Archivio per agosto 2010

Educazione Ebraica Nell’URSS

27 agosto, 2010

Continua da Problemi Scolastici a Bolshevo
Cosa è Nel Profondo Della Notte Sovietica?

Nel 1955 Batsheva e Moshe Mordechai presero l’itterizia, una malattia grave, e dovettero essere portati all’ospedale. Rifiutarono di mangiare il cibo cucinato dell’ospedale. Batsheva, che aveva dieci anni ed era più matura, di nascosto buttava il cibo nel secchio della spazzatura ma Moshe Mordechai, che aveva solo otto anni, sfacciatamente ignorava i pasti che venivano portati al suo letto. Quando le infermiere si accorsero che non mangiava, si riunirono introno a lui e cercarono di forzarlo ad aprire la bocca e di spingergli il cucchiaio in bocca, ma lui continuò a non aprire la bocca. Il dottore mi disse, preoccupato, che se non avesse mangiato non sarebbe guarito. Poiché non erano permesse le visite, tutto quello che potei fare fu di mandargli un biglietto in Yiddish attraverso il dottore, in chiare lettere quadrate: “Puoi mangiare, ” diceva il biglietto, “è kasher.”

Pensai che fosse preferibile questo, piuttosto che dirgli che poteva mangiare perché la sua vita era in pericolo, ma non riuscii a ingannarlo, e non ascoltò neanche me. Le intere sei settimane in cui fu in ospedale, come anche sua sorella, mangiò solo frutta, verdura cruda e caramelle, fino a che i dottori dichiararono che stavano abbastanza bene da poter essere dimessi.

Quando mio figlio venne a casa, disse: “Sai, tu hai detto che era kasher, ma come fai a saperlo? Loro semplicemente tagliano la testa ai polli.” Io sorrisi con orgoglio a quelle parole.

I miei figli insegnavano l’un l’altro e si incoraggiavano a vicenda. Parlavano di continuo della kasherùt. Quando raggiungevano l’età di sette o otto anni, io ci tenevo particolarmente a insegnare loro Chullìn (un trattato del Talmùd n.d.t.), che è particolarmente dedicato alle leggi della kasherùt, prima la Mishnà e poi la Ghemarà. Così se mi fosse successo qualcosa, loro avrebbero saputo le regole della shechità e della kasherùt. Inoltre insegnai sia alle ragazze che ai ragazzi come esaminare gli organi interni di un pollo.

Spesso dicevo ai miei figli che le prove che avevo dovuto sopportare da bambino erano state molto più grandi delle loro. Loro erano cresciuti sapendo che erano ebrei religiosi e che non avevano niente in comune con nessun altro. Invece io quando ero
ancora un bambino, a otto anni, avevo visto tutto il mio mondo rovesciarsi. Tutti i miei amici religiosi erano diventati nemici, mi schernivano e mi disprezzavano.

Raccontavo loro un episodio della mia giovinezza. Una volta avevo osservato come un uccello scappava ogni volta in cui qualcuno cercava di catturarlo. Avevo allora riflettuto:‘questa è la mia situazione. L’uccello sa molto bene di avere molti nemici, eppure prende delle precauzioni contro il pericolo, e non si arrende. Noi abbiamo molti nemici che sperano nella nostra sfortuna, ma dobbiamo guardarcene e non arrenderci.’

Quando i miei figli sono diventati più grandi, ciascuno dovette combattere le sue battaglie e passare attraverso delle prove a scuola, in strada e al lavoro, ma non una volta alcuno di loro esitò. Nonostante l’atroce povertà che dovevamo sopportare, i miei figli condividevano la mia lotta e non si lamentarono mai. Forse la loro forza di carattere veniva dal vedere le sofferenze che mia moglie ed io prendevamo su di noi per preservare il nostro ebraismo. I miei figli, non meno di me, sperimentarono miracoli senza fine e sfuggirono ai pericoli. Fino al giorno in cui avemmo il privilegio di poter lasciare il suolo amaro e insanguinato della Russia, fummo oppressi per la nostra fede.

Una grande consolazione che avevamo in quel tempo era la melavè malkà (il pasto dopo l’uscita di Shabbat N.d.T.). I miei figli, i miei generi, mio nipote Yisrael Freidman di Perlovka, e Israel Olidort con suo figlio Motl e suo genero Velvel Sirota ed io ci riunivamo come una sola famiglia allargata e celebravamo ogni Motzè Shabbat. Non si trattava altro che di patate, aringa e torta, ma per noi era una festa che riscaldava il cuore.

I ragazzi preparavano un siyùm (studio in comune alla fine di un testo che è stato studiato N.d.T.) su un ordine di Mishnayòt ogni settimana. I ragazzi venivano inoltre esaminati sulla Ghemarà che avevano studiato, e le ragazze e i ragazzi più piccoli sul Chumàsh.

D-o è stato accanto a noi. Il nipote di Israel Olidort, David, cominciò la scuola nel 1966, all’età di sette anni. A quell’età era già così risoluto nella sua fede, che evitava di andarci di Shabbat, e usciva prima il venerdì pomeriggio. Un venerdì lo tennero dentro, ma lui si rifiutò di scrivere. Lo tormentarono tanto che alla fine svenne, ma non scrisse! In seguito divenne assistente letterario del Rebbe di Lubavitch, uno dei pochi con il compito di memorizzare le conversazioni di Torà del Rebbe sullo Shabbat e Yom Tov (giorni festivi N.d.T.) e poi trascriverle. Vengono poi stampate come opuscoli e disseminate in tutto il mondo.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950, Figure Ebraiche di Mosca, Sacrifici Per Mitzvòt, Lottando Per Lo Shabbàt, Il Complotto dei Medici, Il Complotto dei Medici II, Il Direttore Ebreo, Il Problema della Scuola, Batsheva Tra I Pionieri, Il Mio Lavoro a Mosca (I), Il Mio Lavoro a Mosca II, Problemi Scolastici a Bolshevo

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Guerra Allo Smartphone?

23 agosto, 2010

Caro rav Shalom,

Che ne pensi del contenuto di questo articolo? [L'articolo segue, ndr] La tua scuola di pensiero appoggia questa visione sefardita contemporanea sugli smartphone oppure si pone a distanza?

Lettera Firmata

Caro ——–,

In generale la filosofia del movimento Chabad Lubavitch, seguendo gli insegnamenti del Rebbe, e’ quella di usufruire di cio’ che il mondo ha da offrire, incluso il mondo della tecnologia, per fini positivi.

Il concetto appartiene ad una filosofia piu’ generale che vede il mondo come un “campo di battaglia” spirituale nel quale esiste il bene (cio’ che e’ richiesto dalla Tora’) ed il male (cio’ che la Tora’ richiede di evitare) mentre tra i due estremi vi e’ cio’ che rimane “neutro” ovvero tutto cio’ che si puo’ utilizzare sia per il bene che per il male.

Il libro base della filosofia hassidica Chabad, il Tanya, approfondisce molto il discorso. (Io tengo una lezione di Tanya ogni lunedi’ sera nel nostro centro).

L’esempio per illustrare il concetto potrebbe essere uno di estrema banalita’. Cosa c’e’ di piu’ banale di una semplice cena? Ebbene anche questa semplice cena potrebbe diventare un “campo di battaglia”. Come si comportera’, la persona, con la forza ed energia tratta da quel cibo? Se il suo sara’ un comportamento negativo avra’ fatto si’ che un semplice cibo “neutro” sara’ identificato con il “male”. D’altronde, se utilizzera’ quella forza per un’opera opera positiva, quel cibo sara’ elevato dalla neutralita’ alla positivita’ (o potremmo dire alla santita’).

Il Rebbe citava spesso il detto dei Maestri della Mishna’ “Tutto cio’ che il Santo, Benedetto Egli Sia, creo’ nel Suo mondo, non lo creo’ per altro che per la Sua gloria”.

E’ interessante notare inoltre che la Parasha’ che si legge questa settimana apre con le istruzioni che riguardano il comportamento dei soldati in guerra. Guerra che secondo i commentatori si riferisce metaforicamente anche a quella che avviene all’interno di noi stessi in tutti i tempi.

Detto questo vorrei precisare che ritengo questo articolo poco piu’ di un classico titolo clamoroso giornalistico ma con poca chiarezza reale. Questo perche’ anche questa scuola di pensiero sefardita non ha in realta’ dichiarato alcuna guerra sugli smartphone… Si tratta semplicemente delle regole che hanno imposto sui studenti delle loro scuole rabbiniche (Yeshivot). In una Yeshiva’ si studia la Torah, il Talmud, la Halacha (legislatura ebraica) e aspetti morali e mistici dell’ebraismo dalle 7 di mattina alle 9 di sera. Lo studio e’ intensivo e richiede molta concentrazione e focus. E’ chiaro che le regole di una istituzione di questo tipo saranno alquanto severe… (Immagino che si possano trovare paralleli anche in seminari e collegi laici o di altre religioni).
 
Esistono anche delle Yeshivot create appositamente per persone senza alcun background di studi d’ebraismo. Se dovessi essere interessato per approfondire la tua conoscenza d’ebraismo, facendo un corso di una o due settimane, fammi sapere…

A presto
Rav Shalom

Israele, i rabbini contro gli smartphone
«Pericolose depravazioni da strada»

GERUSALEMME – I cellulari di ultima generazione? «Statene alla larga, sono depravazioni da strada». I rabbini sefarditi di Israele dichiarano guerra agli smartphone e a tutti quei telefonini che «permettono di guardare filmati, navigare su Internet e, Dio sia clemente, di raggiungere anche i posti peggiori al mondo». Una dura presa di posizione contenuta in una circolare che è stata rilanciata dal sito del quotidiano “Yedioth Ahronoth”.

MODERAZIONE – «In un istante – si legge nella nota – un uomo può inciampare e cadere, Dio non voglia, nel fondo di un baratro». La circolare «intima» per questo agli studenti, in vista dell’inizio del nuovo anno scolastico, di «rimanere alla larga da queste attrezzature pericolose, di mantenersi moderati e attenti». I leader religiosi sefarditi invitano quindi «i giovani intelligenti» a lasciarsi rafforzare dalla Torah e a dedicare ogni momento libero al suo studio, «con desiderio e gioia». Un appello tanto più importante, scrivono i rabbini, in un periodo in cui «si viene a sapere di disastri quotidiani a cui è difficile opporsi» e le strade sono piene di vecchie e nuove «depravazioni» che impediscono di dedicarsi alla religione. Solo lo studio della Torah, conclude la circolare, potrà tornare utile nel giorno del giudizio.
[Corriere.it]

L’Unanimita’ Salva

13 agosto, 2010
Giudizio Unanime

 

Il verso con il quale si apre la Parashà di questa settimana ci istruisce di nominare “giudici e amministratori” in ogni città. Contemporaneamente la Torà parla di norme e regole che definiscono e limitano il potere dei giudici e dei tribunali per assicurare che il giudizio venga eseguito con cautela e sensibilità.

 

Secondo le norme legislative della Torà un crimine molto grave viene giudicato da un tribunale di ventitrè giudici chiamato il “sinedrio minore”.

 

All’epoca, dopo aver sentito i testimoni, gli stessi giudici si dividevano in due gruppi. Quelli convinti dell’innocenza dell’accusato diventavano i suoi difensori e cercavano di dimostrare la logica della loro posizione, mentre i giudici propensi a condannarlo portavano le loro prove.

 

A questo punto si votava. Un solo voto di maggioranza era sufficiente per scagionare l’accusato, mentre una maggioranza di almeno due era necessaria per condannarlo.

 

Nel caso che tutti i ventitrè giudici fossero convinti della colpevolezza dell’accusato la legge della Torà dice che l’accusato non può più essere condannato.

 

In uno dei suoi discorsi, il Rebbe di Lubavitch spiegò la logica di questa norma. Non esiste un uomo talmente malvagio che non si possa trovare nessun argomento in sua difesa. Esiste sempre una spiegazione, una giustificazione o una prospettiva sotto la quale si può vedere un raggio della bontà della sua anima. Certo, questo non vuol dire che ogni crimine diventa innocente­; a volte le circostanze portano ad una condanna e a volte no. Ma il fatto che nessun membro del tribunale riesce a percepire il lato innocente della persona indica che la corte stessa non capisce bene chi è la persona e che cosa ha fatto. In effetti, il tribunale si è auto-squalificato dal giudicare questa persona del quale vedeva solo il negativo.

Problemi Scolastici a Bolshevo

12 agosto, 2010

Quando arrivammo a Bolshevo, non iscrissi i figli a scuola. Come famiglia numerosa in un nuovo quartiere, tuttavia, non passammo inosservati a lungo, e le autorità scolastiche cominciarono a farmi pressioni perché iscrivessi i figli a scuola. Di fronte alle loro minacce, non ebbi altra scelta che iscrivere alcuni dei figli, il minor numero possibile.

Non ero preoccupato dell’influenza che la scuola avrebbe avuto su di loro, conoscendo la loro forza di carattere: la mia preoccupazione era piuttosto relativa alla frequenza di Shabbat. Per quanto tempo mi avrebbero consentito di evitarla?

La mia politica era di tenere duro più a lungo possibile, e di non mandarli mai prima degli otto anni di età. In genere, se dovevo mandare uno di loro, preferivo mandare una femmina piuttosto che un maschio, in modo che i ragazzi potessero continuare a studiare
Torà indisturbati più a lungo possibile. Batsheva, che aveva ora dodici anni, continuava ad andare a scuola ma Chaim Meir, che aveva otto anni, non ci andava. Nel 1958 andò a scuola anche Moshe Mordechai, che aveva dieci anni. Batya cominciò ad andare a scuola due anni dopo, quando aveva nove anni, ma Chaim Meir, che era più grande di lei, non
iniziò fino a un anno dopo.

Il ritardato inizio delle scuole dei miei figli non fu mai un problema. Le ragazze più grandi insegnavano alle più piccole i rudimenti della lettura e dell’aritmetica, in modo che al momento in cui avrebbero iniziato ad andare a scuola, sarebbero stati allo stesso livello degli altri bambini, ed erano perfino tra i migliori della classe.

Quasi subito però sorsero di nuovo dei problemi per Batsheva. Il suo orario di lezione era nel pomeriggio, dall’una alle sei. Noi ci organizzammo in modo che lei dovesse lasciare la scuola in anticipo ogni venerdì pomeriggio con la scusa che aveva bisogno di cure
mediche periodiche. Qualche mese dopo, la preside della scuola venne a sapere che la bambina si assentava ogni venerdì, e cominciò a chiedersi quale tipo di cure dovesse fare ogni settimana, e particolarmente di venerdì sera. Dopo aver chiesto all’ambulatorio
locale, venne a sapere che nessuna bambina del genere compariva nelle loro liste. Allora diede severe istruzioni all’insegnante di Batsheva, di non permetterle di andare a casa il venerdì finché le lezioni non fossero finite.

Il giorno dopo Batsheva venne a casa sconvolta: la maestra le aveva detto che d’ora in poi non le sarebbe stato permesso di lasciare la scuola in anticipo il venerdì. Le dissi di non preoccuparsi: “Verrò io a prenderti e ti porterò fuori dell’aula, ” le assicurai. Quel venerdì andai a scuola e chiesi a uno dei bidelli di dire a mia figlia di venire fuori.
Mentre aspettavo, all’improvviso apparve la preside. Mi presentai amichevolmente.

“Sì, avevo proprio intenzione di parlare con lei, ” disse, “aspetti un minuto.”

“Va bene, ” risposi, “ma voglio che mia figlia venga con me.”

Quando venne Batsheva, le dissi di andare subito a casa. Lei andò, e la preside mi fece entrare nel suo ufficio. Vennero anche la vicepreside e il consigliere anziano dei Pionieri.

La preside mi chiese perché mia figlia usciva da scuola in anticipo ogni venerdì. Le dissi la verità.

“Non può esistere una cosa così in una scuola sovietica!” disse enfaticamente.

“Facevamo così quando abitavamo a Kliazma, secondo un accordo che avevo fatto col preside,” risposi, “se vuole può telefonargli e controllare.”

“E dove ha preso il permesso, il preside di Kliazma, per farsi le regole come vuole?”

“Non so, ma sarebbe inutile protestare: i miei figli, per loro propria volontà, si rifiutano di scrivere di Shabbat. Per quello non vanno a scuola di Shabbat.”

“Ma lei è una pioniera!” esclamò.

“È stata accettata nel gruppo sapendo che non avrebbe scritto di Shabbat.”

“Guardi sul muro. Vede quella bandiera rossa? Abbiamo ricevuto quel segno di onore per la classe di sua figlia, per gli eccellenti risultati raggiunti nella classe. Ora, a causa del comportamento di sua figlia, ci porteranno via quella bandiera.”

“Vuole buttare fuori della classe mia figlia?” chiesi.

“No, ma sono responsabile di questa scuola, e non voglio subire conseguenze a causa vostra.”

“Subirò io le conseguenze. Può portarmi in tribunale se vuole, ” replicai.

“Ora capisco che lei fa parte di un movimento clandestino contro le autorità, ” disse, “la polizia può fare indagini su questo.”

La nostra discussione era agitata. Io difendevo a voce alta la mia posizione e lei si rendeva conto che non avrei ceduto. Finimmo la discussione in stato di collera. Alla fine vinsi io: Batsheva continuò a venire via da scuola in anticipo ogni venerdì pomeriggio per il resto dell’anno.

La preside, tuttavia, non fu soddisfatta, e tentò di convincere Batsheva a venire a scuola di Shabbat. Batsheva rifiutò, e allora la preside esplose e le disse con rabbia: “se è così, vattene in Palestina!” Batsheva subito replicò: “per me va bene anche qui.”

In seguito questa preside fu nominata direttore per l’educazione regionale e andò via dalla nostra scuola, ma la preside che prese il suo posto era ancora peggio.

In quell’inverno diventammo nonni, e sei mesi dopo, in maggio, avemmo un altro figlio, Yaakov. L’inverno seguente facemmo sposare la nostra seconda figlia. Trovammo il suo chatàn (sposo N.d.T.) attraverso legami familiari: il fratello di nostro genero aveva
sposato una ragazza religiosa proveniente dalla Bukovina, una provincia della Romania annessa alla Russia dopo la seconda guerra mondiale, in cui ancora viveva un grande numero di ebrei religiosi. Questa ragazza aveva un fratello molto rispettato, dell’età
giusta. Centinaia di amici si unirono a noi nel celebrare le nozze.

Nel mese di Shevat dell’anno 5720 (1960) nacque la nostra Rivka.
Quando c’eravamo trasferiti a Bolshevo, avevo trovato un nuovo maestro di Torà per i miei figli, Rav Israel Olidort. Siccome si rifiutava di farsi pagare, non potevo avvalermi di lui indefinitamente, nonostante fossi molto contento del suo lavoro. Come già detto in
precedenza, la sua era una delle sole tre famiglie che osservavano lo Shabbat a Odessa.

Trovai un altro maestro, Reb Yaakov Lerner, un invalido con un braccio solo. Questo handicap era, in effetti, un vantaggio: se un ufficiale fosse entrato in casa mentre c’era lui, avremmo potuto sempre dire: “Stiamo dando da mangiare a un amico invalido.” Il Rebbe di Machnovka mi aiutava a coprire parte dei costi dell’educazione dei figli, mentre io pagavo il resto.

Nel 1958 Moshe Mordechai cominciò a frequentare le scuole sovietiche la mattina, ma studiava Ghemarà dopo il ritorno a casa, all’una, per l’intero pomeriggio. I miei figli studiavano molto volentieri, e facevano a gara tra loro per eccellere. Io davo molta importanza allo studio approfondito della Ghemarà e a imparare grandi porzioni dello
Shulchàn Arùkh. Studiavano anche il Chumàsh con Rashì ogni settimana. Col passare del tempo divenni pieno di soddisfazione costatando come ognuno dei miei figli fosse ostinato nella sua fiducia in D-o, Barukh Hashem, e nella pratica delle mitzvòt.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950, Figure Ebraiche di Mosca, Sacrifici Per Mitzvòt, Lottando Per Lo Shabbàt, Il Complotto dei Medici, Il Complotto dei Medici II, Il Direttore Ebreo, Il Problema della Scuola, Batsheva Tra I Pionieri, Il Mio Lavoro a Mosca (I), Il Mio Lavoro a Mosca II

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Resa dei Conti

6 agosto, 2010

Questa settimana avrà inizio il mese ebraico di Elul.

Che Significato Ha Elul?

Durante la permanenza degli ebrei nel deserto Moshé salì sul monte Sinai tre volte.

La prima fu quando ricevette la Torà.

La seconda fu per difendere il popolo e supplicare D-o per il perdono dopo l’episodio del vitello d’oro.

La terza, poi, fu proprio nel primo giorno del mese di elul, che precede il mese festivo di tishrì, per invocare la misericordia divina al fine di ottenere il completo perdono dopo il completo pentimento da parte del popolo di Israel.

Il Profeta rimase sul monte per quaranta giorni, fino al giorno di Kippur, quando tutto il popolo di Israel, passato e presente, è completamente puro, come se non si avesse mai peccato.

Sin da allora quei giorni sono segnati da una speciale Grazia Divina: durante tale periodo le nostre preghiere sincere sono sicuramente accettate con favore da D-o.

Le Usanze per il Mese di Elul

Il giorno di Rosh Chodesh (capomese) si suona lo shofàr (e alcuni continuano ogni giorno feriale, eccetto la vigilia di Rosh Hashanà).

Si aggiunge alle preghiere quotidiane del mattino e del pomeriggio il Salmo 27 (fino a Hoshaanna Rabbà).

È uso fare maggiore tzedakà ogni giorno.

Ogni giorno di questo mese (per i Sefarditi) si recitano le Selichòt (preghiere speciali di penitenza e pentimento).

Elul è un momento appropriato per riflettere in merito alle proprie azioni, ai comportamenti tenuti durante l’anno appena trascorso e per decidere di correggersi in preparazione di quello che sta per iniziare.

Salmo 27

Di David. Il Signore è la mia luce e la mia salvezza, chi dovrei temere? D-o è colui che dà forza alla mia vita, di chi dovrei aver paura?

Quando gli empi mi si avvicinano per divorare la mia carne, sono i miei avversari e i miei nemici che inciampano e cadono.

Se un esercito dovesse accamparsi contro di me, il mio cuore non avrebbe timore. Se scoppiasse contro di me una guerra, in questo io confido [nel Signore che è la mia salvezza].

Una cosa sola io domando a D-o, gli chiedo di abitare nella casa del Signore per tutti i giorni della mia vita, per godere la gioia della presenza di D-o e meditare nel suo Santuario.

Poiché Egli mi darà rifugio nella sua capanna nei giorni della sventura, mi coprirà nel segreto della sua tenda e mi innalzerà sopra una roccia.

Ora il mio capo si erge in alto sui nemici che mi circondano, io nella sua tenda offrirò sacrifici di gioia. Canterò e loderò il Signore.

Ascolta, Signore, la mia voce quando ti invoco, fammi grazia ed esaudiscimi.

A nome tuo il mio cuore ha detto: «Cerca il mio volto» e pertanto il tuo volto, D-o, cerco.

Non mi nascondere il tuo viso, non respingere con ira il tuo servo. Tu che fosti il mio aiuto, non mi abbandonare, non mi lasciare o D-o della mia salvezza.

Perché [anche se] mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, il Signore mi raccoglierà.

Insegnami, o D-o, la tua strada. Guidami sulla retta via per scampare ai nemici.

Non mi lasciare in balia dei miei avversari, perché si sono levati contro di me falsi testimoni e uomini intrisi di violenza.

Se non avessi creduto nel vedere la bontà di D-o nella terra della vita.

Spera, dunque, nel Signore, rafforza il tuo animo ed Egli darà forza al tuo cuore, spera nel Signore.


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