Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?
I miei figli accettarono il suggerimento con entusiasmo. Io contattai mio nipote Yisrael Friedman, che aveva dieci figli, e alcuni altri amici, proponendo che si unissero al nostro piano, e tutti loro aderirono volentieri.
La domenica portammo i figli alla Grande Sinagoga. Forti lampade illuminavano i Sifrè Torà nell’Aròn ha-Qòdesh, che luccicavano con i loro ornamenti di argento ben lucidato e le loro corone. Il seggio di Rav Levin era da un lato accanto all’Aròn, e dall’altro lato c’era una balconata per il console israeliano e gli altri ospiti stranieri, isolati da una ringhiera, in modo da evitare che avessero contatti con la folla. Anche se era stato fatto di tutto per tenere la cosa segreta e nessuno era stato invitato, in qualche modo l’avevano saputo tutti, e la shul (sinagoga, NDR) era piena fino all’estremo della sua capacità, affollata di giovani e di vecchi.
Yisrael ed io rimanemmo all’interno della sinagoga, bloccati dalla grande folla. Proprio prima della tefillà di Minchà (preghiera pomeridiana, NDR), facemmo segno ai nostri figli di saltare sulla bimà (il leggio al centro della sinagoga detto in Italia ‘Tevà’, NDR) tra il Rav e gli ospiti. Avevamo dato loro dei siddurìm per pregare e avevamo detto loro di pregare ad alta voce insieme a tutto il pubblico. Oltre venti ragazzi, di età da otto a diciassette anni, all’improvviso saltarono sulla bimà, in piena vista di tutti, con i siddurìm in mano.
Quando il gabbài vide i ragazzi, divenne isterico, e tentò di farli scendere, ma i ragazzi resistettero. Non poteva farli scendere con la violenza, perché tutti, compresi i dignitari stranieri, stavano guardando lo spettacolo. In un tono sottovoce, il gabbài chiese a Rav Levin di farli scendere, ma loro ignorarono anche la sua richiesta.
“Rav Levin, lei ha appena detto che questo non è un teatro ma una sinagoga, ” gli disse Yitzchak, “e in una sinagoga si va per pregare, e per questo siamo venuti.”
“Cosa ci fanno qui questi marmocchi ebrei?” disse infuriato il gabbài sottovoce, “li farò a pezzi!” ma poté soltanto stare lì in piedi adirato. Non poté farli spostare per tutta la durata della celebrazione.
Mio figlio sentì uno dei consoli bisbigliare: “Devono averlo organizzato i russi!”
“Hai sentito i ragazzi?” rispose un altro console, “stanno davvero pregando!”
In conclusione i ragazzi furono la maggiore attrazione sia per gli ospiti sia per il pubblico, che quasi non poteva credere che nel cuore di Mosca esistessero ragazzi capaci di pregare da un siddùr. Durante tutta la cerimonia, le macchine fotografiche scattavano e lampeggiavano, facendo centinaia di fotografie di quell’incredibile evento.
Un’altra cosa imprevista, e commovente, fu il discorso spontaneo di un giovane ingegnere che aveva fatto teshuvà (tornato ad osservare l’ebraismo, NDR). Dopo aver lodato l’Armata Rossa, fece le lodi in particolare degli eroi ebrei che erano andati in missioni suicide, alcuni di loro anche due o tre volte. “Non è come dicono gli antisemiti, che gli ebrei hanno combattuto il nemico da Tashkent (cioè ben lontano dal fronte), anzi hanno offerto una poderosa resistenza a Mosca, Stalingrado e Leningrado. In tutte le epoche, gli ebrei hanno combattuto contro i tiranni.”
Il gabbài continuava a passargli dei biglietti in cui gli chiedeva di smettere, ma lui li ignorava e continuava a parlare. Parlò della grandezza della nazione ebraica e del coraggio che aveva mostrato in tutte le generazioni. Come esempio più recente citò la vittoria di Israele nella guerra d’indipendenza. Quel discorso colpì profondamente gli ebrei russi che l’avevano sentito, e rese ancora più grande il Qiddùsh Hashèm (“Santificazione del nome di D-o”, NDR) di quel giorno.
L’assemblea terminò e lasciammo la Grande Sinagoga con sentimenti incerti. Eravamo contenti di aver mostrato agli ebrei di Mosca che esistevano ancora ebrei fedeli alla Torà, ma allo stesso tempo pesava su di noi la consueta paura. Forse ora si sarebbero vendicati su di noi. Barùkh Hashèm, i giorni passarono e non avvenne nulla. Piuttosto, sentimmo che il gabbài aveva avuto un attacco di cuore proprio dopo la cerimonia, ed era dovuto stare in ospedale per diverse settimane. Noi approfittammo della sua assenza per riparare il bollitore rotto del mikvè (bagno rituale, NDR), cosa che lui aveva proibito.
Avevamo avuto una schermaglia con lui due anni prima, sempre a proposito del mikvè. Circa trenta famiglie usavano il mikvè ogni mese, compresi alcuni che viaggiavano per dieci ore provenendo da Kharkov, passavano la notte a Mosca e tornavano a casa il giorno seguente. In quell’estate il gabbài cominciò a chiudere il bollitore del mikvè alle sei. All’ora in cui arrivava notte, alle undici, l’acqua era ormai fredda, cosa che causava gravi disagi. Io mi misi in contatto subito con Rav Levin per sapere cosa era successo, e lui mi mandò dal gabbài. “Siete voi che siete responsabili per questo!” mi urlò il gabbài, “vi immergete la mattina prima della preghiera e rovinate i rubinetti dell’impianto idraulico!” “Se è così, ” gli risposi, “chiuda il mikvè la mattina, ma non di sera! E dove stanno tutti gli operai che fanno la manutenzione giornaliera della Sinagoga? Perché non si occupano anche di questa parte dell’edificio? Se necessario contribuiremo alle spese delle riparazioni. Non c’è nessuna giustificazione per quello che ha fatto!”
Il gabbài riaprì il mikvè, ma due anni dopo si ruppero i tubi di acqua calda del bollitore. Questa volta il gabbài rifiutò di farlo riparare, anche a nostre spese. Ora che lui era convalescente in ospedale, Rav Levin diede il permesso. Organizzammo noi stessi le riparazioni, procurandoci un bollitore da un uomo di Torasovka, Leib Pinkas, che non ne aveva più bisogno. Reb Shmuel Bishinsky, che era ingegnere, si offrì volontario per il lavoro, e lo fece alla svelta e in modo professionale. Quando il gabbài tornò dall’ospedale, il mikvè era tornato a funzionare.
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
© 2010 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.








Il Pianto Che Apre
17 dicembre, 2010Cari amici,
Questo Shabbàt concluderemo la lettura del primo libro della Torà, la fine del Genesi… L’ultimo dei Patriarchi, Giacobbe, viene a mancare. Come spesso accade lascia un vuoto che crea confusione. Yossef non è uno di quelli che si confonde, ha un compito chiaro e una posizione ferma. D’altronde i fratelli, proprio quelli più anziani e importanti, hanno qualche dubbio sulle sue intenzioni. “Sarà, pensano, che dopo la morte del padre il potente Yossef si vorrà vendicare contro di noi per ciò che gli abbiamo fatto così tanti anni fa’?”
Yossef, quando viene a sapere di questi pensieri, si scioglie in un pianto. Non è la prima volta che troviamo Yossef mentre piange. Lo abbiamo visto in situazioni cariche d’emozione. La riunione col fratello Beniamìn, l’incontro con il padre. Questo pianto però sembra non essere dall’emozione quanto dalla frustrazione.
Il vicere egiziano aveva ripetuto diverse volte quanto fosse evidente la mano di D-o in tutta la sua storia. Che il motivo reale dell’accaduto era per far sì che la persona giusta si trovasse al posto giusto e al momento giusto, per poter gestire il problema della carestia ed alimentare milione di persone. Ne era veramente convinto. I fratelli non erano altro che pedine del disegno del Sign-re.
La loro reazione alla morte del padre suscita quindi in lui una grande frustrazione sino ad arrivare alle lacrime.
A volte i messaggi ricevuti sono talmente chiari che quando non sono accolti non rimane che piangere.
Ma il pianto poi apre la mente…
Vi auguriamo un digiuno facile e un sereno Shabbat
Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani
Foto della Settimana
Rav Shlomo Bentolilla, direttore Chabad Lubavitch dell’Africa Centrale, ha fatto un viaggio durante Chanuccà per portare la luce anche agli ebrei più sperduti. Foto di Israel Bardogo.
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