La Lotta per Lo Shabbàt
Ogni Shabbàt si teneva una riunione, durante la quale i comunisti davano sfogo alla loro rabbia verso di noi. “Cosa si dovrebbe fare con quei “criminali” che osservano lo Shabbàt?” Il timore che sentivamo è inesprimibile. Dovevamo soccombere? Oppure rimanere risoluti?
Ci facemmo forza e decidemmo di continuare ad osservare lo Shabbàt. Ci provocavano dicendo che presto saremmo stati mandati in Siberia, dove non c’era comunque la possibilità di osservare lo Shabbàt. Trasformando quindi l’intenzione delle loro parole, decidemmo di osservare lo Shabbàt per quanto ciò fosse possibile. C’erano delle persone che mi capivano e mi rispettavano per i miei sacrifici per osservare lo Shabbàt. In privato mi incoraggiavano, ma mai in pubblico, per paura di essere accusati come complici o aiutanti di criminali. La maggior parte della gente pensava fossimo matti. Ci strizzavano gli occhi, quando ci vedevano per strada, e sventolavano il dito.
“Vi diciamo questo per il vostro bene”, proclamavano. “Siete pazzi. Perché volete distruggere la vostra vita? Che bene vi farà questo? Sarete degli operai di mattoni per tutta la vostra vita, il lavoro più basso dei bassi, e alla fine dovrete comunque lavorare durante Shabbàt. Che cosa avrete guadagnato? Non sarebbe meglio entrare in una università e studiare una professione rispettabile come tutti gli altri figli di rabbini? Peggio per voi! Che peccato!”
Non avevamo una risposta a queste parole, che sembravano senz’altro basate sulla realtà. Baruch, un amico con il quale avevo studiato da bambino, mi disse: “guarda attorno a te. Vedi che nessuno è religioso ormai, e specialmente le persone della tua età. Pensi che ti lasceranno essere l’unico ebreo osservante del paese? Si vendicheranno contro di te! Non vedi come tutte le altre persone cercano di trovare un buon lavoro? Almeno stanno realizzando qualche cosa. E tu?!”
“C’è gente che ha sacrificato la vita per il Comunismo,” dissi. “Non dovrei forse sacrificare la vita per l’ebraismo?”
“Almeno loro saranno ricordati dalla storia,” disse lui.
“Ebbene, anch’io sarò ricordato dalla storia,” gli risposi, “come l’ultimo ebreo osservante della Russia.” Pensai un momento e poi aggiunsi seriamente, “Sono sicuro, con l’aiuto di D-o, che ci saranno ancora molti ebrei osservanti, molte migliaia, che continueranno ad osservare la Torà e le Mitzvòt. Dopo tutto, questa è l’unica via del popolo ebraico.
“Mio padre mi spiegò un versetto di Micha (6, 5) a nome di Rav Yoel, il genio di Zevihl: ‘Da Shittìm a Ghilgàl, poiché riconoscerete la giustizia del Sign-re’. Perché sono menzionati questi due posti nello stesso versetto? A Shittìm gli ebrei scesero a bassi livelli spirituali, assimilandosi e sposando mogli non-ebree, mentre a Ghilgàl entrarono nella terra d’Israel e si trovavano in uno stato spirituale elevato e avevano fatto un patto con D-o! La risposta è che proprio questo è un tema centrale nella nostra storia: anche dalle profondità dell’impurità possiamo arrampicarci alla nostra statura spirituale naturale ed elevata. Che D-o ci dia il merito di vederlo!”
Baruch distolse lo sguardo da me e non disse nulla ma nei suoi occhi vidi compassione e una stima quasi nascosta. Oggi [negli anni ’70. ndr] è ancora vivo ed è osservante delle Mitzvòt.
L’anno successivo, mio fratello si unì a me nel lavoro. Ogni giorno ci svegliavamo presto per andare a pregare in sinagoga. A quel punto partecipavano solo delle persone anziane, e anche essi venivano sempre di meno. Molto spesso non c’era Miniàn [il gruppo di dieci uomini necessario per recitare certe preghiere. ndr]
Concluso il lavoro della giornata, tornavamo alla sinagoga vuota per studiare. Nessun altro veniva. Studiavamo quanto la forza fisica ce lo permetteva, per poi riposare e raccogliere le forze per un altro giorno di lavoro. A casa non c’era nulla da mangiare. La solitudine ci rese un po’ depressi. Non avevo amici o una vita sociale e non c’era con chi sfogarsi delle sofferenze che pesavano sul cuore. C’erano delle rare occasioni nelle quali avevo l’opportunità di rispondere a domande di Halachà di persone di conoscenza (solo quando sapevo di potermi fidare di loro [che non avrebbero informato le autorità di questo “crimine”. ndr]), oppure di insegnare la Torà a dei bambini di nascosto. Quando possibile incoraggiavo certi amici ad adempiere alle Mitzvòt a secondo delle loro possibilità. Anche in quel deserto spirituale, vi furono degli individui determinati che non erano pronti a rinunciare del tutto.
I giornali iniziarono ad aumentare le diatribe contro la gente religiosa. Pubblicavano articoli dicendo che i religiosi erano sotto il controllo dei capitalisti e che avevano legami con ribelli al di fuori del paese. Sostenevano che il Rebbe di Lubavitch[1] e il Chafetz Chaim[2] mandavano delle spie per contattare gli ebrei della Russia in segreto.
Io e mio fratello venimmo minacciati varie volte che saremmo stati considerati complici di questa presunta cospirazione e che avremmo ricevuto la punizione che ci spettava. Era ovvio che la fine era vicina ma ci rifiutammo di soccombere. Sicuramente era la nostra convinzione di avere ragione, che ci dava la forza di sopravvivere ogni giorno. Ci rafforzavamo dicendoci che, siccome ormai la morte era imminente, era meglio morire per D-o e la Sua Torà che per qualcos’altro. Meglio morire nobilmente con un’anima pura e uno spirito forte che morire ignobilmente come una bestia impaurita.
Delle volte i media inventavano un “crimine” commesso dai religiosi. Mi ricordo di un’indignazione riferita in un giornale Yiddish che fu soggetto di conversazioni per giorni. Comunicarono che un famoso shochet in Bielorussia, un uomo timorato del Cielo, aveva attaccato una donna. Che vergogna, pensai quando lessi la notizia. Altri furono anch’essi scioccati. Più tardi incontrai degli ebrei provenienti dalla cittadina bielorussa dello shochet e chiesi loro circa quell’evento vergognoso. Queste persone risero dolorosamente della mia domanda.
“Non ti sei accorto che è stato tutto inventato a spese di una persona innocente?” mi dissero. “Lo shochetshochet è completamente innocente.” stava viaggiando verso una cittadina di quella regione e, scendendo alla stazione, aveva chiesto delle informazioni sull’indirizzo che cercava. Una donna lo sentì e disse ‘te lo mostro io, che sto andando nella stessa direzione.’ Dopo aver fatto qualche passo la donna iniziò a urlare ‘Aiuto! Aiuto! Quest’uomo mi sta attaccando!’ Dal nulla apparirono degli uomini che lo portarono direttamente in prigione, dove fu condannato a cinque anni di galera. Lo shochet è completamente innocente.”
Questo è un periodo della mia vita che ricordo come una nube fitta di solitudine. Ero giovane, e la paura insopportabile e costante mi toglieva tutto “l’appetito” per il futuro. Speravo solo di poter sopravvivere alla giornata. Certe volte pregavo la sera di non svegliarmi la mattina. Meglio la morte, pensavo, che cadere nelle loro mani. Non c’era nessuno al quale la nostra famiglia potesse rivolgersi per assistenza. Credevo che non sarebbe mai più stato possibile vivere da ebreo osservante.
Nel prossimo capitolo: Le Cooperative (I Kolkhoz)
[1] Rabbi Yosef Yitzchak Schneersohn (1880-1950) rimase l’unico leader ebraico a livello nazionale nell’Unione Sovietica e mandò i suoi Chassidìm in tutto il paese per gestire scuole, sinagoghe, mikvé, e così via. Fu arrestato varie volte e nel 1927 fu condannato a morte. Dopo un appello internazionale da parte degli Stati Uniti e di altri paesi, fu rilasciato in libertà, e dopo sei mesi potè lasciare l’Unione Sovietica. I giornali dei quali racconta l’autore avevano ragione: il Rebbe rimase in contatto con gli ebrei della Russia attraverso i suoi Chassidìm, contatti che continuarono con il suo successore, il Rebbe Menachem M. Schneerson, fino alla caduta dell’Unione Sovietica. Clicca qui per leggere una biografia. NDR
[2] Conosciuto con il nome di questa sua famosa opera sulla maldicenza, Rabbi Israel Meir Kagan (1838-1933) fu uno dei leader dell’ebraismo est-europeo e autore di opere importanti sia di Halachà che di etica ebraica, opere che ancora oggi sono considerate di massima importanza. Clicca qui per leggere una biografia. NDR
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Si ringrazia il sig. Rudi Yisrael Lichtner per l’aiuto fornito nella stesura dei testi.
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni
© 2008 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
L’autobiografia di Rav Aharon Chazan di Benè Beràk. Rav Chazan ha vissuto nell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione fino al 1966, non lasciando per un giorno la sua osservanza forte dell’ebraismo, nonostante le minacce e l’oppressione dei comunisti. Il Rav ormai ha visto anche il crollo di quel regime brutale e ha testimoniato il risorgimento dell’ebraismo nell’ex-URSS. Oggi, alcuni dei suoi nipoti sono all’avanguardia della rinascita dell’ebraismo negli stessi luoghi dove una volta ha dovuto lottare per rimanere fedele alla tradizione.
Tag: chafetz chaim, chassidim, chazan, ebraismo, halacha, rebbe di lubavitch, urss, yiddish
19 Giugno, 2008 alle 4:46 pm |
[...] Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt [...]
5 Novembre, 2008 alle 10:56 am |
BS”D
Visto che il vostro testo cita il Rabbi Y.Y. Schneersohn e il Chafetz Chaim, potete trovare alcuni dei loro testi tradotti in italiano nel nostro sito.
Per esempio qui:
Leggi della Maldicenza
e qui:
Il mese di Ellul
Buona lettura!