Archivio per febbraio 2011

Neonata Tratta in Salvo

25 febbraio, 2011

Cari amici,

La nostra settimana è iniziata la sera del venerdì passato segnata da un incontro bellissimo, durante la tradizionale cena dello Shabbàt, tra una ventina di giovani studenti americani e romani. Ragazzi e ragazze dal New Jersey e Maryland che possono trovare punti di incontro comuni sullo Shabbàt, su Israele e sull’ebraismo in generale. Ognuno dei presenti ha tenuto un brevissimo intervento per raccontare un pensiero di Torà, una mitzvà svolta o un’esperienza ebraica interessante.

“Vorrei andare in Olanda a trovare la famiglia che ospitò mio nonno quando era bambino. Tutta la sua famiglia fu sterminata dai nazisti, ma lui si salvò grazie a questa famiglia”, disse uno dei ragazzi presenti.

Una delle ragazze raccontò: Durante la shoà un gruppo di ebrei riuscì a scappare da un villaggio verso le foreste. Nel gruppo vi era una madre con una bimba neonata, che aveva difficoltà a rimanere in silenzio. Questo avrebbe potuto essere un gravissimo problema per tutto il gruppo. Una delle guide disse alla madre che avrebbe avuto la scelta di uccidere la bambina per salvare tutti, o di separarsi dal gruppo. Un altro leader si contrappose e prese la bimba a sé, tenendola calma in qualche maniera per la durata della fuga.

Il gruppo riuscì a salvarsi e la neonata oggigiorno abita negli Stati Uniti e racconta la storia nelle scuole.

“E’ stato incredibile quando un giorno la signora venne alla nostra scuola – ci racconta la ragazza americana la scorsa settimana – e raccontò la sua storia. Uno dei miei compagni di classe già conosceva la storia perché era il nipote del leader che salvò la neonata!”

Colgo l’occasione per ringraziare Alberto Ouazana di Kosher Delight per l’aiuto generoso per i pasti pubblici da noi organizzati e per i pranzi del Gan, hazzak!

La lezione del lunedì ci ha dato la possibilità di affrontare il significato profondo della Teshuvà, il ritorno. Sapevi che la Teshuvà è richiesta anche dallo Tzadìk, il giusto? Non perché abbia peccato ma perché il ritorno – significato letterale della parola Teshuvà – si intende anche come un’avvicinamento sempre maggiore verso la Fonte di tutto.

Grazie all’impegno di Fabrizio S. e Stella Z. abbiamo organizzato una bella serata il martedì sera con giovani coppie della zona. Abbiamo parlato proprio del rapporto di coppia visto dal punto di vista ebraico. Sono stati affrontati anche temi delicati ma il tutto in uno spirito di arrichimento reciproco che ha lasciato tutti i partecipanti molto contenti tanto da chiedere l’organizzazione di una prossima serata che se D. vuole annunceremo prossimamente.

Vi auguriamo un sereno e piacevole Shabbat,

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani

Nella Sede del Partito 1° parte

24 febbraio, 2011

Il prossimo passo nel mio rischioso piano era di tentare di raggiungere altri membri del Politburo. Il mio obiettivo in questo momento era il Segretario del Partito Comunista, Suslov, che ricopriva una delle posizioni più importanti del Paese. Nel settembre del 1965 gli scrissi una lettera, illustrando in dettaglio la situazione della mia famiglia, e chiedendo di incontrare lui o il suo vice.

 

Mikhail Suslov

Foto: Wikipedia

Ricordai che avevo fatto domanda all’OVIR molte volte, ma che ogni volta ero stato rifiutato. Per essere sicuro che la lettera raggiungesse il suo destinatario, scrissi ‘Confidenziale’ sulla busta.

Andai alla sede del Partito a Mosca, e consegnai la lettera nelle mani di una funzionaria, che mi diede un numero di telefono, dicendomi di chiamare dopo pochi giorni per ricevere la risposta. Quando telefonai, mi dissero che la mia lettera era stata mandata alla sede locale di Mosca del partito. Io chiamai quell’ufficio e mi fu detto che la lettera era stata mandata alla sede regionale. Capii che queste manovre sarebbero andate avanti all’infinito, così chiamai di nuovo la sede centrale per riprovarci, ma il funzionario mi diede la stessa risposta che avevo ricevuto quando avevo chiamato la prima volta.

“La mia lettera era indirizzata al Segretario del Partito e c’era scritto ‘Confidenziale’,” le dissi coraggiosamente, “come avete osato mandarla a qualcun altro?”

“Compagno Hazan,” mi disse, “tutti conoscono il tuo segreto, che vuoi un visto per andare in Israele, e questo non è competenza del Partito, devi parlare con l’OVIR.”

“L’OVIR ha rifiutato di darmi il visto,” risposi, “senza neanche prendersi il disturbo di verificare il mio caso. Avremmo meritato una considerazione particolare, perché sono sempre stato un bravo cittadino e mia moglie ha perfino ricevuto un premio come ‘Madre Eroica’, eppure siamo stati completamente ignorati! Siete voi i nostri leader, perché non potremmo protestare con voi per un ufficio che non ha neanche esaminato una faccenda d’importanza vitale per una grande famiglia? Da chi dovrei andare per avere giustizia, dal Re di Persia? Mi sembra che la direzione del Partito sia senza dubbio il luogo giusto dove portare le nostre lamentele. E un’altra cosa, ” continuai, “perché non posso venire di persona a parlare con i miei leader? Perché non mi dai l’indirizzo del Ministro? Perché tutto è fatto per telefono? Dimmi quando e dove sarà in ufficio il compagno Suslov, ed io verrò e parlerò con lui personalmente dei miei pressanti problemi.”

“Va bene, compagno Hazan,” la funzionaria si ammorbidì e disse, “scrivi un’altra lettera a questo indirizzo, e io la farò passare alla persona che tu desideri. Richiama fra tre giorni.”

Io seguii le sue istruzioni e telefonai.

“La tua lettera è stata consegnata al posto giusto per essere letta davanti al Segretario del partito Suslov,” mi fu detto. “Telefona ancora tra qualche giorno.”

Quando chiamai di nuovo, mi fu detto che il vice di Suslov, il compagno Zakusin, mi avrebbe ricevuto la mattina seguente. Questo mi diede speranza, le cose cominciavano a muoversi. La mattina andai alla sede del Partito con mia moglie. Dall’ingresso telefonai all’ufficio di Zakusin per fargli sapere del nostro arrivo.

“Chi sei?” mi chiese.

“Sono Aaron Hazan. Ho un appuntamento con te nella mattina.”

“Ah sì? E a che proposito?”

“Per un visto di emigrazione in Israele.”

“Quello non è affare nostro. Devi andare all’OVIR.”

“Ho già fatto domanda all’OVIR molte volte. Continuano a dirmi che verificheranno il nostro caso, ma finora non abbiamo sentito niente di positivo. Voglio chiederti di intercedere con loro.”

“Per quanti anni hai abitato a Mosca?”

“Diciannove.”

“Bene, se hai avuto pazienza per diciannove anni, puoi aspettare un altro po’. Addio!” e riattaccò.

Scoraggiato, misi giù il ricevitore che continuava a ronzare. La gita alla sede del Partito era stata in vano. Lasciammo il palazzo e andammo a fare la spesa di alcuni articoli che non si trovavano a Bolshevo. Comprammo dieci o dodici pagnotte da un chilo di pane nero, burro e semola.

Ma mentre andavamo via, ci ripensai e dissi a mia moglie: “telefonagli tu, e digli che ci era stato promesso un incontro con lui, e lui deve mantenere la sua promessa. Digli che sei una Madre Eroica e che sei venuta apposta per incontrarlo, pur avendo grandi difficoltà nel camminare. Le tue parole avranno più peso. Digli che tuo marito non parla bene il russo, e quindi non ha capito bene quello che lui gli ha detto.”

Mia moglie telefonò e parlò come le avevo suggerito, e lui cedette. Venne giù trenta o quaranta minuti dopo, entrò nella sua stanza e ci fece dire di entrare. Volevamo lasciare i nostri acquisti fuori della porta, ma il guardiano disse: “Non è mia responsabilità,” e così li portammo con noi. Zakusin ci passò sopra lo sguardo.
“I negozi qui sono pieni di merci di ogni genere,” dissi, adulandolo, anche se, in effetti, c’erano poche scorte, e la gente stava in piedi in lunghe file, “ma per la maggior parte non possiamo approfittarne, perché possiamo mangiare solo cibo kasher.”

“Dove vivete?” mormorò.

“A Bolshevo.”

“Conosco Bolshevo, ci sono stato di recente, e ho visto che stanno mettendo i tubi per il gas.”

“Sì, li stanno mettendo, ma dicono che il gas costerà un mucchio di soldi.”

Una pausa.

“Bene, guarda qui,” disse, “voi siete gente religiosa, quindi per voi è difficile, ma i vostri figli non sono obbligati a seguire il vostro esempio. Prendete il mio caso: i miei genitori mi hanno battezzato, e allora? Loro sono rimasti religiosi, e io sono comunista.”

“Ma noi abbiamo l’obbligo di portare un figlio nel Patto e di dare piena educazione religiosa ai giovani. I tuoi genitori ti hanno allevato come hanno ritenuto opportuno. Noi abbiamo molto di più del battesimo, e la Costituzione sovietica ci consente tutto questo. Compagno Zakusin,” continuai, “So che stiamo interrompendo i tuoi molti impegni, e non desideriamo sprecare il tuo tempo. Vogliamo solo descriverti di persona quanto è impossibile la nostra esistenza, perché osserviamo lo Shabbat e mangiamo solo cibo kasher. Non abbiamo altre possibilità che di emigrare.”

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2011 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.

Alimentazione Metafisica

18 febbraio, 2011

Alimentazione Metafisica
Un assaggio del ragionamento di Yeshivà

La Torà ci racconta che Mosè salì sul monte Sinai e rimase lì per quaranta giorni e quaranta notti e non bevve né mangiò nulla durante quel periodo. Com’è possibile una cosa del genere?

Secondo la legge ebraica, la Halachà, è impossibile sopravvivere per più di sette giorni senza né mangiare né bere. Se una persona giura di non mangiare per sette giorni, questo giuramento è considerato falso!

Vi sono tre spiegazioni sul fenomeno della sopravvivenza di Mosè sul monte:

1) Pur trovandosi in un ambiente celeste il corpo di Mosè rimase umano, esigendo cibo, liquido e sonno. Fu il Sign-re che fece sì che Mosè rimanesse vivo “in maniera miracolosa” anche essendo privata dall’alimentazione fisica.

2) L’accaduto non era un miracolo ma piuttosto un fenomeno naturale di estrema rarità. Mosè era talmente contento da una parte ed impegnato mentalmente dall’altra nel ricevere la Torà che questa grande felicità e l’impegno forte fecero sì che nonostante il corpo fosse stanco e richiedesse le esigenze ad esso necessarie, Mosè non lo sentì.

3) Quando Mosè salì sul Sinai la natura del suo corpo cambiò e diventò come quello degli angeli. Così come gli angeli non necessitano di cibo e liquidi anche Mosè “in quei giorni” non aveva esigenze terrene. Secondo questa interpretazione Mosè non era stanco, affamato ed assetato perché si trovava in una realtà diversa.

Esiste una regola talmudica secondo la quale anche opinioni diverse od opposte potrebbero essere tutte valide. Si potrebbe spiegare che tutte le interpretazioni citate trovano riscontro nelle tre volte che Mosè salì sul monte.

La prima volta salì per ricevere le prime Tavole della Legge che erano “miracolose” poiché furono create ed incise dal Sign-re stesso. Anche il corpo di Mosè fu miracolosamente alimentato.

La seconda volta, quando Mosè salì per fare perdonare il peccato del vitello d’oro, fu talmente preso con le preghiere e le richieste che non sentì le “richieste” del proprio corpo.

La terza volta salì per ricevere le seconde Tavole. A questo punto aveva raggiunto un livello talmente elevato che il suo corpo era come quello di un angelo e non aveva bisogno di mangiare.

In effetti, solo dopo la terza volta che Mosè scese dal monte la Torà  ci parla dei raggi di luce che emanavano dal suo volto. Era un’indicazione del livello elevato al quale era arrivato proprio quella volta, nella sua ultima salita al Monte Sinai.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זצ”ל
Adattato da rav Shalom Hazan

Voce Persa Lezione Presa

18 febbraio, 2011

Cari amici,

Visto che ‘lavoro’ molto con la voce, questa settimana l’ho proprio persa… cosa che mi ha costretto di parlare molto poco e anche quel poco solamente sussurando. Ho notato che molta gente rispondeva sussurando pur sapendo che non vi era motivo di parlare sottovoce e che io ne ero semplicemente rimasto senza.

Questo mi ha dato conferma e mi ha fatto riflettere su una verità: La gente ci risponde nella stessa maniera con la quale ci si rivolge ad essi.

Se un maestro si trova a meravigliarsi dei propri studenti che gli rispondono senza il rispetto dovuto, dovrebbe anche pensare ai metodi da esso adoperato nella comunicazione con gli stessi.

Se genitori si sentono rispondere in una maniera che li potrebbe fare arrossire per la rabbia, dovrebbero pensare a quali parole e toni usano loro nel parlare con i propri figli ma anche con i propri genitori! Molto spesso i figli rispondono ai genitori nella stessa esatta maniera che i genitori rispondono ai nonni! Ma ci si meraviglia comunque…

Alla luce di tutto ciò è stato un bel contrasto andare a trovare i bambini del nostro Talmud Torà il giovedì ed essere accolto con rispetto. E’ stato bellissimo sentire da loro non solo la storia di Purìm che stanno iniziando a studiare, ma anche approfondimenti sul significato della storia. Complimenti!

Anche nel nostro Gan Rivkà, sotto la guida di Chani, i bambini sanno che ci sono delle linee rosse che non vanno superate e questo è da loro apprezzato perché li aiuta a porre dei limiti a sé stessi, cosa che è difficile per i bambini fare da soli. Il problema è che spesso gli adulti si dimenticano di questo loro ruolo. La disciplina amorosa è il dono più grande che possiamo dare ai nostri figli!

Nella Parashà della settimana si parla proprio di noi “figli” disciplinati dal grande “Padre” per la vicenda del vitello d’oro. Vi invito a prendere in mano il libro e approfondire (con l’occasione non posso mancare di ricordarvi che abbiamo ancora disponibile il splendido libro Esodo dell’edizione Mamash a un prezzo ridotto).

Vi auguriamo un sereno e piacevole Shabbat,

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani

Frenetico: Bene o Male?

11 febbraio, 2011

La freneticità ci aiuta o ci danneggia?

Un’altra settimana sta arrivando a termine. Settimana durante la quale abbiamo tenuto diverse lezioni, organizzato attività, insegnato a scuola, risposto a quesiti legati all’ebraismo e alla halachà, controllato e fornito mezuzòt ma anche partecipato alla stesura di libretti per un matrimonio di amici, confortato una famiglia che ha perso un caro, partecipato alla ricerca di una sede nuova per i campeggi estivi Gan Israel e Pardes Channa (notizie interessantissime in arrivo!)…

Insomma sembra che le direzioni siano state molteplici. La Parashà della settimana è altrettanto colma di dettagli sulla funzione del Mishkàn – il Tabernacolo.

A leggerla sembra che ci sia stata molta confusione per poter tenere conto di tutti i dettagli ed i requisiti dovuti per far sì che la funzione sia portata a termine secondo i dettami Divini.

Alla fine però si crea una sinergia nella quale tutti i particolari si uniscono in un unico servizio, come i molti componenti di un’orchestra che formano una sola opera.

Ma come? In che modo si può riuscire a tenere conto di tutti i problemi che il lavoro ci può richiedere, per non parlare dei doveri di famiglia, scuola e problemi vari della vita di tutti i giorni che non sembrano mai diminuire?

Il Rebbe Yosef Y. Schneersohn spiegò che il problema è uno di superficialità. In che senso? Non che i problemi sono superficiali o poco seri ma che il nostro approccio è quello di cercare di risolverli tutti – o molti – in una sola volta (mai sentito di multi-tasking…?)

E’ ovvio quindi che non è possibile gestirli tutti nella maniera ideale. Ciò che invece è richiesto è una totale attenzione al dettaglio del quale ci si occupa in un dato momento. Rendendo meno superficiale e più mirato e chiaro il nostro impegno, si potrà anche risolvere più velocemente e in maniera più ottimale, dandoci la possibilità di approfondire il prossimo dovere che ci aspetta.

Certo non è facile, ma qualcuno è mai nato con sopra un’etichetta ‘facile da usare’?

Vi auguriamo un sereno e piacevole Shabbat,

Shabbat Shalom
Rav Shalom e Chani

Ristabilire la Giustezza

6 febbraio, 2011

Ristabilire la Giustezza
Guest Post di Claudio Sonnino

Quante volte ci è capitato durante una giornata, di ascoltare involontariamente una bestemmia su D-o.

Seguendo una logica semplicistica ciò non ci dovrebbe riguardare…..potremmo dire : ” Mica l’ho detta io ! “

Ma per il solo fatto che abbiamo fatto questa considerazione vuol dire che quelle parole ci sono entrate nelle orecchie, sono state elaborate dal cervello e ci hanno invaso la coscenza.

Dico  ” invaso ” perchè se le cose rimanessero così, l’energia intorno a noi e noi stessi verremmo investiti nostro malgrado da una grave influenza di negatività, provando una fortissima sensazione di impotenza contro la quale non abbiamo alcuna possibiltà di intervento.

Ma se riflettiamo un attimo su quanto detto potremmo pensare a quanto segue :

Se noi vediamo un giovane maltrattare un anziano, il nostro istinto ci impone di redarguire quel giovane ed indurlo a cambiare il suo comportamento.

Se ci troviamo di fronte ad un errore di un nostro collaboratore ci affrettiamo a far correggere il suo operato.

Se ci accorgiamo che un figlio dice o fa una cosa sbagliata, immediatamente lo rimproveriamo e gli facciamo capire ciò che è corretto fare.

Quindi la nostra cultura ed educazione ebraica ci impone di fare sempre una azione riparatrice per ristabilire la giustezza delle cose.

Perciò anche nel caso che ascoltassimo involontariamente una bestemmia noi dobbiamo contrastarla dicendo immediatamente : Baruch ù uvaruch Scemò cioè benedetto sia il Tuo Nome.

Questo servirà oltre che ad aiutare e a lenire le conseguenze del giudizio Divino nei confronti di quel povero essere privo di intendimento, di educazione e nonchè di valori religiosi ed etici ( risulterebbe come attenuante), anche e soprattutto a ristabilire il giusto equilibrio del bene che deve sovrastare e tenere a bada il male.

Così facendo elimeremo quella sensazione assolutamente sgradevole di impotenza, e la positività che ha sostituito quel sentimento negativo, rinfrancherà la nostra anima e ci avvicinerà sempre di più al Signore.

Offriti Qualcosa

4 febbraio, 2011

La Parashà di questa settimana, Terumà, descrive le istruzioni per la costruzione del Tabernacolo nel deserto; le donazioni e il lavoro effettivo del popolo.

D-o comanda a Mosè di dire al popolo: “Prenderete per Me un’offerta… da ogni uomo ispirato dal cuore con generosità, prenderete la Mia offerta.”

un'illustrazione del Tabernacolo

Il Midràsh riporta un interessante dialogo svoltosi fra Mosè e D-o (Shemòt Rabbà 33, 8): “Quando D-o parlò a Mosè riguardo al Santuario, quest’ultimo gli disse: ‘Padrone del Mondo! È forse possibile per gli ebrei costruirlo?!’ D-o gli rispose: ‘Anche un solo
ebreo può farlo’, come è detto ‘da ogni uomo ispirato dal cuore.’”

La domanda di Mosè venne poi ripetuta in maniera più chiara in un’altra circostanza, dal re Salomone, il quale si chiese come possono degli esseri umani costruire un santuario, una dimora, per l’Infinito in questo mondo materiale?

Il Sign-re ci insegna, invece, che non solo l’intero popolo come entità unica ha i mezzi spirituali per poter portare la presenza Divina sulla terra, ma ciascuna singola persona lo può fare in ugual misura con le proprie azioni.

E’ come se ci dicesse: “Guarda un ebreo dalla prospettiva di D-o. Egli vede in ognuno di loro un potenziale costruttore di un Tabernacolo”.

Il discorso si allarga ulteriormente: Chi è che trae beneficio da questa presenza Divina sulla terra? E’ difficile dire che al Divino mancasse qualcosa e sarebbe quindi più logico concludere che siamo noi uomini a trarne beneficio.

Quindi facciamo l’offerta per costruire il Mishkàn che effettivamente rappresenta un aumentare del nostro bene.

Offriti qualcosa…

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
Adattato da Rav Shalom Hazan

L’Iscrizione alla Yeshivà 3° Parte

3 febbraio, 2011

Cosa è nel Profondo della Notte Sovietica?

Dall’ufficio centrale andai direttamente, con l’autobus, alla filiale di Mosca del Ministero per gli Affari Religiosi, come mi aveva consigliato Rav Chanzin. Sapevo la strada, e non ebbi bisogno di chiedere informazioni. Era una casa moscovita di vecchio stile, vicino alla Sinagoga principale. Alla testa del reparto c’era un uomo chiamato Lishenkov.

Non c’era guardia alla porta, né anticamera davanti all’ufficio, dove lui stava seduto da solo. Mi ricevette in modo amichevole, e senza cerimonie ascoltò la mia richiesta di far iscrivere i miei figli nella yeshivà di Rav Levin. Gli dissi anche che avevo già incontrato il Viceministro Rozanov, il che lo meravigliò molto.

“Ti hanno lasciato entrare da Rozanov? Che cosa ti ha detto?” “Mi ha detto che questa materia non è sotto la sua giurisdizione, ed è per questo che sono venuto da te, compagno Lishenkov. Ti chiedo di permettere a Rav Levin di accettare i miei figli nella sua yeshivà.”

C’erano contatti regolari tra lui e Rav Levin. La conferma che Rav Levin mi avrebbe dato dopo, che ai miei figli non era permesso dalla religione scrivere di Shabbat, venne dopo che lui stesso ebbe ricevuto il permesso di farlo da Lishenkov.

 

Il Rav Levin

Lishenkov, persona amichevole, mi chiese in tono confidenziale: “Dimmi, compagno Hazan, perché non puoi comportarti come tutti gli altri ebrei che educano i loro figli sotto le condizioni esistenti nella nostra patria sovietica? Loro vivono vite tranquille. Perché tu ti crei tutti questi problemi? Tu hai inoltrato una richiesta di emigrare in Israele, e ti è stata rifiutata, quindi perché rendere la vita più complicata per te e per i tuoi figli, se devi
rimanere in Russia?”

“Compagno Lishenkov, ” risposi, non ci sono comunisti che agiscono contro le leggi del comunismo?

Annuì.

“Nello stesso modo ci sono ebrei che agiscono contro le leggi dell’ebraismo,” continuai, “ma mia moglie ed io siamo diversi. Noi siamo fedeli alla nostra religione, e abbiamo allevato i figli in questo spirito. Sono un cittadino leale, che non ha mai fatto niente contro il governo. Tu sai certamente che osservare la nostra religione è compatibile con la legge sovietica. Ma la nostra situazione è tale che i nostri figli devono soffrire, perché rifiutano di scrivere a scuola di Shabbat. Sono malnutriti, perché rifiutano di mangiare qualsiasi cibo che sia proibito dalla nostra religione. Il mio salario non è sufficiente per poter comprare la carne kasher per loro. Ho fatto domanda all’OVIR per il permesso di emigrare in Israele, dove ho parenti che mi possono aiutare. Tutti i parenti che avevo in Russia sono stati uccisi dai nazisti. Ma l’OVIR, senza motivo, rifiuta di lasciarci andare. Così non ho altra scelta che far iscrivere i miei figli alla yeshivà, in modo che non muoiano di fame. Per favore, consenti a Rav Levin di accettarli nella sua yeshivà nonostante la giovane età.”

“Non posso violare la legge sovietica, ” rispose, “ma va e parla con Rav Levin. Forse potrà aprire una scuola in yiddish apposta per i bambini.” “Cosa? ” dissi, eccitato, “è possibile aprire una scuola elementare per i bambini? È una
cosa stupenda! ”

Lishenkov si affrettò ad aggiungere: “Non ho detto che è permesso. Ho detto solo di parlarne con Rav Levin.”

“Addio, e grazie, ” dissi con calore.

Naturalmente sapevo che quell’offerta era solo un pretesto, il genere di cinici scherzi di cui si deliziavano le autorità russe. Tuttavia pensavo che se non avessi seguito il suo suggerimento, avrebbe sempre potuto mandarmi via con la scusa che non avevo seguito il suo consiglio, e avrebbe potuto dirmi di non disturbarlo più. Inoltre era mia intenzione far infuriare alte autorità con i miei sforzi ostinati, in modo da rendere noto il mio caso.

Spesso le autorità locali opponevano un piatto rifiuto e mettevano  semplicemente via un caso, mentre, se il mio caso fosse divenuto pubblico, ci sarebbe stata una maggiore probabilità che avrebbero desiderato liberarsi di me, permettendomi di emigrare.

Sapevo anche che le mie azioni avrebbero potuto mettermi in più gravi pericoli, e che avrei potuto ottenere l’effetto contrario. Molti amici mi consigliarono di non provocare queste autorità senza principi.

“Non si può dire cosa potranno farti!” un amico mi avvisò. Era un famoso professore di medicina, che conosceva a memoria sia il Talmud Babilonese sia quello di Gerusalemme.

L’avevo conosciuto quando ero andato da lui per un problema medico. Era contento di incontrare uno studioso di Talmud, con cui poter parlare dello studio. Quando sentì il mio nome, mi disse di aver conosciuto anche mio padre, quando era in clandestinità ed era venuto a Mosca negli anni trenta.

Mi portò in un piccolo studio rabbinico e disse: “Anche suo padre è stato qui. Quando se ne andò, tutti i libri dello scaffale stavano sul tavolo.”

Mi disse anche che ogni volta che Rav Schleifer non si ricordava dove trovare una frase sul Talmud, gli telefonava. Questo professore si occupava con cura dei suoi pazienti giorno e notte. Da ragazzo aveva studiato nella yeshivà del Chafetz Chayim [Rav Yisrael Meir Hakohen, famoso autore dell'opera Chafetz Chayìm sulla Lashon harà (maldicenza) e Mishnà Berurà sulla Halachà, nonché di molte altre opere. NDR] . Ricordò che una notte aveva sentito qualcuno  entrare nel dormitorio, e, svegliandosi, aveva visto che si trattava del Chafetz Chayim stesso, che era venuto a controllare, nel freddo dell’inverno, che tutti i ragazzi fossero adeguatamente coperti. Teneva in uno dei suoi libri delle lettere in cui il Chafetz Chayim si indirizzava a lui, ancora adolescente, come ‘il rabbino genio’.

“Stai mettendo un coltello alla tua gola, e stai mettendo in pericolo tutta la tua famiglia,” mi disse. Eppure io ero deciso ad andare avanti.

Andai da Rav Levin e gli raccontai il suggerimento di Lishenkov. Rise, e mi disse: “Non sai che non ci è permesso di fare una scuola religiosa?”

Avrei dovuto pensare un nuovo piano, ma non mi sarei arreso tanto facilmente.

Continua…

Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.

Progetto a cura di Rav Shalom Hazan

© 2011 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.


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