Trovai un lavoro a Tashkent per fare piatti per uso dell’esercito. Avendo esperienza con la creta dagli anni in cui fabbricavo mattoni, ero considerato un esperto nel campo, il che avrebbe comportato di registrare il mio nuovo indirizzo presso le autorità. Lavorai a questo nuovo lavoro per alcuni mesi, troppo spaventato per poter andare dalla mia famiglia, che nel frattempo si erano trasferiti a Samarkand, e troppo povero per poter mandare loro i soldi per venire da me.
Il giorno prima di Yom Kippur 5703 (1942) uscii dalla mia fabbrica per cercare una stanza in cui pregare. Incappai direttamente in una retata della polizia. La polizia stava setacciando la zona in cerca di disertori, e fermavano qualsiasi uomo vedessero. Uno mi ordinò di andare con lui, chiedendo di vedere la mia esenzione: era vecchia di un anno. “Aha!” disse. “Vieni con me dal mio comandante.” “Posso andarci da me,” protestai, “non ho niente da temere.”
Mentre ero in cammino per andare dal comandante, passai davanti alla porta della nostra fabbrica. Il direttore stava lì per impedire a chiunque di infilarsi dentro, ma mi riconobbe. “Questo lavora per noi” disse all’ufficiale, che quindi mi lasciò entrare. Aspettai dentro finché la polizia ebbe spinto la folla oltre la mia fabbrica.
Con un sospiro di sollievo, andai nella stanza e iniziai un Kol Nidrè molto sentito. Hashem continuava a proteggermi! Dopo quest’avventura con la polizia ero più determinato che mai a trovare un lavoro che mi procurasse un’esenzione ufficiale dall’esercito.
Un mio amico che era ingegnere mi consigliò di fare domanda per un lavoro nell’enorme Industria del Carbone Stalin, costruita sul monte Angren Shachstroy, a centoventi chilometri da Tashkent. Da quando la Germania si era impossessata delle miniere di carbone russe, la Russia aveva febbrilmente scavato l’Angren per sfruttare le nuove riserve di carbone che erano state trovate. Fu costruito lì un enorme complesso di miniere e fabbriche, con decine di migliaia di uomini con le loro famiglie che vivevano e lavoravano sul posto. Adesso c’era bisogno di qualcuno per produrre l’enorme quantità di piatti che servivano agli operai.
A Tashkent ero solo uno dei tanti che sapevano fabbricare piatti, mentre, sosteneva questo amico, nel complesso minerario del carbone Stalin, nell’Angren, sarei stato considerato un operaio altamente specializzato che serviva a soddisfare urgenti bisogni. Egli era in buona posizione per saperlo, perché dal suo ufficio di Tashkent era responsabile di tutto quello che avveniva nell’Angren. Armato della sua raccomandazione, mi avviai verso l’Angren.
Durante il viaggio dovetti uscire un momento dal mio compartimento, e quando tornai al mio sedile, tutti i miei averi erano scomparsi. C’erano il mio tallit e i miei tefillin, da cui non mi ero mai separato fin dal mio bar mitzvà, alcuni libri e una pagnotta. Avevo il cuore spezzato per aver perso i miei più preziosi averi.
Arrivai nell’Angren nel primo pomeriggio con una cinquantina di altre persone che venivano per lavorare. La prima cosa che avevo in mente era di trovare un paio di tefillin, e importunai ogni ebreo che incontrai per sentire se li aveva.
Presto divenni lo zimbello della città, con gente che mi domandava per deridermi se avessi trovato un paio di tefillin. Fu quindi naturale che quando una signora anziana mi fece una tale domanda io dissi: “anche lei si fa gioco di me?”. “No,” ella disse. “Sto cercando di aiutarti. E’ morto di recente un vecchio: il suo siddur è stato seppellito con lui, ma i suoi tefillin sono rimasti presso la sua famiglia.”
Mi diede un indirizzo in un villaggio vicino, dove trovai una donna con due figlie. “Mi dispiace di sentire che avete avuto una perdita in famiglia,” iniziai, “ma ho sentito dire che sono rimasti presso di voi i tefillin. Potreste per favore vendermeli?” Rifiutarono fermamente di separarsi da questo ricordo per qualsiasi somma al mondo. “Vi lascerò i miei documenti di identità per garanzia,” dissi, “se me li prestate soltanto finché non ne avrò un paio miei.” “No!” risposero categoricamente.
Pregai che mi lasciassero pregare con loro almeno una volta, sul posto. Divennero molto apprensive e sulla difensiva, timorose di passare i tefillin nelle mie mani. Chiamarono un vicino, anch’egli ebreo, che mi disse: “se è così che si sentono per il loro amato ricordo, allora non c’è niente da fare.”
Mentre cominciavo ad uscire, le udii dire al loro vicino: “questo giovane deve essere un tipo strambo! Chi ha bisogno di tefillin oggigiorno?”. Fu una grave delusione.
La fabbrica di piatti si trovava in un villaggio chiamato Ablik, a circa dodici chilometri dalla fabbrica Angren. Era unita a una piccola abitazione che potevo usare tutta da solo. Poiché il mio capo mi lasciava decidere da solo i miei orari, potevo osservare lo Shabbat senza essere disturbato.
Tra le decine di migliaia di lavoratori nella fabbrica di carbone Angren c’era un certo numero di profughi ebrei polacchi e romeni. Lavoravano tutti ad Angren, nessuno ad Ablik. Non c’era neanche nessun gentile russo con cui scambiare una parola in russo: la gente di questo piccolo villaggio parlava solo uzbeko.
Una domenica, che era giorno di mercato, passeggiai verso il mercato, dove vidi due uomini con pesanti cappotti che giacevano per terra. Dopo averli passati mi voltai a guardarli di nuovo. Uno di loro mi strizzò l’occhio e mi chiese in yiddish se ero ebreo. Fui contento di incontrarli.
Uno di loro era di Tarnopol, un ex-mercante chiamato Yoseph Margulies, l’altro un panettiere di Lodz. Dissi loro che ero di Odessa.
“Come sei capitato qui?” mi chiese Margulies. “Come ha voluto D-o,” risposi. “Davvero sei di Odessa? Un ebreo russo parla di D-o?” “Ebbene,” dissi “lo stesso D-o che governa la Polonia governa anche la Russia.” Sentendo questo, Margulies estrasse un paio di tefillin dalla tasca del cappotto e disse: “vedi, anch’io credo in D-o”.
Ne fui contento, perché per le due settimane precedenti ero stato senza tefillin. I due uomini poi mi dissero che erano stati nell’esercito e avevano contratto il tifo. Al momento in cui erano guariti ed erano stati dimessi dall’ospedale, erano stati congedati dall’esercito, a causa di un accordo col governo polacco in esilio di formare un esercito polacco. Tuttavia quando si presentarono al quartier generale dell’esercito polacco, furono mandati via con una scusa che non ricordo. La verità era che i polacchi non volevano ebrei nel loro esercito.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Lo Shemà
31 luglio, 2009Questa Shabbàt tradizionalmente è chiamato “Shabbàt Nachamù”. La parola Nachamù significa “siate consolati”, parola pronunciata e ripetuta dal profeta Isaia nel contesto della distruzione del 1° Tempio. Un messaggio di speranza e di redenzione che per tradizione si legge lo Shabbàt che segue il digiuno di Tishà beAv.
Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!
Rav Shalom Hazan
Questo versetto, conosciuto da ogni ebreo, ha come fonte la Parashà odierna, nella quale Moshè continua ad istruire e preparare il popolo d’Iisraele, ricordando loro anche gli eventi che li hanno portati a quel punto alla fine dei quarant’anni nel deserto trovandosi sulla soglia della Terra Santa.
Sono molti i commenti su questo versetto e la sua importanza. Cerchiamo di soddisfarci con alcuni di essi.
1) “Shemà Yisrael” significa “ascolta Israele”. Moshè parla al popolo dicendo loro di prestare attenzione alle parole importanti che sta per trasmetterli.
Vi è però un’allusione anche ad un’esperienza personale: Quando ogni ebreo, due volte al giorno, dice lo Shemà, in effetti è come se parlasse a se stesso, poiché il popolo si chiama Yisrael. Ognuno di noi dice quindi a se stesso, “Ascolta! D-o è nostro ed è unico”…
2) I caratteri scritti sul Séfer, il rotolo della Torà, hanno tre misure. La misura standard, le lettere di dimensione minore (come la Alef della prima parola del libro di Vayikrà-Levitico) e lettere di dimensione maggiore. Due di quest’ultime si trovano nel nostre versetto dello Shemà. La lettera ‘Ayin, l’ultima della parola Shemà, e la lettera Dalet, l’ultima della parola Echàd hanno dimensioni maggiori rispetto alle altre lettere.
Uno degli insegnamenti in riguardo: Messe insieme queste due lettere formano la parola ‘Ed, che significa “testimone”.
Il significato è doppio. Da una lato, leggere lo Shemà è una forma di testimonianza circa la presenza e l’unicità di D-o. Dall’altro canto, l’ebreo stesso, la sua esistenza, è un miracolo che testimonia la grandezza di D-o.
Il profeta Isaia, infatti, profetizza dicendo “Voi siete i Miei testimoni…” (Isaia 43, 10). Quando ci si chiede “qual’è la prova della Sua esistenza?”, basta guardare il Suo popolo, che nonostante la storia abbia cercato di annientarlo, rimane ancora in esistenza.
3) Le stesse due lettere, invertendo l’ordine, formano la parola Dà – “sappi”. Questo potrebbe alludere alla mitzvà di conoscere il Creatore (Devarìm 4, 39, vedi anche Cronache I 28, 9).
Il senso è che a parte l’obbligo di credere in D-o, ossia il concetto della fede, nell’ebraismo siamo anche portati a studiarlo, dalle fonti giuste, e quindi di “conoscerlo” per quanto questo sia possibile.
La differenza tra la sola fede e quella accompagnata dallo studio approfondito si esprime anche nel nostro comportamento.
Non esiste in realtà il non credente, ma la fede spesso rimane “in sospeso” in un vuoto tra l’anima e la persona, non sempre, quindi, si esprime nelle azioni.
Solo quando è accompagnata dallo studio e la conoscenza, la fede fiorisce e produce buoni frutti.
di Rav Shalom Hazan
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