La Fuga del Rav – Notte Sovietica 12

By ravblog
Continua da “La Strage dei Kolkhoz
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]

La Fuga del Rav

…Mi ricordo di una persona che fu derubata di tutti i suoi beni. Si voltò verso l’ufficiale della GPU (servizi segreti) e chiese: “cos’altro volete da me? Non mi è rimasto nulla!”

“Vogliamo succhiare il sangue dalle tue vene,” gli rispose l’ufficiale.

Questi traditori non agivano per la disperazione della fame. Al contrario, durante gli anni della fame loro mangiavano più del necessario.

Ufficiali di alto livello non si vergognavano di pubblicare annunci nei giornali nei quali si raccomandava che chiunque avesse dei parenti all’estero mandasse loro una richiesta di inviare dollari, che poi avrebbe dovuto a sua volta consegnare al governo. Ci sono stati anche dei casi nei quali il governo forzò della gente a scrivere ai propri parenti per i dollari, tenendo gli sfortunati in prigione fino all’arrivo dei soldi.

Mi ricordo che una sera vennero a casa di un ebreo per portarlo in prigione. Trovarono un ospite a casa, un suo fratello arrivato dall’America. L’ospite li pregò di andare via per poterlo lasciare in compagnia del fratello, almeno finché fosse tornato in America. Gli ufficiali si dissero d’accordo e se ne andarono. Quando il fratello fu partito per tornare in America, gli uomini tornarono e tennero l’ebreo sotto arresto finché arrivò il suo riscatto in dollari.

Durante quell’inverno morirono milioni di persone. Mio fratello ed io continuammo a lavorare, fabbricando mattoni. Certo, anche noi eravamo affamati e gonfi dalla fame. Probabilmente la Yevsektsiya ci lasciò stare pensando che comunque saremmo morti dalla fame.

Era un tempo terrificante. Non solo imprigonavano e torturavano i kulak e i ricchi ma anche chiunque non aderisse alla loro ideologia. I giornali facevano dei richiami appassionati conro “i nemici del popolo,” i “contro-rivoluzionari” che, secondo loro, stavano progettando una rivolta alleandosi con forze dall’estero. Chiunque deviava un po’ dalla linea del partito era accusato di emettere propaganda contro di loro.

Gli shochatìm avevano paura di shachtare, i mohalìm avevano paura di fare la milà, i minyanìm per la preghiera furono proibiti e i chazanìm avevano paura di pregare. C’erano persone che organizzarono dei minyanim nelle proprie abitazioni e dovettero pagare con la vita. I rabbini quindi erano rimasti senza lavoro. Nella posizione pericolosa di “parassita”, diventarono candidati per la prigione e la Siberia. Molti si sottomisero ai comunisti. Quelli che non lo vollero fare furono forzati a fuggire, un passo estremamente difficile e pericoloso da prendere in quegli anni di agitazione, fame e sofferenza. Quelli che rimasero furono presi dalla paura.

Il direttore della nostra fabbrica di mattoni provò compassione per noi per la nostra sincerità. Essendo in posizione d’importanza nel consiglio comunale poteva essere a conoscenza di informazioni riservate, che confidò un giorno a me e a mio fratello. L’indomani (era dopo Pesach del 1933) avrebbero arrestato il prete del villaggio, e il direttore supponeva che non avrebbero fatto differenze per il Rav, nostro padre. Se nostro padre non fosse fuggito quella notte, sarebbe stato troppo tardi l’indomani mattina. Mio padre sapeva che se fosse stato tra gli arrestati, non avrebbe avuto la possibilità di salvarsi la vita: a parte il suo essere rabbino, aveva anche aiutato illegalmente centinaia di ragazzi di Yeshivà e le loro famiglie a fuggire oltre il confine. Aveva anche insegnato a vari alunni, di nascosto, durante gli anni ’20. Se questi “crimini” fossero stati scoperti, sarebbe sicuramente stato giustiziato. Quella notte camminò diciassette chilometri fino alla stazione più vicina e salì sul primo treno che arrivò.

Questo fu l’inizio del suo lungo esilio di vagabondaggio. Si vestì da persona comune, senza il lungo caftano nero normalmente indossato dai rabbini, per evitare di attrarre l’attenzione della gente. Passò la maggior parte del tempo nelle grandi città come Leningrado, Mosca e Kiev. Una delle sue prime tappe fu Zhitomir, dove visitò una Yeshivà clandestina di Chabad. I Chassidìm di Chabad avevano ancora delle Yeshivòt in varie città, ognuna con circa quindici o venti ragazzi. Il loro insegnante a Zhitomir, Eliezer Pinski, stava insegnando Talmùd e chassidismo ai ragazzi affrontando un grosso rischio e molto sacrificio. Fece una buona impressione su mio padre, che gli propose di conoscere mia sorella Feiga. Feiga aveva diciotto anni allora. Come mio fratello ed io, anche lei stava coraggiosamente osservando la Torà e le mitzvòt, soffrendo di privazione e di disprezzo. Siccome Eliezer non poteva venire al nostro villaggio, che era vicino alla frontiera, Feiga andò a Zhitomir. I due si incontrarono e si accordarono per il matrimonio.


Rav Eliezer Pinsky

Fu un momento dolce-amaro per la nostra famiglia. Il fidanzamento di mia sorella ci portò tanta gioia, anche per la fortuna di aver trovato un marito coraggioso che era dedito alla Torà nonostante la situazione orribile che prevaleva in Russia all’epoca. D’altra parte, la nostra paura, la fame e l’incertezza riguardo il futuro pesava sui nostri cuori come delle rocce pesanti.


Feiga Chazan Pinsky

Il matrimonio fu festeggiato all’inizio dell’estate, verso il tempo della festa di Shavu’ot, e la giovane coppia si trasferì a Mosca. Siccome Mosca era una grande metropoli, sarebbe stato più facile evitare l’attenzione delle autorità.

Al nord, dove si trovava mio padre, il cibo non scarseggiava come al sud, dove abitavamo. Mio padre aspettava in fila per ore per poter ricevere una porzione di pane che ci mandava poi tramite la posta una volta a settimana oppure una volta al mese. La paura delle autorità era talmente intensa che questi pacchetti non furono rubati nella posta. Quando ci arrivavano, il pane era ormai ammuffito, tuttavia lo mangiavamo con gusto: qualunque cosa era meglio di niente.

Mio fratello ed io continuammo a lavorare nella fabbrica. Venivamo pagati una volta ogni due mesi, ma lo stipendio non bastava neanche per due settimane. Tuttavia valeva la pena, in quanto la temuta Yevsektsiya ci lasciava stare.

Delle volte questi ufficiali ci dissero francamente: “noi vi lasciamo stare per adesso, anche se non vi conformate alla nostra ideologia, perché sappiamo che non fate qualcosa di illegale. Ma non respirate troppo: un giorno vi prenderemo”.

Una volta, un gentile anziano, sostenuto da un bastone, passò davanti alla nostra fabbrica. Un collega di lavoro, un membro del Komsomol, si voltò verso di me e disse “vedi quell’uomo? È uscito dalla prigione due giorni fa. Sai quanto era ricco prima di essere preso? Hanno deciso di lasciarlo andare ora perché non è più una minaccia. Guardalo. Forse vivrà per un’altro paio di giorni. È questo che fanno a persone come te. Quando sarà il tuo turno, riceverai lo stesso trattamento.”

Rimasi in silenzio ma il mio cuore si indebolì. Pregai: “D-o aiutami! Salvami dalle loro mani!”

Durante quegli anni, l’informare sugli altri diventò talmente comune che girava una barzelletta cinica al riguardo: una persona si guardò nello specchio e disse al proprio riflesso: “dimmi, chi è l’informatore, io o tu?”.

La gente informava il governo per provare la loro fedeltà al comunismo e anche per distruggere i loro nemici personali. Si cercavano i crimini per poter informare. Non sembrava avere alcun effetto sulla coscienza di queste persone che altri venissero torturati o uccisi a causa delle loro parole. Questa situazione continuò fino alla seconda guerra mondiale. Era un’esistenza infernale.

Si ringrazia il sig. Rudi Yisrael Lichtner per l’aiuto fornito nella stesura dei testi.

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz

L’autobiografia di Rav Aharon Chazan di Benè Beràk. Rav Chazan ha vissuto nell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione fino al 1966, non lasciando per un giorno la sua osservanza forte dell’ebraismo, nonostante le minacce e l’oppressione dei comunisti. Il Rav ormai ha visto anche il crollo di quel regime brutale e ha testimoniato il risorgimento dell’ebraismo nell’ex-URSS. Oggi, alcuni dei suoi nipoti sono all’avanguardia della rinascita dell’ebraismo negli stessi luoghi dove una volta ha dovuto lottare per rimanere fedele alla tradizione.

© 2008 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

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