La Strage dei Kolkhoz
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]
Quando furono finiti i “nove anni di grazia” (vedi capitolo 5) il governo sovietico iniziò seriamente ad eliminare ogni attività basata sulla proprietà privata. Lo status di “declassato” (vedi capitolo 9) fu esteso per includere anche commercianti e artigiani, una discriminazione che serviva a forzarli a sottomettersi alla volontà dei comunisti. I proprietari di fabbriche dovevano consegnare le loro industrie al governo per rimanere impiegati come manager. Era previsto che le persone benestanti consegnassero i loro beni al governo, mettendosi in una posizione di uguaglianza con le masse di lavoratori. I proprietari di terre, conosciuti come kulak, dovevano dare forfait sulle loro terre e i loro beni e diventare dipendenti delle fattorie collettive del governo, chiamate kolkhoz, che furono formate sulle loro terre. Questo processo si chiamava raskulacivaniye, ossia la eliminazione della classe dei kulak. Ovviamente, ci fu resistenza: nessuno voleva essere espropriato di ciò che aveva faticato tutta la vita per acquisire. Il racconto di come Stalin portò a termine questo progetto è uno degli episodi più barbari e brutali della storia.

Raccolta di pomodori in un Kolkhoz vicino a Mosca. Photo credit: Yale.edu.
Mare, Montagna o… Deserto?
20 giugno, 2008Durante il viaggio degli ebrei attraverso il deserto verso la Terra Promessa non sono mancati i momenti problematici. Forse quello più tragico è stato l’episodio degli esploratori, i meraglìm.
Dopo l’esplorazione di tutta la Terra quasi tutti i rappresentanti delle dodici tribù diedero espressione alle loro impressioni negative di essa, dicendo che gli abitanti fossero troppo potenti, le città fortificate inconquistabili, la terra inospitale, e così via.
La gravità del loro peccato e le conseguenze sono ben note. Il popolo ebraico ha dovuto subire una permanenza di quarant’anni nel deserto, finché non fossero morti tutte le persone della generazione uscita dal Egitto. Come sempre, l’aspetto mistico della Torà ci dà una visione ulteriore, una visione di un mondo unico, un mondo che contiene solo kedushà-santità, spiegandoci che perfino in un luogo del genere esiste la possibilità di peccare, ossia il non seguire la volontà di D-o.
Le fonti mistiche spiegano che gli esploratori e gran parte del popolo volevano rimanere nel “mondo del pensiero” o nel “mondo della parola”.
Che cosa vuol dire questo?
(continua…)
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