Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?
Capitolo precedente: Bambini di Valore
“Sono arrivati da lei ospiti non graditi,” disse uno di loro.
“Perché non graditi?” protestai, “è un piacere incontrare il sindaco e la preside della scuola!”
“Sa perché siamo venuti?”
“No, come potrei saperlo?”
“Non lo sa?” disse, leggermente esasperato, “Che succede con i suoi figli?”
“Che cosa?”
“Che non vanno a scuola il sabato.”
“Non c’è niente di nuovo: non vogliono scrivere di Shabbàt, e perciò non vanno a scuola di Shabbàt.”
“Lei deve persuaderli a venire il sabato.”
“Non sono un propagandista antireligioso. Sono un uomo religioso. I miei figli vanno a scuola tutti i giorni: che sia la scuola a persuaderli.”
In quel momento Yitzchak, che allora aveva dieci anni, passò attraverso la stanza. Il sindaco lo chiamò.
“In che cosa credi?” chiese al ragazzo.
“In D-o.”
“Credi davvero che D-o esista?”
“Naturalmente!” rispose. “Se uno crede, allora D-o esiste.”
“E se uno non crede?”
“Questa non è nemmeno una domanda, ” rispose, e corse via.
“Ora avete visto di persona che i miei figli sono religiosi, anche senza che io suggerisca.” dissi al sindaco, “Tutti i miei figli sono così. Hanno assorbito l’atmosfera religiosa della nostra casa, e loro stessi vogliono eseguire le mitzvòt.”
Il sindaco si rivolse di nuovo a me: “Voglio essere chiaro, lei non ha scelta: deve mandare i figli a scuola anche il sabato. È mia responsabilità controllare che i bambini siano presenti a scuola tutti i giorni in cui hanno lezione. Se poi scrivano o no, non mi interessa, riguarda lei, ” e indicò la preside.
“Io non posso permettere che alcuni bambini siano diversi da tutti gli altri,” obiettò la preside, “e i suoi figli sono ostinati. Sua figlia Batsheva è rimasta qualche volta il venerdì, ma appena è iniziato a diventare scuro, ha messo via le penne e si è rifiutata di scrivere. Che ci facciamo con loro a scuola di sabato?”
Il sindaco ripeté soltanto che io avrei dovuto mandare i figli a scuola di Shabbàt, e che non avrebbe chiesto più di così. Tuttavia mi avvisò che se non li avessi mandati a scuola il prossimo sabato, sarei stato processato in tribunale.
Finita la nostra conversazione, i visitatori se ne andarono. Questa volta la minaccia era troppo seria per poterla ignorare: il sindaco, senza dubbio, faceva sul serio. Avrebbe preso misure immediate contro di noi se le sue richieste non fossero state accolte. Io mi sedetti con i miei figli per concordare un piano di azione. La nostra prima decisione fu che non avremmo mai trasgredito allo Shabbàt, qualunque minaccia ci fosse. Alla fine decidemmo di accettare in parte le richieste del sindaco. Ogni Shabbàt un figlio diverso sarebbe andato a scuola, senza la cartella e senza matite e quaderni.
Il prossimo Shabbàt era Rosh Hashanà. I miei figli maschi volevano pregare con un minyàn, così Batya, che aveva dodici anni, prese la parola.
“Sembra che tocchi a me. Ci andrò, ma aspettate che sia tornata prima di fare il Kiddùsh, e che Hashem mi aiuti.”
Il prossimo Shabbàt andò a scuola, senza cartella. Noi pregammo nella casa di Reb Moshe Zaichik, e durante tutta la preghiera mia figlia e la scuola mi stavano davanti agli occhi. Come stava andando? Ero certo che lei non avrebbe trasgredito lo Shabbàt, perché era di carattere forte, ma quanto avrebbe dovuto sopportare dalle maestre e dai compagni e dall’infame preside?
Dopo le preghiere tornammo a casa e aspettammo ansiosamente il suo ritorno. Quando arrivò, la tensione era visibile sulla sua faccia:
“Grazie a D-o, va tutto bene, ” disse.
Facemmo il Kiddùsh e poi le chiesi: “Com’è andata?”
“Nella prima ora avevo matematica, ” disse, “la maestra ha scritto un esercizio alla lavagna e mi ha chiesto di andare e risolverlo. Io sono andata alla lavagna e lei ha detto: ‘prendi il gesso e scrivi la risposta.’ Io le ho detto: ‘mi è vietato scrivere di Shabbàt.’ Nel sentire questo, ha iniziato a gridare contro di me e ha tentato di mettermi in mano il gesso con la forza. Ma ha capito che non l’avrei preso, così ha chiamato la
preside, che è venuta insieme alla vicepreside. Entrambe mi hanno ordinato: ‘Prendi il gesso! Immediatamente! Fa’ il problema!’ ma io ho ripetuto che non scrivo di Shabbàt.
“Loro hanno smesso di gridare, ed io sono rimasta in silenzio. Tutti i bambini della classe erano esterrefatti, e guardavano me e la preside per vedere chi avrebbe vinto.
“All’improvviso è entrato il sindaco, torreggiando su tutti noi. ‘Che sta succedendo?’ tuonò la sua voce, ‘è venuta la ragazza Hazan?’ ‘Eccola, è in piedi vicino alla lavagna’ sputò la mia maestra, ‘La guardi! Rifiuta di scrivere! Dice che le è proibito scrivere.’ Il sindaco si è girato verso di me e ha detto: ‘Perché non scrivi? Sei venuta in classe per imparare. Sai che oggi non è vacanza.’
‘Io sono un’ebrea religiosa’ gli ho risposto, ‘e oggi è il nostro giorno festivo, e non posso scrivere.’ ‘Prendi il gesso e scrivi!’ mi ha ordinato, ma io non mi sono mossa. Alla fine ha chiesto alla maestra di fargli vedere il mio quaderno (che avevo lasciato a scuola il venerdì). Ci ha guardato dentro, e ha visto che i miei voti durante la settimana erano ottimi. Ha preso il gesso in mano e ha detto: ‘Dimmi come si risolve il problema, e io scriverò.’ Io ho fatto il problema a voce, e lui l’ha scritto. ‘È giusto?’ ha chiesto alla maestra. ‘Sì, ’ ha risposto, ‘ma non l’ha scritto lei!’ Lui ha preso il mio quaderno e ci ha scritto un cinque (che nella scala dei voti, in Russia, significa Ottimo). Poi si è girato verso la maestra e la preside, e ha detto: ‘Non le date più fastidio. Lasciatela stare seduta ad ascoltare le lezioni, ’ e se n’è andato.”
“E questa scena si è ripetuta in ognuna delle mie lezioni!” ha esclamato Batya. “L’ultima era di russo, e la maestra è un’ucraina antisemita. Ha gridato contro di me tutto il tempo. Tutto quello che ha fatto è insultarmi, ma grazie a D-o ho resistito. Semplicemente non rispondevo. All’improvviso è entrato un uomo di mezz’età e tutti si sono alzati. ‘Che succede qui?’ ha muggito. ‘C’è una famiglia religiosa nel quartiere’ ha detto la maestra con disgusto, ‘e la figlia si rifiuta di scrivere nel loro Shabbàt . Dice che è festa e che non può scrivere. Non importa quanto insistiamo per convincerla, è semplicemente ostinata.’
“L’uomo ha chiesto di vedere il mio quaderno. Dopo averlo guardato, le ha detto: ‘La lasci stare seduta ad ascoltare le lezioni.’ ‘Cosa?’ ha protestato la maestra, ‘lei è venuto a difenderla?’ L’uomo ha risposto: ‘Compagna, io sono il tuo superiore. Ti ho detto di non ricominciare con lei. Lasciala stare.’ Dopo questa lezione sono venuta a casa senza più essere disturbata.”
Noi sentimmo una tale gioia al vedere la sua forza di carattere! I bambini più piccoli erano gelosi di Batya, e cominciarono a vantarsi entusiasticamente di come sarebbero stati risoluti quando sarebbe venuto il loro turno.
Con l’aiuto di D-o il resto di Rosh Hashanà passò senza incidenti.
Da quel momento in poi mandammo regolarmente uno dei figli a scuola di Shabbàt: uno Shabbàt una delle femmine, e il prossimo uno dei maschi, eccetto Moshe Mordechai, il ragazzo più grande, che avrebbe comunque lasciato la scuola sei mesi più tardi. Tuttavia non hanno mai scritto.
Chayyim Meir stava a scuola tenendo le mani in tasca tutto il tempo. Anche Batya, Ester Malka e Yitzchak ci andavano. Alla fine la pressione dell’amministrazione scolastica sui nostri figli si allentò, ma i loro sforzi si concentrarono piuttosto su di me.
Mia moglie ed io ricevemmo un avviso di andare a una riunione genitori-insegnanti. Noi non ci andammo, ma un vicino che ci era andato, ci fece un resoconto. Il principale argomento della serata era: ‘Cosa si deve fare con i figli degli Hazan che non vanno a scuola il sabato, e anche se uno di loro ci viene, non scrive?’
La discussione era condotta della preside e dalle maestre. Difesero con forza la tesi che io fossi messo sotto processo, e i miei figli affidati a un’Istituzione Sovietica. Chiesero ai genitori presenti nella riunione di approvare questo piano. Una donna russa, una delle nostre vicine di casa, si alzò e parlò all’assemblea.
“Volete spiegarmi cosa c’è di così criminale nel fatto che i figli degli Hazan non vengono a scuola un giorno a settimana?” disse, “io sono una loro vicina e vedo che in quel giorno i loro figli stanno in casa. Hanno buone maniere e il loro comportamento è irreprensibile. Invece di processare Hazan, dovreste processare quei genitori i cui figli non vengono a scuola parecchi giorni la settimana, piuttosto girano per le strade e fanno dei furti! Lasciate stare gli Hazan! Magari anche noi avessimo figli così bravi!”
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Questione di Vita e Morte
29 ottobre, 2010La Parashà di questa settimana descrive gli eventi della vita di Avrahàm e i suoi dicendenti, dopo la morte di sua moglie, Sara. Con questo in mente, è difficile capire il senso del nome della Parashà (il quale rappresenta anche il contenuto della stessa): “Chayè Sarà”, ossia “la vita di Sara”!
I nostri maestri spiegano che la vita nella sua forma più autentica, avendo come fonte il Divino stesso, è anch’essa intrinsicamente eterna. È per questo che nell’ebraismo la morte è legata all’impurità, perché la mancanza di vita indica un vuoto di santità e purezza. Laddove il Divino è rivelato, c’è solo vitalità.
Questo ci aiuta a capire il detto del Talmùd “il nostro padre Ya’akov non morì” (Ta’anit 5b) con tanto di spiegazione: “attraverso la vita della sua progenia, è vivo anche lui”.
Un corpo può morire, ma non una vita (un’anima) legata alla fonte di vita come quella di un giusto come Ya’akov. Al contrario, sono proprio gli eventi che accadono dopo la morte che possono testimoniare sulla continuità della “vita” del deceduto.
Lo stesso vale riguardo la Parashà di questa settimana e la morte di Sara. Proprio qui, ove vengono descritti gli eventi che seguono la morte di Sara, si mette in evidenza la parte eterna della sua vita. È possibile vedere l’impatto che ha avuto sul suo ambiente – un impatto che non “muore”.
Gli eventi della Parashà sottolineano la mancanza della figura di Sara e al tempo stesso dimostrano la sua “vita”.
Avrahàm e Sara erano i primi ebrei che hanno vissuto nella futura Terra d’Israele ma proprio la sepoltura di Sara (nella caverna della Machpelà) è risultato dal primo acquisto di terreno da parte di un ebreo nella Terra Santa.
Sara aveva dedicato la vita al formare la prima famiglia ebrea; il matrimonio di Isacco e Rebecca, descritto in questa Parashà dimostra come il sucessore di Sara vivesse gli ideali sui quali Sara aveva fondato la casa ebraica, continuando le sue stesse tradizioni di accendere le candele dello Shabbàt, di seguire le leggi della purezza famigliare e di preparare le challòt per lo Shabbàt e tramandandole a tutte le generazioni future di donne ebree.
Il nome Chayè Sarà, quindi, esprime il vero messaggio di questa Parashà. Poiché fin quando Sara viveva ancora, la sua vita poteva essere vista come uno stato temporaneo, una vita con un inizio e una fine limitata da un corpo e da un tempo definito.
Solo dopo la sua morte si rivela l’impatto eterno della sua vita.
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, זי”ע
A cura di rav Shalom Hazan, Chabad Lubavitch di Monteverde
Etichette: avraham, chaye sara, parashà, rebbe di lubavitch, sarah, yaakov
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