Continua da “La Fuga del Rav“
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]
La Lotta per Sopravvivere
Nel 1930 nel nostro villaggio c’erano ancora le sinagoghe, il mikvè, lo shochet e il mohel, ma era chiaro che quella situazione non sarebbe durata a lungo. La Yevsektsiya aveva messo l’occhio sulla sinagoga più grande, perché era l’unico immobile nel villaggio abbastanza grande per il “club dei lavoratori”. Ogni volta che richiedavano l’immobile agli ebrei osservanti del villaggio, noi rifiutavamo, anche solo per un uso occasionale. Come potevamo consegnarlo per uno scopo così sacrilego? All’epoca la legge prevedeva che una sinagoga non potesse essere espropriata se cinquanta capifamiglia osservanti firmavano che ne avevano bisogno.
A capo del partito comunista del villaggio c’era Batya, una donna ebrea. Lei era un’anomalia. Figlia di un operaio comune, era salita al potere grazie alla sua devozione intensa alla dottrina comunista. Lei era a capo del gruppo che aveva aiutato a distruggere i benestanti, e considerava suo dovere mettere in atto tutte le istruzioni [del partito]. Dall’altro canto essa rispettava suo padre, che era osservante, e sapeva bene che i religiosi non erano “nemici del popolo”, e neppure “capitalisti cattivi” che volevano distruggere l’ideale comunista.
Un giorno la vedemmo venire verso casa nostra e i nostri cuori iniziarono a battere fortemente per la paura. Batya non era conosciuta per un’abbondanza di misericordia. Che cosa voleva? Se veniva per appropriarsi di oggetti di valore sarebbe rimasta delusa. L’unica cosa che sapevamo con sicurezza era che non stava venendo a casa del Rav per una visita amichevole.
Entrata dentro casa, si voltò verso mio padre e disse “devo fare una domanda al Rav”. Dalla sua borsa tirò fuori un pollo macellato e chiese a mio padre se fosse kasher o meno. “Non posso imbrogliare mio padre, che è una persona osservante, e gli è permesso vivere secondo le sue convinzioni”, disse. [Una volta si andava dallo shochet con il proprio pollo per farlo macellare, per poi portarlo a casa e “casherarlo” (metterlo nel sale e nell’acqua). Quando c’era una domanda halachica riguardo la casherùt del pollo shachtato lo si portava dal Rav che doveva essere esperto di queste leggi. NDR]
Dopo quella volta, tornò a farci visita altre volte, discretamente, con domande dello stesso genere. Sapevamo che stava anche attenta a separare la carne e il latte.
Tuttavia, era proprio Batya a capo dei tentativi di rilevare la sinagoga e usarla per scopi ricreativi. Siccome la legge prevedeva che con la firma di cinquanta famiglie non si poteva espropriare la sinagoga, lei pensò a un progetto. Fece sapere a tutti i fedeli che la sera di Tish’à be’Av, all’inizio del digiuno, ci saremmo riuniti nella sinagoga. In quella riunione si sarebbe potuto vedere se veramente esistevano cinquanta uomini che potevano e volevano firmare.
Durante tutta quella giornata andai di casa in casa, per esortare gli ebrei osservanti a venire a dimostrare il loro appoggio e a firmare. Non era facile convincerli, perché avevano paura di essere poi puniti. Siccome non avevo il tempo di mangiare, finii per digiunare due giorni nel caldo estivo.
Quella sera, subito dopo il tramonto, Batya arrivò in sinagoga con altri membri del comitato. Salita sulla Tevà, spiegò che i lavoratori e i giovani avevano bisogno di un club e che questa sinagoga sarebbe stata l’ideale per loro. Questa era solamente una scusa per chiudere la sinagoga, ovviamente: avevano abbastanza locali per attività ricreative. La prova si è avuta due o tre anni dopo quando, avendo ottenuto la sinagoga, l’hanno demolita.
“Però”, disse Batya quella sera di Tish’à be’Av, “noi comunisti non crediamo nella coercizione illecita. Se cinquanta ebrei osservanti vogliono mantenere la sinagoga, non la possiamo prendere. Dunque, chi vuole mantenere l’immobile come sinagoga, venga a firmare questo foglio.”
Mio padre e un altro uomo salirono e firmarono (io ero considerato troppo giovane). Le altre persone rimasero ai loro posti, impauriti.
“Nu”, chiamò. “Chi altro vuole firmare?”
Nessuna reazione.
“Vedete”, disse in un tono più gentile. “Io sono una comunista che è pronta a morire per il suo ideale. Ma voi, perché avete paura? Non succederà niente se firmate. La democrazia comunista permette a ogni uomo di vivere secondo la propria coscienza. Ecco, per esempio, mio padre. Lui è un uomo religioso e lui firmerà.” Suo padre infatti si alzò per firmare. Batya poi invitò ogni ebreo osservante presente a venire a firmare. Alla fine ci furono cinquanta firme e la sinagoga rimase in funzione ancora per qualche anno.
Nonostante la sua devozione all’ideale comunista, Batya mantenne la sua integrità umana. La incontrai dopo la guerra. Alla fine rimase delusa dal comunismo e tornò ad una vita ebraica, rispettando lo Shabbàt, la Casherùt e andando regolarmente alla sinagoga.
Durante lo stesso periodo ci fu “l’attacco” contro il mikvè [bagno rituale]. Fu chiuso per ordine del medico, che sostenne che non era igienico. Poco dopo, il dottore disse ad alcune persone che personalmente non pensava che il mikvè violasse le leggi della sanità, ma non voleva avere problemi con le autorità. Infatti disse che se il dottore regionale di Slavita avesse permesso il mantenimento del mikvè, lui non si sarebbe opposto.
Mio padre si mise subito in cammino per andare a trovare il dottore di Slavita, che era ebreo. Spiegando la necessità del mikvè per gli ebrei osservanti, mio padre gli pregò di permetterne la riapertura. Nonostante il dottore fosse comprensivo, aveva paura di rilasciare un permesso per iscritto. Tuttavia mandò un messaggio orale attraverso mio padre, e il dottore del villaggio diede il suo permesso facendo sì che il mikvè rimanesse aperto per altri due o tre anni.
Il prossimo obiettivo tra le usanze ebraiche era la milà, la circoncisione all’ottavo giorno di vita. Fino al 1932 era relativamente facile trovare un mohel e la milà era un’occasione gioiosa per quasi tutti gli ebrei. Solamente i membri del partito comunista avevano paura di circoncidere i loro figli.
Due giovani sposi del nostro villaggio erano membri del partito. Tutti e due erano insegnanti nella scuola sovietica. Quando nacque loro un figlio, lo fecero circoncidere in segreto, prendendo anche la precauzione di annunciare che era nata una femmina. Qualche mese dopo una delle sue colleghe della scuola la venne a trovare, e vide che “la femmina” in realtà era un maschio e che era circonciso. La collega riferì al segretario del partito e la coppia perse il lavoro e la loro iscrizione al partito fu revocata.
Nel 1932 l’oppressione e il terrore raggiunsero un ulteriore livello. Divenne sempre più difficile trovare persone pronte a rischiare per essere mohalìm e gradualmente la gente abbandonò la mitzvà della milà a causa delle difficoltà ad essa legate. Quindi si raggiunse ormai una situazione in cui la base dell’identità ebraica – la milà – era stata praticamente distrutta.
Si ringrazia il sig. Rudi Yisrael Lichtner per l’aiuto fornito nella stesura dei testi.
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav
L’autobiografia di Rav Aharon Chazan di Benè Beràk. Rav Chazan ha vissuto nell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione fino al 1966, non lasciando per un giorno la sua osservanza forte dell’ebraismo, nonostante le minacce e l’oppressione dei comunisti. Il Rav ormai ha visto anche il crollo di quel regime brutale e ha testimoniato il risorgimento dell’ebraismo nell’ex-URSS. Oggi, alcuni dei suoi nipoti sono all’avanguardia della rinascita dell’ebraismo negli stessi luoghi dove una volta ha dovuto lottare per rimanere fedele alla tradizione.
© 2008 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Etichette: casherut, mikve, mila, shabbàt, shochet, sinagoga, unione sovietica
1 agosto, 2008 alle 12:41 pm |
[...] Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere [...]
15 settembre, 2008 alle 1:32 pm |
Veramente bello questo brano di vita ebraica nella Russia Sovietica.
Grazie per averla postata.