Una domenica, nell’aprile del 1960, un amico mi portò una copia della Mitishchìnskaya Pràvda, un giornale che veniva stampato a Mitishchi, la principale città della nostra regione. Mi mostrò una lettera al direttore, firmata dagli insegnanti della scuola. “Il pubblico è chiamato ad alzarsi!” proclamava la lettera.
Gli autori chiedevano al pubblico di “alzarsi e protestare contro quello che sta accadendo nella nostra città, Bolshevo: i figli della famiglia Chazan studiano nella nostra scuola, ma non di sabato, per motivi religiosi. I loro genitori li hanno così profondamente indottrinati a credere nelle loro sciocchezze religiose, che i figli stessi affermano ‘noi crediamo nella nostra religione di nostra volontà e non trasgrediremo lo Shabbat’”.
Più avanti la lettera così accusava: “E non solo quello, di sabato è stabilito che si insegni ai bambini ad aiutare a scuola e ad amare il lavoro, secondo la nuova legge (Quella legge era stata approvata durante l’amministrazione Krushchev). I figli dei Chazan ignorano anche questa legge, e questo disturba l’unità dell’intera classe. Chazan farebbe meglio a capire che i suoi figli non sono sua proprietà privata, ma appartengono all’intera nazione sovietica. Non dobbiamo permettere questa flagrante violazione. Chiediamo al Comune e alla fabbrica, dove lavora Chazan, di correggere questa seria trasgressione.”
Questa lettera di calunnia, e ancora di più il commento del giornale che seguiva, gettò terrore nei nostri cuori. Non c’era dubbio che le autorità avrebbero cominciato a occuparsi di noi, e chi poteva prevedere quale sarebbe stata la conclusione?
“Avete letto la lettera nei giornali?” ci chiedevano amici con buone intenzioni per tutta quella giornata. “Adesso le cose stanno diventando davvero serie, fareste meglio a riflettere se state facendo la cosa giusta!”
Quelle parole scoraggianti non facevano che aumentare la nostra apprensione, ma la mia famiglia ed io decidemmo di non piegarci. Il lunedì andai al mio lavoro al chiosco, dove si gettavano gli stracci vecchi. Quando arrivai, vidi un avviso appeso alla porta: “Non aprire il chiosco, vieni direttamente in ufficio.” Una volta giunto all’ufficio, non sapevo con chi dovevo incontrarmi. Chiedevo agli impiegati: “Perché sono stato chiamato?” ma nessuno lo sapeva.
“Aspetta che arrivi il Direttore,” mi consigliarono.
Poco dopo arrivò il Direttore, accompagnato dal Segretario dell’ufficio comunista (ogni fabbrica aveva un ufficio del partito comunista per controllare l’impresa e valutare la produttività dei lavoratori). Mi accompagnarono in una stanza e ci sedemmo. Il Direttore tirò fuori un giornale da un cassetto.
“Hai letto questo?”
“Sì”
“È vero?”
“No.”
“Non è vero?”
“Il sabato i bambini lavorano per la scuola. Ma mi dica, il governo è davvero interessato a ottenere lavoro da dei bambini?”
“No, i bambini lavorano per imparare ad amare il lavoro e odiare l’ozio. Inoltre questo li tiene lontani dalla strada dopo le ore di scuola”.
“Se è per questo,” gli dissi, “i miei figli lavorano a casa il doppio di quanto gli altri lavorino a scuola. Io ho da fare con il mio lavoro tutto il giorno,e così anche mia moglie. Lei è sovraccarica per il lavoro casalingo perché non posso permettermi un aiuto. Ora, mi permetta di chiederle: abbiamo cinque figli piccoli che stanno a casa tutto il giorno: chi li guarda? Ho un orto nel cortile: che ci lavora? Abbiamo una grande famiglia con molte bocche da sfamare: chi sta in coda per molte ore nei mercati e nei negozi? (in Russia il cibo si poteva comprare solo in località centralizzate che servivano migliaia di persone. Questi luoghi erano spesso situati molto lontano da casa. La gente aspettava in coda che il negozio fosse aperto, per poi comprare gli alimentari, e questo poteva comportare delle ore!) Solo i nostri figli più grandi possono farlo. Studiano a scuola, fanno i compiti a casa, si occupano della spesa, coltivano il giardino. Volete che facciano ancora più lavoro di così? hanno più lavoro di qualsiasi altro bambino della Russia!”
“Va bene, va bene, diciamo che lei ha una scusa plausibile per i suoi figli per non lavorare a scuola; ma lei non permette ai suoi figli neanche di scrivere di Shabbat. Al contrario, li addestra a sfidare gli ideali comunisti. Io penso che lei e sua moglie dovreste essere processati in tribunale. Io penso che i vostri figli dovrebbero essere portati nelle nostre istituzioni e allevati correttamente.”
Queste parole dure non erano minacce vane. I comunisti avevano già fatto questo ai figli di una setta cristiana ortodossa.
“I miei figli devono essere religiosi,” dissi, “perché devono la loro vita alla religione.”
“In che senso?”
“Lei quanti anni ha?”
“Più di lei.”
“Quanti figli ha?”
“Due”
“Mi può spiegare perché ha solo due figli? Qual è il problema? Lei o sua moglie siete malati? Una donna naturalmente mette al mondo un figlio ogni uno o due anni, ma sembra che voi avete programmato di avere solo due figli in modo da vivere una vita
facile e comoda. Anch’io avrei potuto fare lo stesso, ma sono religioso. A causa delle mie convinzioni religiose loro sono nati, così loro hanno l’obbligo di essere osservanti.”
Mi girai verso il Segretario dell’ufficio del partito. “E lei quanti figli ha?” gli chiesi.
Lui sorrise timidamente e disse: “Una figlia.”
“Perché una soltanto?” lo sfidai, “non sa che Stalin ha promulgato una legge che proibisce l’aborto? (quella legge era stata approvata per aiutare a ripopolare il paese dopo la perdita di venti milioni di cittadini nella seconda guerra mondiale) è lei che
infrange le leggi del suo paese, non io. Lei non ha più figli perché desidera godere i piaceri della vita, andare al teatro e al cinema. È questo che lei chiama lealtà all’ideale comunista? Io sono un uomo semplice e pio. Ho impegnato tutta la mia vita per i miei figli, che sono cittadini leali dal comportamento impeccabile. Lo può verificare sia a scuola sia nel quartiere. ”
Il Direttore non desiderava continuare oltre la nostra discussione “Ne parleremo un’altra volta,” mormorò, “nel frattempo può andare.”
Quando mi alzai, chiamò un ufficiale: “cambia il suo giorno libero dal sabato alla domenica.”
“Farebbe prima a licenziarmi direttamente, perché non lavorerò mai di Shabbat.”
Non era la prima volta che avevo spiacevoli incontri con i datori di lavoro. Hashem mi ha aiutato a sopravvivere a tutti.
Il Direttore non parlò mai più con me, e continuai a lavorare nel chiosco. Quando il mio Supervisore sentì della discussione che c’era stata, ebbe paura che io stessi diventando un lavoratore con problemi, e voleva licenziarmi, ma riuscii a mantenere il mio posto grazie agli sforzi del suo Vice-supervisore, Reb Moshe Zaichik. Questa sua gentilezza verso di me fu uno dei molti atti che egli fece in mio favore, come anche a favore di innumerevoli altri.
Nel mese di kislev dell’anno 5721 (1960) celebrammo il nostro primo bar-mitzvà, davanti a una folla di oltre cento invitati. Moshe Mordechai decise di celebrare il suo bar-mitzvà facendo un siyùm sul trattato Chullìn. Io suggerii un argomento per il suo discorso di bar-mitzvà, argomento che lui sviluppò da solo. Parlò per un’ora, e nessuno poteva credere che un ragazzo nato e cresciuto in Russia potesse essere così istruito. Erano presenti il Rebbe di Machnovka, Rav Eli Sandler e tutti i principali studiosi di Torà di Mosca. Alcuni di loro piansero per la meraviglia.
Non ci furono problemi a trovare un paio di tefillìn per lui, e del resto non c’erano problemi neanche a trovare qualsiasi libro ebraico. La soffitta della Grande Sinagoga conteneva centinaia di coppie di tefillìn e migliaia di libri, gettati via dai figli
comunistizzati di ebrei devoti. Altri, purtroppo, avevano gettato via quei libri santi come immondizia.
Nel 1960 riuscii a far cambiare scuola a Batsheva, di quindici anni, per andare a una scuola dei lavoratori, e in questo modo si risolse per lei il problema dello Shabbat, ma Moshe Mordechai, Chaim Meir e Batya continuavano ad andare a scuola, ed Ester Malka iniziò nel 1961. Nessuno di loro, però, andava a scuola di Shabbat.
Avevamo un amico religioso originario della Lituania, Rav Bezalel, il cui genero e la cui figlia si erano trasferiti a Mosca, e adesso vivono a Gerusalemme. “Io mi sento come se stessi in Eretz Israel, quando entro in questa casa,” diceva tutto
emozionato, “venite, bambini, fatemi sapere cosa ognuno di voi ha imparato.” Loro correvano da lui, scattando, per dirgli una regola ebraica oppure qualcosa dal Chumash. Correva anche Yaakov, che aveva tre anni.
“Cosa, Yaakov?” esclamava, ”anche tu hai imparato qualcosa?”
“Certo! Ho imparato che Hashem ha creato il mondo!”
Nell’anno 5722 (1962) Chaim Meir celebrò il suo bar-mitzvà. Completò lo studio del trattato Bava Metzia e fece un siyùm per l’occasione, cui parteciparono tutti i rabbini e i nostri amici. Prima del discorso, recitò tre pagine di Gemarà a memoria. Tutti dovettero ammettere che non era impossibile allevare un ebreo istruito in Russia.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa, Preghiera Clandestina, I Miracoli Continuano, Sopravvivenza in Uzbekistan, Furto Sul Treno, Occasione Mancata, Le Prime Notizie della Shoà, Salvi dall’Incendio, Scuola Ebraica Clandestina a Tashkent, La Creazione, Versione Sovietica, Yisrael, unico superstite, La Cortina di Ferro Si Chiude, La Vita a Mosca, 1950, Figure Ebraiche di Mosca, Sacrifici Per Mitzvòt, Lottando Per Lo Shabbàt, Il Complotto dei Medici, Il Complotto dei Medici II, Il Direttore Ebreo, Il Problema della Scuola, Batsheva Tra I Pionieri, Il Mio Lavoro a Mosca (I), Il Mio Lavoro a Mosca II, Problemi Scolastici a Bolshevo, Educazione Ebraica nell’URSS
© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Simchàt Torà
28 settembre, 2010Cari amici,
Il periodo festivo arriva al suo culmine, la festività di Sheminì ‘Azeret e Simchàt Torà. La conclusione della ciclo di lettura annuale della Torà e l’immediato inizio del nuovo ciclo sono momenti di grande emozione e di gioia.
Normalmente la conclusione o l’inizio di un ciclo di studio è segnalato da una conferenza o un incontro di studio durante il quale si approfondisce il significato del tema. Chiunque avesse l’opportunità di assistere alla festa di Simchat Torà troverà canti, balli e l’assenza di discorsi. Il motivo è semplice e ovvio quanto è profondo: La Torà per noi non è uno studio ma è la nostra vita. E’ la nostra storia ed è il nostro futuro. La vita si affronta con serietà ma in alcune occasioni si festeggia e si ringrazia il Creatore di avercela donata.
Se non venite a ballare con noi ai Colli Portuensi spero abbiate la possibilità di farlo altrove (tenendo conto che qualsiasi luogo è valido per esprimervi questa gioia!).
Hag Sameach,
Rav Shalom
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