Archivio per dicembre 2010

La Celebrazione del 9 Maggio

31 dicembre, 2010

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

I miei figli accettarono il suggerimento con entusiasmo. Io contattai mio nipote Yisrael Friedman, che aveva dieci figli, e alcuni altri amici, proponendo che si unissero al nostro piano, e tutti loro aderirono volentieri.

La domenica portammo i figli alla Grande Sinagoga. Forti lampade illuminavano i Sifrè Torà nell’Aròn ha-Qòdesh, che luccicavano con i loro ornamenti di argento ben lucidato e le loro corone. Il seggio di Rav Levin era da un lato accanto all’Aròn, e dall’altro lato c’era una balconata per il console israeliano e gli altri ospiti stranieri, isolati da una ringhiera, in modo da evitare che avessero contatti con la folla. Anche se era stato fatto di tutto per tenere la cosa segreta e nessuno era stato invitato, in qualche modo l’avevano saputo tutti, e la shul (sinagoga, NDR) era piena fino all’estremo della sua capacità, affollata di giovani e di vecchi.

Yisrael ed io rimanemmo all’interno della sinagoga, bloccati dalla grande folla. Proprio prima della tefillà di Minchà (preghiera pomeridiana, NDR), facemmo segno ai nostri figli di saltare sulla bimà (il leggio al centro della sinagoga detto in Italia ‘Tevà’, NDR) tra il Rav e gli ospiti. Avevamo dato loro dei siddurìm per pregare e avevamo detto loro di pregare ad alta voce insieme a tutto il pubblico. Oltre venti ragazzi, di età da otto a diciassette anni, all’improvviso saltarono sulla bimà, in piena vista di tutti, con i siddurìm in mano.

Quando il gabbài vide i ragazzi, divenne isterico, e tentò di farli scendere, ma i ragazzi resistettero. Non poteva farli scendere con la violenza, perché tutti, compresi i dignitari stranieri, stavano guardando lo spettacolo. In un tono sottovoce, il gabbài chiese a Rav Levin di farli scendere, ma loro ignorarono anche la sua richiesta.

“Rav Levin, lei ha appena detto che questo non è un teatro ma una sinagoga, ” gli disse Yitzchak, “e in una sinagoga si va per pregare, e per questo siamo venuti.”

“Cosa ci fanno qui questi marmocchi ebrei?” disse infuriato il gabbài sottovoce, “li farò a pezzi!” ma poté soltanto stare lì in piedi adirato. Non poté farli spostare per tutta la durata della celebrazione.

Mio figlio sentì uno dei consoli bisbigliare: “Devono averlo organizzato i russi!”

“Hai sentito i ragazzi?” rispose un altro console, “stanno davvero pregando!”

In conclusione i ragazzi furono la maggiore attrazione sia per gli ospiti sia per il pubblico, che quasi non poteva credere che nel cuore di Mosca esistessero ragazzi capaci di pregare da un siddùr. Durante tutta la cerimonia, le macchine fotografiche scattavano e lampeggiavano, facendo centinaia di fotografie di quell’incredibile evento.

Un’altra cosa imprevista, e commovente, fu il discorso spontaneo di un giovane ingegnere che aveva fatto teshuvà (tornato ad osservare l’ebraismo, NDR). Dopo aver lodato l’Armata Rossa, fece le lodi in particolare degli eroi ebrei che erano andati in missioni suicide, alcuni di loro anche due o tre volte. “Non è come dicono gli antisemiti, che gli ebrei hanno combattuto il nemico da Tashkent (cioè ben lontano dal fronte), anzi hanno offerto una poderosa resistenza a Mosca, Stalingrado e Leningrado. In tutte le epoche, gli ebrei hanno combattuto contro i tiranni.”

Il gabbài continuava a passargli dei biglietti in cui gli chiedeva di smettere, ma lui li ignorava e continuava a parlare. Parlò della grandezza della nazione ebraica e del coraggio che aveva mostrato in tutte le generazioni. Come esempio più recente citò la vittoria di Israele nella guerra d’indipendenza. Quel discorso colpì profondamente gli ebrei russi che l’avevano sentito, e rese ancora più grande il Qiddùsh Hashèm (“Santificazione del nome di D-o”, NDR) di quel giorno.

L’assemblea terminò e lasciammo la Grande Sinagoga con sentimenti incerti. Eravamo contenti di aver mostrato agli ebrei di Mosca che esistevano ancora ebrei fedeli alla Torà, ma allo stesso tempo pesava su di noi la consueta paura. Forse ora si sarebbero vendicati su di noi. Barùkh Hashèm, i giorni passarono e non avvenne nulla. Piuttosto, sentimmo che il gabbài aveva avuto un attacco di cuore proprio dopo la cerimonia, ed era dovuto stare in ospedale per diverse settimane. Noi approfittammo della sua assenza per riparare il bollitore rotto del mikvè (bagno rituale, NDR), cosa che lui aveva proibito.

Avevamo avuto una schermaglia con lui due anni prima, sempre a proposito del mikvè. Circa trenta famiglie usavano il mikvè ogni mese, compresi alcuni che viaggiavano per dieci ore provenendo da Kharkov, passavano la notte a Mosca e tornavano a casa il giorno seguente. In quell’estate il gabbài cominciò a chiudere il bollitore del mikvè alle sei. All’ora in cui arrivava notte, alle undici, l’acqua era ormai fredda, cosa che causava gravi disagi. Io mi misi in contatto subito con Rav Levin per sapere cosa era successo, e lui mi mandò dal gabbài. “Siete voi che siete responsabili per questo!” mi urlò il gabbài, “vi immergete la mattina prima della preghiera e rovinate i rubinetti dell’impianto idraulico!” “Se è così, ” gli risposi, “chiuda il mikvè la mattina, ma non di sera! E dove stanno tutti gli operai che fanno la manutenzione giornaliera della Sinagoga? Perché non si occupano anche di questa parte dell’edificio? Se necessario contribuiremo alle spese delle riparazioni. Non c’è nessuna giustificazione per quello che ha fatto!”

Il gabbài riaprì il mikvè, ma due anni dopo si ruppero i tubi di acqua calda del bollitore. Questa volta il gabbài rifiutò di farlo riparare, anche a nostre spese. Ora che lui era convalescente in ospedale, Rav Levin diede il permesso. Organizzammo noi stessi le riparazioni, procurandoci un bollitore da un uomo di Torasovka, Leib Pinkas, che non ne aveva più bisogno. Reb Shmuel Bishinsky, che era ingegnere, si offrì volontario per il lavoro, e lo fece alla svelta e in modo professionale. Quando il gabbài tornò dall’ospedale, il mikvè era tornato a funzionare.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Serata in Giudaico Romanesco

30 dicembre, 2010


Il Pianto Che Apre

17 dicembre, 2010

Cari amici,

Questo Shabbàt concluderemo la lettura del primo libro della Torà, la fine del Genesi… L’ultimo dei Patriarchi, Giacobbe, viene a mancare. Come spesso accade lascia un vuoto che crea confusione. Yossef non è uno di quelli che si confonde, ha un compito chiaro e una posizione ferma. D’altronde i fratelli, proprio quelli più anziani e importanti, hanno qualche dubbio sulle sue intenzioni. “Sarà, pensano, che dopo la morte del padre il potente Yossef si vorrà vendicare contro di noi per ciò che gli abbiamo fatto così tanti anni fa’?”

Yossef, quando viene a sapere di questi pensieri, si scioglie in un pianto. Non è la prima volta che troviamo Yossef mentre piange. Lo abbiamo visto in situazioni cariche d’emozione. La riunione col fratello Beniamìn, l’incontro con il padre. Questo pianto però sembra non essere dall’emozione quanto dalla frustrazione.

Il vicere egiziano aveva ripetuto diverse volte quanto fosse evidente la mano di D-o in tutta la sua storia. Che il motivo reale dell’accaduto era per far sì che la persona giusta si trovasse al posto giusto e al momento giusto, per poter gestire il problema della carestia ed alimentare milione di persone. Ne era veramente convinto. I fratelli non erano altro che pedine del disegno del Sign-re.

La loro reazione alla morte del padre suscita quindi in lui una grande frustrazione sino ad arrivare alle lacrime.

A volte i messaggi ricevuti sono talmente chiari che quando non sono accolti non rimane che piangere.

Ma il pianto poi apre la mente…

Vi auguriamo un digiuno facile e un sereno Shabbat

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani


Foto della Settimana

Rav Shlomo Bentolilla, direttore Chabad Lubavitch dell’Africa Centrale, ha fatto un viaggio durante Chanuccà per portare la luce anche agli ebrei più sperduti. Foto di Israel Bardogo.

Clicca per l’intera galleria

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Bar Mitzvah a Mosca, 1965

16 dicembre, 2010

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Nell’inverno del 5724 (1964), dopo essermi consultato con la mia famiglia, feci domanda all’Obir per ottenere il permesso di emigrare. Le mie speranze non erano infondate, perché i nostri parenti in Israele ci avevano già mandato degli inviti: forse la legge che permetteva la riunificazione delle famiglie sarebbe stata applicata anche a noi. Nello stesso tempo anche mio nipote Yisrael Friedman affrontò lo stesso rischio di fare domanda, e per motivi simili: anche lui sentiva che le pressioni dalla scuola e dal luogo di lavoro crescevano.

Nella mia lettera all’Obir descrissi la difficile situazione della mia famiglia: eravamo una famiglia religiosa, e i miei figli erano altrettanto osservanti quanto me. Era impossibile vivere in Russia, dissi, perché non si trovava la carne kashèr, né il latte, come richiede la nostra legge. I bambini avevano fame, erano magri e deboli, non essendo sufficiente il mio pietoso salario neanche per comprare da mangiare per loro. Siccome osservavamo lo Shabbat, non solo non potevo avere un lavoro decente, ma avevo dovuto lasciare il lavoro innumerevoli volte e ogni volta ricominciare a cercarne un altro. Era impossibile continuare a vivere in queste condizioni, dissi loro. Non avevo aiuto da nessuno, perché non avevo nessun parente lì: la mia famiglia era stata sterminata durante la guerra, e solo in Israele avevo parenti di mia moglie, che avrebbero potuto aiutarci. Perciò chiedevo all’Obir il permesso di emigrare, per vivere vite decenti.

Dopo alcuni mesi di ansiosa attesa, ricevemmo una risposta. Il permesso era stato negato. Non lasciammo che la delusione ci buttasse giù. Durante tutto l’anno 5724 facemmo domanda ancora e ancora, ma senza successo. L’unico prodotto di quella domanda fu una visita del sindaco, che voleva sapere perché volevamo partire. Io spiegai chiaramente la nostra situazione, e lui non poté negare la povertà che aveva visto in casa nostra.

Nel mese di Adàr del 5725 (1965) celebrammo il bar mitzvà di Yitzchak. Non volendo essere superato dai suoi fratelli, Yitzchak finì di studiare il trattato Meghillà, e fece un siyùm [conclusione formale e festiva di un trattato di Talmud, NDR]. Dopo un discorso di grande effetto, sorprese anche me con una conclusione inaspettata.

“Troviamo nel Midrash Vayikrà Rabbà,” spiegò al suo uditorio, “un racconto dettagliato di come Hananyà, Mishael ed Azaryà sfidarono l’ordine di Nebuchadnezzar di adorare il suo idolo. Queste sono le parole del Midràsh: Nebuchadnezzar disse loro: ‘non è forse vero che Geremia ha detto, a proposito del popolo o del paese che non servirà Nebuchadnezzar, ‘su quel popolo D-o manderà la spada, la carestia e la pestilenza’ (Geremia 27,8)? O voi realizzerete la prima parte di quella frase e ubbidirete al mio ordine di inchinarvi al mio idolo, o io realizzerò la parte finale di quella frase!’ Nel libro di Daniele è registrata la loro reazione. I tre giusti risposero a Nebuchadnezzar: ‘noi serviamo il nostro D-o, e Lui può salvarci dalla fornace ardente e dalle tue mani’ (Daniele 3,16). Il Midràsh spiega che i tre giovani risposero al re in modo assolutamente determinato: ‘Per quanto riguarda le tasse sul reddito e sulla proprietà tu sei il nostro re, ma per quanto riguarda l’adorare D-o, allora tu, l’imperatore Nebuchadnezzar, sei il più basso di tutta l’umanità: tu e un cane siete uguali ai nostri occhi.’ ”

Yitzchak alzò il pugno chiuso sulla folla e ripeté con forza: “per quanto riguarda l’adorare D-o, allora tu, l’imperatore Nebuchadnezzar, e un cane siete uguali ai nostri occhi!”

Uno degli ospiti era Reb Mordechai Hanzin, che aveva passato venti anni in prigione per aver propagandato il Sionismo tra i suoi compagni di scuola. Mentre era in prigione aveva osservato eroicamente lo Shabbat e la kasherùt, e aveva sopportato dure punizioni. In seguito era stato nominato segretario di Rabbi Levin. Dopo il discorso di Yitzchak, scoppiò in un emozionato applauso, finché si ricordò di essere ancora in Russia e si interruppe all’improvviso.

Intorno a quel periodo uscì un articolo sulla Pravda in cui il filosofo inglese Lord Bertrand Russell accusava la Russia di proibire la libertà di religione ai suoi ebrei. Il noto rinnegato Aaron Vergelis rispose stampando un virulento attacco nella sua rivista in yiddish, Heimland. Vergelis era un devoto comunista che era stato imprigionato durante le purghe staliniane ed era stato liberato dopo la morte di Stalin, ma non aveva imparato niente in tutti quegli anni, e aveva cominciato a ricercare i favori della nuova classe dirigente, tanto che gli era stato permesso di pubblicare una rivista, in cui perseguiva una linea fanaticamente pro-comunista ed anti-ebraica. Nel suo articolo Vergelis gridava indignato: ‘che cosa hai a che fare con gli ebrei russi? Chi ti ha nominato loro portavoce? In Russia nessun ebreo è interessato ad essere religioso! L’ebreo russo moderno si vuole integrare nella società russa, ad eccezione forse di qualche anziano. Che il mondo lo sappia.’

Quella profanazione del nome di D-o mi colpì al cuore. Presto trovai la mia opportunità per reagire. Il mio amico Heshel Horowitz mi disse il venerdì, quando andai al mikvè, che il gabbài della Grande Sinagoga stava programmando un’elaborata celebrazione della vittoria russa del nove maggio sulla Germania, nella sinagoga. La festa, che doveva essere celebrata quella domenica, era un grande giorno in Russia, e il gabbài voleva far vedere ai diplomatici e ai turisti che gli ebrei condividevano la gioia della nazione, ma allo stesso tempo il gabbài non voleva che gli ebrei sapessero dei suoi piani per la celebrazione, in modo che nessuno avesse l’opportunità di portare i bambini, e far vedere che l’ebraismo era vivo, in Russia.

Io non avevo mai portato i bambini nella Grande Sinagoga, perché sapevo che avrei fatto arrabbiare il gabbài, che era un dipendente del governo. Non voleva che venissero i giovani e i bambini, solo gli anziani abituali, in modo da dare l’impressione che i giovani non sarebbero mai stati attratti dalla sinagoga: per quanto riguardava il futuro, non c’erano ebrei in Russia. In tutti quegli anni i bambini avevano pregato nel minyàn che tenevamo a casa nostra, o in casa di un amico, ma quando sentii dell’imminente evento,
parlai ai miei figli e dissi loro: “è ora di fare un Kiddùsh Hashèm! Andremo alla Grande Sinagoga! Quando tutti i diplomatici e i turisti verranno alla celebrazione, vedranno che anche i nostri piccoli sono devoti alla Torà.”

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

La Maratona di Chanuccà

10 dicembre, 2010

Cari amici,

Che maratona che è stata questa festa di Chanuccà!

Dopo la festa con lo scambio regali e il gioco di memoria “Chanukah Memory” sul grande schermo allestito al Tempio Colli Portuensi sabato sera, si è svolta la mega accensione tradizionale a Piazza Barberini di domenica. L’instancabile rav Yitzhak Hazan ha organizzato per l’ennesima volta un evento inimitabile.

“C’è stata un’atmosfera veramente calorosa e proprio gioiosa – ricorda uno dei presenti – anche negli anni passati non ricordo la cerimonia a P.zza Barberini così bella come quest’anno”. (Vedi articolo). I bambini del Gan Chaya (P.zza Bologna), del Gan Rivkà (Colli Portuensi) e dei Talmud Torà delle due zone sono riusciti con i loro canti e balli a coinvolgere tutte le centinaia di persone presenti.

Il lunedì siamo subito ripartiti con la ormai famosa festa per i bambini al parco giochi “Parco Morelli” in viale Isacco Newton. Gettoni e giostre per tutti, per poi concludere con l’accensione della Chanucchià, le bombe per tutti, e dopo che i bambini hanno dimostrato la loro conoscenza di vari versi di Torà non ci siamo scordati dei regalini tra i quali i Silly Bands con le forme di…chanucchià e sevivòn…

Martedì sera mi sono trovato sul Tram 8 andando verso Largo Argentina con in mano la Chanucchià di 2m d’altezza che ci ha fatto costruire Fabio Pontecorvo qualche anno fa. “Ma che è?!” sentivo bisbigliare dietro di me. Anche esclamazioni tipo “guarda il candelabro!” Tutti si sono comportati con molto rispetto e un signore si è avvicinato ed ha ferventemente…. baciato la Chanucchià (tutto questo sull’8). Giunto a via dei Giubbonari ci siamo preparati ad accenderla sulla piazzetta in un evento organizzato con l’aiuto di Fabio Pontecorvo e Vitaliano Menasci con la partecipazione di tutti i commercianti della famosa strada e di diversi turisti israeliani e americani.

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L’accensione in Via dei Giubbonari

In altre zone i miei colleghi hanno organizzato in collaborazione con le istituzioni locali l’accensione sui giardini di Piazza Bologna (sabato sera) e in Piazza Gimma nel quartiere africano (mercoledì sera). Hazzak rispettivamente a Rav Menachem Lazar e a Rav Ronnie Canarutto.

In tutte le zone di Roma abbiamo distribuito le chanukiòt e le candele in preparazione della festa. Molte persone non si aspettavano che Chanuccà venisse “così presto quest’anno…” e quindi ci hanno ringraziato di cuore per averglielo ricordato.

E ora? Ora tocca a noi prendere quella luce che Chanuccà ci ha dato, conservarla bene e farla spargere su tutto l’anno, fino al prossimo Chanuccà!

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani

Crescendo Nell’Isolamento a Mosca III (Fine)

10 dicembre, 2010

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

CAPITOLO RACCONTATO DA BATYA HAZAN-COHEN – 3° parte

Di solito il pasto di Shabbat consisteva in una minestra vegetale, un contorno di verdure (di solito patate) e pesce. D’estate mangiavamo anche i sauerkraut. Quando avevamo una felice occasione da celebrare, avevamo anche un barattolo pieno di cetrioli in salamoia. Ogni giorno mangiavamo aringhe o pesce salato, e per Shabbat cercavamo di avere del cibo più speciale. Mi ricordo che spesso andavo a Mosca a comprare un pesce per Shabbat. Molte volte tornavo a casa a mani vuote, dopo ore di attesa in fila, perché vendevano soltanto pesce treif (non kasher n.d.t.). Solo qualche volta riuscivamo ad ottenere il pollo, e qualche volta riuscimmo addirittura ad avere l’oca.

Accadde anche che una volta macellato, il pollo risultasse essere treif. Mi ricordo ancora del tumulto che ne derivava in casa, e dei tentativi di trovare un non-ebreo che ricomprasse il nostro pollo. Una volta riuscimmo anche ad avere la carne. Uno dei miei fratelli ed io andammo con mio padre a tarda notte in una casa privata dove uno shochèt ci aspettava con un vitello.

Che tensione avevamo tutti noi mentre ne controllavano i polmoni per verificare che fosse kasher! Alla fine alle due del mattino andammo a casa col pacco della carne sotto il braccio di mio padre. Io avevo gli occhi annebbiati, ed ero esausta per l’ora tarda e la tensione. Mio padre aveva voluto che lo accompagnassimo in modo da non destare sospetti mentre camminava da solo, con un pacco in mano, nel pieno della notte.

L’altra delizia che avevamo regolarmente di Shabbat era la challà. La farina veniva venduta nei negozi solo quando si approssimava una festa russa, per il resto non si trovava. Compravamo tutta la farina che potevamo e la conservavamo, usandone un poco ogni settimana. Com’erano deliziose quelle sottili fettine di challà! Non assaggiavamo quasi mai dolci o biscotti, perché non mangiavamo i prodotti da forno treif che venivano venduti nei negozi, e tutta la farina che riuscivamo ad avere la usavamo per le challòt.

A parte lo Shabbat e le feste, un altro tempo speciale erano i periodi in cui si dicono le selichòt. Non vedevamo l’ora di restare alzati tardi per dire le selichòt con un minyàn. Di solito il minyàn si faceva in casa nostra, ma a volte andavamo nella casa del Rebbe di Machnovka e ci univamo al suo minyàn. Restavamo lì fino all’alba, quando ricominciavano i treni, e poi tornavamo a casa.

A Sukkot tutta la famiglia mangiava nella sukkà, che costruivamo proprio accanto alla nostra casa. In quel tempo le strade erano già ricoperte di neve, per cui noi ragazze mangiavamo in fretta un kezàyit (la quantità minima che costituisce un pasto) e ce ne andavamo. I maschi restavano un po’ di più e finivano alla svelta il loro pasto.

Nessuno dormiva in sukkà nel gelo, eccetto un vecchio che mio padre aveva conosciuto a Tashkent, Reb Zalman Leib, che usava dire: “dobbiamo osservare ogni mitzvà che possiamo!” Passava la maggior parte della giornata davanti a una stufa in quella ghiacciaia di sukkà.

A Chanukkà costruivamo una chanukyà (candelabro, n.d.t.) facendo dei buchi in una patata e riempiendoli con l’olio. Accendevamo la chanukyà vicino alla porta che dava sul nostro portico, in modo da non farci notare troppo. Avevamo una bella abitudine a Chanukkà: una sera sì e una no, dopo avere acceso le luci, andavamo a casa di uno dei nostri amici religiosi per celebrare, e mangiare làtkes (frittelle di patate, come da usanza ashkenazita, n.d.r.) insieme, una volta da Yisrael Friedman, un’altra volta dagli Olidort e una notte a casa nostra. In questo modo mantenevamo i rapporti con tutte le altre famiglie religiose e con i loro figli.

Negli ultimi anni ci incontravamo nelle reciproche case anche dopo Shabbat. Durante quelle melavè malkà (pasti che segnano l’uscita dello Shabbàt. n.d.r.) gli adulti esaminavano i figli sul Chumàsh e la Ghemarà che avevano studiato durante la settimana. Tutti noi eravamo desiderosi di mostrare quello che sapevamo. Cantavamo, e a volte ci venivano dati dei piccoli premi. Queste riunioni erano talmente speciali, che anche i più piccoli della famiglia non volevano essere lasciati indietro.

Alla fine dell’inverno cuocevamo le matzòt per Pèsach in un grande forno. Lo facevamo solo di notte, e a giorni alterni, per non destare sospetti. Avevamo alcuni operai di cui potevamo fidarci, controllati da mio padre. Mi ricordo di una volta in cui mio fratello grande ed io lavorammo per ore a impastare la pasta e cuocere matzòt. Mio padre ci retribuì per il nostro lavoro con una sola arancia, considerata una preziosa delicatezza. Fummo fortunati, perché i vicini non ebrei non fecero mai la spia, pur sentendo benissimo il profumo delle matzòt.

I nostri sedarìm di Pèsach erano meravigliosi. Era l’unico momento in cui c’era solo la famiglia e nessun ospite, perché quelli che celebravano Pèsach preferivano farlo nell’ambito delle loro famiglie. Per Pèsach avevamo cibi speciali, e perfino un bicchiere d’argento che aggiungeva un bagliore alla nostra tavola. Ogni ragazzo aveva il suo piatto del sèder. Mio padre voleva così, a scopo educativo. Ognuno leggeva l’Haggadà, e spesso ci fermavamo, e mio padre commentava un brano. Tutti i bambini recitavano le domande del mà nishtanà.

Nel commentare sulle varie tribolazioni della schiavitù in Egitto, non sfuggivano a mio padre i paralleli con la nostra situazione. Di solito i nostri sedarìm finivano alle due o alle tre del mattino, dopo la fine di tutti i canti. Mio padre cantava un canto con una melodia che aveva imparato a casa sua, poi un fratello cantava lo stesso canto con la melodia di Chabad, e un altro fratello seguiva con una terza melodia. Alla fine mio padre andava a dormire, perché doveva condurre la preghiera e leggere la Torà il giorno seguente, ma gli
altri di noi, eccitati dal Sèder, restavamo ancora alzati a parlare.

Nei giorni di Chol Hamoèd dovevamo andare a scuola, e nel periodo di Pèsach ci portavamo solo frutta come pranzo, non osando portare le matzòt.

Nella notte di Shavuòt mio padre e i ragazzi stavano alzati a studiare tutta la notte. Anche se non ci era possibile sentire la gioia della feste come parte di una comunità, le feste erano comunque la parte migliore della nostra vita. Nostro padre ci ricordava che in altre parti del mondo, decine di migliaia di ebrei celebravano le feste, e osservavano l’ebraismo come noi. Sognavamo di poter praticare l’ebraismo apertamente un giorno, come facevano gli ebrei negli altri paesi.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Cappelli Volanti

3 dicembre, 2010

The Washington Post

Il vento forte fa volare il cappello di Rabbi Levi Shemtov durante l’accensione della Chanucchià sulla spianata della Casa Bianca. Con lui si vedono il White House budget director Jacob Lew, al centro, e Rabbi Abraham Shemtov.

Eventi e Guida di Chanuccà

2 dicembre, 2010

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Chanuccà al Parco Morelli” – 5° edizione!!!

lunedì 6 dicembre dalle 17,00 alle 19,00
Viale Isacco Newton, 43

* Accensione grande Chanucchià! * Sufganiòt per tutti!
* Giochi e gettoni per le giostre!

dai 0 -13 anni – 5€ a bambino
Pssssst…ci sarà un regalino sorpresa per tutti i bimbi!

Orari al Tempio e in città!

3 dicembre venerdì sera: 16,20

4 dicembre shabbàt mattina: 9,30

Il Kiddush è offerto da Raffaele Pace e famiglia, Hazzak!
Per offrire i prossimi Kiddush gentilmente contattare rav Shalom.

4 dicembre shabbàt pomeriggio: 16,20

4 dicembre shabbàt sera: 20,30 Mega festa di Chanuccà al tempio!

[Per chi non è in zona: Sabato sera Accensione Chanucchià pubblica in Piazza Bologna - clicca per info]

5 dicembre domenica – Piazza Barberini, accensione centrale di Roma alle 18!

6 dicembre lunedì festa al Parco Morelli per bambini!

7 dicembre martedì alle 18,15 accensione Chanucchià Pubblica in Via dei Giubbonari

8 dicembre mercoledì accensione Chanucchià pubblica in Viale Libia, Piazza Gimma alle ore 20,00

 

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Guida di Chanuccà

da Chabadroma.org

Chanukkà inizia l’1 Dicembre 2010 e termina il 9 Dicembre.

1. Ogni sera di Chanukkà accendiamo la Menorà [Chanucchià] per ricordare i miracoli che Hashem ha fatto per noi a quei tempi in questi stessi giorni.

2. C’è chi usa accendere la Menorà sul davanzale della finestra, cosi anche la gente in strada la può vedere.

Altri mettono la Menorà accanto allo stipite sinistro della porta, di fronte alla Mezuzà, per essere così circondati dalle Mitzvot.

3. Per accendere la Menorà si possono usare candele di cera. È meglio però usare olio d’oliva con stoppini di cotone, poiché il miracolo nel Bet Hamikdash è avvenuto con l’olio d’oliva.

4. Si accende lo Shamash (la candela servitore) e tenendolo in mano si recitano le seguenti benedizioni:

I. Baruch Attà Ado-nai Eloheinu Meleh ha’olam asher kidshanu b’mitzvotav vetzivanu 1′hadlik ner Chanukkà.

I. Benedetto sii Tu, o Signore nostro D-o, Re dell’universo, che ci ha santificato con i Suoi comandamenti e ci ha comandato di accendere i lumi di Chanukkà.

II. Baruch Attà Ado-nai Elo-heinu Meleh ha’olam sheasà nissim laavoteinu bayamim haheim bizman hazè.

II. Benedetto sii tu o Signore nostro D-o, Re dell’universo, che compì miracoli per i nostri padri nei tempi passati, durante questa stagione.

La seguente benedizione viene pronunciata solo la prima sera (o la prima volta che si accendono i lumi di Chanukkà):

III. Baruch Attà Ado-nai Elo-heinu Meleh ha’olam sheheheyanu v’kimanu v’highiyanu lizman hazè.

III. Benedetto sii Tu, o Signore nostro D-o, Re dell’universo, che ci ha tenuto in vita, e ci ha preservato e ci ha permesso di raggiungere questa stagione.

5. La prima sera si accende la prima candela. Poi, ogni sera si aggiunge una candela procedendo da sinistra verso destra.

6. È importante che tutta la famiglia sia presente all’accensione per sentire le Brachot (Benedizioni). Anche i bambini possono accendere la propria Menorà.

7. Siccome è proibito accendere una fiamma di Shabbat, venerdi 3 dicembre bisognerà accendere la chanukià prima dell’accensione delle candele di Shabbat; è bene aggiungere più olio ai lumi di Chanukà in modo che essi durino fino a mezz’ora dopo il crepuscolo. Durante Shabbat è proibito maneggiare o preparare la chanukià. Di sabato sera si accendono i lumi di Chanukà al termine dello Shabbat, dopo che è stata recitata la havdalà, (preghiera conclusiva del sabato).

8. Soldi di Chanukà
I bambini ricevono i soldi in premio per aver studiato la Torà. Al tempo dei Maccabei, i bambini studiavano la Torà in segreto, anche se era proibito.

9. Si gioca col Sevivon per ricordare la furbizia dei bambini, che facevano finta di giocare al Sevivon, se i soldati siriani arrivavano mentre studiavano la Torà.

10. È usanza mangiare cibi fritti nell’olio che ricordano il miracolo dell’olio.

11. Nella preghiera dell’Amidà e nel Birkat Hamazon (la Benedizione dopo il pasto) si aggiunge il brano “Al Hanissim” nel quale ringraziamo Hashem per il grande miracolo di Chanukkà.

Nella preghiera di Shacharìt si recita l’intero Hallel dopo la ‘Amidà.

12. Chanukkà è un tempo speciale per dare tanta Tzedaka (carità). Questo nostro atto dimostra la nostra gratitudine verso Hashem per tutto ciò che ci ha fatto. I soldini che riceviamo per Chanukkà rendono questa Mitzvà più facile da compiere.


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