Archivio per ottobre 2010

Questione di Vita e Morte

29 ottobre, 2010

La Parashà di questa settimana descrive gli eventi della vita di Avrahàm e i suoi dicendenti, dopo la morte di sua moglie, Sara. Con questo in mente, è difficile capire il senso del nome della Parashà (il quale rappresenta anche il contenuto della stessa): “Chayè Sarà”, ossia “la vita di Sara”!

I nostri maestri spiegano che la vita nella sua forma più autentica, avendo come fonte il Divino stesso, è anch’essa intrinsicamente eterna. È per questo che nell’ebraismo la morte è legata all’impurità, perché la mancanza di vita indica un vuoto di santità e purezza. Laddove il Divino è rivelato, c’è solo vitalità.

Questo ci aiuta a capire il detto del Talmùd “il nostro padre Ya’akov non morì” (Ta’anit 5b) con tanto di spiegazione: “attraverso la vita della sua progenia, è vivo anche lui”.

Un corpo può morire, ma non una vita (un’anima) legata alla fonte di vita come quella di un giusto come Ya’akov. Al contrario, sono proprio gli eventi che accadono dopo la morte che possono testimoniare sulla continuità della “vita” del deceduto.

Lo stesso vale riguardo la Parashà di questa settimana e la morte di Sara. Proprio qui, ove vengono descritti gli eventi che seguono la morte di Sara, si mette in evidenza la parte eterna della sua vita. È possibile vedere l’impatto che ha avuto sul suo ambiente – un impatto che non “muore”.

Gli eventi della Parashà sottolineano la mancanza della figura di Sara e al tempo stesso dimostrano la sua “vita”.

Avrahàm e Sara erano i primi ebrei che hanno vissuto nella futura Terra d’Israele ma proprio la sepoltura di Sara (nella caverna della Machpelà) è risultato dal primo acquisto di terreno da parte di un ebreo nella Terra Santa.

Sara aveva dedicato la vita al formare la prima famiglia ebrea; il matrimonio di Isacco e Rebecca, descritto in questa Parashà dimostra come il sucessore di Sara vivesse gli ideali sui quali Sara aveva fondato la casa ebraica, continuando le sue stesse tradizioni di accendere le candele dello Shabbàt, di seguire le leggi della purezza famigliare e di preparare le challòt per lo Shabbàt e tramandandole a tutte le generazioni future di donne ebree.

Il nome Chayè Sarà, quindi, esprime il vero messaggio di questa Parashà. Poiché fin quando Sara viveva ancora, la sua vita poteva essere vista come uno stato temporaneo, una vita con un inizio e una fine limitata da un corpo e da un tempo definito.

Solo dopo la sua morte si rivela l’impatto eterno della sua vita.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, זי”ע

A cura di rav Shalom Hazan, Chabad Lubavitch di Monteverde

Capo Rabbino di Regno Unito in Visita a Scuola Chabad

29 ottobre, 2010


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Lord Rabbi Jonathan Sacks, rabbino capo del Regno Unito, in un incontro informale con gli studenti del collegio rabbinico di Chabad Lubavitch in Atlanta, Georgia, ottobre 2010.


Il Rav Sacks raccontò in quella occasione:
“Quarant’anni fa ero un ragazzo esattamente come voi con un’unica differenza: non avevo il minimo desiderio di diventare un rabbino… Avrei voluto essere un avvocato, un economista, un filosofo o qualcosa di simile. Furono due incontri con il Rebbe di Lubavitch che cambiarono tutto.

“Durante il nostro primo incontro il Rebbe mi invitò ad assumere una posizione di leadership ebraica tra gli studenti ebrei di Cambridge. Il Rebbe era un grande leader. Buoni leader creano seguaci ma grandi leader creano altri leader. Ancora di più, il Rebbe creava dei leader anche da persone che non avevano alcuna intenzione di esserlo”.

Dopo il suo primo incontro con il Rebbe e alcuni mesi di studio nella Yeshivà Lubavitch a Kfar Chabad in Israele, il giovane Jonathan Sacks tornò dal Rebbe e chiese la sua benedizione per il proseguimento degli studi universitari.

“Il Rebbe mi disse che avrei dovuto diventare un rabbino, assumere una carica rabbinica e al tempo stesso essere coinvolto nella formazione di giovani rabbini.

“Il problema era che secondo le regole della comunità centrale in Gran Bretagna (la United Synagogues) il rabbino di un tempio doveva essere dedicata esclusivamente a quello e non all’insegnamento all’interno del sistema scolastico rabbinico.

“Parlando del problema con l’allora rabbino capo Lord Jakobowitz z.l e il rav Nachum Rabinowitz furono tutti e due d’accordo dicendo che se il ‘Rebbe ha detto che lo devi fare, lo farai!’. Da allora furono cambiate le regole della United Synagogues per accomodare situazioni come questa”

Foto della Settimana

22 ottobre, 2010

Foto della settimana

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Il Presidente della Repubblica Democratica dell’Azerbaijan all’inaugurazione della scuola Chabad Ohr Avner

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Il Presidente in una delle classi della scuola. Presenti anche rav Shlomo Amar, rabbino capo sefardita di Israele, rav Berel Lazar, rabbino capo della Russia, rav Segal, rabbino capo e shaliach di Baku, Azerbaijan e il benefattore Lev Leviev.

Il Miracolo dei Minatori

18 ottobre, 2010

Il mondo intero ha seguito dal vivo la storia incredibile dei minatori cileni. Cosa è realmente accaduto? Trentatre minatori che lavoravano in una miniera d’oro sono rimasti bloccati a settecento metri di profondità a causa di una frana. Le autorità comunicarono che le possibilità di trovarli erano praticamente nulli ma continuarono comunque con le ricerche.

Dopo diciasette giorni sono stati trovati vivi e dopo quasi settanta giorni sono tutti stati estratti dal ventre della terra sani e salvi.

Se non avessimo tutti visto l’accaduto con i nostri occhi, avremmo pensato che si tratta di una favola…

Con il passare dei giorni e la rivelazione di ulteriori dettagli ci si rende conto che si tratta realmente di un evento miracoloso. Il fatto che siano stati trovati, l’acqua che hanno trovato tra le rocce, il cibo che era sufficiente sino all’ultimo momento e molti altri dettagli.

Il Baal Shem Tov insegnò che ogni evento visto o udito dall’uomo gli può servire come fonte per un’insegnamento nel proprio servizio del Sign-re. A maggior ragione quando si tratta di una storia che ha toccato centinaia di milioni persone nel mondo intero; ci sarà sicuramente una lezione generale da applicare.

Come ben saputo, la parte della Torà che si legge ogni Shabbàt (la parashà) è suddivisa a sua volta in sette parti. L’usanza antica è di studiare ogni giorno della settimana una delle parti, iniziando con la prima parte di domenica, per arrivare pronti allo Shabbàt. Alcuni Maestri insegnavano che si può sempre trovare un legame tra la porzione letta in un giorno specifico e lo stesso giorno.

Lo scorso mercoledì, giorno in cui è uscito l’ultimo minatore, stavo studiando la parte della parashà legata al giorno e arrivato al seguento verso sono rimasto scioccato: “La valle di Sidìm era piena di pozzi di argilla; e i re di Sodoma e di Gomorra fuggirono cadnedo lì e i superstiti fuggirono verso i monti.” (Genesi 14,10)

Il verso sembra fare un riassunto di un evento drammatico accaduto durante una guerra di quattro re contro cinque altri re della zona ma non ci fornisce molti dettagli sull’accaduto. Rashì nel suo commento cita le fonti che ci aiutano a ricostruire la storia. “In quella zona vi erano molti pozzi dai quali si traeva l’argilla per le costruzioni” – si tratta quindi di una sorta di miniera nella quale sono sprofondate delle persone (vi ricorda qualcosa?). Rashì continua: “Un miracolo accadde per il re di Sodoma che uscì da lì”. Non ci sono stati trasmessi informazioni sulla tecnologia adoperata per il salvataggio ma il re di Sodoma si salvò in qualche modo dal ventre della terra. È incredibile che la storia si è letta nella stesso giorno che il mondo intero seguiva il salvataggio dei minatori, un evento molto simile, 4.000 anni dopo!

Tornando alla storia biblica la domanda è perché? Perché è stato salvato miracolosamente il re di Sodoma? Citiamo di nuovo Rashì che cita le fonti antiche: “Poiché vi erano tra i popoli alcuni che non credevano che Abramo era stato salvato dalla fornace ardente [nella quale era stato gettato dal re pagano perché non adorava gli idoli. NDT] ma quando videro che il re di Sodoma si salvò dall’argilla credettero a ritroso anche nel miracolo effettuato per Abramo”.

Rashì spiega in effetti che il miracolo accadde per rafforzare nel mondo la fede in D-o. Abramo, che divulgò l’unicità di D-o nel mondo, mettendosi contro tutti, fu gettato nella fornace ardente ad Ur Kasdìm e ne uscì senza danni, il miracolo servendo chiaramente da indicazione della presenza di D-o. Pur non essendo Sodoma molto vicina ad Ur Kasdìm, le voci del miracolo accaduto arrivarono anche lì ma vi era chi non ci credeva. Cosa fece il Sign-re? Dimostrò la Sua presenza ed il Suo coinvolgimento nel mondo facendo salvare miracolosamente il re di Sodoma (accanto al quale in quel momento lottava Abramo).

Quasi quattromila anni più tardi trentatre minatori rimangono bloccati nelle profondità. Durante i primi diciasette giorni l’umanità non pensa che siano ancora vivi. Non ricevono alcun segno da fuori. Come hanno potuto sopravvivere in questo periodo? Sappiamo che il cibo per due giorni è stato diviso tra “i 33” per durare 17 giorni. Mangiavano due cucchiai di tonno, mezzo bicchiere di latte ed un mezzo biscotto ogni quarantott’ore. Ma cosa li ha dato la speranza di essere trovati vivi? Da dove hanno tratto la forza per sopportare la situazione e sperare in bene?

Il più giovane tra i minatori, un dicianovenne, scrisse dall’interno del rifugio sotteraneo: “non pensate che siamo in trentatre, siamo trentaquattro. D-o è con noi”. In questa riga spiegò la possibilità di sopravvivenza nelle condizioni terribili nelle quali si trovavano. Se avessero creduto solo nella forza umana, le chances di essere trovati dopo oltre due settimane dalla scomparsa non sono molte. Quando l’uomo si accorge invece della presenza dell’Essere Divino che è presente nella realtà umana, sa bene di non essere mai solo e che quindi vi è sempre speranza.

Con la speranza e la fede i minatori non hanno rinunciato ed hanno fatto di tutto per uscire sani e salvi dalla loro situazione, dividendo il cibo per la durata più lunga possibile, cercando l’acqua e provando in ogni maniera a mandare messaggi alla superficie.

Come nel miracolo di salvezza dal pozzo quattromila anni fa, miracolo effettuato per rafforzare la fede in D-o, anche il miracolo nella miniera d’oro cilena porta un messaggio di fede udito da una parte del mondo all’altra: Qualora una persona si dovesse trovare in un luogo oscuro ed isolato, senza ombra di speranza, deve riconoscere che no è solo – il Creatore conosce lui e la sua situazione, conosce l’oscurità e la sofferenza. Questa stessa conoscenza rafforza e supporta la persona dandogli luce e speranza. La fede poi non rimane un sostituto dell’azione bensì diventa la motivazione di fare il massimo anche sotto le condizioni delle più grande difficoltà.

Le nostre preghiere e i salmi trasmettono spesso questo messaggio. “Inalzo i miei occhi verso i monti – dice il salmista – da dove giungerà la mia salvezza?!” La risposta è fornita subito “la mia salvezza giunge dal Sign-re, Creatore del cielo e della terra”.

“Anche se dovessi andare nella valle dell’ombra della morte, non temerò alcun male perché Tu sei con me” (Salmi 23, 4).

Questa è la nostra consolazione e la nostra speranza.

Di rav Meir Kaplan Chabad Lubavitch di Victoria, British Columbia
A cura di rav Shalom Hazan, Chabad Lubavitch di Monteverde

La Parola ai Hattanìm

15 ottobre, 2010

L’onore della Torà

Ho avuto l’onore di essere scelto come Hatan Torà da Rav Shalom Hazan ed ho provato in quei giorni (e anche ora…) una felicità veramente particolare.

E’ una gioia intima, del tutto personale ed anche difficile da esprimere, ma essere “lo Sposo della Torà” è stato da sempre per me il massimo riconoscimento che un ebreo possa avere. All’orgoglio di essere scelto tra tanti, alcuni sicuramente più meritevoli del sottoscritto, si è aggiunta la consapevolezza di una responsabilità presa nei confronti di KBU ma soprattutto verso me stesso.

Dal giorno della scelta fino all’arrivo della cerimonia, mi ha accompagnato lo studio della Parashà e la preparazione di una bella festa condividendo, giorno per giorno, questo grande onore con la mia famiglia, gli amici e tutti i frequentatori del Tempio.

Solo chi ha partecipato può capire la gioia contagiosa di tutti i partecipanti; parenti e amici, grandi e bambini tutti hanno avuto il loro momento di felicità. Canti e balli hanno accompagnato la cerimonia e tutti, anche i bambini, hanno avuto la possibilità di portare un Sefer e di salire in Tevà a festeggiare.

Un ringraziamento particolare agli amici del Tempio Colli Portuensi che mi hanno aiutato e sostenuto durante le preghiere (Alberto, Fabio, Eugenio, ‘Zi Picchio e tutti gli altri) e ad Alberto Levi, Hatan Bereshit, non solo per aver organizzato insieme il Kiddush per tutte le festività senza nessun problema ma, soprattutto, per la sua opera instancabile all’interno del Tempio.

Rav Shalom Hazan e Rav Mino Bahbout, che ringrazio personalmente per le belle parole che mi hanno detto durante e dopo la festa, sono stati molto apprezzati dal pubblico per le loro Derashot spiegate, come sempre, con un linguaggio semplice e coinvolgente. Credo che chi ha avuto la fortuna di essere presente porterà con se il ricordo di una serata e di due giornate meravigliose.

Una parola anche su Rav Shalom; a lui un ringraziamento particolare per avermi concesso questo immenso Kavod del quale porterò sempre un ricordo indelebile. Ho avuto il privilegio di conoscerlo quando era ancora un ragazzo, adesso è un Rav che guida in modo egregio questo nuovo Tempio.

Un ultima menzione vorrei farla proprio riguardo al Tempio. Sono passati appena due anni dalla sua apertura e le presenze  sono in costante aumento, cosi come le iniziative di studio e approfondimento proposte da Rav Shalom e dalla sua  infaticabile moglie Chani, sempre animati dal desiderio di dedicarsi alle nuove generazioni e di avvicinarle allo studio dell’ebraismo.

Il mio desiderio è di invitare chi non lo ha mai frequentato a passare un venerdì sera o uno Shabat da noi. Si renderà conto dell’atmosfera sempre calda e del coinvolgimento di ognuno dei partecipanti. Chiunque se la sente può officiare le preghiere, con il rito a lui più congeniale e partecipare attivamente a tutte le iniziative. Sarà immediatamente accolto con gioia e da subito coinvolto nella vita del Tempio. Vi aspettiamo, sarete i  benvenuti.

Raffaele Pace
Hattàn Torà

L’esperienza di essere Hattàn Bereshìt

“Sei stato nominato Hatan Bereshit del nostro Tempio!”

Queste le parole del mio Rav che in un caldo giorno della scorsa estate mi hanno letteralmente proiettato verso un’esperienza unica, che non avrei mai saputo immaginare se non mi fosse stata data direttamente l’opportunità di avere in prima persona questo onore nonché di viverne gli effetti.

Perché unica?

Per il senso di responsabilità, l’emozione e la gioia che mi hanno gradualmente pervaso, giorno dopo giorno, in un crescendo continuo che ha raggiunto il culmine proprio a Shabat Bereshit , con la lettura di una parte della Parashà. In quel periodo è come se avessi quasi potuto “toccare con mano” ciò che l’avvicinamento alla Torà trasmette già normalmente a chi vi si avvicina anche solo di poco; ho “sentito” interiormente, ed in modo molto particolare, la “forza” della continuità della lettura e dello studio della Torà e la sua assoluta necessità per poter affrontare con lo strumento migliore – la Torà, appunto – le esperienze che la vita ci pone davanti.

Non ringrazierò mai abbastanza chi mi ha scelto per questo incarico che mi ha certamente arricchito interiormente facendo sì che il desiderio di avvicinarsi sempre di più alla Torà (nei molti modi possibili) diventasse maggiore. E già questo, da solo, è un altro aspetto positivo in quanto il tutto non si è risolto solo con la lettura della Parashà, ma ha sviluppato in me effetti positivi anche per il futuro; effetti che ormai sano parte di me e della mia famiglia che come – ed insieme a me – ha vissuto questa meravigliosa esperienza.

Alberto Levy
Hattàn Bereshìt

Bambini di Valore II

13 ottobre, 2010

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Capitolo precedente: Bambini di Valore

“Sono arrivati da lei ospiti non graditi,” disse uno di loro.

“Perché non graditi?” protestai, “è un piacere incontrare il sindaco e la preside della scuola!”

“Sa perché siamo venuti?”

“No, come potrei saperlo?”

“Non lo sa?” disse, leggermente esasperato, “Che succede con i suoi figli?”

“Che cosa?”

“Che non vanno a scuola il sabato.”

“Non c’è niente di nuovo: non vogliono scrivere di Shabbàt, e perciò non vanno a scuola di Shabbàt.”

“Lei deve persuaderli a venire il sabato.”

“Non sono un propagandista antireligioso. Sono un uomo religioso. I miei figli vanno a scuola tutti i giorni: che sia la scuola a persuaderli.”

In quel momento Yitzchak, che allora aveva dieci anni, passò attraverso la stanza. Il sindaco lo chiamò.

“In che cosa credi?” chiese al ragazzo.

“In D-o.”

“Credi davvero che D-o esista?”

“Naturalmente!” rispose. “Se uno crede, allora D-o esiste.”

“E se uno non crede?”

“Questa non è nemmeno una domanda, ” rispose, e corse via.

“Ora avete visto di persona che i miei figli sono religiosi, anche senza che io suggerisca.” dissi al sindaco, “Tutti i miei figli sono così. Hanno assorbito l’atmosfera religiosa della nostra casa, e loro stessi vogliono eseguire le mitzvòt.”

Il sindaco si rivolse di nuovo a me: “Voglio essere chiaro, lei non ha scelta: deve mandare i figli a scuola anche il sabato. È mia responsabilità controllare che i bambini siano presenti a scuola tutti i giorni in cui hanno lezione. Se poi scrivano o no, non mi interessa, riguarda lei, ” e  indicò la preside.

“Io non posso permettere che alcuni bambini siano diversi da tutti gli altri,” obiettò la preside, “e i suoi figli sono ostinati. Sua figlia Batsheva è rimasta qualche volta il venerdì, ma appena è iniziato a diventare scuro, ha messo via le penne e si è rifiutata di scrivere. Che ci facciamo con loro a scuola di sabato?”

Il sindaco ripeté soltanto che io avrei dovuto mandare i figli a scuola di Shabbàt, e che non avrebbe chiesto più di così. Tuttavia mi avvisò che se non li avessi mandati a scuola il prossimo sabato, sarei stato processato in tribunale.

Finita la nostra conversazione, i visitatori se ne andarono. Questa volta la minaccia era troppo seria per poterla ignorare: il sindaco, senza dubbio, faceva sul serio. Avrebbe preso misure immediate contro di noi se le sue richieste non fossero state accolte. Io mi sedetti con i miei figli per concordare un piano di azione. La nostra prima decisione fu che non avremmo mai trasgredito allo Shabbàt, qualunque minaccia ci fosse. Alla fine decidemmo di accettare in parte le richieste del sindaco. Ogni Shabbàt un figlio diverso sarebbe andato a scuola, senza la cartella e senza matite e quaderni.

Il prossimo Shabbàt era Rosh Hashanà. I miei figli maschi volevano pregare con un minyàn, così Batya, che aveva dodici anni, prese la parola.

“Sembra che tocchi a me. Ci andrò, ma aspettate che sia tornata prima di fare il Kiddùsh, e che Hashem mi aiuti.”

Il prossimo Shabbàt andò a scuola, senza cartella. Noi pregammo nella casa di Reb Moshe Zaichik, e durante tutta la preghiera mia figlia e la scuola mi stavano davanti agli occhi. Come stava andando? Ero certo che lei non avrebbe trasgredito lo Shabbàt, perché era di carattere forte, ma quanto avrebbe dovuto sopportare dalle maestre e dai compagni e dall’infame preside?

Dopo le preghiere tornammo a casa e aspettammo ansiosamente il suo ritorno. Quando arrivò, la tensione era visibile sulla sua faccia:
“Grazie a D-o, va tutto bene, ” disse.

Facemmo il Kiddùsh e poi le chiesi: “Com’è andata?”

“Nella prima ora avevo matematica, ” disse, “la maestra ha scritto un esercizio alla lavagna e mi ha chiesto di andare e risolverlo. Io sono andata alla lavagna e lei ha detto: ‘prendi il gesso e scrivi la risposta.’ Io le ho detto: ‘mi è vietato scrivere di Shabbàt.’ Nel sentire questo, ha iniziato a gridare contro di me e ha tentato di mettermi in mano il gesso con la forza. Ma ha capito che non l’avrei preso, così ha chiamato la
preside, che è venuta insieme alla vicepreside. Entrambe mi hanno ordinato: ‘Prendi il gesso! Immediatamente! Fa’ il problema!’ ma io ho ripetuto che non scrivo di Shabbàt.

“Loro hanno smesso di gridare, ed io sono rimasta in silenzio. Tutti i bambini della classe erano esterrefatti, e guardavano me e la preside per vedere chi avrebbe vinto.

“All’improvviso è entrato il sindaco, torreggiando su tutti noi. ‘Che sta succedendo?’ tuonò la sua voce, ‘è venuta la ragazza Hazan?’ ‘Eccola, è in piedi vicino alla lavagna’ sputò la mia maestra, ‘La guardi! Rifiuta di scrivere! Dice che le è proibito scrivere.’ Il sindaco si è girato verso di me e ha detto: ‘Perché non scrivi? Sei venuta in classe per imparare. Sai che oggi non è vacanza.’

‘Io sono un’ebrea religiosa’ gli ho risposto, ‘e oggi è il nostro giorno festivo, e non posso scrivere.’ ‘Prendi il gesso e scrivi!’ mi ha ordinato, ma io non mi sono mossa. Alla fine ha chiesto  alla maestra di fargli vedere il mio quaderno (che avevo lasciato a scuola il venerdì). Ci ha guardato dentro, e ha visto che i miei voti durante la settimana erano ottimi. Ha preso il gesso in mano e ha detto: ‘Dimmi come si risolve il problema, e io scriverò.’ Io ho fatto il problema a voce, e lui l’ha scritto. ‘È giusto?’ ha chiesto alla maestra. ‘Sì, ’ ha risposto, ‘ma non l’ha scritto lei!’ Lui ha preso il mio quaderno e ci ha scritto un cinque (che nella scala dei voti, in Russia, significa Ottimo). Poi si è girato verso la maestra e la preside, e ha detto: ‘Non le date più fastidio. Lasciatela stare seduta ad ascoltare le lezioni, ’ e se n’è andato.”

“E questa scena si è ripetuta in ognuna delle mie lezioni!” ha esclamato Batya. “L’ultima era di russo, e la maestra è un’ucraina antisemita. Ha gridato contro di me tutto il tempo. Tutto quello che ha fatto è insultarmi, ma grazie a D-o ho resistito. Semplicemente non rispondevo. All’improvviso è entrato un uomo di mezz’età e tutti si sono alzati. ‘Che succede qui?’ ha muggito. ‘C’è una famiglia religiosa nel quartiere’ ha detto la maestra con disgusto, ‘e la figlia si rifiuta di scrivere nel loro Shabbàt . Dice che è festa e che non può scrivere. Non importa quanto insistiamo per convincerla, è semplicemente ostinata.’

“L’uomo ha chiesto di vedere il mio quaderno. Dopo averlo guardato, le ha detto: ‘La lasci stare seduta ad ascoltare le lezioni.’ ‘Cosa?’ ha protestato la maestra, ‘lei è venuto a difenderla?’ L’uomo ha risposto: ‘Compagna, io sono il tuo superiore. Ti ho detto di non ricominciare con lei. Lasciala stare.’ Dopo questa lezione sono venuta a casa senza più essere disturbata.”

Noi sentimmo una tale gioia al vedere la sua forza di carattere! I bambini più piccoli erano gelosi di Batya, e cominciarono a vantarsi entusiasticamente di come sarebbero stati risoluti quando sarebbe venuto il loro turno.

Con l’aiuto di D-o il resto di Rosh Hashanà passò senza incidenti.

Da quel momento in poi mandammo regolarmente uno dei figli a scuola di Shabbàt: uno Shabbàt una delle femmine, e il prossimo uno dei maschi, eccetto Moshe Mordechai, il ragazzo più grande, che avrebbe comunque lasciato la scuola sei mesi più tardi. Tuttavia non hanno mai scritto.

Chayyim Meir stava a scuola tenendo le mani in tasca tutto il tempo. Anche Batya, Ester Malka e Yitzchak ci andavano. Alla fine la pressione dell’amministrazione scolastica sui nostri figli si allentò, ma i loro sforzi si concentrarono piuttosto su di me.

Mia moglie ed io ricevemmo un avviso di andare a una riunione genitori-insegnanti. Noi non ci andammo, ma un vicino che ci era andato, ci fece un resoconto. Il principale argomento della serata era: ‘Cosa si deve fare con i figli degli Hazan che non vanno a scuola il sabato, e anche se uno di loro ci viene, non scrive?’

La discussione era condotta della preside e dalle maestre. Difesero con forza la tesi che io fossi messo sotto processo, e i miei figli affidati a un’Istituzione Sovietica. Chiesero ai genitori presenti nella riunione di approvare questo piano. Una donna russa, una delle nostre vicine di casa, si alzò e parlò all’assemblea.

“Volete spiegarmi cosa c’è di così criminale nel fatto che i figli degli Hazan non vengono a scuola un giorno a settimana?” disse, “io sono una loro vicina e vedo che in quel giorno i loro figli stanno in casa. Hanno buone maniere e il loro comportamento è irreprensibile. Invece di processare Hazan, dovreste processare quei genitori i cui figli non vengono a scuola parecchi giorni la settimana, piuttosto girano per le strade e fanno dei furti! Lasciate stare gli Hazan! Magari anche noi avessimo figli così bravi!”

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Esci dalla Tua Scatola!

8 ottobre, 2010

Esci dalla Tua Scatola!

Nella Parashà di questa settimana la Torà ci racconta la famosa storia del diluvio dal quale si sono salvati Noè e la sua famiglia.


Alla conclusione del diluvio D-o si rivolge di nuovo a Noè dicendogli di uscire dall’arca con tutta la sua famiglia e tutti gli animali sopravissuti al diluvio. (Bereshìt 8, 16-17).

Perché serviva un comandamento speciale per uscire dall’arca?

In effetti, per Noè era molto più facile rimanere nell’arca e vivere nella maniera alla quale ormai, dopo un anno, si era abituato.


Non solo la loro salute materiale e l’alimentazione erano garantiti, ma anche dal punto di vista spirituale si stava meglio; non c’erano le distrazioni e gli ostacoli che la gente deve sempre affrontare, consentendo agli abitanti dell’arca di poter servire D-o su un livello più elevato.


È proprio per questo che D-o interviene e dice “esci dall’arca”. Il ritorno al mondo della realtà può sembrare una discesa verso un livello inferiore dove purtroppo bisogna avere a che fare con dei problemi che non contribuiscono al benessere spirituale della persona.


Tuttavia, ogni cosa ha il suo momento. Dopo il diluvio era importante lasciare l’arca ed affrontare i problemi reali del mondo, quindi illuminando anche gli aspetti più oscuri della realtà con la quale si viene in contatto. Questo è possibile, chiaramente, solo uscendo dall’arca.


Questo messaggio ci raggiunge in un momento nel quale potremmo considerarci simili a Noè.


Il mese delle festività appena passato, quello di Tishrì, potrebbe essere considerata “un’arca” per l’ebreo.


Dalla solennità di Rosh Hashanà e Yom Kippùr alla gioia di Succòt e Simchàt Torà egli vive un mese diverso, elevato e distinto da tutti gli altri.


Ora, entrando nel mese di Cheshvàn (che non ha alcuna festività) il compito è diverso ma può essere ancora più importante: non solo di godere della luce che già c’è – come durante le feste – ma di trasformare l’oscurità stessa in luce.


Tratto da un discorso del Rebbe di Lubavitch
1 cheshvàn 5749 – 12 ottobre 1988

Bambini di Valore

8 ottobre, 2010

Continua da Sotto Attacco
Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Nella primavera del 5722 (1962) fu chiesto a mia moglie e a me di recarci presso il Municipio. Al nostro arrivo trovammo il sindaco e i suoi consiglieri che ci aspettavano.

Ci dissero con aria arcigna che non avrebbero continuato a sedere con le mani in mano mentre noi provocavamo una tempesta nella scuola.

“I miei figli stessi non vogliono andare a scuola di Shabbàt, ” risposi, “e certo non sarò io a costringerli. Anzi, ne sono piuttosto contento. Se volete, potete processarmi in tribunale. Non sto facendo niente di illegale: secondo la legge abbiamo diritto di professare la nostra religione.”

“Ascolta, Hazan, ”disse il sindaco balzando in piedi, “una montagna di colpe pende sulla tua testa. Sta attento che quella montagna non ti crolli addosso. Ti aspetta una grave punizione, e anche tua moglie farebbe meglio a capirlo. Bene, adesso sei avvisato. Ora andate a casa e pensate attentamente al vostro futuro.”

Tornammo a casa afflitti. Le autorità si profilavano minacciosamente davanti a noi in tutto il loro potere. Come avremmo potuto pensare di sfuggire loro per sempre? Ogni giorno avrebbero potuto venire a prenderci. Sapevamo fin troppo bene di cosa erano capaci. Avevo sentito racconti da un ebreo su mille che miracolosamente era uscito vivo dalla Siberia, aveva raccontato degli incredibili orrori cui era stato sottoposto. Pregavamo giorno e notte di essere salvati, ma le nostre paure non venivano alleviate.

Questo terrore si aggiungeva alle nostre difficoltà finanziarie, perché io non mi occupavo di baratti illegali né rubavo dalla mia fabbrica, pratiche comuni tra gli operai russi. Se mai fossi caduto nelle mani dei comunisti, mi dicevo, sarebbe stato per amore della Torà e delle mitzvòt, non per guadagno materiale illegale.

Nostro figlio Yitzhak aveva iniziato ad andare a scuola a settembre del 1962; due anni dopo la sua maestra se ne uscì con un piano: gli disse che i suoi compagni sarebbero venuti a prenderlo di Shabbàt per portarlo a scuola. Noi non sapevamo se credere alle sue parole, ma il prossimo Shabbàt, alle otto di mattina, arrivò l’intera classe, 40 bambini.

Era un quarto d’ora prima che iniziasse a casa mia il minyàn (la funzione di preghiera. NDR) , e due uomini erano già arrivati.

“Abita qui Yitzhak Hazan?” chiese una bambina più grande degli altri, che a quanto pare era stata posta a capo dell’operazione, “siamo venuti per portarlo a scuola!”

“Vado a chiamarlo,” disse mia figlia, e rapidamente chiuse la porta. Corse a informarmi della situazione che si stava producendo all’esterno. Io mi misi il tallìt e affrontai la classe. Il tallìt in particolare causò in loro una certa emozione.

“Dov’è Yitzhak ?” cominciarono a urlare alcuni di loro. “deve venire a scuola. Dove è nascosto?”

Appena Yitzhak sentì le urla venne fuori e affrontò i suoi compagni.  “Oggi mi riposo,” disse senza battere ciglio, “oggi è il nostro Shabbàt. Dite alla maestra
che oggi non posso venire.”

Dopo questa prova di forza la maestra lo lasciò in pace. Un giorno la preside mi disse: “Perché i vostri figli non possono scrivere di Shabbàt e
andare a scuola? Tutti gli altri ebrei mandano i figli a scuola di Shabbàt, perfino i nipoti di Rabbi Schleifer ci vanno di Shabbàt! Chi le ha detto che è proibito? È proprio sicuro di conoscere bene le vostre regole?”

“Conosco le mie regole molto bene, ” le assicurai. “È chiaramente proibito ai bambini di scrivere di Shabbàt. Lei non vede molti comunisti” proseguii, “che non obbediscono alle leggi del Paese e commettono di proposito delle violazioni? Allo stesso modo ci sono molti ebrei che trasgrediscono le leggi ebraiche, ma io non lo faccio, non trasgredirò mai i comandamenti della Torà.”

Qualche tempo dopo Reb Meir Yunik mi disse che mentre era in visita a un vicino, c’era anche un’amica della preside, e gli aveva detto che la preside era andata da Rabbi Levin e gli aveva chiesto se i bambini possono scrivere di Shabbàt, e lui aveva risposto di sì. Così questa donna aveva detto al mio amico che la preside le aveva chiesto di dire a Hazan che non c’è ragione che non mandi i figli a scuola di Shabbàt.

Rav Meir Junik. Emigrato dall'URSS nel 1971. E' venuto a mancare nel 2010.

Sentito questo, andai dritto alla Grande Sinagoga a parlare con Rav Levin. Per prima cosa incontrai il suo segretario e gli raccontai la storia. “Non ne ho mai sentito parlare,” disse, “ma aspetti un momento, Rav Levin sta per tornare tra poco, glie lo può chiedere lei stesso.”

Appena Rav Levin entrò gli raccontai l’accaduto. “È una totale bugia, ” disse, “nessuno mi ha chiesto niente del genere. E se mai me lo chiedessero, risponderei che la Torà proibisce ai bambini di scrivere di Shabbàt.” Sentito questo, mi congedai e tornai a casa.

Nel mese di Sivàn del 5723 (1963) nacque la figlia della nostra vecchiaia, Shoshana. Nel mese di Elùl, una mattina di Shabbàt, stavo tornando a casa dalla tefillà col mio primo genero (ogni qualche settimana cambiavamo il posto del nostro minyàn), e lungo la strada ci fermammo a far visita al nostro amico Reb Meir Yunik, il cui figlio Berl aveva appena iniziato a studiare il Chumàsh. Dopo aver passato un po’ di tempo lì, proseguimmo verso casa.

Quando arrivammo alla mia strada, vidi un poliziotto che era fermo a poca distanza dalla nostra casa. “Pensi che aspetti noi? ” chiesi a mio genero.
“Oh! Sempre queste tue paure!” mi rimproverò, “quel poliziotto non è interessato a te!”

Appena entrai nel nostro cortile, Batya mi venne incontro. “Non entrare in casa!” mi avvisò, “ci sono tre persone che vogliono parlare con te.”

Ma era troppo tardi per tornare sui miei passi. Il poliziotto che stava sulla strada stava venendo verso il nostro cancello.

Vicino alla nostra casa c’era una piccola sukkà. Ci entrai e mi tolsi il tallìt per evitare eventuali domande su dove si era tenuta un’assemblea religiosa,  illegale e reazionaria. Poi entrai in casa. Il sindaco di Bolshevo, la preside della scuola e un altro uomo mi aspettavano. Per un distretto che comprendeva centinaia di migliaia di persone, era davvero raro ricevere una visita personale dal sindaco di Bolshevo. Io mi sedetti con loro.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.


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