Continua da I Miracoli Continuano
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]
Non avevo speranza di poter presto tornare da mia moglie e i miei figli, perché Odessa era caduta nella mani dei tedeschi e i civili non avevano la possibilità di viaggare lì. Il mio obiettivo immediato era di tenermi lontano dalle grinfie dell’esercito. Centinaia di migliaia di profughi stavano scappando verso le province asiatiche orientali della Russia. Oltre ad essere lontane dal fronte, il clima più mite migliorava le possibilità di sopravvivenza.
Salii su un treno merci strapieno di profughi, che avanzò sbuffando per parecchie settimane fino all’Uzbekistan, una repubblica sovietica a nord dell’Afghanistan. I normali treni per passeggeri erano tutti stati requisiti dall’esercito. La congestione e le inumane condizioni del viaggio, tuttavia, non mi affliggevano tanto quanto l’idea di stare viaggiando verso una destinazione estranea, lontano da tutte le persone che amavo.
Il treno arrivò a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan. Nella stazione centrale incontrai un ebreo di Odessa, che mi diede notizie che mi sollevarono il cuore: anche la mia famiglia aveva lasciato Odessa per andare in Uzbekistan, anche se lui non sapeva esattamente dove. Una strada che potevo tentare erano le unità di evacuazione, o Evakopunkt. Era un ufficio del governo che era stato creato per occuparsi della crescente ondata di profughi. Le sue possibilità erano però del tutto inadeguate di fronte alla montagna di lavoro di assistenza che era necessario. Mancavano le case, il cibo e il lavoro. La popolazione del posto era essa stessa afflitta dalla carestia, e all’inizio dell’inverno era già difficile trovare un pezzo di pane.
Vedendo le lunghe file in attesa, ogni speranza sprofondava, perché il pane disponibile bastava solo per i pochi fortunati all’inizio della fila. In seguito, tuttavia, la distribuzione del cibo venne organizzata meglio e furono date tessere annonarie a tutti gli abitanti. La razione giornaliera di pane era di soltanto seicento grammi per un lavoratore e quattrocento ciascuno per le donne e i bambini. Inoltre, questa razione veniva data solo a chi avesse un luogo dove abitare: una persona senza una dimora ufficiale non riceveva niente, ed era impossibile comprare altri cibi.
Il problema delle case era altrettanto acuto: un uomo era considerato fortunato se riusciva a trovare una stanza in una capanna diroccata. Data questa situazione, l’Evakopunkt non era certo in grado di tenere un registro degli indirizzi dei profughi, e la mia visita a loro non produsse nessun risultato.
Decisi di tentare un’altra città che aveva attirato migliaia di profughi, Samarcanda. Verso il tempo di Hanukkà trovai mio cognato Reb Mordechai Sternberg, che l’NKVD aveva tentato di arrestare a Kiev, ma anche lui non sapeva dove fosse la mia famiglia. Era stato nascosto, ma quando scoppiò la guerra e i profughi sciamarono verso est, lui e la sua famiglia erano scappati con loro.
Dopo ulteriori ricerche sentii dire che mia moglie era a Jizak. Sembra che quando i tedeschi arrivarono in vicinanza di Odessa gli ebrei che erano lì si trovarono di fronte a un dilemma: non sapevano se fosse meglio restare a Odessa, nella convinzione che i tedeschi non potevano essere molto peggiori dei russi, oppure fuggire e non sapere dove avrebbero trovato il prossimo pezzo di pane. La maggior parte degli ebrei, centinaia di migliaia, rimasero. Mio cognato Reb Dov, che era stato esentato dal servizio militare, fu terrorizzato dal pesante bombardamento di Odessa da parte dei tedeschi, e decise di scappare con la famiglia. Portò con sé mia suocera, mia moglie e i nostri due figli.

Cartolina di Registrazione come profugo della moglie dell'autore e le due figlie. Qui risulta residente a Jizak.
Arrivai a Jizak e finalmente la trovai! Ma in che condizioni di vita! Senza medicine e abitando in un insalubre garage, mio figlio Zushe era stato colpito dal morbillo con complicazioni ed era morto all’età di due anni. Fu un colpo terribile, e fui sopraffatto da un terribile senso di colpa e dalla tristezza. La notizia che avevo una nuova figlia, Chaya Sara, di tre settimane, servì a placare il dolore almeno minimamente.
Mia suocera stava aiutando mia moglie, ma dopo mesi di lotta per il cibo e per la casa, non stavano meglio di quando erano arrivati. Era inverno, era molto freddo, e alloggiavano in condizioni inumane, in un riparo senza finestre, con il pavimento di terra su cui in un angolo c’era il letto.
Ora seppi cosa era successo alla nostra famiglia dopo la chiamata alla leva mia e di Yaakov. Il mio cognato maggiore, Reb Dov, temendo il bombardamento, aveva deciso di scappare in Uzbekistan con la sua famiglia. Sua moglie aveva rifiutato di andare senza sua madre, e mia suocera non sarebbe andata per non abbandonare mia moglie, incinta e con due figli piccoli, sola a Odessa. La figlia minore di mia suocera e suo marito andarono in Uzbekistan, unendosi alla famiglia di Reb Dov. Reb Mordechai era nascosto in clandestinità a Kiev, e decise che sarebbe stato meglio nell’Est. Poi venne anche la moglie di Yaakov con i suoi bambini, visto che suo cognato stava lasciando Kiev.
La maggior parte della famiglia aveva lasciato Kiev e Odessa. Solo la moglie di Shalom aveva deciso di restare a Berdichev, perché era troppo difficile viaggiare da sola con conque figli. Anche la vedova di Avraham con i suoi sei figli maschi era rimasta a Odessa. Suo padre aveva sentito dire che molti profughi stavano morendo per le insopportabili condizioni di vita, e non voleva che lei affrontasse il rischio del viaggio. Inoltre credevano che, rimanendo a casa, i loro mariti sarebbero tornati. Tutti loro morirono all’arrivo dei tedeschi.
Non trovando alcun modo di guadagnarmi da vivere a Jizak, decisi di andare a Samarcanda da solo e cercare un lavoro e un piccolo appartamento. Arrivai dopo Purim del 1942. Lì incontrai un uomo che mi promise di darmi un lavoro nella città di Tashkent, che mi avrebbe fruttato un rinvio del servizio militare. C’era una legge a quel tempo che se una persona aveva un’esenzione dall’esercito, e andava in un altro posto, doveva rifare di nuovo tutti i controlli presso i medici di leva.
Dopo il nostro arrivo tuttavia il piano di quell’uomo fallì, lasciandomi in una posizione precaria – un giovane in età di leva, senza lavoro e senza esenzione. Certo, avevo ricevuto un’esenzione a Voronezh, ma le autorità facevano continuamente nuove chiamate alle armi, e gli esenti dovevano comparire di nuovo per ciascuna chiamata. Per peggiorare la situazione, fu approvata in quella settimana una nuova legge per cui chiunque viaggiasse da una città all’altra doveva avere un permesso dalla GPU. Se avessi richiesto un permesso mi avrebbero fatto fare un altro esame, da cui molto probabilmente sarei stato mandato dritto al fronte.
Continua. . .
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

La Scomparsa di Un Giusto
24 giugno, 2009ב”ה
Cari amici,
La data ebraica di stasera e domani è il tre di Tammuz. Secondo le nostre fonti è questa la sera durante la quale il leader Yehoshu’a (Giosuè) miracolosamente fermò il sole durante i combattimenti per la conquista della terra d’Israel.
Per molte persone, il sole si tornò a fermare in questo stesso giorno, quindici anni fà, quando l’anima del grande Rebbe, Rav Menachem Mendel Schneerson זצוקלל”ה נבג”מ זי”ע, tornò al proprio Creatore.
Il Rebbe
Uso la metafora del sole perché il Rebbe era una fonte di luce che illuminava continuamente. Illuminava con la luce della Torà, le sue esposizioni finora stampate in più di duecento volumi. Illuminava con la sua saggezza pratica, consigliando leader politici di tutti gli schieramenti, capi di stato, scienziati e medici. Più che altro penso che illuminava con la sua anima e la sua autenticità, un’illuminazione apprezzata da bambini piccoli e i più grandi scolari nella stessa maniera.
Come vuole la tradizione, durante questa giornata molte migliaia di persone si avvieranno verso il quartiere Queens di New York per visitare la sua tomba e per chiedere alla sua anima di intercedere per noi nel Cielo.
Altri vi manderanno i propri nomi e le proprie richieste per essere letti lì durante questo giorno propizio per la Berachà.
Propizio per la Berachà, la benedizone, perché secondo gli insegnamenti dei Maestri il giorno della scomparsa di un giusto, di uno Tzadìk, è un giorno nel quale anche, e sopratutto, nel Cielo vengono ricordate ed esaltate tutte le sue opere della durata della sua vita. Per un Tzadìk queste opere non sono per un fine personale ma solamente per il bene degli altri e per adempire la volontà Divina. Questo vuol dire che vi è un livello di purezza, di innocenza e di autenticità che è difficile trovare in persone comuni.
Vi invito a riflettere questo giorno su una cosa nella vostra vita che possa essere migliorata — nei rapporti con gli altri oppure nei rapporti con D-o stesso — e ad trovare una maniera appunto per migliorarla, nel senso pratico della parola e non solo con la sola volontà.
Cito un piccolo commento del Rebbe in un suo discorso pubblico, che ho citato l’altra sera alla serata di beneficenza: La parola “vita” in ebraico è Chaim che in realtà è plurale, come se si dicesse “vite” e non vita. Questo, ha detto il Rebbe, è perché la vita è tale solamente quanto è vissuta insieme e condivisa. Nella mancanza di questo, è come se mancasse la vita stessa.
Aggiungo a questo un’altro insegnamento che ho tratto non da un discorso specifico ma da tanti insegnamenti e dall’esempio stesso del Rebbe: Se vuoi ammonire qualcuno, fallo a te stesso. Tieni il sorriso per un’altra persona. Sii forte, ma con te stesso, e sii dolce con gli altri. Questo li avvicinerà ancora di più alle vie della Torà.
La sua opera, i suoi insegnamenti ed il suo esempio continuano ad illuminare.
…
Vi auguro un Shabbàt pieno di luce e una settimana colma di successo, materiale e spirituale.
Shabbàt Shalom,
Rav Shalom Hazan
Questa sera, mercoledì 24 giugno alle 20,45, storie e lezioni di vita dal Rebbe di Lubavitch.
26 giugno venerdì sera: 20,00
27 giugno shabbàt mattina: 9,30
27 giugno shabbàt sera: 19,30 minchà, pasto festivo e ‘arvìt
Il Kiddush è offerto dalla famiglia Moscati in onore del compleanno della figlia. Hazzak e Mazal Tov!
La Seu’dà Shelishìt all’uscita dello Shabbat è offerta dalla famiglia Calò per festeggiare le nozze della figlia Valentina con Alberto Zarfati. Hazzak e Mazal Tov!
Per offrire i prossimi Kiddush contatta Rav Shalom. Grazie!
Il lunedì 29 giugno alle ore 20, lezione di Tanya e Talmud per uomini.
La lezione del mercoledì 1° luglio è rimandata.
Per mandare una lettera con richiesta di Berachà che sarà letta presso la tomba del Rebbe, clicca qui.
Informazioni sul Rebbe
La Fatica delle Nostre Mani
La gente pensa che siccome D-o non è materiale, sicuramente si trova nel Cielo. Ma i cieli – e tutto ciò che è spirituale – sono creati da D-o, come la terra. Meno dissonante, più armonioso, più lucido – ciò nonostante si tratta sempre di sfere limitate.
D-o non si fa trovare data la capacità del luogo, ma per il Suo desiderio di trovarsi in quel posto. Il Suo desiderio è di farsi trovare nella fatica delle nostre mani per riparare il Suo mondo.
Nei Cieli c’è la luce di D-o. Nella fatica delle nostre mani si esprime Egli stesso, la fonte della luce.
– Il Rebbe di Lubavitch (adattato da rav Tzvi Freeman)
Etichette: rebbe di lubavitch
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