Archivio per marzo 2009

La Purezza dei Bambini

27 marzo, 2009

Il terzo libro della Torà che iniziamo a leggere questo Shabbàt tratta più che altro delle norme che riguardano i sacrifici che si portavano nel Tabernacolo e nel Santuario di Gerusalemme.

Secondo un’antica usanza la prima parashà della Torà che si insegna ai bambini è proprio quella di Vayikrà e non, come sembrerebbe ovvio, quella di Bereshìt. Tale usanza e’ in vigore ancora oggi in molte comunità.

Il Midràsh ci spiega la motivazione (Vayikrà Rabbà 7:3). “Disse R. Assi, perche’ i bambini iniziano a studiare da Vayikrà e non da Bereshìt? Poiche’ i sacrifici sono puri e i bambini sono puri. Che siano i puri ad occuparsi [dello studio] dei puri.”

In tutte le descrizioni e le norme che riguardano i sacrifici non troviamo che la Torà si riferisca ad essi come “puri”. Che cosa intende quindi il Midràsh riferendosi in questo modo ai sacrifici?

Il riferimento “puri” riguardo ai sacrifici lo troviamo presso Noè ed i suoi figli, prima che fosse stata data la Torà al monte Sinai.

Esiste un legame speciale tra i bamini e i sacrifici pre-Sinai. Nella panoramica ebraica vi sono tre epoche in generale nella storia: 1) Dopo la rivelazione sul Sinai, quando D-o ci diede la Torà e ci comandò di osservare le mitzvòt. 2) L’epoca dei nostri avi che hanno “osservato tutta la Torà prima che fosse data”. 3) L’epoca di Noè quando ancora non c’era nessuna osservanza di Torà, ma esisteva la differenza tra il puro e l’impuro.

Anche nella vita del uomo ci sono tre fasi parallele. 1) Dopo l’età di Bar e Bat Mitzvà, quando la persona è obbligata ad osservare la Torà e le Mitzvòt. 2) Prima del Bar/Bat Mitzvà, quando il bambino studia e osserva le Mitzvòt per educarsi e prepararsi per quando ne sarà obbligato. 3) Ancora prima, quando è molto piccolo e niente di tutto ciò gli viene applicato, è sempre legato alla Torà essendo un ebreo.

Qui vediamo il legame tra i bambini e i sacrifici nel contesto di purezza. Il sacrificio serve come un’espiazione per un peccato, quindi esprime il legame profondo con D-o, un legame che neppure un peccato può sciogliere.

È proprio questo il livello dei bambini. Esprimono la connessione pura con il Sign-re, ove tutte le impurità non hanno nessun effetto. Che vengano i puri e si occupino dei puri…

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

Spunti sull’Educazione

20 marzo, 2009

La Parashà descrive l’entusiasmo del popolo ebraico che si esprime nelle molte offerte per la costruzione del tabernacolo (il Mishkàn). La dedizione con la quale affrontarono la mitzvà fu tale che presto si verificò un eccesso di donazioni fino al punto che Moshè dovette pregarli di desistere dal portare ulteriori doni.

Una devozione particolare fu espressa dalle donne, sia nel numero e la qualità dei doni portati al Santuario – perfino i loro gioelli personali – che nel tempo, il talento e l’energia che investirono per costruire la dimora Divina.

Erano quattro i tipi di gioelli offerti dalle donne di quell’epoca e potrebbero rientrare in quattro categorie che anche oggi hanno un significato simbolico nell’educazione dei figli.

Le quattro categorie furono gli orecchini, gli anelli da naso, gli anelli ed i braccialetti.

Gli Orecchini: Ascolta quando i bambini parlano. In questo modo capiscono che sei veramente accessibile a loro. Fai caso anche a quello che dicono fra di loro, poiché le loro parole riflettono quello che sentono da quelli attorno a loro. Inoltre, sii umile e pronto ad accettare consigli e spunti sull’educazione. (Non dire “nessuno capisce le dinamiche della mia famiglia meglio di me”). Più ti lasci essere guidato da altri, più i piccoli accetteranno da te.

Gli Anelli da Naso: Utilizza il “fiuto” per rimanere sensibile ai segni di infelicità o ribellione. Sii al corrente dell’identità dei compagni dei figli e di che cosa si occupano insieme. Amici bravi e attività produttive formano una persona di sani principi.

Gli Anelli: Usa le dita per indicare. La possibilità di osservare (con le “orrecchie” e il “naso”) in sé non basta per educare un figlio. Chiarisci le cose per lui, guidandogli e mostrandogli la strada giusta. Non semplicemente attraverso delle istruzioni, ma spiegando al suo livello di comprensione.

I Braccialetti: I braccialetti sono il simbolo della rigorosità necessaria per educare. Il genitore deve essere pro-attivo, essendo coinvolto non solo quando si verificano problemi ma anticipandoli e conoscendo bene il carattere del figlio. La rigorosità è anche richiesta nei confronti dei genitori stessi: devono disciplinare se stessi prima di poter disciplinare i propri figli.

Ricorda, sopratutto, che i tuoi doni alla famiglia sono dei atti di volontariato e di amore e non devono diventare dei doveri senza sentimento. Bisogna dare generosamente con il cuore. In questo modo il tuo santuario personale, la casa, diventerà un oasi di pace e santità che solo tu puoi far esistere e durare nel tempo.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

Fuga dall’Orfanotrofio – Notte Sovietica °24

20 marzo, 2009
Continua da La Persecuzione dei Chassidìm
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]

Tuttavia, non osarono tornare a Uman, e di conseguenza non erano lì al tempo della purga. Rav Bender seppe del destino della comunità di Uman dagli unici due sopravvissuti, un calzolaio e un altro uomo, i cui mestieri ‘proletari’ li rendevano innocenti anche agli occhi dell’NKVD.

Dai suoi magri guadagni dava assistenza a ebrei chassidici che erano all fame, con il rischio di essere accusato di aiutare i ‘controrivoluzionari’, un’accusa che comportava la pena di morte.

Molti anni dopo, a Londra, incontrai uno dei suoi nipoti, insegnante di Talmud in una scuola ebraica.

I due unici sopravvissuti di Uman riferirono che Reb Yaakov Kaufman, uno dei principali esponenti del gruppo dei chassidìm di Bretzlav, era stato torturato nel tentativo di estorcergli la firma sotto una dichiarazione che l’intero gruppo era coinvolto in una cospirazione contro il governo.

Naturalmente rifiutò ostinatamente di firmare qualsiasi cosa che avrebbe potuto danneggiare i suoi amati fratelli. Coloro che lo interrogavano lo fecero scendere a piedi nudi in una cantina gelida per parecchi giorni, fino a che i suoi piedi si congelarono completamente. Di conseguenza, i piedi si infettarono e dovettero essere amputati, per poterlo tenere vivo e continuare a torturarlo per farlo confessare.

Reb Yaakov Kaufman non sopravvisse alle prove cui fu sottoposto. Se ne andò da questo mondo come un santo, così come vi aveva vissuto. Si diceva di lui che, quando parenti che aveva all’estero gli mandavano del denaro, lo dava ad altri. In un nevoso venerdì pomeriggio andò al funerale di una donna che era morta per la fame ed era in procinto di essere seppellita senza il lenzuolo funebre: nonostante il clima gelido, si tolse la camicia pulita che aveva già messo per lo Shabbat, in modo che la donna potesse essere sepolta secondo la tradizione ebraica.

Anche la vita di mia sorella e di suo marito Lazar, che a quel tempo vivevano a Mosca, fu fatta a pezzi durante quegli anni: vennero degli uomini a cercare mio cognato, ma sentendo che stavano arrivando dei ‘visitatori’, fuggì e passò molto tempo alla macchia come un animale cui viene data la caccia. Non poteva nemmeno rischiare di vedere la moglie e i figli, per non parlare di andare a casa.

Nel 1939, quando le purghe ebbero una pausa a causa della guerra in Polonia, mio padre potè finalmente tornare nella nostra città natale di Krasnostav. Portò a casa mia sorella e i suoi figli per Pesach per alleviare il loro dolore. Ella accettò di restare per un certo tempo. Nel 1940 io le consigliai di tornare nella sua casa di Mosca per stare più vicina ai luoghi dove si nascondeva suo marito e agli amici e parenti che avrebbero potuto aiutarla. Sfortunatamente, rifiutò il mio consiglio, e si trovava ancora a Krasnostav quando ci fu l’invasione tedesca. Perse la vita insieme a tutti gli ebrei di Krasnostav, che furono uccisi tutti in uno stesso giorno, il 6 di Elul (29 agosto) del 1941.

A causa di tali terribili persecuzioni, non esisteva quasi più nessuna yeshivà. C’era una piccola yeshivà clandestina di Chabad, che in qualche modo aveva resistito, a Berdichev. Nel 1937 i comunisti la scoprirono ed esiliarono il suo Rosh Yeshivà di diciotto anni, Rav Moshe Rubinson (Karelevitcher), per dieci anni in Siberia. I suoi dodici studenti, di tredici e quattordici anni, furono messi in [galera per un mese e poi in] un orfanotrofio sovietico non ebraico. I ragazzi rifiutarono di mangiare qualsiasi cosa eccetto pane e acqua, e osservarono ostinatamente lo Shabbat.

[Clicca qui per leggere l'intera vicenda dalla testimonianza di uno dei ragazzi, Velvel Averbuch.]

I ragazzi e i maestri arrestati, in una foto scattata da un ufficiale sovietico. La fotografia è stat ottenuta dagli archivi sovietici dopo la caduta del comunismo. Foto: Chabad.org

I ragazzi e i maestri arrestati, in una foto scattata da un ufficiale sovietico. La fotografia è stata ottenuta dagli archivi sovietici dopo la caduta del comunismo. Foto: Chabad.org

Rav Yechezkel Brod, uno dei ragazzi arrestati a Berdichev, in un ballo Chassidico. La sua figlia, Chava, in futuro sposerà il figlio dell'autore, Chaim Meir.

Rav Yechezkel Brod, uno dei ragazzi arrestati a Berdichev, in un ballo Chassidico. La sua figlia, Chava Brod, sposerà il figlio dell'autore, Chaim Meir Chazan.

Il direttore dell’orfanotrofio allentava la guardia su di loro di Shabbat, perché aveva capito che non sarebbero scappati e non avrebbero viaggiato di Shabbat. Un ragazzo di quindici anni, Chanoch Rappaport, era assente quando i comunisti avevano messo sotto custodia i ragazzi della yeshivà.

Rav Berel Gurevitch, uno dei maestri della Yeshivà di Berdichev che furono arrestati.

Rav Berel Gurevitch, uno dei maestri della Yeshivà di Berdichev che furono arrestati.

Tornò a Berdichev con un piano: si nascose in attesa un venerdì sera all’ora in cui i ragazzi facevano una passeggiata, e quando vide che non c’era nessuno con loro, scivolò fuori del suo nascondiglio. Spiegò loro che la loro liberazione dai comunisti era senza dubbio una questione di vita o di morte, che consente la violazione dello Shabbat. A seguito di questo insegnamento corsero alla stazione, dove un treno stava per partire per Kharkov. Ciascun ragazzo entrò in un vagone diverso, e quando il treno raggiunse la destinazione, si nascosero senza lasciare tracce.

Dopo che questa yeshivà era stata dispersa, restò in tutta la Russia una sola yeshivà, una piccola yeshivà Chabad in Georgia, che rimase in funzione fino alla seconda guerra mondiale.

Questa storia mi è stata raccontata da Rav Chanoch Rappaport. Qualche anno dopo fu arrestato anche lui, e imprigionato per quindici anni, e a causa di quella prigionia divenne invalido. Dopo la fine della guerra venne a Mosca, e in seguito gli fu permesso di partire per Israele insieme alla sua famiglia.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm

© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Protetto: Foto Gan Rivkà – 19-03-09

19 marzo, 2009

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Protetto: Foto Gan Rivkà – 13-03-09

13 marzo, 2009

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Il Vitello d’Oro: Peccato Imperdonabile?

13 marzo, 2009

Questa settimana seguiamo il dramma che era il vitello d’oro. Il popolo che è uscito dall’Egitto, testimone delle meraviglie e dei prodigi effetuati da D-o, dalle piaghe all’apertura del mare al dono della Torà davanti al monte Sinai, lo stesso popolo adora un idolo. D-o stesso si adira talmente da dire che il popolo non potrà sopravvivere il peccato. Moshè prega il Sign-re affinchè Egli perdoni il popolo, dandoGli addirittura un ultimatum: “Ed ora, se li perdoni [bene]. Se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto” (Esodo 32,31).

Nessun essere umano è identificato con la Torà più di Moshè. D-o stesso, attraverso il profeta, la chiamò “la Torà di Moshè il mio servo” (Malachì 3,22) e il Midràsh spiega: “poichè lui ha dato la vita per essa, viene chiamata a nome suo.” (Mechiltà Beshalàch 15,1).

Eppure lo stesso Moshè è disposto a rompere il legame con la Torà per non perdere il legame con il popolo (“Cancellami dal Tuo libro…”).

In realtà, nel dare precedenza al popolo rispetto alla Torà, Moshè segue l’esempio del Creatore. Il fatto che la Torà parla al popolo è un indicazione, secondo il Midràsh, che quest’ultimo è d’importanza maggiore e la Torà è, come se fosse uno strumento progettato dal Signore per approfondire il legame tra Creatore e popolo.

È per questo che i saggi dissero “un ebreo che ha peccato è sempre ebreo” (Sanhedrìn 44a). La trasgressione ha macchiato il legame definito dalla Torà tra l’individuo e il Creatore. Ma c’è un aspetto di questo legame che è ancora più profondo e che quindi non è perso.

E’ come se Moshè dicesse a D-o: “è vero che hanno peccato. Se continui a vedere le cose solo attraverso le lenti della Torà è difficile trovare la via del perdono. Infatti prendo un’altra via:  “cancellami dal Tuo libro”.”

Se nel libro non si trova il perdono, lo cerchiamo altrove, su un piano ancora più elevato. Perché noi siamo uniti ad un livello che trascende la manifestazione Divina come si esprime nella Torà e che tocca proprio la Sua essenza.

Questa storia ci insegna la forza della Teshuvà – il ritorno (pentimento). Quando il libro dice “hai sbagliato” non significa che non esiste una possibilità di riparazione. Nonostante la gravità del peccato, esiste una possibilità e un modo per ritornare.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע

Festa di Purim 5769-2009

10 marzo, 2009

Oltre 200 persone presenti…hazzak!

Io Mi Chiamo, Io Sono

6 marzo, 2009

Fin dalla sua nascita, il nome di Moshè appare in ogni parashà della Torà (eccetto l’ultimo libro, Deuteronomio, nel quale Mosè parla in prima persona). Una eccezione è la parashà odierna, quella di Tetzavè, nella quale non troviamo il suo nome.

Rabbì Yaakov ben Asher, noto come il Ba’al HaTurìm, non trascura questa perplessità nel suo commento sulla Torà e spiega che tale mancanza risulta da una richiesta fatta da Moshè stesso.

Quando il popolo d’Israele peccò con il vitello d’oro, il Sign-re volle punire il popolo nel modo più estremo, distruggendolo e creandone uno nuovo dalla progenia di Moshè.

Per Moshè questo era impensabile. “Se non li perdoni, disse, cancellami dal Tuo libro!” (Esodo 32, 32).

Il Ba’al HaTurìm ci ricorda l’insegnamento del Talmùd (Makòt 11a) secondo il quale una parola di un giusto, anche se espressa sotto condizione, viene comunque mantenuta. Nonostante la condizione (“se non li perdoni…”) non fu realizzata e D-o perdonò il popolo, le parole del giusto Moshè si sono comunque realizzate, seppure in minima misura, ed il suo nome è stato cancellato da una Parashà.

Un’altra spiegazione è offerta da Rabbì Nachùm Twersky di Cernobil (nel suo Me’or Enayim): La mancanza del nome di Moshè allude alla sua scomparsa che avvenne nel settimo giorno del mese di Adàr che cade sempre in prossimità della Parashà di Tetzavè.

Il fatto che il nome di Moshè manca nella parashà non rappresenta una debolezza ma una forza. La parashà apre dicendo “e tu comanderai il popolo d’Israele…” Chiaramente, questo “tu” si riferisce a Moshè stesso e così la parashà continua ad elencare le mitzvòt svolte da Moshè senza chiamarlo per nome.

Il nome rappresenta un’aspetto esteriore della persona essendo uno strumento per facilitare i rapporti con gli altri. Proprio perché Moshè era disposto a perdere tutto per il bene di Israele, viene messo in evidenza non con il suo nome, ma con la sua presenza e quindi con la sua essenza.

Questo è evidente dalle parole “e tu” che aprono la nostra Parashà. Si parla non delle sue manifestazioni esterne, ma del “tu” più profondo che trascende il solo nome.

rav Shalom Hazan

Chabad-Lubavitch di Monteverde

Protetto: Foto Gan Rivkà – 5-03-09

6 marzo, 2009

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La Casa

2 marzo, 2009

La porzione di Torà di questa settimana parla della costruzione della “Casa di D-o”, il Tabernacolo. Più specificamente, dei doni che il popolo fece per poterla realizzare.

Il tema centrale della Parashà, quindi ripresa anche nel suo nome, è “Terumà” – l’offerta. Sicuramente quando ci fu il comandamento Divino di costruire una casa per Esso, molti nel deserto si meravigliarono. Com’è possibile creare una dimora per il Creatore? Se anche fosse possibile sicuramente sarebbe al di là delle capacità umane farlo.

La risposta fu semplice: CostruiteMi una casa più o meno come la costruite per voi stessi. Infatti se guardiamo gli utensili centrali del Tabernacolo ci accorgiamo di questa similtudine.

I quattro elementi centrali sono: 1) il tavolo per il pane, 2) l’altare dei sacrifici, 3) la Menorà per l’illuminazione e 4) l’Arca Santa. L’Altare rappresenta la “cucina”, il Tavolo la “sala da pranzo”, la Menorà la fonte di luce e l’Arca rappresenta il luogo intimo di unione (nel Santo dei Santi, Kodesh Hakodashim, al quale accedeva solamente il Sommo Sacerdote e solamente una volta all’anno, a Kippur).

In effetti è come se il Sign-re ci dicesse: A Me non serve una casa, ovviamente. Serve a voi una “casa per Me” per potere sempre mettere in evidenza il fatto della Mia presenza tra voi.

Inoltre, in tutti i dettagli della vita, ciò che vedete come vostra esigenza, dovete anche vedere una mia esigenza. Ogni parte della vostra vita deve avere un “angolo” per Me. In questo modo anche la vostra parte sarà illuminata e raffinata.

Chiaramente, questo concetto vive nei nostri cuori e nelle nostre case, nonché nei “piccoli santuari”, come il Talmud si riferisce ai templi di oggigiorno.

Vi auguro uno Shabbat “illuminato”,

rav Shalom Hazan

Chabad-Lubavitch di Monteverde


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