Foto della Settimana

Una Torà antica di origine persiana, ritrovata dai nipoti dello scriba che lo scrisse due secoli fa e dedicata al Tempio Chabad Lubavitch di Port Washington, New York.
Archivio per luglio 2010
Il Miracolo della Torà Ritrovata
30 luglio, 2010Sicuro Che Lo Meriti?
23 luglio, 2010In quel momento pregai il Sig-re dicendo…
E’ così che Moshe descrive la sua preghiera e richiesta per potere entrare nella Terra d’Israele usando anche una parola (va’etchanàn) che i commentatori legano alla parola “chinàm” – gratuitamente. I giusti, dicono i maestri, fanno le loro richieste a titolo gratuito senza ricordare le proprie buone azioni come motivo per l’esaudimento della richiesta.
Di norma una persona che ha una richiesta da fare cerca di farla precedere dai propri meriti o i motivi che giustificano la richiesta. Moshè non si comporta in questa maniera.
“Mi merito questo perché….”
A quel punto è come se la richiesta fosse semplicemente un risarcimento di un debito. Questo potrebbe funzionare nelle interazioni tra uomini. Ma vi è qualcuno che possa dire che il Sig-re gli è debitore?
“Ho fatto tante mitzvòt, mi sono comportato bene nel lavoro” ecc… Per quanto siano grandi le opere della persona non costituiranno mai un “rimborso spese” nei confronti di ciò che la stessa persona ha ricevuto da D-o ossia la vita stessa.
Quindi neanche un Moshè, che di meriti ce li aveva, si sentiva in grado di menzionare quei meriti ricordandosi che in effetti nel rapporto tra uomo e D-o il debitore è sempre l’umano.
Adattato da rav Shalom Hazan dal commento del Kelì Yakàr
Il Mio Lavoro a Mosca (II)
21 luglio, 2010Continua da Il Mio Lavoro a Mosca (I)
Cosa è Nel Profondo Della Notte Sovietica?
Il mese di Elul 5715 (1955) fu pieno di eventi importanti per la mia vita. Alcuni mesi prima avevo ricevuto un invito a partecipare a una riunione di yahrzeit (anniversario della morte) a Krasnostav insieme ad altri sopravvissuti, ed ero desideroso di partecipare.
Il 6 di Elul (24 agosto) quaranta di noi si ritrovarono a visitare il campo erboso fuori delle rovine della nostra città, dove ottocentosettanta dei nostri concittadini erano stati sepolti. Avevo il cuore in pezzi pensando che solo a pochi metri da me giacevano i corpi dei miei genitori martoriati, di mio fratello e di mia sorella con le loro famiglie. Dopo anni di tanta sofferenza, avevano conosciuto un destino così doloroso! Tutti noi avevano parenti là sotto, e piangemmo e dicemmo il kaddìsh e anche E-l Maleh Rachamìm [preghiere in memoria dei defunti. NDR].
Più tardi, mentre prendevamo un po’ di ristoro, ci scambiammo le notizie. Io parlai loro dell’ebraismo, ed essi ascoltavano attentamente. C’era anche Batya, la donna che una volta aveva tentato di portarci via la nostra sinagoga, e che ora viveva a Zevihl (vedi capitolo 13 ‘Lottando Per Sopravvivenza’). Io non l’avevo più vista né avevo sentito parlare di lei per tutto quel tempo. Mi offrì amichevolmente dei biscotti, che io naturalmente rifiutai. Un amico mi prese da parte e mi disse: “Non sai? Adesso Batya è diventata osservante, rispetta la kasherut e lo Shabbat, e viene perfino in sinagoga a pregare.” Era incoraggiante sentire che perfino una come Batya, che era stata una zelante comunista, era tornata alla religione dei suoi avi.
Sulla strada di case mi fermai a Slavita, dove incontrai persone che avevano vissuto a Krasnostav ai miei tempi. Parlando con loro tentai di risvegliare il loro interesse per l’ebraismo, ma loro nel sentire le mie parole risero soltanto.
“Non ci parlare di religione!” dissero, deridendomi.
“Quando ti calmerai e vedrai finalmente la luce, Aharon?” aggiunse uno di loro.
Quelli che erano venuti alla riunione di yahrzeit erano quelli che si sentivano più legati alla loro identità ebraica e al nostro destino comune, ma questi altri si erano completamente estraniati dall’ebraismo: su di loro i comunisti avevano completamente trionfato. Mi faceva soffrire il pensiero che sarebbero stati probabilmente perduti per sempre per il popolo ebraico.
Tuttavia quel mese di Elul fu occasione di grande felicità per noi da un altro punto di vista. Infatti, celebrammo il matrimonio della nostra figlia primogenita, Debora, con un caro amico, e chassìd di Chabàd, Moshe Grinberg. Lo sposo era fratello della moglie di Yisrael Friedman ed era sopravvissuto miracolosamente alla guerra e alla prigionia. Dopo la sua liberazione era venuto a Mosca a cercare sua sorella. La nostra Debora aveva appena compiuto diciassette anni, e il matrimonio fu combinato. Lo celebrammo a casa nostra, con oltre cento invitati. Fu veramente un’occasione gioiosa. La giovane coppia venne a vivere vicino a noi.
Proprio prima di Pesach del 1956 ebbi il mio primo incontro con la polizia. Durante gli anni avevo fatto spedire ingenti quantità di grano da Tashkent, e lo usavo per cuocere le matzòt shemuròt [pane azzimo rigorosamente controllato. NDR]. Kliazma aveva un mulino di grano, e il mugnaio era un vecchio non-ebreo. Ogni anno, in cambio di una generosa somma, ci lasciava entrare per macinare il nostro grano. Quell’anno il mulino era stato chiuso, ma il mugnaio ci lasciò entrare per un giorno. Ci chiuse dentro, lasciando aperta solo una porticina sul retro.
Eravamo una decina di persone, e ci mettemmo subito a lavorare. All’improvviso udimmo delle voci all’esterno, e capimmo che si trattava della polizia. Nonostante che le matzòt fossero destinate in realtà a decine di famiglia, decidemmo rapidamente che io, Reb Yaakov Orenstein e un ragazzo di tredici anni di nome Moshe Hetzkel avremmo detto che la farina era nostra, e che gli altri erano venuti solo per guardare. Dividemmo così i centoventi chili di grano tra noi: io presi cinquanta chili per me, e Reb Yaakov e il ragazzo si attribuirono trentacinque chili ciascuno per le loro famiglie. Questo avrebbe dato l’impressione che stessimo semplicemente macinando la farina per i nostri bisogni personali, e non per fare profitti illegali con il mercato nero. A quel tempo la farina si trovava soltanto di rado, il che la rendeva uno dei principali oggetti del mercato nero, e il mercato nero era un reato grave.
I poliziotti entrarono e noi raccontammo loro la nostra storia. Loro chiusero a chiave il mulino e ci portarono alla stazione di polizia. Dopo aver controllato e aver verificato che avevamo tutti famiglie numerose e povere, ci lasciarono andare e ci restituirono perfino la farina. Così anche quell’anno tutti ebbero le loro matzòt shemuròt.
Nel 1957, alla fine, trovai lavoro nell’acquistare piccole quantità di vecchi stracci per una fabbrica, che li rielaborava. Il mio supervisore era Reb Moshe Zaicik, che ora vive a Pètach Tikvà. Lui faceva di tutto per fare tzedakà e buone azioni, e faceva anche grossi sacrifici pur di aiutare gli altri ebrei. Molti degli ebrei in quella fabbrica avevano ottenuto il lavoro grazie al suo intervento. Organizzò le cose in modo che io potessi facilmente osservare lo Shabbat in quel posto di lavoro. Erano molto soddisfatti del mio lavoro, perché potevano fidarsi che non avrei sprecato il loro denaro. Gente che aveva la possibilità di fare qualche altra cosa non si sarebbe candidata per quel lavoro, ma per me era perfetto: non cercavo uno status, ma solo di poter osservare lo Shabbat. Rimasi lì per otto interi anni, fino a che non fummo in grado di lasciare la Russia.
Durante i miei undici anni precedenti in cui avevamo abitato a Mosca, avevo cambiato lavoro una decina di volte: ogni volta che la mia osservanza dello Shabbat diventava troppo evidente, ero costretto a lasciare il lavoro.
In questo posto di lavoro c’era anche un beneficio aggiuntivo: c’era molto da fare, e quindi poté impiegarsi lì anche mia moglie, lavorando a metà tempo.
Ma se erano finite le mie preoccupazioni di carriera, i problemi con il sistema scolastico presero il loro posto.
Alla fine dell’inverno le nostre condizioni di vita erano disperate. Stavamo ancora vivendo in quell’appartamento affollato, gelido, di una stanza e mezzo, che aveva imposto un pedaggio molto pesante alla salute di mia suocera, che era vicina agli ottanta. Non aveva senso rimanere lì, mentre la famiglia cresceva ogni anno di più. Anche se ora Debora era sposata e aveva casa sua, lei e suo marito ci venivano a trovare ogni giorno, mangiando di frequente con noi di Shabbat. Non era possibile prendere in affitto un appartamento più grande, perché nessuno avrebbe affittato a una famiglia numerosa.
Nel 1957 il governo ci diede un lotto di terra a Bolshevo, un nuovo distretto nella zona di Kaliningrad della periferia di Mosca. [All'epoca premiavano le famiglie numerose (visto le pesantissime perdite a causa della guerra e delle persecuzioni di Stalin. La sig.ra Chazan ricevette una medaglia e questo dono di terra che aveva chiesto in sostituzione al premio di denaro. NDR] Io presi in prestito grandi somme di denaro per costruire una casa di cinque stanze, tre per noi e due per mia figlia Debora. Prima di Pesach del 1957, dopo sette anni a Kliazma, ci trasferimmo nella nuova casa. Con questo trasferimento mi liberai anche di tutti i problemi scolastici che avevamo con Batsheva.
Naturalmente dovevo pagare i debiti che avevo fatto. Essendo un povero operaio, non mi era facile rimborsare i debiti. Decisi di costruire un forno speciale per cuocere le matzòt, e stavo alzato di notte per mesi prima di Pesach, cuocendo le matzòt con l’aiuto di assistenti. In questo modo in pochi anni fui in grado di ripagare quello che dovevo. Fortunatamente, non fui mai scoperto mentre facevo le matzòt, altrimenti avrei dovuto affrontare la grave accusa di disseminare propaganda religiosa. Quando, nel mese di maggio, nacque Hanna, fummo molto contenti di poterci trasferire in una casa più grande.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950, Figure Ebraiche di Mosca, Sacrifici Per Mitzvòt, Lottando Per Lo Shabbàt, Il Complotto dei Medici, Il Complotto dei Medici II, Il Direttore Ebreo, Il Problema della Scuola, Batsheva Tra I Pionieri, Il Mio Lavoro a Mosca (I)
© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Le Giuste Priorità
2 luglio, 2010Finalmente, dopo quarant’anni nel deserto, il popolo ebraico si trovava sulla soglia della Terra Promessa. Moshè era ancora la guida del popolo pronto ad attraversare il Giordano per conquistare e abitare la Terra.
È proprio a questo punto che un gruppo di persone – dalle tribù di Reuben e Gad – vennero da Moshè con una richiesta interessante.
“Noi abbiamo un’abbondanza di gregge”, dissero, “e la zona nella quale ci troviamo è molto adatta al pascolo. Vorremmo rimanere qui, oltre il Giordano, e non entrare nella futura Terra d’Israele”.
“Ma è possibile che i vostri fratelli andranno a combattere e voi rimarrete qui?” ribatté Moshè. “No”, dissero, “costruiremo dei rifugi per il bestiame e delle città per i nostri figli e poi ci affretteremo a prendere le armi e andare davanti ai nostri fratelli finché li porteremo al loro posto. Non torneremo alle nostre case finché tutti i figli d’Israele prenderanno possesso del loro territorio”.
Moshè accetta la proposta dicendo “…costruite città per i figli e rifugi per le bestie, e fate ciò che avete detto”. (Bemidbar 32, 1-42).
Si noti che nella sua risposta Moshè parla prima dei figli e poi del bestiame, mentre nella richiesta delle tribù l’ordine fu quello contrario.
Il grande commentatore Rashì scrive che queste tribù erano preoccupati più per i loro beni che per i loro figli e Moshè dovette impartire loro una lezione sulle priorità: prima la famiglia, poi i beni.
Certo che bisogna lavorare per poter portare avanti la famiglia, ma quando abbiamo questa Parashà davanti dobbiamo fermarci un attimo e pensare se abbiamo i valori al posto giusto e se le nostre priorità hanno un vero senso.
Gran parte del nostro tempo è preso dal poter arrivare al fine e non dal fine stesso, ma bisogna sempre ricordare che “la cosa migliore che si può spendere sui bambini non sono i soldi ma il tempo”.
Il sesto Rebbe di Lubavitch, Rabbi Yosef Yitzchak Schneersohn, disse che “la verra ricchezza non si misura con proprietà, azioni e così via. La vera ricchezza ebraica consiste nel essere benedetti con figli che camminano nelle vie del Sign-re.”
Ci auguriamo tutti, quindi, molta ricchezza…
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
Adattato da Rav Shalom Hazan

La Lezione dell’Ago
30 luglio, 2010La data di questo Shabbàt, il 20 del mese di Av, è la ricorrenza della scomparsa del Rav Levi Yitzchak Schneerson (padre del Rebbe di Lubavitch) che è stato rabbino capo della città ucraina di Dnepropetrovsk, precedentemente chiamata Yekatrinoslav, dal 1909 sino al suo arresto nel 1939 quando fu esiliato in una zona remota del Kazakhstan per le sue opere “contro-rivoluzionarie” (ossia, continuando a divulgare la Torà e le Mitzvòt). Morì in esilio nel 1944 all’età di sessantesei anni.
Clicca per una breve biografia
Rabbì Levi Yitchak Schneerson (1878-1944)
Segue un breve insegnamento tratto dalle sue scritte delle quali una minimissima parte è stata portata in salvo e pubblicato dal Rebbe, suo figlio. La maggior parte dei manoscritti di Rav Levi Yitzchak, che era uno dei più grandi kabalisti della sua generazione, furono confiscati al momento del suo arresto e mai rivisti.
La Mishnà che tratta la purificazione rituale di oggetti resi impuri cita il caso di un ago. Sarebbe difficile fare immergere l’ago nella profondità delle acque del mikvè (il bagno rituale, o la sorgente). L’ago viene quindi posato, per esempio, su un gradino che porta al mikvè e con la mano si creano delle piccole onde che, una volta lo coprono l’ago diventa puro.
Questa Mishnà nasconderebbe un’insegnamento eternamente rilevante. Un ago è uno strumento utilizzato per unire due elementi, bucandoli con la punta.
Metaforicamente parlando, l’uomo è un ago che ha la funzione di “cucire” e unire gli elementi materiali del mondo con quelli spirituali.
Ad esempio, quando un bambino beve un bicchiere d’acqua dicendo prima una benedizione per ringraziare il Sig-re, è come se dichiarasse che l’acqua non è altro che un’altra espressione della grandezza del Creatore.
Questa missione di avvicinare la materia allo spirito potrebbe anche essere pericolosa, poiché chi “lotta con uno sporco si sporca…” Com’è che si mantiene la propria purezza? Rimanendo sul “gradino” e facendo sempre passare l’onda dell’acqua che è spesso una metafora per la Torà. Chi si occupa della purificazione del mondo (ossia, tutti…) si protegge con “ondate” costanti di studio della Torà. Questo ci aiuta a “bucare” i problemi che ci circondano e fare passare il filo delle Mitzvòt (rappresentati tutti dai fili degli Tzitzit) per unire due mondi che sembrano distinti.
Etichette: commento, dnepropetrovsk, mikve, mishna, rav levi yitzchak schneerson, yekatrinoslav
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