Continua da Vita a Mosca, 1950
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]
Era vero che eravamo sempre affamati. Per tutto il tempo che abbiamo vissuto a Mosca abbiamo dovuto misurare il cibo che ciascuno poteva mangiare. Negli anni in cui stavamo ‘meglio’ dividevamo un pollo tra tredici persone.
Tuttavia, vista nel lungo termine, la povertà che abbiamo sofferto è stata benefica: tutti i vicini non ebrei vedevano come eravamo impoveriti e avevano pietà di noi. Anche quando vedevano che io tenevo un minyan a casa mia, cuocevo matzot per Pesach, e commettevo altre azioni “discutibili”, non mi hanno mai denunziato. La mia situazione illustrava le parole dei nostri saggi: “La povertà è bella per gli ebrei” (Talmud, Chagigà 9b).
È da mio padre e da mio nonno che ho imparato a rifuggire dai guadagni illegali. Siccome abitavamo vicino al confine, molta gente della nostra città si dedicava al contrabbando per fare grandi e facili profitti, fino a che i confini furono sigillati nel 1928, ma mio padre e mio nonno si tennero lontani da tutto ciò che era illegale. Sapevano che se fossero stati scoperti sarebbe diventato impossibile osservare l’ebraismo ed educare i figli: meglio ridurre i nostri desideri per amore dell’ebraismo, avevano deciso. I miei genitori dovettero sopportare una terribile povertà a causa di questo loro atteggiamento, ma non se ne pentirono mai.
C’erano centinaia di famiglie ebraiche che vivevano nel sobborgo moscovita di Reutovo, ma solo una di loro era pienamente religiosa, anche se alcune altre osservavano la kasherut. Tuttavia la maggior parte di loro aveva una qualche forma di sentimento ebraico, particolarmente sull’onda degli orrori che erano stati resi pubblici che concernevano il nostro popolo.
L’inverno era iniziato. Un po’ alla volta mi stavo abituando alla vita ebraica di Mosca. La Grande Sinagoga, l’unica ufficialmente riconosciuta a Mosca, era stata lasciata aperta a scopi pubblicitari. Distava trenta chilometri da casa nostra. La Sinagoga forniva servizi religiosi agli ebrei che erano interessati, prova per il mondo che la democrazia russa consentiva la libertà di religione.
Veniva mantenuto un mikvè per l’uso delle famiglie ebraiche, eppure in una popolazione ebraica di varie centinaia di migliaia, solo circa venticinque famiglie lo usavano. Uno shochet e un mohel erano disponibili a richiesta, e occasionalmente si tenevano lezioni nella Grande Sinagoga. Naturalmente ci andavano solo degli anziani. Mangiare kasher a Mosca non era un problema: il nostro più grande sacrificio per la kasherut era il viaggio di trenta chilometri per andare dallo shochet e tornare… negli anni in cui potevamo permetterci il pollo.
C’erano in città molti anziani ebrei religiosi, i cui figli avevano abbandonato l’osservanza della Torà. Tuttavia c’erano alcune famiglie come noi, che non rinunciavano a nessuna briciola del loro ebraismo e in cui anche i figli osservavano lo Shabbat, mangiavano kasher e studiavano la Torà in segreto. Queste famiglie erano in maggioranza Chassidim di Chabad o di Bratslav. Una o due appartenevano ai Chassidim di Boyan, uno dei quali era mio nipote Yisrael Friedman. Come me, anche lui si era arenato a Mosca, e rimase sempre senza compromessi nella sua osservanza della Torà come erano stati suo padre e suo nonno.
Come facevano queste famiglie e i loro figli ad osservare lo Shabbat? Yisrael Avraham Mahzel era un Talmid Chakham (studioso di Torà, n.d.t.) e discendente del Rebbe Reb Zusia di Anapoli. I Mahzel risolsero il problema dell’osservanza dello Shabbat con un’astuzia: dopo la guerra, quando si trasferirono a Mosca, la moglie disse di essere vedova, e suo marito disse di essere suo fratello e di essere andato ad abitare con sua sorella. Siccome la legge prevedeva delle facilitazioni per le vedove, le fu permesso di portarsi il lavoro a casa dalla fabbrica. Mandarono ciascuno dei loro tre figli a scuole diverse, lontano da casa. I bambini non andavano a scuola il sabato, con la scusa che dovevano aiutare la madre a riportare il lavoro completato in fabbrica. Così seguitarono per anni, e nessuno di loro fu scoperto. I loro figli andarono alle scuole superiori e all’università e si laurearono in lauree professionali, senza mai una volta trasgredire allo Shabbat per andare a scuola.
Reb Chaim Heschel era il capo di un’altra famiglia i cui figli non si arresero. Egli fece in modo che sua figlia e suo figlio non violassero mai lo Shabbat durante tutti gli anni della scuola. Anche Reb Yaakov Ornstein, dell’illustre famiglia che porta quel nome, chassid di Boyan e baal tzedakà (cioè generoso donatore), fece sposare la sua unica figlia a un giovane religioso, Reb Gershon Michlin, un ingegnere che osservava tutte le mitzvot. L’unico figlio di questa coppia, Yoel Michlin, crebbe e passò attraverso la scuola e l’università senza mai scrivere di Shabbat. Grazie a D-o, tutti i membri di queste famiglie sono ora in Eretz Israel e aderiscono fedelmente alla Torà.
Feci conoscenza con l’illustre Rav Yitzchak Kresilschecov, autore di uno dei pochi testi religiosi pubblicati nella Russia comunista, Sefer Tevunah sul Rambam, stampato a Poltava nel 1926. Il suo commento sul Talmud Yerushalmi fu stampato anni dopo in Eretz Israel. Durante le mie frequenti visite per discutere con lui della legge ebraica, spesso cercò di persuadermi a diventare Rav di Mosca. Tuttavia finché Stalin fu ancora al potere rifiutai ogni volta la sua proposta. L’ultima volta che feci visita a Rav Yitzchak, era a letto malato, ma anche allora cercò di convincermi. Questa volta sentii che non potevo rifiutare. Lui mi avrebbe dato la semichà (ordinazione) e avrebbe ottenuto la mia nomina, disse, dopo la sua guarigione. Tuttavia non guarì, fu portato di corsa all’ospedale, dove esalò l’ultimo respiro.
Nel ricordare gli ebrei illustri di quel periodo, bisogna ricordare il Rebbe di Machnovke, che si era stabilito a Mosca durante gli anni trenta. Reb Avraham Yehoshua Heschel Twersky, discendente di Reb Mordechai di Chernobyl, era il rebbe ai cui consigli mi ero sempre affidato quando eravamo sfollati a Tashkent. Dopo il suo ritorno a Mosca dopo la guerra, i comunisti andarono ripetutamente a fargli visita e parlarono con lui. Alla fine lo invitarono a diventare uno dei loro uomini, e gli offrirono la carica di Rabbino Capo della Russia, con la macchina e l’autista, ma lui declinò fermamente l’invito. “Non sono veramente un rabbino,” disse, “non un rabbino adatto ad una carica ufficiale. Nemmeno se minacciaste di spararmi firmerò mai un documento che dica che collaboro con voi.” Sapeva che firmare voleva dire diventare un arci-informatore.
Il gabbai della sinagoga, Chobrutsky, noto informatore, venne anche lui a trovarlo. “diventerai un grande,” disse il gabbai, “non vivrai più in un tugurio, ma in una residenza spaziosa e confortevole come quelle dei capi della chiesa cristiana!”
“Non voglio avere niente a che fare con la politica,” rispose il Rabbi.
In seguito l’NKVD venne nel mezzo della notte e bussò alla sua porta. Visto che lui non apriva, entrarono sfondando la porta. Perquisirono il piccolo alloggio ma non trovarono niente di compromettente. Effettivamente si era mantenuto come lavoratore, producendo calzini e borse su una piccola macchina per filare, tanto che nei giorni feriali arrivava sempre in sinagoga con le mani unte di grasso. L’unica cosa che trovarono fu la sua razione per il pane, e la strapparono, come per intimare: “niente pane per quelli come te!”, poi lo portarono via.
Per parecchie settimane non si seppe dove l’avessero messo, finché giunse la notizia che stava a Yeniseysk, in Siberia. Fu condannato a cinque anni di esilio come indesiderabile. Era conosciuto come un rebbe che non aveva mai abbandonato la via della santità. Durante i periodi peggiori, quando aveva dovuto condurre le sue attività dalla sua piccola casa, non cambiò il suo modo di comportarsi. Perfino i cinque anni in Siberia non lo piegarono: ne uscì col corpo e lo spirito intatti. La sua influenza si estendeva su molti ebrei, e i suoi discorsi attraevano molta gente. Durante e dopo la guerra aiutò un gran numero di ebrei. Siccome era in amicizia con dottori, professori di medicina, e molti altri ebrei non religiosi, questi erano sempre pronti ad aiutare qualcuno per cui aveva bisogno di un favore in tutte le questioni di salute. Le sue buone azioni e la sua generosità erano famose in tutta Mosca. La sua influenza sulla gente era immensa, e tutto questo sarebbe stato perso se avesse accettato l’eminente posizione che gli venne offerta in modo così allettante.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.




Esodo in due puntate
28 gennaio, 2010Chabad Lubavitch di Monteverde
29 gennaio 2010 – 14 Tevet 5770
Cari Amici,
Il Rebbe di Kotzk disse: “Se io sono io perché tu sei tu e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono io e tu non sei tu. Ma se io sono io perché sono io e tu sei tu perché sei tu, allora veramente io sono io e tu sei tu!”
Se una persona dipende dal riconoscimento degli altri, non varrebbe molto anche se avesse tale riconoscimento… Ma se è “qualcuno” perché si fa valere obiettivamente attraverso le sue azioni, è realmente valido anche senza rimunerazione…
Shabbat Shalom!
Rav Shalom e Chani Hazan
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Esodo in Due Puntate
La scorsa settimana abbiamo letto riguardo alla decima piaga che ha finalmente rotto la presunzione del Faraone e degli egiziani dando via al grande Esodo dall’Egitto: dopo quattro generazioni di schiavitù il popolo ebraico si mette finalmente in marcia verso la Terra d’Israele.
La storia non finisce lì. Nella Parashà di Beshalàch incontriamo di nuovo gli egiziani alla rincorsa dei Figli d’Israele nel deserto.
Ciò é sorprendente. Gli Egiziani non erano già forse stati sconfitti in Egitto?
Il Faraone stesso cercò Moshè ed Aharòn per esortarli a prendere il loro popolo ed andarsene al più presto! Chi è, quindi, questo potente Faraone che si presenta nel deserto pronto ad attaccarci con i suoi soldati e carri da guerra?
I maestri della Kabbalà spiegano che esistono due fasi nella ricerca della libertà da parte dell’uomo. Due stadi che corrispondono alle parashiòt di Bò e Beshalàch e, in parallelo, ai primi e gli ultimi giorni di Pesach.
Da un lato l’esodo dall’Egitto che avviene la prima sera di Pesach e dall’altro la spaccatura del Mar Rosso che avviene il settimo giorno di questa festa.
È necessario percorrere queste due fasi per ottenere una vera libertà proprio perché esistono due tipi di schiavitù. Il primo genere è quello imposto da una forza esterna, dalle catene che
ci legano – sia nel significato che emerge dalla Torà, come in Egitto, sia in senso metaforico.
Il secondo invece è una schiavitù che scaturisce dalla persona stessa, come quelle catene dalle quali essa stessa si lascia imprigionare: collera, la presunzione, l’inerzia… catene che la legano a se stessa.
Sciolte le catene del Faraone ci ci sente naturalmente uomini liberi. Il Faraone continua invece a perseguitarci: quello che incontriamo nel deserto è effettivamente lo stesso che abbiamo preso con noi uscendo dall’Egitto.
Siamo stati liberati dall’Egitto che ci teneva fisicamente prigionieri ma rimane ancora il lavoro di trascendere “l’Egitto” che si trova dentro di noi, di uscire dalle nostre limitazioni interne.
Per far ciò dobbiamo “aprire il mare”, penetrare la profondità di chi e cosa siamo per poi rivelare la nostra identità autentica.
Come spiega Rav Yehudà Loew di Praga nel suo Netzach Yisrael, in questo si manifesta l’identità di un popolo che è libero anche quando è fisicamente incatenato.
Perché ormai la sua anima non può essere sottomessa e serve solo il Sign-re.
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
adattato da rav Shalom Hazan
Pubblicato in Commenti sulla Torà, novità settimanale, orari shabbat | Lascia un commento »