Il prossimo passo nel mio rischioso piano era di tentare di raggiungere altri membri del Politburo. Il mio obiettivo in questo momento era il Segretario del Partito Comunista, Suslov, che ricopriva una delle posizioni più importanti del Paese. Nel settembre del 1965 gli scrissi una lettera, illustrando in dettaglio la situazione della mia famiglia, e chiedendo di incontrare lui o il suo vice.

Mikhail Suslov
Foto: Wikipedia
Ricordai che avevo fatto domanda all’OVIR molte volte, ma che ogni volta ero stato rifiutato. Per essere sicuro che la lettera raggiungesse il suo destinatario, scrissi ‘Confidenziale’ sulla busta.
Andai alla sede del Partito a Mosca, e consegnai la lettera nelle mani di una funzionaria, che mi diede un numero di telefono, dicendomi di chiamare dopo pochi giorni per ricevere la risposta. Quando telefonai, mi dissero che la mia lettera era stata mandata alla sede locale di Mosca del partito. Io chiamai quell’ufficio e mi fu detto che la lettera era stata mandata alla sede regionale. Capii che queste manovre sarebbero andate avanti all’infinito, così chiamai di nuovo la sede centrale per riprovarci, ma il funzionario mi diede la stessa risposta che avevo ricevuto quando avevo chiamato la prima volta.
“La mia lettera era indirizzata al Segretario del Partito e c’era scritto ‘Confidenziale’,” le dissi coraggiosamente, “come avete osato mandarla a qualcun altro?”
“Compagno Hazan,” mi disse, “tutti conoscono il tuo segreto, che vuoi un visto per andare in Israele, e questo non è competenza del Partito, devi parlare con l’OVIR.”
“L’OVIR ha rifiutato di darmi il visto,” risposi, “senza neanche prendersi il disturbo di verificare il mio caso. Avremmo meritato una considerazione particolare, perché sono sempre stato un bravo cittadino e mia moglie ha perfino ricevuto un premio come ‘Madre Eroica’, eppure siamo stati completamente ignorati! Siete voi i nostri leader, perché non potremmo protestare con voi per un ufficio che non ha neanche esaminato una faccenda d’importanza vitale per una grande famiglia? Da chi dovrei andare per avere giustizia, dal Re di Persia? Mi sembra che la direzione del Partito sia senza dubbio il luogo giusto dove portare le nostre lamentele. E un’altra cosa, ” continuai, “perché non posso venire di persona a parlare con i miei leader? Perché non mi dai l’indirizzo del Ministro? Perché tutto è fatto per telefono? Dimmi quando e dove sarà in ufficio il compagno Suslov, ed io verrò e parlerò con lui personalmente dei miei pressanti problemi.”
“Va bene, compagno Hazan,” la funzionaria si ammorbidì e disse, “scrivi un’altra lettera a questo indirizzo, e io la farò passare alla persona che tu desideri. Richiama fra tre giorni.”
Io seguii le sue istruzioni e telefonai.
“La tua lettera è stata consegnata al posto giusto per essere letta davanti al Segretario del partito Suslov,” mi fu detto. “Telefona ancora tra qualche giorno.”
Quando chiamai di nuovo, mi fu detto che il vice di Suslov, il compagno Zakusin, mi avrebbe ricevuto la mattina seguente. Questo mi diede speranza, le cose cominciavano a muoversi. La mattina andai alla sede del Partito con mia moglie. Dall’ingresso telefonai all’ufficio di Zakusin per fargli sapere del nostro arrivo.
“Chi sei?” mi chiese.
“Sono Aaron Hazan. Ho un appuntamento con te nella mattina.”
“Ah sì? E a che proposito?”
“Per un visto di emigrazione in Israele.”
“Quello non è affare nostro. Devi andare all’OVIR.”
“Ho già fatto domanda all’OVIR molte volte. Continuano a dirmi che verificheranno il nostro caso, ma finora non abbiamo sentito niente di positivo. Voglio chiederti di intercedere con loro.”
“Per quanti anni hai abitato a Mosca?”
“Diciannove.”
“Bene, se hai avuto pazienza per diciannove anni, puoi aspettare un altro po’. Addio!” e riattaccò.
Scoraggiato, misi giù il ricevitore che continuava a ronzare. La gita alla sede del Partito era stata in vano. Lasciammo il palazzo e andammo a fare la spesa di alcuni articoli che non si trovavano a Bolshevo. Comprammo dieci o dodici pagnotte da un chilo di pane nero, burro e semola.
Ma mentre andavamo via, ci ripensai e dissi a mia moglie: “telefonagli tu, e digli che ci era stato promesso un incontro con lui, e lui deve mantenere la sua promessa. Digli che sei una Madre Eroica e che sei venuta apposta per incontrarlo, pur avendo grandi difficoltà nel camminare. Le tue parole avranno più peso. Digli che tuo marito non parla bene il russo, e quindi non ha capito bene quello che lui gli ha detto.”
Mia moglie telefonò e parlò come le avevo suggerito, e lui cedette. Venne giù trenta o quaranta minuti dopo, entrò nella sua stanza e ci fece dire di entrare. Volevamo lasciare i nostri acquisti fuori della porta, ma il guardiano disse: “Non è mia responsabilità,” e così li portammo con noi. Zakusin ci passò sopra lo sguardo.
“I negozi qui sono pieni di merci di ogni genere,” dissi, adulandolo, anche se, in effetti, c’erano poche scorte, e la gente stava in piedi in lunghe file, “ma per la maggior parte non possiamo approfittarne, perché possiamo mangiare solo cibo kasher.”
“Dove vivete?” mormorò.
“A Bolshevo.”
“Conosco Bolshevo, ci sono stato di recente, e ho visto che stanno mettendo i tubi per il gas.”
“Sì, li stanno mettendo, ma dicono che il gas costerà un mucchio di soldi.”
Una pausa.
“Bene, guarda qui,” disse, “voi siete gente religiosa, quindi per voi è difficile, ma i vostri figli non sono obbligati a seguire il vostro esempio. Prendete il mio caso: i miei genitori mi hanno battezzato, e allora? Loro sono rimasti religiosi, e io sono comunista.”
“Ma noi abbiamo l’obbligo di portare un figlio nel Patto e di dare piena educazione religiosa ai giovani. I tuoi genitori ti hanno allevato come hanno ritenuto opportuno. Noi abbiamo molto di più del battesimo, e la Costituzione sovietica ci consente tutto questo. Compagno Zakusin,” continuai, “So che stiamo interrompendo i tuoi molti impegni, e non desideriamo sprecare il tuo tempo. Vogliamo solo descriverti di persona quanto è impossibile la nostra esistenza, perché osserviamo lo Shabbat e mangiamo solo cibo kasher. Non abbiamo altre possibilità che di emigrare.”
Continua…
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
© 2011 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Alimentazione Metafisica
18 febbraio, 2011Alimentazione Metafisica
Un assaggio del ragionamento di Yeshivà
La Torà ci racconta che Mosè salì sul monte Sinai e rimase lì per quaranta giorni e quaranta notti e non bevve né mangiò nulla durante quel periodo. Com’è possibile una cosa del genere?
Secondo la legge ebraica, la Halachà, è impossibile sopravvivere per più di sette giorni senza né mangiare né bere. Se una persona giura di non mangiare per sette giorni, questo giuramento è considerato falso!
Vi sono tre spiegazioni sul fenomeno della sopravvivenza di Mosè sul monte:
1) Pur trovandosi in un ambiente celeste il corpo di Mosè rimase umano, esigendo cibo, liquido e sonno. Fu il Sign-re che fece sì che Mosè rimanesse vivo “in maniera miracolosa” anche essendo privata dall’alimentazione fisica.
2) L’accaduto non era un miracolo ma piuttosto un fenomeno naturale di estrema rarità. Mosè era talmente contento da una parte ed impegnato mentalmente dall’altra nel ricevere la Torà che questa grande felicità e l’impegno forte fecero sì che nonostante il corpo fosse stanco e richiedesse le esigenze ad esso necessarie, Mosè non lo sentì.
3) Quando Mosè salì sul Sinai la natura del suo corpo cambiò e diventò come quello degli angeli. Così come gli angeli non necessitano di cibo e liquidi anche Mosè “in quei giorni” non aveva esigenze terrene. Secondo questa interpretazione Mosè non era stanco, affamato ed assetato perché si trovava in una realtà diversa.
Esiste una regola talmudica secondo la quale anche opinioni diverse od opposte potrebbero essere tutte valide. Si potrebbe spiegare che tutte le interpretazioni citate trovano riscontro nelle tre volte che Mosè salì sul monte.
La prima volta salì per ricevere le prime Tavole della Legge che erano “miracolose” poiché furono create ed incise dal Sign-re stesso. Anche il corpo di Mosè fu miracolosamente alimentato.
La seconda volta, quando Mosè salì per fare perdonare il peccato del vitello d’oro, fu talmente preso con le preghiere e le richieste che non sentì le “richieste” del proprio corpo.
La terza volta salì per ricevere le seconde Tavole. A questo punto aveva raggiunto un livello talmente elevato che il suo corpo era come quello di un angelo e non aveva bisogno di mangiare.
In effetti, solo dopo la terza volta che Mosè scese dal monte la Torà ci parla dei raggi di luce che emanavano dal suo volto. Era un’indicazione del livello elevato al quale era arrivato proprio quella volta, nella sua ultima salita al Monte Sinai.
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זצ”ל
Adattato da rav Shalom Hazan
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