CAPITOLO RACCONTATO DA BATYA HAZAN-COHEN – 1° parte
Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?
Tutti si chiedono come abbiamo fatto noi figli, crescendo a Mosca, a resistere alle pressioni dei nostri compagni di scuola e dei nostri insegnanti e rimanere ebrei di Torà dedicati e fedeli.
Penso che la risposta semplice a questa domanda sia che, mentre crescevamo, c’era una profonda linea di demarcazione tra noi e tutti gli altri: noi eravamo ebrei religiosi, e nessun altro aveva niente in comune con noi. Per quanto possa sembrare strano, se uno cresce sapendo questo, un tale atteggiamento diventa una seconda natura.
Ma c’era più di questo: sapevamo che i nostri antenati erano stati grandi studiosi di Torà e tzaddikìm, uomini che avevano risvegliato nel popolo nuovi livelli di devozione e di attaccamento a D-o. Come loro discendenti, come avremmo potuto contaminare la loro memoria scegliendo un cammino diverso da quello preso da loro? Quest’orgoglio per le nostre origini veniva infuso in noi in tenera età, per gli esempi viventi che vedevamo nei nostri genitori e nostra nonna. Loro sentivano questi ideali e li vivevano, ed era inconcepibile per noi anche solo pensare a essere diversi.
La fiducia in D-o di nostra nonna era immensa. Visse con noi in condizioni difficili per molti anni, ma non si lamentò mai. Ogni giorno pregava tefillòt che strappavano il cuore, e diceva i tehillìm (salmi). Osservava attentamente ogni dettaglio della legge ebraica.
Come ricordo bene quando ci ammoniva di non lasciare uscire il vapore di una pentola di carne mentre c’era vicino una teiera, per evitare che il vapore toccasse la teiera pàrve e la rendesse di carne!
Lei conosceva il Chumàsh e perfino la Ghemarà, dai giorni in cui i suoi figli avevano studiato in casa, e aveva ascoltato quello che loro recitavano.
Quando mio padre insegnava Ghemarà ai miei fratelli e loro avevano difficoltà a capire un passo, qualche volta lei gridava impaziente: ‘zucconi!’ e poi spiegava lei il passo. Nostra nonna governava la cucina a casa nostra, orgogliosa delle sue pentole prive di macchie e dell’alto livello di pulizia in generale.
In tutti quegli anni abbiamo sempre sofferto per la povertà, ma non ci siamo mai lamentati, perché sapevamo com’era difficile per nostro padre guadagnarsi da vivere. Lui passava da un lavoro all’altro, allo scopo di poter osservare lo Shabbat. Era costretto a lavorare lunghe e dure ore durante tutta la settimana, e c’erano giorni in cui non lo vedevamo per nulla, a meno di alzarsi molto presto. Eravamo profondamente colpiti dalla sua devozione, e le sue frequenti assenze ci facevano desiderare lo Shabbat, quando avremmo potuto stare tutti insieme.
Pur essendo vivaci, i nostri genitori non ci hanno mai picchiati. Nostra madre è una donna silenziosa, estremamente modesta. Non ho mai visto un capello sulla sua testa. Aveva una forza sovrumana. Teneva la casa limpida, e lavava i panni di tutta la famiglia, a mano, per diverse ore al giorno: comprammo una lavatrice, con la manovella a mano, solo dopo che fu nato Yitzchak, il settimo figlio, nel 1952.
Quando gli insegnanti a scuola facevano ispezioni per assicurarsi che i colletti e i vestiti dei bambini fossero puliti e le unghie fossero state tagliate, si meravigliavano che fossimo sempre così puliti, mentre figli di famiglie più piccole non lo erano. E in aggiunta ad occuparsi ogni giorno della casa, ogni anno o al massimo ogni due anni nasceva un nuovo bambino. In aggiunta, organizzavamo molte celebrazioni per altre persone nella nostra casa. Sommando tutto, il carico di lavoro della mia mamma era immenso.
Nostra madre ci insegnava l’alef-bet e a pregare con il siddùr. Imparammo da lei tutte le halakhòt che ci riguardavano, e amava raccontarci storie attinte dal Chumàsh e dal Midràsh, che lei conosceva dalle spiegazioni in yiddish dal Chumàsh.
Mio padre era molto rispettato da tutti quelli che lo conoscevano, e perfino dai nostri vicini non ebrei, perché era talmente onesto e schietto. Quando le mie sorelle si sposarono, molte persone che neanche conoscevamo vennero alle nozze, a causa dell’alto riguardo che avevano per noi. Quando venne il tempo di far sposare le mie sorelle, mio padre prese a prestito il denaro da gente di buon cuore, e restituì sempre. Per quanto ha potuto, ha istruito i miei fratelli e anche i figli di amici. Cercava di incoraggiare altri ebrei a osservare le mitzvòt per quanto era loro possibile. Organizzava le milòt a casa nostra, e noi stessi fornivamo il cibo per le celebrazioni. Organizzava i matrimoni ebraici.
I miei genitori tenevano la casa aperta, e c’era sempre gente in visita o ospite. C’era gente che veniva da noi mentre era diretta in Israele e doveva fermarsi a Mosca per procurarsi i documenti. Tutto quello che dovevano fare, era bussare alla porta, e veniva dato loro un letto. Avevamo perfino vagabondi e gente anormale, che a volte viveva con noi, perché noi non rifiutavamo nessuno.
Ero ancora una bambina quando eravamo a Kliazma, eppure non dimenticherò mai quel piccolo appartamento. Mio padre aveva costruito un piccolo muro che sporgeva da un lato della stanza, per far dormire in modo riservato mia nonna insieme con una delle mie sorelle, mentre tutti gli altri dormivano nella stanza vera e propria. Mio padre costruì una lunga branda di legno, anche se non potevamo permetterci un materasso, e su quella dormivano alcuni dei bambini. Perfino oggi non riesco a capacitarmi di dove tutti noi potevamo dormire.
Alla fine traslocammo a Bolshevo, dove vivevamo con molto spazio, in tre stanze. Mio padre costruì una “cantina”, che solo molti anni dopo ho scoperto essere in realtà un mikvè.
Per la maggior parte del tempo tenemmo a casa nostra un minyàn di Shabbàt, e a volte nei giorni in cui si legge la Torà o nei giorni di digiuno. Gli unici che venivano al minyàn erano sempre i vecchi.
Uno degli uomini che venivano qualche volta, chiese a mia nonna il suo siddùr Korbàn Minchà, quando lei partì per Eretz Israel. Lei gli disse che glie lo avrebbe dato a condizione che lui promettesse di pregare tre volte al giorno. Lui promise, e lei gli diede il suo siddùr. Una volta mio padre mi mandò a chiamare quest’uomo perché fosse il decimo in un minyàn. Quando entrai in casa sua, lui si stava occupando di suo nipote, avvolto nel suo tallìt, e stava pregando dal suo siddùr, proprio come aveva promesso.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Il Successo Invita L’Umiltà
19 novembre, 2010Il testo della Torà descrive il timore, e adirittura la paura, che provava Yaacov pensando a questo incontro. Il terzo degli Avi prega quindi il Sign-re, invocando la Sua misericordia.
In effetti abbiamo già letto in passato che a Yaacov sono state date delle benedizioni molto particolari che includevano anche delle assicurazioni riguardo la protezione Divina nei suoi confronti. Tuttavia Yaacov apre la sua preghiera con la parola “katònti”, letteralmente tradotto con “sono umile” e nel contesto del verso è come se dicesse “non sono degno di tutte le bontà…che hai operato con il tuo servo… Perfavore salvami dalla mano di mio fratello…” (Genesi 32, 11-12)
Noi siamo abituati ad un mondo nel quale il successo invita la presunzione o comunque una sensazione di contentezza e al minimo un po’ di soddisfazione. Qui troviamo una situazione nella quale una persona ha creato praticamente dal nulla un mini-impero al livello famigliare e al livello economico e questo lo rende… molto umile!
Millenni dopo il rav Schneur Zalman di Liadì (autore del Tanya che festeggeremo questo giovedì sera a Via Balbo) scriveva, anch’esso in un contesto storico particolare, che Yaacov si sentiva umile non nonostante le bontà concesse dal Sign-re ma proprio a causa di queste bontà.
“Il senso è che ogni bontà concessa dal Sign-re ad una persona dovrebbe far sì che essa si senta molto umile. Poiché una bontà Divina rappresenta ‘un’abbraccio’, è come se il Sign-re portasse la persona vicina a Sé, molto più intensamente di quanto lo fosse prima.
“Più la persona è vicina al Sign-re … più grande sarà l’umiltà in lui risvegliata … poiché ‘tutto nei Suoi confronti è come nulla’. Quindi più la persona è ‘nei Suoi confronti’ (ossia vicina a Lui, NDT) più si considera nullo. Ed è questo l’attributo di Yaacov…”
“In contrasto, per le ‘forze negative’ funziona nella maniera opposta; più bontà si dimostra alla persona, più cresce la sua arroganza e soddisfazione di sé…”
Penso che questa prospettiva possa aiutarci ad appronfondire meglio molte situazioni ma anche ad apprezzare molto di più le benedizioni che abbiamo.
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