Archivio per novembre 2010

Uno Tace e Tutti Ascoltano

26 novembre, 2010

Ieri sera abbiamo festeggiato la data del 19 di Kislev che è considerato il capodanno del Chassidismo tenendo un incontro chassidico. Come si definisce un incontro chassidico? Si sta insieme, si mangia qualcosa e si dice un po’ di “lechaim”, si canta e … si tace. Durante un incontro chassidico dicevano i Chassidim di una volta “uno tace e tutti ascoltano”…

“Vi sono molti capodanni – spiegò ieri sera a Via Balbo il rav Adin Even-Israel Steinsaltz – esiste il capodanno “grande” durante il quale ‘prendiamo atto di tutte le nostre azioni positive o meno dell’anno passato; esiste il ‘capodanno degli alberi’ ed esiste il ‘capodanno del Chasidismo’. Cosa ci chiede questo giorno? Ci chiede di crescere, ognuno a secondo del proprio livello. Crescere non solo negli aspetti della vita ebraica che diamo per scontato ma anche in ciò che può essere considerato ‘in più’”.

Il rav illustra le proprie parole indicando uno dei presenti e dicendogli “vedi, quando la tua anima arriverà davanti alla Corte Celeste, diranno che sei stato un bravissimo ebreo ma, chiederanno ‘dov’è la tua barba?!’ Mentre quando verrai tu la sopra – a questo punto rav Steinsaltz si rivolge ad un’altro dei presenti – l’angelo prenderà in mano la tua barba e dirà ‘barba barba, dove è il tuo ebreo?!”

“Ognuno quindi deve crescere a sua maniera…”

L’ospite d’onore della serata giunto da Milano, il rav Moshe Lazar, ha ispirato i molti presenti con le sue parole di isegnamenti e racconti chassidici.

“Uno degli allievi di rav Dov Ber, il Maghìd [predicatore] di Mezerich, gli domandò come fosse possibile accettare la sofferenza con gioia. Per lui era chiaro che tutto, anche la sofferenza, viene dal Sign-re e quindi era pronto ad accettarlo. Ma il Talmud dice che è possibile farlo con gioia… e questo è molto difficile capire. ‘Vai dal mio allievo rabbì Zusha, gli rispose il Maghìd e da lui potrai avere la risposta.’

“L’allievo si recò presso rav Zusha e rimase sorpreso dal livello di povertà nella quale quest’ultimo viveva. La casa non era altro che una baracca malandata, sedie rotte, i bambini scalzi e da mangiare non si vedeva… Oltre tutto il rav Zusha stesso soffriva di diverse malattie.

“L’amico fu accolto dal rav Zusha con gioia genuina. Il maestro mi mandò da lei per capire come accettare le sofferenze con gioia, disse l’ospite.

“Ma sei sicuro che ti ha mandato da me? chiese rabbì Zusha. Io non ho mai sofferto!

Vi auguriamo Shabbat Shalom

Rav Shalom e Chani


Foto della settimana

19 Kislev a Roma

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Chanuccà al Parco Morelli” – 5° edizione!!!

lunedì 6 dicembre dalle 17,00 alle 19,00
Viale Isacco Newton, 43

* Accensione grande Chanucchià! * Sufganiòt per tutti!
* Giochi e gettoni per le giostre!

dai 0 -13 anni – 5€ a bambino
Pssssst…ci sarà un regalino sorpresa per tutti i bimbi!

Orari al Tempio

26 novembre venerdì sera: 16,25

27 novembre shabbàt mattina: 9,30

Il Kiddush è offerto da Aharon e Rosy Zanzuri in occasione del compleanno di Samuel. Mazal Tov e Hazzak!

27 novembre shabbàt pomeriggio: 16,20

29 novembre lunedì Tanya e Talmud (uomini): 20,00
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Crescendo Nell’isolamento a Mosca II

25 novembre, 2010

CAPITOLO RACCONTATO DA BATYA HAZAN-COHEN – 2° parte

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Una volta c’era un’esposizione industriale internazionale, e noi ragazze della famiglia pregammo nostro padre di lasciarci partecipare. Lui accettò, a condizione che in strada parlassimo solo yiddish. Mentre osservavamo la mostra israeliana, alzammo un po’ la voce mentre parlavamo tra noi. Uno degli israeliani venne verso di noi, sorpreso, e cominciò a parlare in ebraico con noi, ma noi non sapevamo neanche la parola ‘shalom’ [la pronuncia  degli israeliani è molto diversa da quella degli ebrei dell'Est Europa, oltre alla modernizzazione della lingua. NDR] . Alla fine venne a parlare con noi uno di quegli uomini, che conosceva l’yiddish. Dopo avergli detto i nostri nomi, gli chiedemmo di portare i nostri saluti ai nostri parenti in Israele, cosa che lui promise di fare. Ci diede delle bandierine, una collana e delle spille con sopra una stella di Israele. Come se tutto quello di cui avevo bisogno fosse stato trovare della propaganda sionista! Comunque prendemmo quelle cose per non offenderli.

Noi crescevamo felici e di buon umore. Come tutti i bambini, litigavamo, ma mai fuori di casa. Io litigavo sempre col fratello immediatamente più grande di me. Ma non c’era questione che ci sentivamo tutti molto vicini. Non ero preoccupata per cosa mi riservava il futuro. Le mie tre sorelle avevano tutte sposato mariti che la pensavano come noi, ma sapevamo che la Russia era solo una fermata temporanea. Ogni simchà che facevamo terminava con un sentito lechaim, “Leshana haba b’Yirushalaim!” (il prossimo anno a Gerusalemme!) Sapevamo che alla fine saremmo partiti in qualche modo, in qualche momento.

Le nostre esperienze a scuola rinforzavano questo sentimento. I miei cinque anni a scuola sono consistiti in una difficile prova dopo l’altra. Quando cominciai ad andare a scuola, uscivo in anticipo il venerdì, come facevano anche la mia sorella maggiore e mio fratello.
Gli insegnanti mi sfidavano: “guarda! Ci sono altri cinque ebrei in questa classe, e loro restano in classe e scrivono! Perché tu non puoi?”
“Perché sono religiosa,” rispondevo. Dovetti ripetere quella risposta innumerevoli volte, perché le insegnanti non si arrendevano mai. Quando cominciai ad andare a scuola di Shabbat, le insegnanti mi mettevano discretamente una matita e della carta sul banco, e bisbigliavano: “dai, puoi scrivere, non lo diremo a tuo padre.” Ma naturalmente non potevo. Le ignoravo educatamente.

I miei compagni mi disprezzavano perché ero diversa. C’erano cinque ebrei nella mia classe, ma in tutti quegli anni non parlarono mai con me. L’unico bambino con cui avevo qualche contatto era uno spione, disprezzato da tutti. Gli altri bambini mi chiamavano zhidòvka (russo per ‘ebrea’, con un tono di disprezzo). Siccome andavo a scuola con vestiti che coprivano le ginocchia, mi deridevano: “ecco che arriva il prete!”. Siccome indossavo le calze, alcuni chiedevano: “hai qualche malattia ai piedi?” mentre altri chiedevano con curiosità “perché le porti?”, al che io rispondevo “perché mi piacciono!”

Avevo un’insegnante di ginnastica che mi chiamava fazan (‘fagiano’ in russo) invece di Hazan. Parecchie volte mi cacciò fuori dalla classe senza ragione. Siccome sapevo di essere migliore del resto della classe, stavo sempre attenta a non fornire scuse alle  maestre per trovarmi in difetto. Una maestra ebrea era particolarmente infame: ogni Shabbat mi metteva un brutto voto, pur non avendomi interrogato. Avevo una bella voce e facevo parte del coro della classe. Quando compii nove anni, tuttavia, mi rifiutai di cantare con gli altri, mettendo avanti una scusa dopo l’altra, finché la maestra divenne esasperata contro di me. La nostra classe di danza era anche peggio. Non avrei neanche potuto pensare di ballare con un ragazzo, così ogni volta era ‘mi fa male un piede,’ ‘non conosco questo passo,’ etc. Loro sapevano che c’era qualcosa di più in queste mie scuse, ma non sapevano che fare con me.

Una volta mia sorella ebbe un attacco di appendicite, e fece un’assenza di Shabbat. Scettica, la preside venne a verificare personalmente. Anche quando vide mia sorella stesa su un letto, febbricitante, pensò che la bambina stesse fingendo, finché poi sentì dire che mia sorella era stata portata in ospedale e operata.

Ci furono alcuni anni in cui andavo a scuola dall’una alle sette ogni pomeriggio. Il venerdì portavo a scuola la cartella e partecipavo per due o tre ore, poi, quando iniziava a fare buio, mettevo via le mie cose e smettevo di lavorare. I compagni cominciavano a prendermi in giro: “Oh, arrivano le stelle! Guarda! Sta mettendo via la matita!” Uno dei miei fratelli e sorelle più piccoli prendeva la mia cartella durante la ricreazione prima che diventasse buio, e io restavo semplicemente seduta in classe fino alla fine della scuola.

I miei fratelli e sorelle, come me, avevano pochi contatti con i compagni di scuola. Tuttavia Avraham aveva un compagno non ebreo chiamato Lushke che abitava vicino a noi e che lo amava immensamente. Lushke veniva ogni giorno dopo la scuola e passava ore a casa nostra. Imparò perfino un po’ di yiddish, sul quale a volte scherzavamo con lui. Quando lasciammo la Russia, venne il giorno dopo, e trovò la casa vuota. Sua madre andò dalla mia sorella sposata e chiese: “Dove sono tutti?” Quando sentì che eravamo partiti cominciò a piangere. “Mio figlio stava appena diventando per bene,” gemette, “ma ora che i Hazan sono partiti, temo che diventerà di nuovo un fannullone!”

Senza dubbio la spina nelle nostre vite era la scuola. Ma lo Shabbat e le feste rendevano la vita piena di gioia. Ogni settimana aspettavamo lo Shabbat con trepidazione. In una stanza facevamo il minyàn il venerdì sera. Mio padre e tutti i ragazzi e gli altri uomini pregavano lì. Le ragazze stavano nella seconda stanza. Mia madre guardava i più piccoli, e le altre ragazze pregavano. Poi guardavamo noi i bambini, così mia madre poteva pregare anche lei.

Un motivo per cui la nostra gioia a tavola era così grande è che potevamo finalmente stare seduti con nostro padre. Mio padre e ognuno dei ragazzi faceva il Kiddùsh per se stesso e aveva le sue due challòt. Mio padre parlava di qualcosa della porzione settimanale della Torà, dando inizio a un’animata discussione. Tenevamo le finestre chiuse, in modo che nessuno potesse sentirci cantare i canti di Shabbat. Come ci sentivamo caldi e vicini l’uno all’altro, seduti intorno al tavolo! Ancora oggi mi mancano quegli Shabbatòt così speciali in Russia.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Il Successo Invita L’Umiltà

19 novembre, 2010
Leggiamo questa settimana del ritorno di Yaacov alla terra natìa ove dovrà superare la prova – potenzialmente pericolosa – dell’incontro con il fratello Essàv.

Il testo della Torà descrive il timore, e adirittura la paura, che provava Yaacov pensando a questo incontro. Il terzo degli Avi prega quindi il Sign-re, invocando la Sua misericordia.

In effetti abbiamo già letto in passato che a Yaacov sono state date delle benedizioni molto particolari che includevano anche delle assicurazioni riguardo la protezione Divina nei suoi confronti. Tuttavia Yaacov apre la sua preghiera con la parola “katònti”, letteralmente tradotto con “sono umile” e nel contesto del verso è come se dicesse “non sono degno di tutte le bontà…che hai operato con il tuo servo… Perfavore salvami dalla mano di mio fratello…” (Genesi 32, 11-12)

Noi siamo abituati ad un mondo nel quale il successo invita la presunzione o comunque una sensazione di contentezza e al minimo un po’ di soddisfazione. Qui troviamo una situazione nella quale una persona ha creato praticamente dal nulla un mini-impero al livello famigliare e al livello economico e questo lo rende… molto umile!

Millenni dopo il rav Schneur Zalman di Liadì (autore del Tanya che festeggeremo questo giovedì sera a Via Balbo) scriveva, anch’esso in un contesto storico particolare, che Yaacov si sentiva umile non nonostante le bontà concesse dal Sign-re ma proprio a causa di queste bontà.

“Il senso è che ogni bontà concessa dal Sign-re ad una persona dovrebbe far sì che essa si senta molto umile. Poiché una bontà Divina rappresenta ‘un’abbraccio’, è come se il Sign-re portasse la persona vicina a Sé, molto più intensamente di quanto lo fosse prima.

“Più la persona è vicina al Sign-re … più grande sarà l’umiltà in lui risvegliata … poiché ‘tutto nei Suoi confronti è come nulla’. Quindi più la persona è ‘nei Suoi confronti’ (ossia vicina a Lui, NDT) più si considera nullo. Ed è questo l’attributo di Yaacov…”

“In contrasto, per le ‘forze negative’ funziona nella maniera opposta; più bontà si dimostra alla persona, più cresce la sua arroganza e soddisfazione di sé…”

Penso che questa prospettiva possa aiutarci ad appronfondire meglio molte situazioni ma anche ad apprezzare molto di più le benedizioni che abbiamo.

di Rav Shalom Hazan

Crescendo Nell’isolamento a Mosca

19 novembre, 2010

CAPITOLO RACCONTATO DA BATYA HAZAN-COHEN – 1° parte

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Tutti si chiedono come abbiamo fatto noi figli, crescendo a Mosca, a resistere alle pressioni dei nostri compagni di scuola e dei nostri insegnanti e rimanere ebrei di Torà dedicati e fedeli.

Penso che la risposta semplice a questa domanda sia che, mentre crescevamo, c’era una profonda linea di demarcazione tra noi e tutti gli altri: noi eravamo ebrei religiosi, e nessun altro aveva niente in comune con noi. Per quanto possa sembrare strano, se uno cresce sapendo questo, un tale atteggiamento diventa una seconda natura.

Ma c’era più di questo: sapevamo che i nostri antenati erano stati grandi studiosi di Torà e tzaddikìm, uomini che avevano risvegliato nel popolo nuovi livelli di devozione e di attaccamento a D-o. Come loro discendenti, come avremmo potuto contaminare la loro memoria scegliendo un cammino diverso da quello preso da loro? Quest’orgoglio per le nostre origini veniva infuso in noi in tenera età, per gli esempi viventi che vedevamo nei nostri genitori e nostra nonna. Loro sentivano questi ideali e li vivevano, ed era inconcepibile per noi anche solo pensare a essere diversi.

La fiducia in D-o di nostra nonna era immensa. Visse con noi in condizioni difficili per molti anni, ma non si lamentò mai. Ogni giorno pregava tefillòt che strappavano il cuore, e diceva i tehillìm (salmi). Osservava attentamente ogni dettaglio della legge ebraica.

Come ricordo bene quando ci ammoniva di non lasciare uscire il vapore di una pentola di carne mentre c’era vicino una teiera, per evitare che il vapore toccasse la teiera pàrve e la rendesse di carne!

Lei conosceva il Chumàsh e perfino la Ghemarà, dai giorni in cui i suoi figli avevano studiato in casa, e aveva ascoltato quello che loro recitavano.

Quando mio padre insegnava Ghemarà ai miei fratelli e loro avevano difficoltà a capire un passo, qualche volta lei gridava impaziente: ‘zucconi!’ e poi spiegava lei il passo. Nostra nonna governava la cucina a casa nostra, orgogliosa delle sue pentole prive di macchie e dell’alto livello di pulizia in generale.

In tutti quegli anni abbiamo sempre sofferto per la povertà, ma non ci siamo mai lamentati, perché sapevamo com’era difficile per nostro padre guadagnarsi da vivere. Lui passava da un lavoro all’altro, allo scopo di poter osservare lo Shabbat. Era costretto a lavorare lunghe e dure ore durante tutta la settimana, e c’erano giorni in cui non lo vedevamo per nulla, a meno di alzarsi molto presto. Eravamo profondamente colpiti dalla sua devozione, e le sue frequenti assenze ci facevano desiderare lo Shabbat, quando avremmo potuto stare tutti insieme.

Pur essendo vivaci, i nostri genitori non ci hanno mai picchiati. Nostra madre è una donna silenziosa, estremamente modesta. Non ho mai visto un capello sulla sua testa. Aveva una forza sovrumana. Teneva la casa limpida, e lavava i panni di tutta la famiglia, a mano, per diverse ore al giorno: comprammo una lavatrice, con la manovella a mano, solo dopo che fu nato Yitzchak, il settimo figlio, nel 1952.

Quando gli insegnanti a scuola facevano ispezioni per assicurarsi che i colletti e i vestiti dei bambini fossero puliti e le unghie fossero state tagliate, si meravigliavano che fossimo sempre così puliti, mentre figli di famiglie più piccole non lo erano. E in aggiunta ad occuparsi ogni giorno della casa, ogni anno o al massimo ogni due anni nasceva un nuovo bambino. In aggiunta, organizzavamo molte celebrazioni per altre persone nella nostra casa. Sommando tutto, il carico di lavoro della mia mamma era immenso.

Nostra madre ci insegnava l’alef-bet e a pregare con il siddùr. Imparammo da lei tutte le halakhòt che ci riguardavano, e amava raccontarci storie attinte dal Chumàsh e dal Midràsh, che lei conosceva dalle spiegazioni in yiddish dal Chumàsh.

Mio padre era molto rispettato da tutti quelli che lo conoscevano, e perfino dai nostri vicini non ebrei, perché era talmente onesto e schietto. Quando le mie sorelle si sposarono, molte persone che neanche conoscevamo vennero alle nozze, a causa dell’alto riguardo che avevano per noi. Quando venne il tempo di far sposare le mie sorelle, mio padre prese a prestito il denaro da gente di buon cuore, e restituì sempre. Per quanto ha potuto, ha istruito i miei fratelli e anche i figli di amici. Cercava di incoraggiare altri ebrei a osservare le mitzvòt per quanto era loro possibile. Organizzava le milòt a casa nostra, e noi stessi fornivamo il cibo per le celebrazioni. Organizzava i matrimoni ebraici.

I miei genitori tenevano la casa aperta, e c’era sempre gente in visita o ospite. C’era gente che veniva da noi mentre era diretta in Israele e doveva fermarsi a Mosca per procurarsi i documenti. Tutto quello che dovevano fare, era bussare alla porta, e veniva dato loro un letto. Avevamo perfino vagabondi e gente anormale, che a volte viveva con noi, perché noi non rifiutavamo nessuno.

Ero ancora una bambina quando eravamo a Kliazma, eppure non dimenticherò mai quel piccolo appartamento. Mio padre aveva costruito un piccolo muro che sporgeva da un lato della stanza, per far dormire in modo riservato mia nonna insieme con una delle mie sorelle, mentre tutti gli altri dormivano nella stanza vera e propria. Mio padre costruì una lunga branda di legno, anche se non potevamo permetterci un materasso, e su quella dormivano alcuni dei bambini. Perfino oggi non riesco a capacitarmi di dove tutti noi potevamo dormire.

Alla fine traslocammo a Bolshevo, dove vivevamo con molto spazio, in tre stanze. Mio padre costruì una “cantina”, che solo molti anni dopo ho scoperto essere in realtà un mikvè.

Per la maggior parte del tempo tenemmo a casa nostra un minyàn di Shabbàt, e a volte nei giorni in cui si legge la Torà o nei giorni di digiuno. Gli unici che venivano al minyàn erano sempre i vecchi.

Uno degli uomini che venivano qualche volta, chiese a mia nonna il suo siddùr Korbàn Minchà, quando lei partì per Eretz Israel. Lei gli disse che glie lo avrebbe dato a condizione che lui promettesse di pregare tre volte al giorno. Lui promise, e lei gli diede il suo siddùr. Una volta mio padre mi mandò a chiamare quest’uomo perché fosse il decimo in un minyàn. Quando entrai in casa sua, lui si stava occupando di suo nipote, avvolto nel suo tallìt, e stava pregando dal suo siddùr, proprio come aveva promesso.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Raduno Lubavitch a Brooklyn – Galleria

11 novembre, 2010

Foto di Gruppo

Credit: Federica Valabrega http://www.federicavalabrega.com

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La Prima Partenza

1 novembre, 2010

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Capitolo precedente: Bambini di Valore II

Durante tutto il tempo in cui abbiamo vissuto a Mosca, abbiamo avuto la fortuna di avere dei vicini non ebrei che ci hanno rispettato, e non hanno mai detto niente di noi alle autorità, pur sapendo molto bene che io cucinavo matzòt, costruivo la sukkà, e spesso ospitavo un minyàn. Vedevano che noi organizzavamo circoncisioni e matrimoni per altri, e che avevamo grandi folle che partecipavano a queste attività. Avevano certo sufficiente materiale a disposizione, ma non hanno mai informato le autorità su di noi.

All’inizio dell’anno 5725 (1964) mandammo Moshe Mordechai nell’unica yeshivà che allora esisteva in Russia, una piccola yeshivà segreta di Chabad a Samarcanda. Dovette viaggiare per parecchi giorni in treno, proprio come avevo fatto io più di venti anni prima. Quando a scuola chiesero dove era andato, dissi che aveva lasciato Mosca per frequentare un’istituzione superiore, e fortunatamente accettarono questa risposta.

Mia suocera, che a quel tempo aveva ottant’anni, non era per niente indebolita, e anche spiritualmente era forte. Decise che nei pochi anni che le rimanevano, voleva vedere gli altri figli, che avevano lasciato la Russia anni prima. Nonostante fosse pericoloso fare domanda per emigrare, pensò di avere ben poco da perdere: cosa avrebbero potuto fare, dopo tutto, a una donna di ottant’anni?

Inviò la sua domanda all’OVIR, l’ufficio dell’emigrazione, appellandosi a una legge che permetteva l’emigrazione per la riunificazione delle famiglie, e la sua richiesta fu immediatamente accettata. Dopo Sukkòt, Yisrael Friedman ed io la accompagnammo all’aeroporto, diretta in Israele via Vienna. L’aeroporto era pieno di agenti governativi, così non osammo dire neanche una parola né a lei né tra di noi.

Mia suocera, una giusta, ci ha lasciati nel mese di Adàr del 5738 (1978) alla matura età di novantasei anni. Ha meritato di vedere nella sua vita nipoti e pronipoti, e ha potuto avere la gioia di sapere che tutti i suoi discendenti, dal più giovane al più vecchio, camminano sulle strade di Hashem.

Pochi giorni prima di questi eventi, eravamo andati a dire addio a Rav Eli Sandler, uno studioso di Torà di cui ero amico, che era anche lui in partenza per Israele. Era la sera dopo Simchàt Torà, e nella sua casa c’erano anche alcuni altri amici intimi. Egli illustrò la sua sensazione che gli ebrei cominciavano a risvegliarsi e tornare al loro retaggio, con il seguente racconto.

“Qui a Mosca, conoscevo un ebreo di mezz’età, un ebreo come tanti altri, che era direttore di una fabbrica. All’improvviso cambiò completamente, divenne rigoroso nell’eseguire le mitzvòt, si fece crescere la barba, cominciò a indossare le tzitziòt, andava al mikwè, e mangiava le matzòt shemuròt a Pésach. Non riuscivo a capire che cosa l’avesse spinto a cambiare, ma un giorno, parlando con me, mi spiegò cosa avesse provocato quella trasformazione. ‘Ero direttore di una fabbrica tessile,’ mi disse, ’e venne a lavorare per me un giovane ebreo che osservava lo Shabbàt. Questo mi ha messo in difficoltà, avevo paura che scoprissero che lavorava per me, ma avevo pietà di lui che aveva una famiglia numerosa, e così stetti zitto. Una volta successe che il tessuto sui telai era quasi completato. Era venerdì, il giorno in cui usciva presto, ma se lui non avesse gettato la trama sui telai, gli operai non avrebbero potuto lavorare il giorno seguente. Era venuto il momento di parlargli. Lo aspettai quando arrivò quella mattina, e gli feci pressioni perché rimanesse fino al completamento del lavoro, promettendogli che appena avesse finito con i telai, avrebbe potuto restare a riposo per tutto lo Shabbàt, e non avrebbe dovuto fare nessun altro lavoro. Ma lui rifiutò: quando venne il momento di andarsene, gettò il lavoro proprio davanti ai miei occhi, e disse: ‘non lavorerò mai di Shabbàt! Può licenziarmi se vuole!’ e poi andò via. Ora, questo mi fece pensare: Padrone del Mondo! Ecco un giovane assolutamente povero, eppure pronto a fare un tale sacrificio per lo Shabbàt! Ed io sono già vecchio e non devo mantenere nessuno, ho una vita confortevole, quindi perché violo lo Shabbàt? In quello stesso momento decisi di lasciare il lavoro, fare teshuvà, e diventare un ebreo come si deve.’”

Io ascoltai il racconto di Rav Sandler, ma non dissi una parola, pur sapendo che ero io quel giovane. Ero troppo timido per prendermi il merito di aver ispirato la teshuvà di quell’uomo.

La partenza di Rav Sandler e di mia suocera ebbero un profondo effetto su di me. Fino a quel momento era stato impensabile lasciare la Russia: il solo fatto di fare domanda di emigrazione era pazzescamente pericoloso. Ma ora avevo visto che loro avevano fatto domanda e le loro richieste erano state accettate, e altri che avevano fatto domanda erano riusciti. Il pensiero dell’emigrazione cominciò a prendere forma anche nella mia mente.

La situazione per la scuola dei figli stava diventando sempre più spinosa. Le minacce di portarmi in tribunale stavano diventando più frequenti, e sapevo che era solo questione di tempo perché mettessero in atto le loro minacce, quindi cosa avevo da perdere facendo domanda di partire?

Così iniziai la battaglia per emigrare. Che Hashem mi aiuti! Pregavo più ferventemente che mai.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.


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