Continua da Batsheva Tra I Pionieri
Cosa è Nel Profondo Della Notte Sovietica?
Durante la prima metà del 1955 non riuscii a trovare lavoro e passai il tempo studiando con i miei figli. Mio figlio Avraham era nato nel marzo di quell’anno. Nell’estate trovai un lavoro in una fabbrica che produceva fibbie di plastica per cinture. Avevo trovato quel lavoro con l’aiuto di un ebreo chassìd di Chabàd chiamato Zeev Sirota. Dieci o undici anni prima due fratelli di Zeev erano stati miei allievi a Tashkent. Provenendo da una famiglia religiosa, avevano apprezzato i miei sforzi per istruirli.
Vent’anni dopo durante una visita al Rebbe di Lubavitch a New York un estraneo mi venne incontro e mi abbracciò. “Non ti ricordi di me?” disse, “mi hai portato fuori dalla scuola statale e mi hai insegnato Torà nel tuo chèder!” Era Reuven Sirota, uno dei due fratelli!
Zeev Sirota faceva fibbie nella fabbrica in un reparto composto di una sola persona, dove poteva avere il controllo delle sue ore di lavoro in modo da poter osservare lo Shabbat. Nella fabbrica il suo lavoro piaceva, e quando ci fu necessità di aumentare la produzione di fibbie, lui propose di portare con sé un altro ‘esperto’ che avrebbe potuto utilizzare la macchina per ulteriori ore dopo che lui era andato a casa. E portò me.
Zeev sapeva che io avrei imparato in fretta come far girare questa macchina e poi affilare i bordi taglienti sulla ruota di pietra che girava veloce. Lui faceva la maggior parte del lavoro e lasciava a me l’affilatura, che io di solito facevo dopo che le due dozzine di operai erano andati a casa.
Una sera, verso la fine del 1956, mi accorsi di essermi addormentato, e che la mia faccia era caduta in avanti fin quasi al bordo dell’ingranaggio. Da allora cominciai a stare più attento, ed ebbi cura di dormire un po’ prima del lavoro, in modo da essere in grado di rimanere sveglio, ma non mi sentii più sicuro dopo quel quasi – disastro, e dopo qualche mese me ne andai, proprio per lo spavento che avevo preso. Mentre ero ancora al lavoro, una sera ebbi un brutto incontro con la polizia ferroviaria. Insieme al resto della folla avevo attraversato i binari in un passaggio autorizzato, e poi, sempre insieme alla folla, avevo camminato lungo i binari per circa un chilometro fino a una stazione. Emerso fuori dal nulla, un giovane mi affrontò:
“Hai attraversato i binari illegalmente, devi pagare una multa.”
“Ho attraversato insieme con tutta la folla un chilometro più indietro,” protestai.
“Ti ho visto attraversare qui!” gridò.
“Sai che non ho fatto niente del genere,” risposi, “perché questa discriminazione contro di me? Solo perché sono un ebreo con la barba? Questa è la ‘settimana della concordia e dell’amicizia tra le nazioni’. Non possiamo aspettarci un po’ di pace e amicizia da voi? Secondo la legge sovietica, comunque, non c’è nessuna differenza tra un popolo e l’altro.”
“Per me c’è. Io la differenza la vedo,” disse, acido.
Io non pagai, e lui mi portò all’ufficio della polizia ferroviaria. Davanti a noi era seduta una poliziotta, con il berretto rosso della sua uniforme posato su una sedia laterale. Questo colore, di fatto, indicava il suo rango, e non era un emblema comunista. Lui mi fece rapporto e lei mi chiese di pagare. Le dissi che avevo attraversato come uno qualsiasi in mezzo alla folla un intero chilometro indietro, e che quando avevo chiesto perché fossi discriminato, lui aveva detto che poteva ben vedere la differenza tra un ebreo e uno dei suoi, e che avevo sottolineato che in questa ‘settimana della concordia e dell’amicizia tra le nazioni’ in particolare avrebbe dovuto mostrare un migliore spirito sovietico.
Lei non diede importanza alla mia presa di posizione morale sull’uguaglianza sovietica. Piuttosto mi chiese i miei dati personali, nome, indirizzo e documenti, oltre a cinquanta rubli, pari a un decimo della mia paga mensile.
“Non ho un nome,” risposi, “vivo per strada e non ho né denaro né documenti.”
Con ulteriori richieste irate riuscirono a costringermi a dare il mio nome, Avraham Moishevitch Chazan, dove solo il cognome era vero. Il nome e il patronimico (figlio di Moishe) avevano solo le iniziali in comune con quelle di Aaron Mordechovitch (figlio di Mordechai). Inoltre diedi l’indirizzo di Kliazma.
“Stai solo cercando di svicolare per non pagare la multa,” disse lei con tono di insulto.
Telefonò alla stazione di polizia di Kliazma, che rispose di non conoscere nessun Avraham Moishevitch.
“Allora non ho altra scelta che arrestarti,” disse con aria trionfante.
“Se tu non tieni conto del mio reclamo contro le discriminazioni,” dissi, “non sono tenuto a risponderti; chiedo che mi porti in tribunale.”
Questo la fece arrabbiare ancora di più. Chiamò un ufficiale con le spalline, che mi portò nel suo ufficio e mi fece raccontare tutto da capo. Ordinò a un giovane di perquisirmi.
“Notate che io non lo permetto!” gridai contro di loro, “non ho dato il mio consenso per essere perquisito!”
“Così otterrai solo una multa più alta e una condanna al carcere,” disse l’ufficiale con calma.
“Non ho paura della prigione,” risposi audacemente, “non voglio parlare con nessuno di voi, parlerò solo con un poliziotto sovietico che rispetti la costituzione.”
Chiamarono il poliziotto di guardia.
“Ho lavorato per due anni alla Fabbrica Collettiva Bolscevica e lei mi ha visto andare e venire ogni giorno,” gli dissi.
Telefonarono alla fabbrica e fu confermato che Aaron Mordechovitch Chazan effettivamente lavorava lì. Spiegai a quell’ufficiale superiore che avevo dato l’indirizzo giusto, Via Lenin, e il cognome giusto e le iniziali, e che avevo da elevare una protesta contro questo comportamento incostituzionale.
“Adesso tu vattene, e noi indagheremo su questa faccenda,” rispose, mandandomi via.
Il giorno dopo in fabbrica mi dissero che erano preoccupati che io fossi stato colto con qualcuna delle loro merci di cui avevo illegalmente il possesso.
In quello stesso giorno, mentre tornavo a casa, mi fermai dal Rebbe di Machnovka e gli raccontai la storia. Rise del mio comportamento. Qualche giorno dopo raccontai la storia anche a Rabbi Eli Sandler.
“Perché essere così coraggiosi?” disse, “avrebbe potuto portarti guai senza fine.”
C’era del vero in ciò che aveva detto, ma, nondimeno, io avevo sentito che dovevo protestare contro la loro discriminazione.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950, Figure Ebraiche di Mosca, Sacrifici Per Mitzvòt, Lottando Per Lo Shabbàt, Il Complotto dei Medici, Il Complotto dei Medici II, Il Direttore Ebreo, Il Problema della Scuola, Batsheva Tra I Pionieri
© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Il Tuo Serpente
18 giugno, 2010Tra gli episodi raccontati nel libro di Bamidbar (Numeri) vi è quello del serpente di rame (21, 4-9).
Il popolo divenne impaziente nel viaggio ed iniziò a parlare contro D-o e contro Moshè. “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per morire nel deserto? Poiché non c’è né pane né acqua…”
Il Sign-re mandò contro il popolo i serpentei che morsicavano il popolo e morì molta gente. A questo punto il popolo venne da Moshè e disse: “Abbiamo peccato, poiché abbiamo parlato conto il Sign-re e contre te. Prega il Sig-re affinché tolga da noi il serpente”. Moshè pregò per il popolo e la risposta fu:
“Fatti un serpente [di rame] e ponilo su una pertica. Chi sarà morsicato lo guarderà e guarirà”.
E così fu.
I commentatori spiegano l’importanza del simbolismo. Non è il serpente che porta la morte (nel caso del morso) o la vita (nel caso del serpente di rame), bensì il Sign-re. Rivolgendo gli occhi verso l’alto (il serpente sulla pertica) ci si ricorda dell’onnipresenze e dell’onnipotenza del Creatore e si cerca di tornare ad Esso.
Mi soffermerei un momento, però, su un’altra indicazione da trarre da questi versetti. La risposta di D-o a Moshè, “fatti un serpente” e non “fai un serpente” indica, secondo i Maestri, che le spese di quest’opera avrebbero dovuto essere sostenuti dallo stesso Moshè e non da fondi pubblici.
Queste serve per dare una lezione sul perdono.
“Se ti viene chiesto il perdono”, è scritto nel Talmud, “non essere crudele nel perdonare”.
Cosa vuol dire non essere crudele nel perdonare? Come se fosse scontato che comunque la persona perdona ma deve fare attenzione a non farlo con crudeltà.
Il senso è che spesso anche avendo subito un’offesa, essendo persone mature si riconosce che l’altro avrebbe potuto sbagliare e quando questi si accorge del proprio errore e chiede il perdono, lo si perdona.
Il problema è che spesso rimane un filo di rancore nel cuore anche dopo l’aver perdonato il prossimo. “Sì ti perdono ma non voglio più frequentarti”… Oppure “Accetto le tue scuse, ma non è più come prima”
Questo vuol dire perdonare con crudeltà! Il perdono dovrebbe essere assoluto.
Lezione che insegna il Sign-re a Moshè e quindi a tutti noi, dicendogli che la cura per un male che il popolo ha subito per avere sparlato contro Moshè stesso, verrà dalla sua tasca proprio per dimostrare che il suo perdono è completo e assoluto.
Da un discorso del Rebbe di Lubavitch
Chukat 5744-1984
Adattato da Rav Shalom Hazan
Etichette: bamidmbar, chukat, moshe, parashà, perdono, serpente di rame
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