Continuai a parlare in tal modo finché si convinse completamente. Dopo un po’ mi diede la mia pratica e disse: “Vedo che sei un uomo onesto. Puoi tenere le tue carte tu stesso per il viaggio di domani. Viaggerò anch’io con te domani, ma in caso non ci fossi, va’ da solo.” E se ne andò.
Il giorno dopo non si fece vedere. Io presi il treno per Tashkent e arrivai all’ufficio di leva. Era completamente vuoto, perché era partito un grande trasporto proprio il giorno prima. C’era solo uno stanco supervisore seduto alla scrivania. Io posai le mie carte, ma lui non le aprì.

Gruppi di soldati sovietici in partenza per la fronte.Foto: wwiiphotos.blogspot.com
Alzò lo sguardo stancamente e mormorò: “Oh, tu sei uno di quei profughi polacchi arruolati per il lavoro.”
Posò da una parte la mia pratica, riempì un modulo e mi mandò in una fabbrica per un lavoro di tre giorni, ordinandomi di tornare dopo tre giorni per l’assegnazione del prossimo lavoro. Mi diede una tessera per la razione di cibo e me ne andai.
Invece di trattarmi come un disertore, mi aveva miracolosamente scambiato per un profugo e mi aveva dato documenti adatti a quel ruolo.
Era venerdì pomeriggio. Con tre giorni disponibili per la ricerca di un’esenzione permanente dal servizio militare, mi proponevo di cercare il mio amico ingegnere; forse ora avrebbe potuto aiutarmi.
Mentre stavo sull’autobus, udii qualcuno gridare: “Aaron! Cosa fai qui?”
Era un ebreo anziano che mi aveva riconosciuto. Gli raccontai le mie peripezie. “Va’ da Rav Twersky, il Rebbe di Machnovke,” mi consigliò. Si trattava dello stesso Rebbe di cui non avevo ascoltato il consiglio due anni prima! (Vedi Cap. 30: Occasione Mancata) Il Rebbe di Machnovke aveva condotto centinaia di chassidim via dalla sua città di Machnovke. Negli anni trenta, quando aveva visto che i comunisti stavano prendendo sempre più potere a Machnovke, si era trasferito a Mosca. Poi, durante la guerra, era fuggito a Tashkent. Manteneva regolarmente un minyan (gruppo di persone riunite per la preghiera, NDR) in casa di sua sorella, e molti ebrei chiedevano il suo aiuto e il suo consiglio.
Io cambiai direzione e mi diressi a casa del Rebbe. Arrivai lì di la vigilia dello Shabbàt che precede Pesach (‘erev-Shabbat “haGadol”).
Ascoltò il mio problema e organizzò in modo che sua moglie mi accompagnasse alle sei del mattino seguente a casa di un ebreo comunista che dirigeva un intero distretto di fabbriche dell’esercito. Normalmente ci voleva una settimana o più solo per ottenere un appuntamento per incontrare quell’uomo.
Il direttore aveva un caldo cuore ebraico nonostante l’affiliazione al partito, e quando sentì la mia storia disse: “se hai una nota che testimonia che sei stato mandato alla divisione del lavoro, per me va bene assumerti, e il resto lo sistemerò io. Ricordati, se incontri un ufficiale dell’ufficio leva o dell’esercito, digli solo che stai con me e che io ho tutti i tuoi documenti.”
Andai alla sua fabbrica alle nove e feci domanda al personale. Loro chiamarono il direttore, che firmò che aveva già preso in carico i miei documenti. Era un’iniziativa pericolosa per lui, ma la fece lo stesso. Quest’uomo e sua moglie, che ancora risiedono in Russia, si diedero da fare anche per molti altri ebrei. Nessun sacrificio era troppo grande ai loro occhi quando si trattava di carità e buone azioni.
Quando il direttore mi chiese che tipo di lavoro volevo, gli dissi che non faceva differenza, purché mi consentisse di rispettare lo Shabbat. Una settimana dopo Pesach del 1944, mi trovò un lavoro come guardiano in un magazzino di utensili dell’esercito. Mi trasferii con la mia famiglia in una piccola capanna dove rimanemmo fino alla fine della nostra permanenza a Tashkent, nel 1946. Avevamo come vicini gli Slavin (vedi cap. 27: I Miracoli Continuano), che erano anche loro fuggiti a Tashkent.
I miei orari giornalieri cambiarono. Lavoravo nel turno notturno nella fabbrica e venivo a casa la mattina. Stavo con le mie due figlie, ora di sei e tre anni, mentre mia moglie si occupava della spesa e di altre necessità.
In una mattina d’inverno mi addormentai mentre tenevo le bambine. Invece di lasciarmi fare un pacifico sonnellino, cominciarono a piangere e non smettevano più. “Perché fate tutto questo baccano?” gridai stordito, “lasciatemi dormire!” Ma loro continuavano a piangere. Mi faceva male la testa per la stanchezza, ma quando vidi che non sarebbero state zitte, dovetti alzarmi e vedere qual era il problema. Mi alzai, ma la testa cominciò a dolermi terribilmente e caddi sul pavimento. Mi sembrava come se qualcuno mi avesse colpito sulla testa. Tentai di alzarmi, ma caddi di nuovo, e questa volta non potei più alzarmi. Mi trascinai fino alla porta con la sensazione che il fumo mi stava soffocando. Non avevo neanche la forza di afferrare una delle bambine. Ebbi appena la forza di raggiungere la porta, aprirla e ruzzolare giù nella neve. L’aria fredda inondò la casa, mentre ne usciva fumo. Inspirai rapidamente l’aria mentre mi aggrappavo alla neve. Raccogliendo tutta la mia forza, gridai a un passante di entrare in casa e vedere se le mie figlie stavano bene. Chiesi poi a un secondo passante di bussare alla porta del mio vicino Reb Zev Slavin e chiedergli di occuparsi delle bambine. Grazie a D-o fummo salvati.
Mia moglie aveva acceso la stufa, ma il carbone non aveva preso fuoco bene, e il fumo aveva riempito la casa. Il fumo aveva riempito i miei polmoni mentre dormivo, e quelli delle mie figlie. E’ stato il loro pianto che ci ha salvato, Hashem ci aveva di nuovo tirato su dall’abisso della morte: mi aveva salvato dai nemici umani e continuava a proteggermi contro tutte le minacce alla mia vita.
La mia vita prese una nuova piega. Tashkent era una metropoli e ci vivevano migliaia di ebrei del posto. Il Rebbe di Chabad aveva inviato emissari anni prima per istruire questi ebrei di Buchara (Si tratta del Rebbe Shalom Dov Ber Schneersohn di Lubavitch, 1866-1920. NDR). Avevano tutte le attrezzature comunitarie – un mikvè, uno shochet, i rabbini – e osservavano apertamente le regole della kasherut e le feste ebraiche.
Ricordo ancora come uscivano dopo il Seder nella notte di Pesach con i loro migliori vestiti e danzavano nel cortile. Questo ambiente ebraico rendeva le cose più facili per le centinaia di migliaia di profughi ebrei che erano fuggiti lì. Mettevamo in comune tutto il cibo che potevamo. Nel 1944 avevamo pane e potevamo perfino procurarci verdure e un po’ di frutta. Qualche volta c’era riso e perfino pollo per Shabbat.
Dopo quattro mesi come guardiano dovetti lasciare quel lavoro. Il mio direttore ebreo si era messo nei guai e aveva dovuto fuggire. Senza il mio protettore, restare in quella fabbrica era un rischio senza senso.
Continuavo a sentire la presenza di Hashem dovunque andassi. Un amico pagò il dottore dell’esercito per farmi dare un’esenzione dal servizio di combattimento, ma fui di nuovo arruolato per il lavoro nell’industria di guerra. Con questa nuova esenzione fui in grado di ottenere un posto in una fabbrica che produceva maglieria per l’esercito. Un altro amico, Reb Pinchas Sudak, mi aiutò a comprare una macchina per produrre calzini. I direttori erano chassidim di Chabad, Reb Moshe Sudakevitch e Reb Zusia Rivkin. Essi impiegavano molti chassidim ed altri ebrei religiosi nella loro fabbrica, e naturalmente non li facevano lavorare di Shabbat. Avevano perfino organizzato un corso serale di Ghemarà, tenuto da Reb Moshe Shalit.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
I superstiti del Diluvio
23 ottobre, 2009Cari Amici,
Vi auguriamo un Shabbàt Shalom,
Rav Shalom e Chani Hazan
Shabbàt al Tempio – Le Lezioni della settimana
Orari delle Tefillòt per Shabbàt 23-24 ottobre:
23 ottobre venerdì sera: 18,00
24 ottobre shabbàt mattina: 09,30
Il Kiddush è offerto da Valentina Calò e Andrea Anticoli.
Per offrire i prossimi Kiddush gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!
lunedì 26 ottobre Tanya e Talmud: 20,00
mercoledì 28 ottobre Pensiero Ebraico: 20,30
I Superstiti del Diluvio
Nel Midràsh si narra un’episodio accaduto nell’arca, la Tevà, mentre questa vagava sulle acque durante il diluvio universale. Noach (Noè), che aveva il compito di dare da mangiare alle bestie, un giorno portò il cibo del leone troppo tardi. Il leone affamato lo colpì e Noach rimase zoppo.
Tuttavia ciò non fece sì che Noach perdesse la pazienza e smettesse di fare il suo compito. Il giorno dopo continuò a nutrire tutti gli esseri viventi dell’Arca, anche coloro che non dimostravano l’apprezzamento per la sua opera…
Qui si nasconde una lezione di vita per ognuno di noi.
Così come Noach era un superstite dal diluvio, ognuno e ognuna di noi è un sopravvissuto al diluvio terribile dell’ultima generazione.
Nello stesso modo che Noach ricevette un’istruzione Divina di dare il cibo agli animali, ognuno di noi ha l’obbligo di nutrire, con cibo spirituale, gli ebrei in tutto il mondo.
La Torà dice che Noach era un uomo giusto ed aveva anche il merito di essere scelto come colui che avesse salvaguardato la continuità dell’umanità. Nonostante tutto ciò, vediamo che esce dall’arca con una ferita.
È una lezione per tutti noi: delle volte ci troviamo davanti a degli ostacoli che impediscono lo svolgimento della nostra missione. La Torà ci allude, quindi, che dobbiamo imparare da Noach e non lasciarci fermare anche quando un leone ci si mette davanti…
Ricordiamo che non abbiamo il permesso di “tardare il nutrimento” di qualsiasi persona e nonostante le difficoltà che ci vengono incontro non possiamo scordare il prossimo sopravvissuto.
Di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
Questa è una fotografia vera di un modello del Bet Hamikdàsh, il Santuario, a poche centinaia di metri dal Monte del Tempio.
Sintesi della Parashà
1. Descrizione della personalità di Noakh e della situazione negativa del mondo. D-o decide di distruggere gli uomini salvando solo Noakh e la sua fmaiglia. Ordina di costruire l’arca e di raggrupparvi gli animali.
2. Cronologia del Diluvio.
3. Fine del diluvio. Ordine di uscire dall’arca. D-o promette di non distruggere più il mondo. Ordine all’umanità di prolificare.
4. Vicende dopo il diluvio.
5. Discendenze dei figli di Noakh.
6. Torre di Babele. Gli uomini decidono di costruire una torre alta fino al cielo per combattere il Creatore. D-o li disperde e confonde le loro lingue, in modo che non si capiscano più. Nascita delle lingue del mondo.
7. Discendenza di Shem, figlio di Noakh, fino ad Avrahàm.
(adattato dal Khumash Bereshìt edizione Mamash)
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