtà, non avrei fatto comunque il servizio militare, essendo considerato da loro, come ebreo osservante, una persona inaffidabile per quella posizione delicata. Persone di questo tipo dovevano esaudire il loro dovere del servizio militare con qualche tipo di lavoro forzato. Alla fine fui salvato anche da quello, grazie allo stato di confusione e fermento, frutto dell’ascensione di Stalin al potere durante quell’anno.
Era il 1928 e Josef Stalin si fece strada aggressivamente verso il potere in Russia, crudelmente annientando tutti i suoi avversari. Inoltre tutte le strade e le linee ferroviarie dirette oltre la frontiera furono bloccate. Le frontiere furono chiuse e sorvegliate con una mano di ferro. Non c’era la speranza di evadere.
Stalin elevò l’ideale comunista a nuovi livelli di paradossale assurdità. Introdusse l’idea che a chiunque fosse considerato “indesiderato” sarebbe stato attribuito lo status ufficiale di “declassato”. Un termine legale di conseguenze terribili: essere “declassato” voleva dire l’abrogazione non solo di tutti i diritti politici e sociali (e quindi non poter essere eletto né votare) ma anche dei diritti umani basilari. Una persona declassata non poteva lavorare in un ufficio o in una fabbrica del governo né abitare in case popolari o usare i servizi della sanità sociale. In certi casi la persona declassata non poteva attingere l’acqua dal pozzo del villaggio o usare il mulino per macinare il grano. Nei piccoli villaggi ognuno comprava il grano per macinarlo nel mulino comunale e preparare il pane da solo. Chi non poteva usare il mulino per macinare il grano non aveva pane.
Una volta mio padre era affetto da gravi dolori alla gamba, e il medico locale gli consigliò di farsi visitare da un dottore a Shepetivke. Fece la domanda al consiglio comunale per il rilascio di un permesso di viaggio (senza il quale non si poteva lasciare il proprio villaggio) ma la sua domanda fu nettamente respinta. Quando pregò il segretario di cedere, quello non misurò le parole: “Non siamo preoccupati del benessere dei clericali” disse con freddezza, “a chi importa se muori? Anche Lenin è morto”.
Mio padre visse in angoscia per vari mesi, finché il dolore si attenuò.
Lo status di “declassato” era esteso a tutti i membri della famiglia. Non solo mio padre ma anche io e mio fratello fummo stigmatizzati. Il modo di liberarci dallo stigma era solamente quello di “correggere i nostri modi”, cioè di dichiarare pubblicamente di aver rotto completamente i rapporti con nostro padre. Questo, ovviamente, non l’avremmo fatto. C’era un modo alternativo per provare il nostro valore allo Stato Comunista, quello di fare un lavoro produttivo per cinque anni. Solo allora avremmo potuto riacquistare i diritti più elementari. Ma dove si poteva trovare lavoro? Nessuno voleva assumere un giovane religioso. E come si poteva fare per lo Shabbàt?
Quando compii diciannove anni cominciai a cercare disperatamente un lavoro, senza il quale correvo il rischio di essere arrestato in quanto “parassita” e forse deportato in Siberia. Ogni giorno uscivo a cercare lavoro, ma venivo sempre rifiutato. Finalmente, fui assunto da una fabbrica di mattoni. Krasnostav disponeva di argilla adatta alla fabbricazione di mattoni. Nella fabbrica, impastavo l’argilla con le mani e i piedi per poi formare i mattoni, metterli nella fornace e tirarli fuori quando erano pronti. I metodi erano primitivi, il lavoro massacrante e la paga deplorevole. Siccome nessuno voleva fare questo lavoro, mi accettarono con riluttanza.
Allora potei capire l’amarezza provata dai nostri antenati in Egitto nel loro lavoro con la calce e i mattoni. Non avrei potuto continuare se non per il fatto che per me sostenere le mie convinzioni e i miei ideali aveva più peso di tutte le altre considerazioni. Come posso descrivere la mia angoscia fisica e mentale in questo lavoro? Per tutta la mia vita era stata radicata in me la coscienza di essere figlio di rabbini ed erede di un importante casato. Mi buttai con tutto il cuore nello studio del Talmùd e dello Shulchàn Arùch, con la speranza di continuare la tradizione della famiglia. Inoltre, [ero sempre stato studente e] l’unico “lavoro” che avevo svolto era da bambino quando andavo con i miei amici a raccogliere legna e cibo durante l’inverno per portarli agli orfani e alle vedove, oppure a chiedere ad ogni famiglia che disponesse di una vacca, di donare un bicchiere di latte, per portarlo poi ai più bisognosi. Adesso, invece di studiare il Talmùd, stavo compiendo un pesante lavoro manuale per potere avere il pane quotidiano ed evitare di essere deportato. L’osservanza dello Shabbàt rese ancora più difficile questo periodo duro della mia vita. Ogni giorno dovetti rafforzare me stesso contro le minacce e le derisioni dei miei colleghi e dei miei capi, che facevano frequentemente accenni al mio prossimo viaggio in Siberia…
Diventai un argomento frequente per le riunioni settimanali del consiglio comunale, dove spesso si parlava del metodo migliore per sbarazzarsi di me. Ogni tanto, un amico mi raccontava di come mi aveva difeso durante questi incontri, dicendo che avrebbero dovuto lasciarmi stare, perché in effetti non stavo facendo nulla di illegale. La maggior parte di questi amici erano figli di famiglie che avevo aiutato da bambino. Quando, da piccoli, venivano alla sinagoga, gli avevo parlato di ebraismo. Alla fine, avevano cessato di osservare le mitzvòt e si erano uniti al movimento giovanile Komsomol, cedendo alle quotidiane pressioni esercitate a scuola. Ora che ero diventato un operaio come loro, continuai a parlare loro di ebraismo, nonostante che il parlarne costituisse un grave reato. Non informarono mai le autorità riguardo a questo mio “reato” e a volte mi difendevano e proteggevano dai miei accusatori.
Nel prossimo capitolo: La Lotta Per Lo Shabbàt
Si ringrazia il sig. Rudi Yisrael Lichtner per l’aiuto fornito nella stesura dei testi.
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm
© 2008 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
L’autobiografia di Rav Aharon Chazan di Benè Beràk. Rav Chazan ha vissuto nell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione fino al 1966, non lasciando per un giorno la sua osservanza forte dell’ebraismo, nonostante le minacce e l’oppressione dei comunisti. Il Rav ormai ha visto anche il crollo di quel regime brutale e ha testimoniato il risorgimento dell’ebraismo nell’ex-URSS. Oggi, alcuni dei suoi nipoti sono all’avanguardia della rinascita dell’ebraismo negli stessi luoghi dove una volta ha dovuto lottare per rimanere fedele alla tradizione.
Tag: chassidim, chazan, ebraismo, lenin, stalin, talmud, ucraina, urss
5 Giugno, 2008 alle 8:54 pm |
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