Continua da Gli Anni del Terrore
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]
Nel 1937 cominciarono le purghe di Stalin. La macchina della GPU, guidata dall’arciassassino Yezhov, fu accelerata con crescente efficienza, per spiare e per terrorizzare il popolo. Tutti vivevano con la paura di finire presto in prigione, e più di ogni altro gruppo, i religiosi erano in grave pericolo. Ogni giorno sparivano centinaia di persone, e le accuse erano sempre le stesse: terroristi, nemici del popolo, trozkysti, sionisti, controrivoluzionari, spie.

Stalin e Yezhov (a destra). Quest’ultimo è stato ucciso nel 1940.
Foto: Tate.co.uk © Courtesy the David King Collection
Tra gli innumerevoli altri che le autorità pensavano fossero troppo potenti c’erano molti membri della servile Yevsektzia: per colmo di ironia, fu riservato loro lo stesso destino toccato alle loro vittime un decennio prima. Furono accusati di sionismo o, al contrario, di aiutare Hitler a spiare la Russia. Così furono realizzate le parole dei nostri saggi (Talmud, Sotà 41b): “chi adula un malvagio è destinato a finire nelle sue mani”.
Trascorrevamo ogni giorno nella fame e nella sete, e tormentati dalla paura di cosa potesse portarci l’indomani. Dormivamo sempre all’erta, aspettando di sentir bussare alla porta da un momento all’altro. Ogni giorno di sopravvivenza senza danni era un miracolo. Avevamo perfino paura di camminare per strada.
Un giorno stavo andando a casa con l’autobus, e un uomo di mezz’età, con la stella rossa di distinzione, non mi tolse mai gli occhi di dosso. Quando scesi dall’autobus mi seguì e poi mi affrontò: “credi in D-io?”. “Sì”, risposi. “Fascista!” mi urlò, “nelle vostre preghiere dite ‘che dà la salvezza ai re’ – volete che torni lo Tzar in Russia?” e continuò a urlarmi contro, mentre passanti curiosi si riunivano intorno.
“Perché te la prendi con me?” gli chiesi, “che vuoi da me?” e mi girai e andai via tremando: mi avrebbe ordinato di seguirlo? Ma, fortunatamente, mi lasciò stare. Quando arrivai a casa mia moglie mi chiese: “perché sei così pallido?”. “Non mi sento bene” le risposi, per risparmiarle ulteriori preoccupazioni inutili.
Mi dovetti abituare alla gente che mi derideva per strada. Una sera, mentre aspettavo l’autobus seduto alla fermata, mi venne addosso una banda di giovani ebrei che mi tirarono la barba, lasciandomi un ricordo di dolorose ferite. Grazie a D-io l’autobus arrivò e potei fuggire.
Non c’era nessuna gioia nella vita. Shabbat voleva dire stare prigioniero in casa. Nel lavoro rispettare lo Shabbat voleva dire affrontare una terrificante odissea. Che scusa avrei potuto trovare se i miei superiori avessero scoperto che non lavoravo di Shabbat? Avrei dovuto affrontare la loro ira ammettendolo subito? E se avessero informato su di me?
Il numero di fedeli che frequentavano regolarmente la sinagoga si ridussero a quasi nessuno. Nelle sinagoghe Prevozna e Kehillat Yaakov andavano solo gli anziani. Nessuno osava iniziare una conversazione: andavamo al tempio per pregare, ma sapevamo che c’erano sempre le spie. Comunque parlare a un altro fedele non faceva differenza, perché già sapevano gli affari di caiscun partecipante, a prescindere.
Mi ricordo di una volta in cui andai al tempio e incontrai Reb Pinchas figlio di Reb Moshele Twersky, grande tzaddik e vecchio amico di famiglia, seduto di fronte a me a un paio di panche dalla mia. Rubai qualche minuto di conversazione con lui facendo finta di leggere il siddur (libro di preghiera, NDT), con la testa bassa, e tutto questo solo per qualche parola! Alla fine, il giorno che temevamo arrivò.
Nel febbraio 1938 ci giunse notizia che Shalom, fratello di mia moglie, era stato arrestato a Berdichev. Qualche settimana dopo, il 4 marzo, (la data ebraica era Rosh Chodesh Adar Shenì), suo fratello Avraham stava celebrando la conclusione di alcuni trattati della Mishnà, come faceva una volta al mese, con la presenza di più di quaranta anziani: lui era l’unico giovane. Quella notte fu portato via anche lui dalla GPU.
La mattina dopo al lavoro sentii due operai parlare tra di loro, e uno disse: ”hai sentito cosa è successo stanotte?”, “hanno radunato tutti i rabbini di Odessa e li hanno portati alla GPU!” “Perché?” “perché in realtà erano dei controrivoluzionari. Quegli ipocriti vanno in giro travestiti da santi, mentre in realtà sono spie dell’Inghilterra. Avranno quello che si meritano!”
Io stavo seduto per conto mio, e piangevo nel cuore: “Padrone del mondo, perdonami per non dire neanche una parola per difendere l’onore di quegli uomini santi e giusti!”.
Quegli operai non sapevano che uno degli arrestati era mio cognato. Spesso sentivo gente parlare male degli ebrei religiosi, ma non parlavo mai: stando in silenzio speravo di guadagnare un altro giorno o due in cui non avrei violato lo Shabbat, o qualche giorno della mia stessa vita. Nonostante sapessimo in che precaria situazione ci trovavamo, la cattura di Avraham scosse profondamente tutta la famiglia.
Continua…
Nel prossimo capitolo: L’esecuzione di mio cognato
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Etichette: avraham friedman, GPU, shabbàt, shalom friedman, stalin, yevsektsiya, yezhov