Archivio per novembre 2009

Educazione: Casa o Scuola?

27 novembre, 2009

Chi ha la responsabilità maggiore nell’educare le nostre prossime generazioni, i genitori o i maestri? La casa o la scuola? Mentre la logica ci detta che sono i genitori coloro che dovrebbero assumere la maggiore responsabilità, le azioni del pubblico parlano un’altra lingua. Scuola, programmi dopo-scuola, babysitter, PlayStation e Wii, fanno sì che genitori a volte vivono vite paralleli che si incrociano sempre di meno.

Questa settimana leggiamo il racconto di Giacobbe, Ya’akòv, esce dalla propria casa per arrivare in un paese per lui nuovo e strano. Arrivato alla città dello zio Labano, la città di Charàn, Ya’acòv non trova nessuna persona di fiducia. Suo zio, Lavàn, lo aveva ingannato. Lui comunque non perse la sua fede in D-o

Per molti anni lavorò duro e alla fine venne ricompensato, anche con la ricchezza, ma più importantemente con figli che seguono la via del loro padre, del nonno Yitzchàk e del bisnonno Avrahàm.

Da questa storia emerge un fatto sorprendente. Avrahàm ebbe un figlio che lo seguì ma anche un’altro che non lo fece, Yishmaèl. Anche Yitzchàk ebbe un figlio, Esaù, che non seguù la strada da lui indicata Sia Avrahàm che Yitzchàk allevarono i propri figli nella Terra Santa ma ciò non funse da garanzia per il loro benessere spirituale. I figli di Ya’acòv, da’altro canto, nacquero in “esilio”. Egli lavorava molto, anche di notte, e al tempo stesso dovette stare attento all’educazione dei figli e delle figlie in un ambiente estraneo che non conosceva il modo di vita di Avrahàm e Yitzchàk.

Nonostante tutto ciò, è proprio lui che meritò una progenia di giusti. La storia di Ya’acòv si rispecchia anche nella storia dei suoi nipoti in tutte le generazioni. Non è tanto il luogo nel quale ci troviamo quando il comportamento e il modo di vita che portiamo avanti che garantisce la continuità.

La Terra Santa di per sé non garantisce la santità dei suoi abitanti. Genitori che hanno la saggezza di trovare più tempo per i propri figli hanno poi la possibilità di godere di una posterità che li porta onore in qualunque luogo si trovino.

di rav Shalom Hazan

Yisrael, Unico Superstite

26 novembre, 2009
Continua da la Creazione, Versione Sovietica
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?

I chadorim durarono fino a settembre del 1946, e cioè per tutto il tempo in cui i chassidim di Chabad ed io rimanemmo a Tashkent. Non avemmo mai uno spiacevole incidente, grazie alle strette misure di sicurezza che avevamo adottato. È anche possibile che le autorità abbiano scelto di chiudere un occhio finché c’erano in Russia i profughi dalla Polonia, pensando: “Non sono il nostro popolo, sono polacchi.”

Molti dei bambini che hanno studiato nei nostri chadorim stavano ancora osservando tutte le mitzvot che potevano, quando emigrarono dalla Russia trent’anni dopo. Alcuni di quelli che si sono stabiliti in America e in Eretz Israel hanno perfino mandato i loro figli nelle yeshivot.

Nel 1945, dopo che i russi erano avanzati in Polonia, incontrammo alcuni ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Avevano terrificanti storie da raccontare. Ormai non potevo avere più dubbi su quello che era avvenuto ai membri della mia famiglia.

Una notte sognai mia madre che stava in piedi davanti a me. Tremando le chiesi cosa era successo a mio fratello. “È stato ucciso,” rispose, e poi scomparve.

In un altro sogno, nel 1945, vidi che dormivo in un’aula vuota di un cheder. Mio padre e mio fratello erano sdraiati dietro di me. Desideravo parlare con loro, ma non potè uscirmi neanche una parola. Alla fine, sforzandomi, dissi: “Cosa è successo?”

“Ci hanno torturati.”

Io chiesi: “Quando?”

Rosh Chodesh Elul.”

“Di giorno o di notte?”

Mio padre disse: “Di notte,” ma mio fratello rispose: “era ancora giorno.”

Mi svegliai scosso e andai dal Rebbe di Machnovka, Reb Avraham Yehoshua Heschel Twersky, a cui avevo già chiesto consiglio altre volte.

“Devo osservare Rosh Chodesh Elul come yahrzeit (anniversario, ndt),” gli chiesi, “anche se non mi è giunta nessuna notizia certa della loro morte?”

Il Rebbe pensava che fosse ancora troppo presto per definire una data. Io decisi di osservare Rosh Chodesh Elul come yahrzeit provvisorio, con gli yahrzeit futuri dipendenti dalle notizie che avrei potuto ricevere.

Quando giunsi a Mosca alla fine dell’estate del 1946, incontrai amici originari di Zevihl che portarono notizie devastanti. L’intera comunità ebraica di Krasnostav era stata spazzata via il sei di Elul. Solo due bambine erano sopravvissute, la figlia di Velvel Kelrich e la figlia del gabbai Yerachmiel. Erano scappate nella foresta vicina. Gli ottocentocinquanta ebrei della nostra città erano stati uccisi in una fossa. Perfino una famiglia che si era convertita prima della guerra fu uccisa insieme agli altri. Anni dopo, la figlia di Kelrich mi disse che subito prima dell’esecuzione mio padre aveva parlato con sentimento a tutti gli ebrei e che lui era stato il primo a essere colpito dai proiettili.

L’angoscia che provai fece dolere il mio cuore per molti mesi. Avevo già saputo che mio cognato Lezar Pinski era morto di tifo a Mosca. Di tutta la mia intera famiglia, ero l’unico rimasto.

Nel mezzo dell’inverno del 1945 sentii bussare alla porta. Davanti a me stava un estraneo sfinito, smunto, pallido e dall’aspetto malato.

“Aaron!” disse. “Grazie a D-o ti ho trovato!”

Fissai l’uomo, che per me era completamente irriconoscibile.

“Sono io, Yisrael Friedman, il figlio del fratello di tua moglie,” disse.

Israele, 2008: Yisrael Friedman mentre scrive una lettera in un Sefer Torà dedicato alla memoria dell'autore

“Yisrael, do-dov’è tua madre… Aarele… dove sono i tuoi fratellini?”

“Aaron… sono l’unico rimasto.”

Pur avendo solo vent’anni, ne dimostrava trentacinque: era talmente estenuato!

Ciascuno di noi l’unico sopravvissuto della sua famiglia, ci abbracciammo e piangemmo.

Portai Yisrael in casa, dove mia moglie gli offrì del cibo. Entrambi piangevamo per lui. Che brutto aspetto aveva, com’era gonfio per la fame, e che orrori erano accaduti alla sua famiglia! Le terribili sofferenze che aveva passato lo avevano fatto invecchiare. Era debole per mancanza di cibo, per il duro lavoro e le percosse.

Yisrael raccontò che poco dopo che i tedeschi avevano occupato Odessa, i partigiani avevano fatto esplodere il palazzo centrale del G.P.U., che veniva usato come quartier generale dei tedeschi, uccidendo decine di soldati nazisti. Per rappresaglia i tedeschi avevano riunito decine di migliaia di ebrei e li avevano massacrati in massa. Aarele era morto in quel massacro.

Poi i tedeschi cominciarono ad effettuare retate nelle case per reclutare i giovani per il lavoro forzato. Yisrael, che aveva sedici anni, fu preso, insieme col figlio di un loro vicino e altri cinquanta. Fecero un duro lavoro per i tedeschi per tutto quel giorno. In quel fatale primo pomeriggio, tuttavia, fu scoperto che uno dei giovani era scappato. I tedeschi decisero di punire tutti di quel gruppo: li portarono a uno stretto fosso e fecero inginocchiare i ragazzi dentro il fosso. Yisrael si era preparato e stava già dicendo lo Shemà e il Viddui, quando cominciarono i colpi. Il sangue cominciò a sgorgare, e presto riempì il canale raggiungendo il collo dei ragazzi. Poi i tedeschi si avvicinarono e colpirono ogni testa con il calcio del fucile per vedere se qualcuno di loro era ancora vivo. Soddisfatti del lavoro compiuto, se ne andarono.

Yisrael miracolosamente non fu colpito, ma era troppo spaventato per muoversi. Aspettò diverse ore prima di tirar fuori con cautela la testa dal fosso. Il campo era completamente deserto, eccetto per qualcosa di molto lontano: i tedeschi stavano svuotando una raffica di proiettili su un altro gruppo di vittime. Abbassò subito la testa e rimase nel fosso fino a che non fu più in vista nessun tedesco. Alla fine uscì lentamente e controllò gli altri corpi nel fosso. Erano tutti morti eccetto un ebreo che era stato gravemente ferito. Yisrael lo aiutò a uscire e lo sorresse finché l’uomo zoppicò fino a casa.

Lungo la via incontrarono una donna non ebrea e la pregarono di dare loro vestiti puliti, perché i loro erano impregnati di sangue. Ma la donna fuggì. Non c’era nessun altro per strada. Yisrael lasciò l’uomo a casa sua e tornò presso la sua famiglia. Entrando nel cortile incontrò la madre dell’altro ragazzo che era stato reclutato con lui.

“Dove eravate?” ella chiese ansiosa.

“Io ero nel mattatoio,” lui mormorò evasivamente. “Non hanno lasciato andare tutti a casa.”

“Se li corrompo,” disse lei, “pensi che lasceranno venire a casa mio figlio?”

Yisrael non sapeva cosa dirle. Lui era stato il suo unico figlio.

Yisrael stette attento a non incappare in ulteriori retate nelle case. I fratelli più  piccoli stavano di guardia, e quando i tedeschi si avvcinavano, si nascondeva dietro un armadio. Alla fine venne il giorno in cui tutti i rimanenti ebrei furono riuniti e costretti a marciare in quello che sembrava un viaggio senza fine. Con minime razioni di cibo e nessuna assistenza medica, lo sforzo fisico si rivelò eccessivo per i prigioneri, già emaciati e deboli. Uno alla volta, i fratelli di Yisrael morirono. Yisrael era stato l’unico superstite.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Sfogarsi o Non Sfogarsi?

19 novembre, 2009

Il sig. Rossi tra poco arriverà a casa tardi dopo una giornata di lavoro. Ormai è “stracotto” ed è pronto a rilassarsi…sfogandosi con la propria moglie dal momento che varca la soglia della porta.

La sig.ra Rossi, stanca anche lei da una giornata di lavoro ed altri impegni, aspetta l’arrivo del marito per rilassarsi..sfogandosi con lui.

Basta leggere questo e sappiamo già come andrà a finire la serata a casa Rossi…

E’ giusto sfogarsi con il prossimo? E’ legittimo considerare il proprio marito / la propria moglie un bersaglio sul quale lanciare il proprio sfogo?

Secondo il Rebbe di Lubavitch un’episodio raccontato nella Parashà di questa settimana allude ad una risposta a questa domanda.

Rivkà (Rebecca) rimane incinta dopo molti anni di attesa solo per vivere una gravidanza estremamente difficile. Non sapendo come interpretare questa benedizione coperta di grande difficoltà, Rivkà và alla ricerca di qualche indicazione profetica per trovare un po’ di tranquillità.

Secondo le fonti midrashiche (riportate anche da Rashì in loco) Rivkà si reca dai maestri Shem (figlio di Noach) ed ‘Ever (nipote di Shem) i quali trasmettevano fedelmente la tradizione divina trasmessa da Adamo ed Eva fin dall’inizio di tutto.

Fatto alquanto strano dato che Shem non risiedeva nelle immediate vicinanze, suggerendo quindi che Rivkà abbia intrapreso un viaggio per consigliarsi con esso, nonostante abbia “dentro casa” la possibilità di consultarsi con due grandi potenze spirituali nelle persone di Abramo ed Isacco!

Questo racconto ci indica, secondo il Rebbe in un suo commento sulla Parashà, quanto sia importante considerare attentamente i sentimenti degli altri, sopratutto le persone che ci sono più vicine. La disperazione di Rivkà avrebbe potuto recare un profondo dispiacere al marito. Lei evita quindi di coinvolgerlo e cerca una risposta altrove.

Il sig. Rossi bussa* alla porta ed entra sorridente. “Com’è andata la tua giornata, cara?” “Abbastanza bene”, gli risponde la sig.ra, “vogliamo cenare prima? Poi ci sarà tempo per parlarne”…

di rav Shalom Hazan

*Non è un errore: secondo la Halachà (legge ebraica) anche entrando nella propria casa bisognerebbe bussare o comunque pre-annunciare la propria presenza, per evitare di cogliere di sorpresa chi si trova a casa.

La Creazione, Versione “Sovietica”

19 novembre, 2009
Continua da Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?

Sia il rebbe [maestro. NDR] sia i bambini sapevano perfettamente che insegnare e studiare in un cheder era severamente proibito, ed erano preparati su cosa fare in caso di una visita inaspettata. Ciascun cheder aveva un posto segreto dove nascondere i libri ebraici e un posto dove venivano tenuti dei giocattoli da usare in caso di bisogno. Un giorno d’inverno un intelligente ragazzo di quattordici anni si accorse che ufficiali dell’NKVD si stavano avvicinando al palazzo: in un attimo le Ghemarà sparirono, il ragazzo trascinò un albero di tronchetto rinsecchito dall’angolo e, quando gli ufficiali entrarono nella stanza, trovarono una folla di bambini che spingevano Reb Zalman Leib verso un albero di tronchetto, prendendolo in giro e dicendo: “Guarda! Abbiamo trovato un Babbo Natale!”

“Vergognatevi!” li rimproverarono gli ufficiali, “non avete altro da fare che torturare un vecchio? Lasciatelo stare!”

Loro cessarono la recita, e gli ufficiali se ne andarono soddisfatti.

Una volta accadde che il Rav di Charkov e suo genero Reb Yaakov Friedman ci mandarono il figlio di un loro amico e vicino. Il giorno dopo il bambino portò con sé un amico. Qualche giorno dopo la nonna del secondo bambino, una donna proveniente dalla Polonia, venne e domandò a Reb Asher Zelig: “Il governo vi ha dato il permesso di insegnare il queste condizioni? Guardate questa stanza! È antigienica! E guardate! Questi testi sono vecchi e ammuffiti. È così che insegnate a dei bambini? Se non mi fate vedere la vostra licenza di insegnamento dovrò parlare di voi alle autorità.”

Reb Asher Zelig si impaurì e disse alla donna che avrebbe chiuso il cheder dopo pochi giorni comunque. Smise di insegnare e venne a parlare con me: “Temo che presto ci sarà una delazione su di noi!”

“Aspetta un attimo,” gli risposi, “sistemeremo le cose.”

Dissi a Reb Yaakov di dire ai genitori del suo vicino che il cheder era stato chiuso e di non mandare più i due ragazzi. Pochi giorni dopo riaprimmo e tenemmo aperto il cheder fino a quando i profughi ripartirono dopo la guerra.

Nel cheder c’era un giovane proveniente dalla Russia chiamato Kogan. Sua madre era cognata di Aaron Kaganovich, fratello di Lazar Kaganovich, uno dei principali consiglieri di Stalin. Suo marito era stato un famoso leader comunista, ma Stalin lo aveva brutalmente assassinato durante le purghe del 1938, e lei era scappata a Tashkent con suo figlio durante la guerra. Considerando le sue parentele, avevamo paura di ammettere suo figlio sedicenne nel nostro cheder, ma le nostre paure si rivelarono infondate: dopo che questa donna aveva visto come i suoi stessi fratelli e sua sorella non avevano fatto niente per salvare suo marito che era stato condannato ingiustamente, era divenuta amaramente delusa del comunismo.

Nel cheder suo figlio progredì rapidamente e raggiunse rapidamente il livello in cui avrebbe potuto studiare Ghemarà. A quel punto decise immediatamente di farsi circoncidere. Vedendolo in tali dolori dopo l’operazione, sua madre cominciò a piangere, ma lui le diede la mano e disse: “Di chi è la colpa del fatto che devo affrontare tutto questo adesso?”

Questo giovane continuò per molto tempo a studiare con Reb Zalman Leib.

Per verificare i progressi dei bambini, andavo spesso nei chadorim armato di un pacco di caramelle. Una volta visitai il cheder di via Sutzgorodok dove insegnava Reb Asher Zelig. Essendo il nipote dello tzaddik Reb Shmuel di Kaminka, Reb Asher conosceva molto bene il russo, il che era un considerevole vantaggio perché i bambini dai sei agli otto anni non sapevano l’yiddish. Aveva cominciato insegnando ai bambini l’alef-bet ed era andato avanti con lo studio del Chumash.

Chiesi ai bambini nella sua classe: “in quanti giorni Hashem ha creato il mondo?” “Sei!” risposero. “E quando si riposò?” “Il settimo giorno”. “Molto bene,” sorrisi. “E ora sapete dirmi cosa fu creato in ciascun giorno?”

Gli alunni cominciarono a contare sulle dita mentre recitavano: “Il lunedì Hashem ha creato il cielo e la terra e la luce; il martedì ha creato le acque…”

C’era qualcosa di sbagliato. Di domenica Hashem aveva creato il cielo e la terra, il lunedi le acque, etc. Avevano spostato in avanti il conto dei giorni di uno.

Allora chiesi loro: “E quando Hashem si è riposato da tutto il suo lavoro?” “Di domenica!”

Rimasi sconvolto: cosa avevano studiato quest bambini? Mi voltai verso l’insegnante. “Reb Asher” gli chiesi “che cosa hai fatto? Stai insegnando loro il cristianesimo? Che cosa sta succedendo qui?”

Presto capimmo cosa era successo. Siccome non aveva insegnato loro i nomi russi dei giorni della creazione, i bambini avevano immaginato che il primo giorno della creazione fosse il primo giorno della settimana in Russia, che è il lunedì. In Russia la domenica, giorno ufficiale di riposo, è considerato l’ultimo giorno della settimana.

Fui contento di aver scoperto questo errore, che avrebbe potuto restare in questi bambini per il resto della loro vita. Per tutto quel mese Reb Asher ripassò con loro i giorni della creazione in russo, parlando intanto con i ragazzi della santità dello Shabbat, e di come si deve cessare dal lavoro in quel giorno.

Stavo intanto lavorando anche su un altro fronte, facendo entrare i bambini nel patto del nostro antenato Abramo. Per molte generazioni il brit milà era stato una delle poche pratiche ebraiche a cui anche gli ebrei assimilati non avevano rinunciato, solo negli anni del terrore comunista questa mitzvà era stata abbandonata per l’ignoranza dell’ebraismo, la paura di essere accusati di attività antisovietiche e la difficoltà di trovare un mohel. Ora, però, che il Paese era occupato nello sforzo bellico, e la persecuzione religiosa era stata temporaneamente alleviata, vedemmo l’opportunità di correggere la situazione.

Alcuni individui che si occupavano della Comunità ed io cominciammo a istruire i profughi ebrei sull’importanza di questa mitzvà. Circoncidemmo decine di bambini.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent

© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Sefer Torà ricorda Mumbai

13 novembre, 2009

Questo weekend si svolge nella sede di Brooklyn la riunione annuale di circa 5,000 emissari del movimento Chabad Lubavitch nel mondo.

E’ stato scritto e inaugurato un Sefer Torah in memoria di Rav Gabriel e Rivka Holzberg, direttori del centro Chabad di Mumbai, e di tutte le vittime del massacro dell’anno scorso.

Alcune immagini della festività ieri sera a Brooklyn:

rav Yehuda Krinsky, segretario del Rebbe e attualmente direttore delle organizzazioni a capo del movimento Lubavitch, mette la corona sul Sefer.

Rav Yehuda Krinsky, segretario del Rebbe e direttore del consiglio mondiale Lubavitch, mette la corona

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Rivestimeno del Sefer
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rav Shimon Rosenberg, padre di Rivka, scrive una delle ultime lettere.

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rav Nachman Holzberg, padre di rav Gabi

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rav Rosenberg alza il Sefer (Hagbaha)

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Il Sefer viene portato con canti e balli al tempio del Rebbe

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Il Sefer Torà del Rebbe "viene incontro" a quello nuovo

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Le Hakafot (balli con tutti i Sefarìm)

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13 novembre, 2009

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Forestiero e Cittadino

13 novembre, 2009

“Sono un forestiero e un cittadino”. E’ un po’ strano presentarsi in questo modo… “Ma sei cittadino o sei forestiero?!” gli potremmo rispondere…

Ebbene, il nostro padre Avrahàm (Abramo) si presenta in questa maniera al popolo dei Khittei (gli ittiti), avviandosi in una trattativa per l’acquisto di un terreno per seppellirci la moglie Sarah.

Una lettura attenta del testo ci rivela una trattativa che va oltre quella semplice per “l’affare” coinvolto. In effetti è un mini-dibattito culturale.

“Datemi una proprietà di sepoltura affinché io seppellisca il mio morto”, chiede Avrahàm. I Khittei rispondono, sorpresi, come a dire “ma che domanda”, se sei un cittadino è ovvio che usufruisci dei servizi di base offerti a tutti i membri della società, tra i quali quello di poter seppellire i propri morti. “Nessuno di noi ti negherà la propria tomba” gli rispondono gli abitanti del posto.

Ma Avrahàm non accetta la proposta offertagli, esso vuole un terreno specifico e vuole pagare “prezzo pieno, come proprietà di sepoltura”.

Anche il capo dei Khittei in quel momento, un certo ‘Efron, proprietario del terreno in questione, lo offre ad Avrahàm gratuitamente (questo ci indica anche il rispetto del quale godeva Avrahàm nella zona).

Ma no, Avrahàm non è pronto a cedere. Vuole un terreno di proprietà, acquistato e non ricevuto in dono. Alla fine paga quattrocento sicli d’argento per acquistare la grotta e il terreno di Makhpelà nella città di Khevròn. Lì sarà sepolto anche lui, il figlio Yizchàk e la sua moglie Rivkà (Isacco e Rebecca) ed il nipote Yaakov (Giacobbe) e la moglie Leah.

Cosa si nasconde dietro questa bizzarra trattativa?

E’ la condizione dell’ebreo: Forestiero e cittadino. L’ebreo, dove si trova, è cittadino. Parla la lingua, rispetta le leggi, difende la patria, studia, commercia, ecc. Al tempo stesso è forestiero. L’ideale che guida molti aspetti della sua vita è estraneo rispetto agli usi e costumi del suo paese.

Negli ultimi secoli l’ebreo ha dimostrato di potere essere “cittadino” nel pieno senso della parola. La vera forza dell’ebreo si esprime però nel dimostrare al tempo stesso anche l’aspetto “forestiero” dell’essere ebreo, ricordando che la possibilità di essere un bravo “cittadino” è anche grazie al fatto che è un “forestiero”…

di rav Shalom Hazan

Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent

12 novembre, 2009
Continua da Salvi dall’Incendio
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]

Reb Moshe Sudakevitch e Reb Zusia Rivkin erano parte di una comunità di Chassidim di Chabad che erano diventati ricchi durante gli anni della guerra in Uzbekistan. Questi chassidim di mezza età in precedenza avevano vissuto in altre città e cittadine sparse in tutta la Russia, ed erano fuggiti in Uzbekistan quando i tedeschi stavano avanzando. Come tutti gli altri profughi, anch’essi erano arrivati senza un soldo e affamati, ma nel periodo in cui una quantità di nuove industrie stavano sorgendo per rifornire l’esercito, il governo era in cerca di dirigenti efficienti e affidabili. Poiché i chassidim, istruiti e occidentalizzati, spiccavano tra la primitiva popolazione asiatica  essi raggiunsero posizioni di prestigio.

Dal momento che ubbidire alle leggi voleva dire vivere in abietta povertà, la gente cominciò a darsi alle attività illegali. Il mercato nero fioriva, mantenuto da ogni livello della società. Allo stesso tempo, i dirigenti trascuravano i loro compiti ufficiali: sia che fossero nei governi locali, nella polizia, nei tribunali o nelle fabbriche, producevano e vendevano molti prodotti illegalmente, e la corruzione era ormai un modo di vivere. E il raggiungimento della ricchezza non bastava a soddisfare le ambizioni della gente: continuavano con il mercato nero, fino al punto in cui alcuni di questi dirigenti ammassarono enormi fortune. Sapevano che quelle attività illegali comportavano gravi pene, ma la situazione era tale che ognuno sentiva che la sua vita era comunque in pericolo, qualunque cosa facesse.

Questi chassidim ricchi formavano una stretta rete di amici, sempre pronti ad aiutare chi avesse bisogno. Pagavano le tangenti, aiutavano ad organizzare il lavoro, senza dimenticare le esigenze religiose. Fu formato un tempio Chabad, dove si tenevano kiddushim (rinfreschi) di Shabbat e regolari riunioni. Furono organizzati un cheder (scuola, NDR) segreto e una yeshivà ketanà (istituto di studio di Torà per ragazzi tra i 13-16 anni, NDR) per educare i bambini. Una volta organizzate le loro attività religiose, gettarono le loro energie nel provvedere analoghe strutture per tutti gli altri ebrei. I loro progetti erano pieni di pericoli, ma loro erano decisi ad essere altrettanto zelanti nei confronti dell’ebraismo quanto lo erano stati nel perseguire il loro successo materiale.

Nell’inverno del 1944 uno di questi chassidim, Reb Eli Lipsker, mi venne a trovare e mi chiese di fondare un cheder per i bambini profughi di Tashkent. Mi promise che avrei potuto rimanere a lavorare nella fabbrica di Reb Moshe Sudakevitch, in modo da evitare qualsiasi problema con la leva. Io accettai la sfida. Quanto al salario, non volevo nient’altro che ciò che avrei perso dalle ore in cui non avrei lavorato.

Nel mese tra Pesach e Shavuot fondai tre chadorim (plurale di Cheder nel gergo Yiddish, NDR) in diverse parti della città. Dopo Shavuot ne fondai un quarto, con venti bambini che studiavano in ciascun cheder. Molti anni dopo, in Israele, incontrai alcuni di questi bambini, che erano rimasti religiosi. Le loro famiglie erano ashkenazite, originarie della Russia o dell’Ukraina. I loro padri erano nell’esercito e le loro madri erano fuggite in Uzbekistan con i figli quando era scoppiata la guerra. Non sapevano niente di ebraismo, e alcuni dei ragazzi non erano neanche circoncisi.

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Reb Zalman Leib Estulin - Foto: Col.org.il

Gli chadorim formavano una rete sotterranea di Torà. A via Uktchi insegnava un Chassid di Chabad, Reb Moshe Nosson Gorelick; a Sotzgorodok, vicino all’impianto tessile, insegnava Rabbi Zalman Leib Estullin, reso invalido dalla guerra, ora mio vicino a Bnei Brak; a via Novaia insegnava Reb Asher Zelig. Questi insegnanti erano uomini anziani dedicati ai loro studenti, cercavano di far loro assorbire l’amore per l’ebraismo. Insegnavano a tutti i livelli, dalla lettura del siddur allo studio della Ghemarà (Talmud).

Una volta, a Shavuot, andai a trovare Rav Nachum Labkovsky, con cui mi ero consultato per tutto il tempo. “Io dovrei veramente dire la benedizione Shehecheyanu vekiyemanu vehigiyanu lazman haze (che ci ha mantenuti vivi, ci ha preservati e ci ha fatto arrivare a questo momento, una benedizione che si dice nelle feste e quando si fanno alcune mitzvot),” gli dissi, “le due ultime parole contengono le iniziali di Zalman Leib (zain, lamed), di Moshe Nosson (mem, nun) e di Asher Zelig (zain). Senza di loro non esisterebbero gli chadorim.”

Dopo Shavuot organizzai il cheder di via Profsyozny, dove insegnava Reb Moshe il lituano, e quando lui se ne andò, fu sostituito da Reb Chaim Binyamin Brod.

La supervisione e la manutenzione erano interamente sotto la mia responsabilità. Programmavo gli studi, facevo gli esami ai bambini, provvedevo ai pasti e pagavo gli insegnanti e l’affitto mensile delle stanze. Per ragioni di sicurezza gli insegnanti non dovevano sapere da dove venisse il denaro. Il costo di questi chadorim era enorme: solo lo stipendio degli insegnanti ammontava a ventimila rubli al mese, e a quel tempo il salario mensile di un operaio in Russia era di settecento rubli. Il pasto giornaliero e l’affitto per le quattro stanze costavano altre decine di migliaia di rubli. Questo enorme bilancio, coperto prevalentemente da ricchi chassidim di Chabad, pesava molto sul loro reddito, ma a volte erano in grado di convincere conoscenti ebrei, anche lontani dall’osservanza della Torà, a donare generosamente per la gestione degli chadorim.

Il compito più difficile era convincere i genitori a lasciar partecipare i loro figli. Iniziavo andando a trovarli di notte e cercando di convincerli che i loro figli dovevano sapere qualcosa dell’ebraismo, e in più quell’istruzione non sarebbe costata loro niente. Mettevo sempre l’accento sul fatto che io facevo quel lavoro per acquisire meriti per i miei genitori e non per guadagno.

Se loro accettavano, io prendevo un quaderno, scrivevo alcune lettere dell’alef-bet con i segni vocalici in grandi dimensioni, e li insegnavo al bambino usando gli equivalenti fonetici in russo. Dopo pochi giorni, dopo che il bambino aveva imparato l’intero alef-bet a casa ed era in grado di leggere intere parole e righe, dicevo ai genitori che avrebbero potuto allargare la conoscenza del loro figlio in una scuola speciale che era stata recentemente fondata. Erano d’accordo a mandare il loro figlio al cheder? Non era una decisione facile, perché voleva dire togliere il figlio dalle scuole sovietiche: la maggior parte non era d’accordo, dati i pericoli di insegnare al bambino una “propaganda” religiosa e toglierlo dalle scuole sovietiche, un’attività che veniva considerata equivalente ad attività controrivoluzionaria o spionaggio. Tuttavia nel caso di quei pochi che aderivano, portavo i figli al cheder.

Era un lavoro molto pericoloso; se prima avevo temuto per la mia vita, ora la mia paura era aumentata cento volte: con queste attività le autorità avevano adesso un “delitto” innegabile di cui accusarmi. Ufficialmente io ero una recluta dell’esercito assegnata a lavorare in una vitale industria tessile militare dove si producevano corde per paracaduti, ma in realtà facevo delle apparizioni formali in fabbrica mattina e sera, ma durante l’intera giornata stavo fuori a lavorare per la rete di cheder. Se fossi stato scoperto, non solo io, ma anche il capo della fabbrica chiamato Moshe Sudakevitch sarebbe andato incontro alla pena capitale, un rischio di cui lui era acutamente cosciente, ma di cui sentivo profondamente la responsabilità.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio

© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Falsità Giustificate

6 novembre, 2009

Rav Levi Yizchak di Bardiciov incontrò un uomo mentre questo fumava di Shabbàt. “Caro figlio mio”, gli disse, “ti sei forse dimenticato che oggi è Shabbàt?” “No rabbino, so benissimo che oggi è Shabbàt”, rispose l’ebreo. “Allora forse ti sei dimenticato che di Shabbàt non è consentito fumare?!” “Stia tranquillo rabbino, so bene che di Shabbàt non si può fumare!”

A quel punto il rav alzò gli occhi verso il cielo e disse “Padrone del Mondo! Guarda come sono bravi i tuoi figli – non dicono mai una bugia!”

Il tema delle bugie e la falsità ricorre, anche se non in primo piano, nelle porzioni della Torà che leggiamo durante queste settimane. Avrahàm e Sarah vanno in Egitto dicendo che sono fratello e sorella e poi la situazione si ripete quando viaggiano a Gheràr, nella terra dei filistei. Troviamo che il figlio e la nuora, Yitzchàk e Rivkà (Isacco e Rebecca) raccontano la stessa storia quando viaggiano.

In un primo momento il fenomeno ci sembra un po’ strano. Persone che ricordiamo con un rispetto dato il loro essere considerati “giusti” in tutti gli aspetti della loro vita, che si “lasciano andare” con delle “piccole bugie”…

Con un po’ di riflessione ci accorgiamo però che si trattava di veri e propri pericoli di morte, considerando il livello morale della gente in alcuni luoghi in quell’epoca (purtroppo sono cose che si verificano ancora oggigiorno), dovevano prendere in seria considerazione il fatto che per appropriarsi di una donna di bell’aspetto erano più che pronti a farla “perdere” il marito.

[Questo ci apre la porta ad un'altro tema: Persone che hanno "timore del Cielo" a sufficienza per non prendere una donna sposata, non hanno alcun impedimento morale a uccidere il marito... Anche questo è un problema che si verifica oggi, ovviamente in altre maniere e in situazioni. Forse ne parleremo in un'altro momento.]

In diverse fonti talmudiche i saggi insegnano che esistono situazioni nelle quali non solo è permesso ma è adirittura consigliato non dire la verità. Un esempio classico è quello di dire una falsità per evitare un litigio, una discussione o una rottura di rapporti tra due persone o due gruppi. “La pace è più grande”.

Inoltre, secondo il Talmud bisognerebbe “uscire” dalla corsia “verità” anche per far sì che una persona si senta a pace con se stessa. L’esempio citato è quello della mitzvà di fare gioire lo sposo e la sposa al loro matrimonio. Per fare gioire lo sposo gli si comunicano le lodi della sposa che ha preso. “Una sposa bella e gentile”, secondo la casa di studio di Hillel. Su questo la casa di Shammai (più “conservatrice” di quella di Hillel) non poteva essere d’accordo: “La Torà dice che non si possono dire bugie! E se non è bella o gentile?”

“Se qualcuno acquista un bene al mercato, bisogna lodarlo ai suoi occhi o renderlo disprezzato ai suoi occhi?” Questa la risposta della casa di Hillel. Non è più una questione di dire la verità o di dire una bugia, è una questione di rapporti sociali corretti.

E la pace è più grande.

di rav Shalom Hazan


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