Archivio per gennaio 2011

Novità

28 gennaio, 2011

Cari amici,

Questa settimana è stata una veramente colma di attività! La domenica sera si è svolta con clamoroso successo la serata del Giudaico Romanesco nell’arte e nella Parola presso il nostro Centro.

Circa 200 persone si sono riunite – molti rimanendo in piedi – ma tutti molto divertiti dalle scenette teatrali opera di Mirella e Giordana che sono venute con l’intera troupe. Un caloroso ringraziamento quindi a loro.

Sono intervenuti il consigliere comunale l’On. Federico Rocca, promotore della serata, che ha portato anche il saluto della Presidenza Capitolina che ha conferito il Patrocinio all’evento. La parola poi a Raffaele Pace, membro del consiglio del Centro e presidente ass. Kadima. Il sottoscritto ha ricordato ai presenti che uno dei grandi maestri del Talmud, Rabbà, apriva le sue lezioni con delle battute di humor, per fare ridere gli studenti. Solo dopo si apprestavano ad ascoltare gli insegnamenti profondi. Questo perché la risata ci da la possibilità di aprire la mente in maniera quasi automatica.

Fonte di ispirazione e grande soddisfazione sono state anche le opere d’arte esposte da Settimio Zarfati e Giacomo Sciunnach. Per entrambi è stata la prima volta che abbiano messo in esposizione le proprie opere che sono state ammirate da tutti i presenti. Auguriamo loro un futuro di grande successo nei loro rispettivi campi artistici.

Le lezioni del lunedì proseguono con l’approfondimento sul Tanya (stiamo studiando degli aspetti mistici legati alla Teshuvà, il ritorno della persona ma anche dell’anima, verso la propria fonte) e stiamo assistendo alle discussione talmudiche delle accademie babilonesi sul tema dei digiuni stabiliti per situazioni di disagio specifici, come la mancanza della pioggia.

Siamo sempre a disposizione per aiutare tutti a mettere i Tefillìn, controllare o acquistare mezuzòt, e così via. Proprio questa settimana una persona ci ha chiesto alcune mezuzòt mentre un’altra ha deciso di iniziare a mettere i Tefillìn e si è rivolto a noi per procurargliele ed istruirlo sulle modalità d’uso… Hazzak!

Mentre durante la giornata di giovedì si svolgeva la lezione del Talmud Torà per i bambinmi con il morè David Limentani, sono stato in abruzzo (clicca per foto e video) per partecipare a vari eventi organizzati dal consigliere provinciale di Pescara, Attilio di Mattia e la fondazione Parete-Bratspis-Shalom in occasione del giorno della memoria. Da un concorso intitolato “i giovani ricordano la Shoà” ad un intervento su un pannel televisivo (che andrà anche in onda su Sky) alla serata organizzata dalla fondazione nel comune di Montesilvano alla quale ha partecipato il superstite di Dachau Ermando Parete e l’eurodeputato Niccolò Rinaldi, autore di “Piccola anatomia di un genocidio – Auschwitz e oltre”.

Se una Torà deve arrivare a Venezia come la si porta? Ovviamente sulla gondola… Cliccate sull’articolo che racconta l’arrivo di un nuovo Sefer alla Yeshivà gestita dal movimento Chabad Lubavitch a Venezia.

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani

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Just do It!
di Miriam Brindisi

C’è una nota marca di abbigliamento sportivo che ha come claim pubblicitario “Just do it”. Invita a non metterci troppo tempo tra il pensare una cosa e farla.

Bene, rav Shalom Ber Hazan ha fatto proprio questo modo di vivere. Solo così ci si può spiegare come un giovane rav abbia avuto il tempo di sposarsi, avere 4 figli e mettere su una struttura multi-tasking come il tempio di Monteverde, che comprende un Gan e che all’occorrenza si trasforma in galleria espositiva e centro ricreativo.

Aggiungiamoci una buona dose di sense of humour e di attenzione a quel che accade intorno e si ha una serata divertente come quella di Domenica 23 Dicembre a cui ho avuto il piacere di pertecipare insieme ad altri amici.Oltre ad una mostra di quadri ad opera di Settimio Zarfati e Giacomo Sciunnach.

Si è assistito ad uno spettacolo divertente e vivace dal nome che è tutto un programma: Sex and The Ghetto nato da un’idea felicissima di Giordana Sermoneta con la collaborazione di Mirella Calò, vere eroine della commedia dialettale giudaico – romanesco.

Ora, la tematica non sembra proprio aappropriata al luogo , al contesto e al fatto che il tutto fosse stato organizzato da un rav. Ma le apparenze ingannano e quando l’intrattenimento è fatto con garbo, acume e simpatia c’è poco da scandalizzarsi.

Abbiamo condiviso un momento di gioia. Speriamo ce ne siano altri.

Articolo pubblicato sul blog di Chabadroma.org. Leggi e commenta.

L’Iscrizione alla Yeshivà 2° Parte

28 gennaio, 2011

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Dopo la morte di Rav Schleifer nel 1957, il suo posto, come Rabbino di Mosca e come capo della yeshivà, passò a Rav Levin.

Il rav Schleiffer in una foto orchestrata dai sovietici per propaganda nell’occidente

Poco dopo, la polizia pretese che gli studenti fossero mandati via dalla yeshivà, col pretesto che non avevano i permessi di soggiorno a Mosca. Alla fine restò nella yeshivà un solo studente, che viveva lì con la moglie e tre figli grandi. La sinagoga aveva un ristorante kasher per gli studenti della yeshivà, che restò aperto per tutto il tempo in cui quell’unico studente rimase iscritto. Esternamente, la yeshivà esisteva ancora, per ingannare i turisti. Un visitatore che entrava nella sinagoga era accolto da un cartello che diceva: ‘la Yeshivà affiliata alla Grande Sinagoga di Mosca accetta domande per l’anno 1963. Rivolgetevi al rabbino Y. L. Levin.

Nonostante che io rifiutassi di entrare nella yeshivà, decisi di giocare con il loro bluff. Andai da Rav Levin e gli chiesi di accettare i miei figli, di otto, undici, quattordici e sedici anni, nella sua yeshivà. Non feci parola di Moshe Mordechai, che aveva diciotto anni, e che poteva frequentare legalmente, perché non avevo nessuna intenzione di mandare lì i miei figli. Volevo solo provocare un’agitazione negli uffici di alto livello.

“Non sai che la legge sovietica proibisce di insegnare religione ai giovani sotto i diciotto anni?” mi chiese.

“L’onorevole Rabbino sa che io educo i miei figli a osservare la Torà e le mitzvòt. Siccome il mio salario non mi permette di comprare la carne kasher o perfino il burro, soffrono di malnutrizione. Vorrei iscriverli alla yeshivà, così almeno avranno un pasto completo dalla cucina kasher della Sinagoga.” In realtà, non abbiamo mai mangiato la carne della cucina della Sinagoga, perché mangiavamo solo carne sulla cui kasherùt non ci fossero dubbi.

“Ma non mi è permesso accettarli a quell’età, ” disse, “se vuoi, va al Ministero per gli Affari Religiosi e di’ loro della tua situazione, forse faranno un’eccezione.”

Chiesi al Rabbino l’indirizzo del Ministero, e lui mi diede l’indirizzo del loro ufficio locale di Mosca, ma Rav Mordechai Chanzin, segretario del Rabbino, mi consigliò di non andare all’ufficio locale, bensì alla sede centrale del Ministero, dove c’era il vero potere. Mi disse di chiedere direttamente, per nome, del Viceministro Rozanov, la seconda autorità del Ministero. Tuttavia mi chiese di non andare finché lui stesso non fosse partito per Israele.

Partì poco dopo. Il giorno seguente, andai alla sede centrale del Ministero per gli Affari Religiosi. Presi congedo dalla mia famiglia, cosciente che stavo facendo qualcosa di molto pericoloso. Non sapendo come andare a quel Ministero, presi un taxi e chiesi al conducente di portarmi lì. Siccome avevo paura che mi avrebbero chiesto il motivo della mia visita, e avrebbero potuto arrestarmi per aver infastidito alte Autorità, avevo intenzione di dir loro che mi aveva mandato Rav Levin, indirizzandomi a uno degli uffici, ma avevo perso il foglietto col nome dell’ufficio. Questa era la mia scusa per non essere andato all’ufficio locale di Mosca.

Fuori dell’ufficio del Viceministro Rozanov c’era una guardia. Quando chiesi di entrare, mi disse: “Chi vuoi vedere?”

“Il compagno Rozanov,” gli risposi.

“Che cosa hai che fare con il compagno Rozanov?” mi chiese.

“È un segreto, ” risposi.

“Aspetta qui,” mi disse, e se ne andò. Entrò nell’ufficio e presto ritornò. “A quale nazionalità appartieni? Mi spiace doverlo chiedere, ma il Ministro ha diverse nazionalità sotto la sua giurisdizione, e vogliono sapere a quale appartieni.”

“Sono ebreo.”

Mi portò all’ufficio e aprì la porta. Entrai, e lui chiuse la porta dietro di me. Mi trovai all’improvviso immerso nella totale oscurità. Non bussai alla sua porta, ma, rassegnato e disperato, avanzai, attento a dove mettevo i piedi, per paura di cadere in un sotterraneo. Mi imbattei in un uomo che avevo sentito avvicinarsi. Questa strana accoglienza era stata organizzata per controllare i nuovi venuti e i potenziali nemici?

“Chi vuoi?” chiese.

“Il compagno Rozanov, ” ripetei.

Aprì la porta di una piccola stanza, piena di pratiche e di libri, apparentemente gli archivi del Ministero. A capo di un tavolo era seduto il compagno Rozanov, mentre a lato del tavolo c’era una lunga panca.

“Siediti, ” disse, “da dove vieni?”

“Da Bolshevo. Prego nella Sinagoga di Rav Levin.”

“Sì, lo conosco, cosa vuoi da me?”

“Sono un ebreo religioso. Ho educato i miei figli a essere religiosi, e loro mangiano solo carne kasher. Il mio modesto salario, tuttavia, non è sufficiente per pagare l’alto prezzo di quella carne per loro. Ho deciso che, siccome la yeshivà di Rav Levin dà carne kasher ai suoi studenti, vorrei iscrivere lì i miei figli.”

“Perché sei venuto da me? Va da Rav Levin.”

“Non li vuole accettare.”

“Perché no?”

“Perché hanno meno di diciotto anni.”

“Be’, questa è la legge. È proibito insegnare religione ai giovani sotto i diciotto anni.”

“Ma chi altro andrebbe in yeshivà se non i miei figli? ” insistei, “lo scopo di quell’istituto è di addestrare nuovi rabbini per gli ebrei. I miei figli sono istruiti per essere religiosi, e a scuola non scrivono di Shabbat, e mangiano solo cibo kasher. Lei pensa davvero che giovani allevati nei principi dell’ateismo, vorrebbero studiare in una yeshivà e diventare rabbini? Dopo tutto, qual è lo scopo di una yeshivà? Che specie di rabbini diventerebbero?”

“Perché ostacola i suoi figli? ” chiese, “li lasci studiare come tutti gli altri ragazzi.”

“Come le ho detto, sono diversi dagli altri ragazzi.”

Rozanov non sapeva cosa dire. Si comportava come io sapevo che avrebbe fatto, rifiutando di violare per me la legge. Gli chiesi di mettere per iscritto il suo rifiuto, in modo di avere una scusa per parlare direttamente col Ministro per gli Affari Religiosi, ma non lo fece.

“Non è nostra politica mettere per iscritto cose di questo genere, ” rispose cortesemente, “Se c’è bisogno, abbiamo un telefono. Addio!”

Mentre uscivo dal palazzo, il pensiero delle sue dure parole mi rendeva nervoso, e continuavo a pensare: forse l’NKVD mi prenderà qui per interrogarmi? Ma questa preoccupazione non si concretò, e lasciai il palazzo senza essere disturbato.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2011 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Giorno della Memoria

26 gennaio, 2011

Da Roma all’Abruzzo per Ricordare la Shoa

ABRUZZO – Il Rabbino Shalom Hazan, direttore del Centro ebraico di Monteverde – Chabad Lubavitch, ha partecipato a diverse manifestazioni nella regione dell’Abruzzo in occasione della Giornata della Memoria.

TORRE DE’ PASSERI – Nella palestra dell’Istituto Tecnico Commerciale oltre trecento studenti delle scuole secondarie hanno partecipato all’assegnazione dei premi per il concorso “I giovani ricordano la Shoa“. I tre vincitori parteciperanno gratuitamente al viaggio studio a Bologna e Roma presso il ghetto, la sinagoga, le fosse ardeatine e al Museo del Risorgimento.

Erano presenti il sindaco Antonello Linari, agli assessori comunali e a numerosi esponenti dell’amministrazione, Attilio Di Mattia, vicepresidente della Fondazione ebraica Parete Bratspis Shalom e Shalom Hazan rabbino e direttore Centro ebraico di Monteverde – Chabad Lubavitch, che nel suo appassionato e acuto intervento, ripercorrendo storia, cultura e religiosità del popolo ebraico, ha ricordato l’importanza del valore dell’altro e delle azioni quotidiane nella costruzione di un futuro di pace e di rispetto, contro ogni forma di estremismo e razzismo.

Commosso il saluto del sindaco Linari che, nel suo intervento, ha ricordato la figura di Tullia Zevi, voce dell’ebraismo italiano, scrittrice, giornalista e presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, scomparsa a Roma, sabato 22 gennaio all’età di 91 anni.

TV – Durante il pomeriggio il rabbino Shalom Hazan ha partecipato ad una trasmissione televisiva dal vivo e ad altre interviste televisive.

MONTESILVANO – Nella sala consiliare del Comune di Montesilvano, Ermando Parete, ex sottufficiale della Guardia di Finanza e ultimo superstite italiano del campo di sterminio nazista di Dachau ha raccontato la sua storia. Al suo fianco un ricco panel di relatori: Shalom Hazan (rabbino e direttore Centro Ebraico di Monteverde – Chabad Lubavitch, vicepresidente della Fondazione Parete Bratspis Shalom), Niccolò Rinaldi (eurodeputato e autore del libro “Piccola anatomia di un genocidio – Auschwitz e oltre”), Attilio Di Mattia (consigliere Provinciale di Pescara e vicepresidente della Fondazione Parete Bratspis Shalom). I lavori sono stati moderati dal giornalista Pietro Lambertini.

Foto: InAbruzzo

 

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Da Roma all’Abruzzo per Ricordare la Shoa

ABRUZZO – Il Rabbino Shalom Hazan, direttore del Centro ebraico di Monteverde – Chabad Lubavitch, ha partecipato a diverse manifestazioni nella regione dell’Abruzzo in occasione della Giornata della Memoria.

TORRE DE’ PASSERI – Nella palestra dell’Istituto Tecnico Commerciale oltre trecento studenti delle scuole secondarie hanno partecipato all’assegnazione dei premi per il concorso “I giovani ricordano la Shoa“. I tre vincitori parteciperanno gratuitamente al viaggio studio a Bologna e Roma presso il ghetto, la sinagoga, le fosse ardeatine e al Museo del Risorgimento.

Erano presenti il sindaco Antonello Linari, agli assessori comunali e a numerosi esponenti dell’amministrazione, Attilio Di Mattia, vicepresidente della Fondazione ebraica Parete Bratspis Shalom e Shalom Hazan rabbino e direttore Centro ebraico di Monteverde – Chabad Lubavitch, che nel suo appassionato e acuto intervento, ripercorrendo storia, cultura e religiosità del popolo ebraico, ha ricordato l’importanza del valore dell’altro e delle azioni quotidiane nella costruzione di un futuro di pace e di rispetto, contro ogni forma di estremismo e razzismo.

Commosso il saluto del sindaco Linari che, nel suo intervento, ha ricordato la figura di Tullia Zevi, voce dell’ebraismo italiano, scrittrice, giornalista e presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, scomparsa a Roma, sabato 22 gennaio all’età di 91 anni.

TV – Durante il pomeriggio il rabbino Shalom Hazan ha partecipato ad una trasmissione televisiva dal vivo e ad altre interviste televisive.

MONTESILVANO – Nella sala consiliare del Comune di Montesilvano, Ermando Parete, ex sottufficiale della Guardia di Finanza e ultimo superstite italiano del campo di sterminio nazista di Dachau ha raccontato la sua storia. Al suo fianco un ricco panel di relatori: Shalom Hazan (rabbino e direttore Centro Ebraico di Monteverde – Chabad Lubavitch, vicepresidente della Fondazione Parete Bratspis Shalom), Niccolò Rinaldi (eurodeputato e autore del libro “Piccola anatomia di un genocidio – Auschwitz e oltre”), Attilio Di Mattia (consigliere Provinciale di Pescara e vicepresidente della Fondazione Parete Bratspis Shalom). I lavori sono stati moderati dal giornalista Pietro Lambertini.

Foto: InAbruzzo

Idolatria Moderna

21 gennaio, 2011

Cari amici,

Questo Shabbàt si leggerà il racconto del dono della Torà e la pronuncia dei Dieci Comandamenti. Lo leggiamo però non come racconto dell’accaduto ma come documento vivo e rilevante.

Vi auguriamo quindi una buona ricezione della Torà!

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani
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Idolatria Moderna

Per noi moderni l’antico mondo pagano spesso sembra primitivo, oscuro e del tutto privo di autentica intellettualità.

In realtà, i sacerdoti idolatri non erano degli sciocchi ma degli intellettuali che trascorrevano la vita ad approfondire la loro conoscenza delle sfere elevate dell’esistenza.

Uno dei sacerdoti di maggior spicco dell’epoca era Yitrò, suocero di Moshè. Di lui fu detto che non aveva trascurato alcun culto idolatra; li prestò tutti, dando prova di una mentalità aperta in maniera sorprendente.

L’abbandono dell’idolatria da parte sua, accompagnato dal viaggio nel deserto per prestare culto a D-o assieme al popolo ebraico, fu una scelta ben pensata, frutto di una decisione presa con la massima serietà.

La Kabalà insegna che esiste un elemento sottile di “idolatria” in ogni mitzvà compiuta con un motivo ulteriore alla mitzvà stessa.

L’idolatra vero e proprio serve un’entità estranea a quella di D-o e la mitzvà eseguita senza la giusta intenzione è un atto che ha come motivazione qualcosa che va oltre la volontà di D-o.

È chiaro che il paragone è molto delicato: anche una mitzvà fatta per le ragioni sbagliate o come frutto dell’abitudine è sempre una mitzvà, un’opera positiva; rimane tuttavia vero che il secondo fine che accompagna la mitzvà le conferisce un pizzico di “sapore” idolatra.

Ciò non significa che si dovrebbe evitare di fare mitzvòt nel caso in cui l’intenzione non sia completamente pura.

Siamo sempre tenuti ad osservarle – anche senza l’intenzione perfetta – poiché è comunque un primo passo verso l’esecuzione nella maniera ideale (Talmùd Pessachìm 50b).

Per riconoscere e servire D-o, Yitrò impiegò lo stesso intelletto che in precedenza aveva adoperato per studiare e servire altri dèi. Questo atto di teshuvà (ritorno, pentimento) trasformò anche il suo passato in positivo perché ora lo stesso intelletto con tutto ciò che era il suo passato, serviva il Sign-re.

Analogamente, quando si esegue una mitzvà con l’intenzione pura anche le mitzvòt precedenti vengono liberate di quel “sapore di idolatria” per pregnarsi completamente di santità.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
adattato da rav Shalom Hazan

Condividi la Gioia

19 gennaio, 2011

Dance 403 from JabMedia on Vimeo.

Il Canto delle Donne

14 gennaio, 2011

Cari amici,

Le varie festivita’ ebraiche sono indicate non solo per la data di ricorrenza ma anche per nome specifico come Pesach, Succot, e cosi’ via. Riguardo lo Shabbat invece troviamo solo alcuni Shabbat che hanno un nome che e’ quasi sempre legato comunque ad un’altra ricorrenza (Shabbat Hagadol indica lo Shabbat che precede Pesach, Shabbat Shuva lo Shabbat che precede Kippur, ecc.) Troviamo un solo Shabbat che ha un nome specifico legato alla Parasha’ della settimana ed e’ proprio quello odierno. “Shabbat Shira’” – lo Shabbat del Canto – e’ il nome di questo Shabbat.

La Parasha’ racconta la storia dell’edoso e dell’apertura dal Mar Rosso. Al termine di questo miracolo Moshe e gli ebrei espressero il loro ringraziamento attraverso un canto (la famosa Cantica del Mare, Esodo 15,1).

Perche’ proprio questo Shabbat si e’ meritato tale nome? (Non e’ l’unico canto nella Tora’ ne e’ l’unica Parasha’ nella quale si raccontano grandi miracoli).

Il Rebbe di Lubavitch זי”ע in un suo commento sulla Parasha’ fa notare che questa Shira’ – canto – al quale ci si riferisce potrebbe essere uno meno famoso ma non di meno rilievo. Alla conclusione del canto la Tora’ racconta subito che vi fu un altro canto, quello di Miriam, sorella di Moshe ed una dei leader del popolo, seguita nel canto delle donne (Esodo 15,20) che non si limitano a partecipare seguendo il canto dei uomini ma cogliendo l’iniziativa e impegnandosi a suonare strumenti musicali danno voce ad un ringraziamento tutto loro.

Uno dei motivi per questa partecipazione particolare e’ che la redenzione, secondo la tradizione midrashica, fu proprio per loro merito. Questo per un motivo molto pratico. Durante la schiavtu’ egizia gli uomini rinunciarono a fare figli. Che senso avrebbe, ragionarono, portare nuove generazione in una situazione perdente e pericolosa. Furono le donne a convincere gli uomini di avere fede e continuare. Furono loro a garantire che quando sarebbe arrivato il momento della redenzione ci fosse un popolo da redimere!

Vi auguriamo un sereno Shabbat Shira’,

 

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani

L’Iscrizione alla Yeshivà – parte I

12 gennaio, 2011

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Nel settembre del 1965 mio nipote Naftalì cominciò ad andare a scuola. L’anno precedente ci era andato anche Avraham. Quando il mio figlio più piccolo, Yaakov, lo vide andare, mi disse con aria di sfida: “Io non andrò mai a scuola, qualsiasi cosa succeda!” A quel tempo aveva sette anni.

A scuola i goyim usavano dare ai ragazzi ebrei il soprannome di Avraham. “Avraham, prendi il foglio!”, “Avraham, vieni qui!” gridavano ai bambini ebrei, ma il nostro Avraham li interrompeva con indifferenza: “perché chiami lui Avraham? Chiama me Avraham! Sono io Avraham! Andiamo!”

“Lo sappiamo, ” gli rispondevano contrariati, “tu dici quello che sei, ma loro non lo fanno: cambiano nome!”

Un vicino mi disse che a una conferenza genitori-insegnanti una donna aveva chiesto alla preside: “E il nipote degli Hazan? Almeno lui frequenta la scuola di Shabbat?”

“Lui?” aveva risposto la preside: “lui è ancora peggio dei suoi zii!”

Per me fu una grande gioia sentire che la devozione ad Hashem e alla sua Torà continuava anche nella prossima generazione.

A quel tempo tutte le mie energie erano concentrate sul lasciare la Russia. Se non avessimo potuto ottenere i visti in modo normale, avrei tentato ogni altra strada, anche quelle che sembravano illogiche e destinate al fallimento. Giunsi a tentare un assurdo progetto che speravo avrebbe sollevato l’attenzione di vari ministeri governativi.

Mosca aveva una ‘yeshivà’ che l’NKVD [polizia segreta dell'Unione Sovietica, NDR] aveva esplicitamente chiesto a Rav Schleifer, il Rabbino di Mosca, di aprire. Sotto la loro supervisione, la ‘yeshivà’ serviva solo a nascondere la soppressione della religione. Rabbi Schleifer prese alcuni giovani, per lo più provenienti dalla Georgia o dall’Uzbekistan, e li portò in quella cosiddetta ‘yeshivà’ con lo scopo di farli diventare Shochetìm, Mohelìm o Rabbini. Gli studenti dovevano avere almeno diciotto anni, perché era proibito insegnare religione al disotto di quell’età.

Come avrebbe potuto trovare degli insegnanti e degli studenti? Cercò tra i pochi ebrei religiosi rimasti, come me, e ci propose di andare alla sua  ‘yeshivà’, promettendoci la stessa paga e lo stesso cibo che veniva dato agli studenti universitari russi. Io rifiutati, dicendo che avevo paura di essere mandato in Siberia, come avevano fatto con gli altri rabbini.

Un giorno Rabbi Schleifer chiese di vedermi. “Che cosa fai adesso?” mi chiese.
“Faccio l’operaio, ” risposi. “E come fai con l’osservanza dello Shabbat?” “Grazie a D-o, non violo lo Shabbat.”

“Come è possibile?”

“Lavoro in vari posti con i tessitori. Siccome non c’è abbastanza lavoro per l’intera settimana, il fatto che non lavoro di Shabbat non viene notato.”

“Ma saprai che il governo sta per chiudere le piccole fabbriche e aprirne di grandi, dove il controllo è più stretto. Quando verrà il giorno che dovrai lavorare in una grande fabbrica, cosa farai? Non ti permetteranno di non lavorare di Shabbat!”

“E allora cosa posso farci? Come ebreo, devo sperare per il bene: non ci si può garantire per il futuro: Hashem mi ha aiutato fino ad ora, e continuerà ad aiutarmi.”

“Ti farò una proposta che faciliterà la tua situazione. Ho ricevuto l’ordine dal Governo di aprire un Collegio Rabbinico e, siccome tu hai studiato molta Torà, sei molto adatto a diventarne membro. Devi solo stare seduto e studiare, e non dovrai più preoccuparti per lo Shabbat.”

“Io ho fatto l’operaio per vent’anni e non voglio perdere questa qualifica, e per giunta tu sai cosa hanno fatto ai rabbini. Mio padre era un rabbino di uno shtetl e alla fine aveva tre possibilità davanti a lui: rinunciare pubblicamente al rabbinato, scappare ed entrare in clandestinità, o essere mandato in Siberia. Decise di fuggire. Io, che ero un giovane destinato a diventare rabbino, avevo tre possibilità: rinunciare pubblicamente agli ideali di mio padre; condividere i grandi pericoli cui lui andava incontro, come giovane entrato nel rabbinato; o darmi al lavoro duro per cinque anni per ‘ripulirmi’ e ‘qualificarmi’ come cittadino della repubblica. Lavorai per cinque anni, mi sposai e mi trasferii a Odessa, dove lavorai come rilegatore di documenti ufficiali in vari luoghi di lavoro. Poi, negli anni della guerra, lavorai a Tashkent e alla fine venni a Mosca, sempre continuando a lavorare. Ho accumulato una buona qualifica come lavoratore, e non posso e non devo essere interessato, dopo tutto questo, a diventare un lavoratore della religione, cosa che sono riuscito ad evitare fin’adesso.”

“Senza dubbio tu pensi, ” rispose, “che quei rabbini che sono stati mandati in Siberia sono stati condannati semplicemente perché erano rabbini. Non è così. Quelli che ci sono stati mandati trafficavano in valute straniere o interferivano con la politica. Un rabbino che semplicemente studiava Torà non veniva molestato.”

“Non so niente di queste statistiche, so solo che nella mia famiglia avevo due cognati che non avevano fatto alcun male di qualsiasi genere, ed erano talmente lontani dalla politica che non hanno mai letto un giornale, ma sono stati presi e fatti fuori, lasciando dietro di loro vedove e orfani.”

Rabbi Schleifer pensò un poco e poi citò un proverbio yiddish: “Quando si taglia la legna, le schegge si rompono, ” con cui voleva dire che in tempi difficili gli innocenti vengono colpiti insieme ai colpevoli. Siccome stava nel suo ufficio in Sinagoga, e la nostra conversazione era registrata in segreto, non poté dire altro. Concordò con la mia affermazione sui pericoli del  rabbinato.

Alla fine chiese: “Allora verrai a far parte della yeshivà?”

“Ne parlerò con mia moglie, ” risposi.

La settimana successiva parlò con tutti i giovani studenti di Torà di Mosca, circa quindici uomini, e ricevette la stessa risposta da tutti loro. In altre parole, tutti rifiutarono di entrare nella yeshivà. Rabbi Schleifer aprì la yeshivà con diciotto uomini, per lo più giovani sefarditi della Georgia, e qualche uomo di mezz’età.

In quel tempo arrivò a Mosca uno shochèt e mohèl da Dniepropetrovsk, e noi lo aiutammo a entrare nella yeshivà, dove poté insegnare le sue conoscenze agli altri. Imbevette gli studenti di uno spirito di devozione alla Torà. Tra quindici e diciotto studenti impararono i suoi mestieri, e molti di loro oggi vivono in Eretz Israel.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2011 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.


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