Archivio per febbraio 2010
Eventi Purim
19 febbraio, 2010La Neve e La Zedakà
12 febbraio, 2010Non so perché la visione dei fiocchi di neve ha un’effetto tranquilizzante (se visti da un luogo coperto e riscaldato ovviamente, e non intendo una macchina…) ma è così. Sarà che il bianco rappresenta per noi qualcosa di puro, di elevato?
Nella tradizione mistica ebraica si cita molte volte un versetto del libro di Daniel che ricorda la neve. In una sua visione notturna Daniel vede degli eventi strani che fungono da metafora per delle azioni che D-o avrebbe preso nei confronti dei popoli. Quando descrive il Sig-re stesso lo vede con delle vesti “di neve bianca” (Daniel 7,9).
Cosa rappresenta la neve e perché è proprio la veste che è descritta in questo modo?
Una delle spiegazioni tratte dalle opere della Chassidùt (Hassidismo):
Cos’è un vestito? Il vestirsi è una esigenza umana esterna (a differenza di quella dell’alimentazione che è interna). E’ anche uno strumento di comunicazione. La persona esprime qualcosa di sé attraverso la maniera nella quale si veste. Al livello elementare, ovviamente, il vestito copre e protegge la persona.
Nella kabalà le mitzvòt (i precetti) sono considerati “vesti”. Vesti nel senso che coprono, cioè nascondo i loro motivi più profondi che sono conosciuti solo da D-o ma anche perché, paradossalmente, rivelano ed esprimono qualcosa di Lui.
Se non fosse per le mitzvòt, noi non avremmo modo di “conoscerlo” o almeno di avere un legame con Esso. Quindi le mitzvòt comunicano.
Perché la neve allora? La bellezza della neve sta nell’insieme di tutti i fiocchi, della nevicata intera e non solo del singolo fiocco. Certo, è bello anche un fiocco, ma la nevicata è maestosa.
Daniel ci insegna che le mitzvòt sono vesti come la neve, belle quando sono prese una ad una, maestose quando sono messe insieme.
Tra tutte le mitzvòt questo concetto si esprime maggiormente in quella della Zedakà (giusta beneficenza). Della Zedakà è detto nel senso metaforico che D-o si veste di essa “come di un’armatura”. Avete presente quelle armature medievali formate di catene e di molti piccoli anelli?
Così come la neve è formata da innumerevoli fiocchi, la forza della Zedakà sta nei piccoli contributi che si uniscono non solo ad assistere gli altri ma anche a formare una grande protezione per chi effettua la mitzvà.
di rav Shalom Hazan
Basato su Likuté Torà Parashà Shelàch, discorso intitolato Ani H’ Elokechem
Sacrifici Per Mitzvòt
12 febbraio, 2010Continua da Figure Ebraiche di Mosca
Cosa è Nel Profondo Della Notte Sovietica?
Reb Mordechai Reshkovsky, chassid di Skver e shochet proveniente da Odessa, una volta mi raccontò una storia sorprendente:
Una sera arrivai a casa e trovai una giovane donna che mi aspettava. “Devo chiederle un favore, ma deve restare completamente segreto,” mi disse, e poi raccontò la sua storia. Era orfana, poiché i suoi genitori, che erano religiosi, erano stati uccisi dai nazisti. Sola al mondo, aveva cominciato a studiare all’università di Odessa, dove aveva fatto amicizia con uno studente ebreo, che aveva intenzione di sposarla. Lei avrebbe accettato la proposta, gli aveva detto, solo se lui fosse stato d’accordo per una chuppà ebraica. Il giovane non sapeva niente di ebraismo, ma aveva accettato la sua condizione. Tuttavia il padre di lui, che era un comunista convinto, non ne voleva sapere. Il figlio non aveva tenuto conto dei sentimenti di suo padre, e aveva accettato di celebrare il matrimonio come voleva la sua fidanzata. Il padre aveva dato alla giovane coppia una stanza nella sua casa. Dopo il matrimonio, il marito le aveva confessato che non era circonciso. Lei ne era rimasta inorridita, e gli aveva detto che in nessun caso avrebbe vissuto con lui se non si fosse fatto circoncidere: non avrebbe profanato l’onore dei suoi genitori religiosi che erano caduti da martiri durante la guerra!
Questa volta il giovane aveva rifiutato, e la moglie aveva mantenuto la parola, ed era tornata nel dormitorio dell’università, mentre lui era rimasto a casa sua. Dopo un anno però aveva ceduto, e aveva accettato di farsi circoncidere, ma non a Odessa: era andato in Bessarabia e lì gli era stato fatto il suo brit milà [la circoncisione]. La moglie era tornata da lui, e avevano ricominciato a vivere con il padre di lui. Avevano vissuto in armonia, finché era nato un figlio. Lei aveva invitato un mohel a venire a casa sua e si era messa d’accordo per un momento in cui il suocero non sarebbe stato in casa. Sfortunatamente, il giorno prima di quando era previsto il brit, il mohel era venuto a controllare lo stato di salute del bambino. All’improvviso era entrato il suocero. Trovando lì il mohel, aveva cominciato a gridare, minacciando di consegnarlo all’NKVD. Il mohel se n’era andato in fretta e aveva rifiutato di fare il brit.
“Quando lei venne a casa mia,” mi disse Reb Reshkovsky, “mi chiese di organizzare il brit di suo figlio. ‘E cosa farete,’ le chiesi, ‘se tuo suocero vi butterà fuori di casa?’ Lei mi rispose: ‘questo è un problema nostro, mio marito ed io abbiamo deciso di andare avanti, qualsiasi cosa accada.’ Vedendo la sua forte volontà, mi assunsi il compito di provvedere perché fosse dato il brit a suo figlio. E suo suocero? Alla fine non causò problemi.”
I mesi passavano. Alla fine del 1947 la mia famiglia ebbe la sua prima simchà a Mosca: mio figlio Moshe Mordechai nacque il 22 novembre, uno Shabbat. Una piccola folla di trenta persone assistè al brit, che si tenne a casa mia. Avevo deciso che avrei fatto le mitzvot apertamente: non aveva senso cercare di nascondere ogni evento: c’erano talmente tanti informatori intorno che in ogni caso, qualsiasi cosa avessi fatto, la cosa era destinata ad essere risaputa.
La nostra famiglia stava crescendo, ma continuavamo ad abitare in quella stanza affollata. Tuttavia non potevo neanche sognare di cambiare casa, perché la situazione del mio lavoro era talmente precaria. Il mio capo sapeva che rispettavo lo Shabbat, ma ogni settimana valutavo attentamente la posizione dei miei colleghi: avevano capito perché non venivo di sabato? Qualcuno si lamentava di me, oppure era geloso?
Dopo un anno cominciai a sentire lamentele. Fui preso da parte dal mio datore di lavoro, che mi chiese perché non venivo come tutti gli altri. Nell’estate del 1948 il rischio era diventato troppo grande, e lasciai quel lavoro.
Poi cominciai a lavorare in una fabbrica che impiegava dei ciechi. Avevano bisogno di un uomo specializzato in grado di vedere, per preparare l’ordito per i lavoratori ciechi, che poi avrebbero tessuto la trama con il senso del tatto. Pochi erano interessati a fare quel lavoro, per cui il mio nuovo capo era disposto a chiudere un occhio sui miei strani orari.
Il 27 agosto del 1949 nacque Chaim Meir, il mio secondo figlio maschio. Un anno dopo, dopo Sukkot, finalmente lasciammo la nostra piccola stanza. Tuttavia non furono le disperate condizioni di vita che ci spinsero ad intraprendere questo passo, piuttosto stavamo fuggendo per salvarci la vita. Durante i nostri quattro anni a Reutovo le nostre figlie non erano andate a scuola, avevamo cercato di rendere la loro esistenza per quanto possibile riservata, ma i vicini cominciarono a notare: alla fine fummo denunciati alle autorità scolastiche, e un dirigente venne a trovarci e richiese brutalmente che le nostre figlie frequentassero la scuola sovietica. Non tentammo neanche di trovare una scusa: quella notte stessa decidemmo di fuggire.
Facemmo i bagagli e ci trasferimmo in un sobborgo distante chiamato Kliazma. Ancora una volta ci trovammo di fronte al difficile compito di trovare una sistemazione economica in un ambiente non amichevole. Fummo però grati che la nuova casa era spaziosa, un appartamento di una stanza e mezzo, col vantaggio aggiuntivo che avevamo un’entrata indipendente. Non aveva l’aspetto di una vera casa in cui vivere, per cui i vicini non ebrei non avrebbero potuto invidiarci, anzi avevano pietà di noi, come quelli di Reutovo.
“Come potete vivere così poveramente, quando gli altri ebrei sono così ben alloggiati? Dovete essere gente genuina!” concludevano.
Kliazma aveva una piccola popolazione ebraica. C’era perfino un minyan settimanale tenuto da alcuni uomini anziani. Sfortunatamente, tutte le mitzvot che questi uomini facevano, non erano fatte in modo appropriato. Quello che recitava la lettura della Torà in sinagoga usava dire qualche parola a memoria invece di leggere parola per parola da un rotolo della Torà. Quando gli chiesi perché faceva così, disse che era l’unico modo in cui era in grado di farlo, e che se io sapevo fare di meglio, lo facessi io. E così feci. C’era perfino aperta violazione dello Shabbat in questa sinagoga.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950, Figure Ebraiche di Mosca
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.



Offro Io…
19 febbraio, 2010L’ennesimo appello per fare offerte questa settimana lo sentiremo al Tempio nella lettura della Torà…
Nel parallelo antico della libera offerta D-o chiede a chi fosse “generoso di cuore” di offrire il necessario per la costruzione del Tabernacolo (il Santuario temporaneo nel deserto, il Mishkàn) e tutto ciò che servirà al suo interno.
Quale potrebbe essere però la rilevanza storica di una struttura la quale esistenza dipende dalla “generosità del cuore” di individui e non, per esempio, di un governo che ne garantisce l’esistenza attraverso delle tasse obbligatorie?
Fortunatamente, per rispondere a questa domanda possiamo farci aiutare da dei precedenti storici. Lasciamo stare le piramidi egizie, quelle dei Maya, ed altre strutture storiche. Non perché non ci piacciono, semplicemente perché il precedente storico l’abbiamo trovato proprio nel contesto di questo Santuario.
Mi spiego: Questo Tabernacolo temporaneo-mobile costruito a priori per la permanenza, breve in termini storici, nel deserto, è servito in realtà per qualche anno in più.
Seguendo la cronologia degli eventi seguiti al ritorno del popolo ebraico in Terra Santa con Giosuè (Yehoshua) ci risulta che il Mishkàn, il Tabernacolo, fu eretto a Ghilgal, in prossimità del fiume Giordano. Qui riposò per 14 anni. Da qui si trasferì a Shilò ove acquisì una struttura più solida: le mura furono di pietra mentre il tetto rimase di telo come era nel deserto. Quanto durò la permanenza del Mishkàn a Shilò?
369 anni.
Totale: 39 anni nel deserto, 14 a Ghilgal, 369 a Shilò = 479 anni.
(Il Mishkàn fu poi a Nov e a Ghiv’òn per 13 e 44 anni rispettivamente, ma senza la presenza dell’Arca Santa).
Abbiamo quindi un Tabernacolo “temporaneo” che esiste per circa cinque secoli come unico punto di “incontro” tra l’umano e il divino.
Il Tabernacolo cessò di esistere quando fu costruito il Santuario fisso a Gerusalemme. Il Santuario costruito da Salomone (Shelomò) era quindici volte più vasto e tre volte più alto del Tabernacolo. La costruzione durò sette anni e impiegò migliaia di persone. Le festività d’inaugurazione furono senza precendenti.
Dopo la morte di Shelomò, il regno si divise in due. Il figlio di Shelomò rimase a Gerusalemme a capo di sole due tribù (Yehudà e Benyamin) mentre Yerov’am fu dichiarato re dalle rimanenti dieci tribù. I rapporti tra i due regni non erano buoni e il confine non rimase aperto. Yerov’am proibì ai suoi sudditi, membri delle dieci tribù, di fare il pellegrinaggio tre volte all’anno a Gerusalemme.
Il risultato fu che una grande parte del popolo ebraico non ebbe nessuno rapporto con quello che avrebbe dovuto essere il centro della vita spirituale del popolo. La situazione rimase così finché il regno delle dieci tribù fu conquistato e esiliato dagli Assiri (o pochi anni prima).
Il grande Tempio di Gerusalemme fu al centro della vita dell’intero popolo per… 29 anni.
A prescindere dei motivi storici che portarono a questa situazione, ci potrebbe essere anche una lezione per noi, oggi. Per il Tabernacolo del deserto era stata chiesta la libera offerta. La risposta era talmente entusiasta che ad un certo punto Moshè dovette chiedere alla gente di non portare ulteriori materiali perché ce n’erano più che a sufficienza. Di contrasto, il Santuario di Shelomò fu frutto di forti imposte e tasse, anche umane nella forma di schiavi/operai.
Secondo voi cos’è la lezione? Commentate qui!
Di rav Shalom Hazan
da un pensiero di Rav Zushe Greenberg
Etichette: gerusalemme, mikdash, mishkan, santuario, shelomo, tabernacolo, teruma, torà, yerovam
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