Continua da Problemi Scolastici a Bolshevo
Cosa è Nel Profondo Della Notte Sovietica?
Nel 1955 Batsheva e Moshe Mordechai presero l’itterizia, una malattia grave, e dovettero essere portati all’ospedale. Rifiutarono di mangiare il cibo cucinato dell’ospedale. Batsheva, che aveva dieci anni ed era più matura, di nascosto buttava il cibo nel secchio della spazzatura ma Moshe Mordechai, che aveva solo otto anni, sfacciatamente ignorava i pasti che venivano portati al suo letto. Quando le infermiere si accorsero che non mangiava, si riunirono introno a lui e cercarono di forzarlo ad aprire la bocca e di spingergli il cucchiaio in bocca, ma lui continuò a non aprire la bocca. Il dottore mi disse, preoccupato, che se non avesse mangiato non sarebbe guarito. Poiché non erano permesse le visite, tutto quello che potei fare fu di mandargli un biglietto in Yiddish attraverso il dottore, in chiare lettere quadrate: “Puoi mangiare, ” diceva il biglietto, “è kasher.”
Pensai che fosse preferibile questo, piuttosto che dirgli che poteva mangiare perché la sua vita era in pericolo, ma non riuscii a ingannarlo, e non ascoltò neanche me. Le intere sei settimane in cui fu in ospedale, come anche sua sorella, mangiò solo frutta, verdura cruda e caramelle, fino a che i dottori dichiararono che stavano abbastanza bene da poter essere dimessi.
Quando mio figlio venne a casa, disse: “Sai, tu hai detto che era kasher, ma come fai a saperlo? Loro semplicemente tagliano la testa ai polli.” Io sorrisi con orgoglio a quelle parole.
I miei figli insegnavano l’un l’altro e si incoraggiavano a vicenda. Parlavano di continuo della kasherùt. Quando raggiungevano l’età di sette o otto anni, io ci tenevo particolarmente a insegnare loro Chullìn (un trattato del Talmùd n.d.t.), che è particolarmente dedicato alle leggi della kasherùt, prima la Mishnà e poi la Ghemarà. Così se mi fosse successo qualcosa, loro avrebbero saputo le regole della shechità e della kasherùt. Inoltre insegnai sia alle ragazze che ai ragazzi come esaminare gli organi interni di un pollo.
Spesso dicevo ai miei figli che le prove che avevo dovuto sopportare da bambino erano state molto più grandi delle loro. Loro erano cresciuti sapendo che erano ebrei religiosi e che non avevano niente in comune con nessun altro. Invece io quando ero
ancora un bambino, a otto anni, avevo visto tutto il mio mondo rovesciarsi. Tutti i miei amici religiosi erano diventati nemici, mi schernivano e mi disprezzavano.
Raccontavo loro un episodio della mia giovinezza. Una volta avevo osservato come un uccello scappava ogni volta in cui qualcuno cercava di catturarlo. Avevo allora riflettuto:‘questa è la mia situazione. L’uccello sa molto bene di avere molti nemici, eppure prende delle precauzioni contro il pericolo, e non si arrende. Noi abbiamo molti nemici che sperano nella nostra sfortuna, ma dobbiamo guardarcene e non arrenderci.’
Quando i miei figli sono diventati più grandi, ciascuno dovette combattere le sue battaglie e passare attraverso delle prove a scuola, in strada e al lavoro, ma non una volta alcuno di loro esitò. Nonostante l’atroce povertà che dovevamo sopportare, i miei figli condividevano la mia lotta e non si lamentarono mai. Forse la loro forza di carattere veniva dal vedere le sofferenze che mia moglie ed io prendevamo su di noi per preservare il nostro ebraismo. I miei figli, non meno di me, sperimentarono miracoli senza fine e sfuggirono ai pericoli. Fino al giorno in cui avemmo il privilegio di poter lasciare il suolo amaro e insanguinato della Russia, fummo oppressi per la nostra fede.
Una grande consolazione che avevamo in quel tempo era la melavè malkà (il pasto dopo l’uscita di Shabbat N.d.T.). I miei figli, i miei generi, mio nipote Yisrael Freidman di Perlovka, e Israel Olidort con suo figlio Motl e suo genero Velvel Sirota ed io ci riunivamo come una sola famiglia allargata e celebravamo ogni Motzè Shabbat. Non si trattava altro che di patate, aringa e torta, ma per noi era una festa che riscaldava il cuore.
I ragazzi preparavano un siyùm (studio in comune alla fine di un testo che è stato studiato N.d.T.) su un ordine di Mishnayòt ogni settimana. I ragazzi venivano inoltre esaminati sulla Ghemarà che avevano studiato, e le ragazze e i ragazzi più piccoli sul Chumàsh.
D-o è stato accanto a noi. Il nipote di Israel Olidort, David, cominciò la scuola nel 1966, all’età di sette anni. A quell’età era già così risoluto nella sua fede, che evitava di andarci di Shabbat, e usciva prima il venerdì pomeriggio. Un venerdì lo tennero dentro, ma lui si rifiutò di scrivere. Lo tormentarono tanto che alla fine svenne, ma non scrisse! In seguito divenne assistente letterario del Rebbe di Lubavitch, uno dei pochi con il compito di memorizzare le conversazioni di Torà del Rebbe sullo Shabbat e Yom Tov (giorni festivi N.d.T.) e poi trascriverle. Vengono poi stampate come opuscoli e disseminate in tutto il mondo.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950, Figure Ebraiche di Mosca, Sacrifici Per Mitzvòt, Lottando Per Lo Shabbàt, Il Complotto dei Medici, Il Complotto dei Medici II, Il Direttore Ebreo, Il Problema della Scuola, Batsheva Tra I Pionieri, Il Mio Lavoro a Mosca (I), Il Mio Lavoro a Mosca II, Problemi Scolastici a Bolshevo
© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
L’Unanimita’ Salva
13 agosto, 2010Il verso con il quale si apre la Parashà di questa settimana ci istruisce di nominare “giudici e amministratori” in ogni città. Contemporaneamente la Torà parla di norme e regole che definiscono e limitano il potere dei giudici e dei tribunali per assicurare che il giudizio venga eseguito con cautela e sensibilità.
Secondo le norme legislative della Torà un crimine molto grave viene giudicato da un tribunale di ventitrè giudici chiamato il “sinedrio minore”.
All’epoca, dopo aver sentito i testimoni, gli stessi giudici si dividevano in due gruppi. Quelli convinti dell’innocenza dell’accusato diventavano i suoi difensori e cercavano di dimostrare la logica della loro posizione, mentre i giudici propensi a condannarlo portavano le loro prove.
A questo punto si votava. Un solo voto di maggioranza era sufficiente per scagionare l’accusato, mentre una maggioranza di almeno due era necessaria per condannarlo.
Nel caso che tutti i ventitrè giudici fossero convinti della colpevolezza dell’accusato la legge della Torà dice che l’accusato non può più essere condannato.
In uno dei suoi discorsi, il Rebbe di Lubavitch spiegò la logica di questa norma. Non esiste un uomo talmente malvagio che non si possa trovare nessun argomento in sua difesa. Esiste sempre una spiegazione, una giustificazione o una prospettiva sotto la quale si può vedere un raggio della bontà della sua anima. Certo, questo non vuol dire che ogni crimine diventa innocente; a volte le circostanze portano ad una condanna e a volte no. Ma il fatto che nessun membro del tribunale riesce a percepire il lato innocente della persona indica che la corte stessa non capisce bene chi è la persona e che cosa ha fatto. In effetti, il tribunale si è auto-squalificato dal giudicare questa persona del quale vedeva solo il negativo.
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