Dovevo consegnare i risultati dell’esame al medico del campo, ma decisi di aspettare qualche giorno: forse il dottore comandante si sarebbe dimenticato i dettagli del mio caso e da quale dottore mi aveva mandato. Nel frattempo, però, tornai all’ambulatorio in città e dissi: “compagna dottoressa, per favore mi dia un’altra copia del suo rapporto: il mio comandante si è preso il rapporto che lei mi ha dato”. La dottoressa accettò e mi scrisse un altro rapporto.
Qualche giorno dopo andai dal medico del campo. Prima di bussare alla sua porta mangiai una cipolla dal sapore forte e fumai qualche forte sigaretta: mi venne la nausea e presi un colorito cinereo. Proprio mentre entravo nella stanza cominciai a vomitare.
“Che succede?” chiese il medico, preoccupato.
“Ho la nausea e non digerisco il cibo,” spiegai debolmente. “Ho tentato di bere un po’ di latte e mangiare un po’ di pane, ma anche quello non va giù.”
Gli feci vedere il rapporto della dottoressa del reparto tubercolosi. Come avevo sperato, si era dimenticato di avermi mandato dal dottore dell’esercito. Grazie al rapporto e al mio misero aspetto, mi mandò ad una commissione medica, che ascoltò i dettagli del mio caso e mi assegnò un mese di vacanza. Tuttavia non mi diedero i documenti che attestavano la mia vacanza, ma dissero che li avrebbero mandati direttamente al mio ufficiale comandante. Questo mi rese ansioso, perché ogni giorno nuove truppre venivano mandate al fronte, e presto sarebbe venuto il turno del mio plotone.
Ogni giorno andavo all’ufficio per domandare se i documenti erano arrivati, ma la risposta era sempre no.
Così, arrivò il giorno in cui la mia truppa doveva essere mandata al fronte. Ci mettemmo in fila, e un nuovo ufficiale prese il comando. Stava già facendo buio, quando cominciammo a marciare verso un deposito per ricevere nuove uniformi. Lungo la strada incontrammo alcuni capitani che erano appena tornati dal deposito: ci dissero di tornare indietro, perché la luce elettrica non poteva essere usata di sera, e sarebbe stato impossibile distribuire i vestiti al buio. Tornammo così alla nostra base.
La mattina dopo fummo di nuovo messi in fila per ricominciare a marciare. Decisi di provare ancora nei pochi minuti che rimanevano, e vedere se l’ufficio aveva ricevuto la richiesta per il mio mese di vacanza. Sapevo, tuttavia, che il mio comandante non avrebbe gradito: come avrei fatto ad uscire dalla fila?
“Compagno ufficiale, ho bisogno di andare al bagno.”
Corsi all’ufficio e chiesi all’impiegato se era arrivato il permesso per quelli per i quali era prevista una licenza. Erano arrivati proprio quella mattina! Gli chiesi il documento che confermava la mia licenza. Tuttavia c’era la regola che i documenti potevano essere consegnati solo su richiesta del comandante. Il mio ufficiale, che aveva fatto in modo che la mia permanenza nell’esercito non fosse troppo confortevole, non si sarebbe certo dato da fare per aiutarmi. Mi avrebbe rifiutato con una scusa, come “per ora vieni con noi, e quando riceverò in persona l’avviso, ti farò tornare dal fronte.” In questo modo tutto sarebbe stato perduto. Pensai in fretta e dissi all’impiegato: “Compagno, il mio comandante dice che non sa come formulare la richiesta: per favore scrivimi la formula, e la darò a lui da firmare.”
L’impiegato fece come gli avevo chiesto. Io presi la nota e la portai al comandante, che in quel momento stava parlando con un altro ufficiale. Quando mi fui avvicinato, il secondo ufficiale mi disse bruscamente: “cosa vuoi?” Gli diedi la nota, ma lui non capì cosa c’era scritto. “Che cos’è?” mi chiese. “Non so: me l’hanno data all’ufficio.” Il secondo ufficiale disse al mio ufficiale: “ascolta, va’ all’ufficio e senti di che si tratta”.
Il mio ufficiale prese la nota e corse all’ufficio, mentre io lo seguivo da vicino. Chiese all’impiegato: “cosa gli hai dato?”
“Compagno ufficiale,” disse l’impiegato, “Hazan ha un mese di licenza; è malato, lasciamolo riposare.”
L’ufficiale si girò per guardarmi con sospetto: “e da quando sei così malato?” ruggì.
Gli risposi con tono indignato che soffrivo da anni di tubercolosi.
Improvvisamente si mosse a compassione e disse: “non preoccuparti: avrai il tuo mese di licenza, e se starai ancora male potrai chiedere un prolungamento finché non starai bene. Poi potrai tornare da noi.”
Mentre andavo via mi avvisò di fare rapporto alla base alla fine del mese di licenza.
Che rivolgimento! Soltanto una settimana prima avevo discusso con Yaakov su cosa fare con le due ore di libera uscita che avevamo ogni settimana. Sarebbe arrivato presto Rosh Hashanà: avremmo dovuto usare quelle preziose due ore per ascoltare lo shofàr di yom tov, o per andare nella città vicina per fare hatarat nedarim (annullamento dei voti) prima di Rosh Hashanà? E ora avevo un mese di licenza! Quando partii, Yaakov pianse amaramente, e anch’io piansi nel lasciarlo. Fu l’ultima volta che vidi mio cognato: poco tempo dopo fu ucciso al fronte.
Avrei voluto usare questo mese per tornare da mia moglie e i miei figli a Odessa, ma l’area era stata isolata perché i tedeschi stavano avanzando verso la città. Decisi di andare a Saratov, lontano dal fronte, dove sapevo che c’erano degli ebrei. Salendo su un treno merci pieno di ebrei provenienti da Odessa che fuggivano dai tedeschi, trovai tra loro una persona che conoscevo, un ebreo istruito e timorato di D-o. Siccome era venerdì, cominciammo a discutere se fosse permesso viaggiare di Shabbat in quelle circostanze. Io conclusi che non ci fosse una necessità così pressante da permettere di violare lo Shabbat.
Il treno si era appena fermato a Lisk e stava già per ripartire, quando saltai giù dal vagone. Avevo pensato di poter passare lo Shabbat nella stazione e riprendere il viaggio sabato sera, ma l’insopportabile affollamento della stazione lo rese impossibile. Era piena di profughi che aspettavano dappertutto, aspettando di schiacciarsi nei pochi metri di spazio libero su ciascun treno. Mi ero già pentito di aver lasciato il mio posto sul treno. Proprio in quel momento degli aerei tedeschi, comparsi all’improvviso, bombardarono la città, e molte bombe caddero vicino a noi. I profughi corsero a cercare un riparo.
Due minuti dopo arrivò un piccolo treno diretto a Voronezh. Mi venne in mente che una famiglia chiamata Shiff, imparentata con l’Illuy di Zevihl, viveva in quella città. Il padre, uno shochet, era venuto in visita all’Illuy proprio quando era scoppiata la prima guerra mondiale, e aveva trovato un lavoro con l’aiuto di mio padre. Aveva anche vissuto con noi fino alla fine della guerra. Così decisi di andare a Voronezh.
Essendo arrivato soltanto mezz’ora prima di Shabbat, mi affrettai a scendere dal treno, strizzato tra la folla. Diedi subito il mio piccolo involto all’ufficio dei bagagli della stazione, e passai la notte nella stazione, andando in città la mattina dopo.
Per strada vidi un ebreo religioso, e lo salutai con un “buon Shabbat”.
“Buon Shabbat,” mi rispose. “Come va?”
“Mi dica, dove c’è un minyan?”
“Non c’è minyan qui. Sono stato qui per tre mesi, e non c’è assolutamente un minyan.”
“Per favore, mi permetterebbe di pregare in casa sua? Sono appena arrivato in città. Ho il mio cibo. Ho solo bisogno di un luogo dove pregare di Shabbat, e dire le Selichot stanotte.”
“Vivo con un parente che ha una casa molto piccola,” l’ebreo balbettò “già io stesso occupo troppo spazio” e rapidamente se ne andò.
Comprendevo le sue paure: ero ancora vestito nell’uniforme dell’esercito. In seguito incontrai altri ebrei e ricevetti lo stesso genere di cortesi risposte.
Alla fine vidi un vecchio ebreo con una barba fluente e le peyot. Il suo cappotto era talmente gonfio intorno al collo che ero sicuro che doveva indossare un tallit. Non avevo dubbi che stava andando a qualche minyan clandestino.
Mi rivolsi a lui e dissi: “Buon Shabbat”. Lui rispose al mio saluto e disse: “di dove sei?”
“Di Krasnostav”.
Fece un sorriso. “Io sono di Luber!” Era una città non lontano da noi.
“Sono il figlio di Rav Hazan di Krasnostav.”
“Certo, ho conosciuto tuo padre, e anche tuo nonno!”
Cominciammo una conversazione amichevole. Alla fine gli chiesi: “dov’è il minyan qui?”
“Non ce n’è”.
“Ascolti!” gli parlai seriamente “sono sei settimane che non ho pregato con un minyan. E stanotte iniziamo a dire le Selichot. Mi faccia un favore, e mi dica dove si riuniscono tutti per pregare. So che ci deve essere un minyan.”
Questa volta non potè rifiutare. “Va bene, seguimi a distanza, e guarda in quale porta entro. Ma non entrare subito dopo di me, o mi accuseranno di aver divulgato il segreto. Solo pochissimi sanno di questo minyan.”
Entrai pochi minuti dopo di lui. Tutti i fedeli mi fissarono spaventati. “Chi è quest’uomo? Come ha fatto questo soldato a trovarci? Chi gli ha detto del nostro minyan?”
“Non vi preoccupate,” li rassicurai “sono un ebreo che segue la Torà. Ho visto ebrei religiosi che entravano qui e ho capito che doveva esserci un minyan.”
“Non dire di noi a nessuno,” scongiurarono “abbiamo organizzato questo minyan solo per qualche giorno, è tutto qui.”
La stanza era stretta e buia. Chiesi e mi fu dato un tallit. Era meraviglioso poter pregare con un minyan dopo tutto quel tempo.
Continua. . .
Tradotto da Yisrael (Rudi) Lichtner, che dedica il lavoro in memoria della sua Nonna, i suoi Zii e i suoi Cugini, zichronam livrakhah, che furono distrutti nella Shoa.
Progetto a cura di Rav Shalom Hazan
Capitoli precedenti: Il Lago Rosso, La Rivoluzione, Il Comunismo, La Yevsektsiya, Le Fabbriche, La Guerra Contro Le Yeshivòt, Discussione Talmudica con le Autorità, Stalin Uccide i Chassidìm, La Fabbrica di Mattoni, La Lotta Per lo Shabbàt, La Strage dei Kolkhoz, La Fuga del Rav, La Lotta per Sopravvivere, Miracolo Nel Cimitero, La distruzione delle Sinagoghe. L’ufficio di Leva, Il Censimento di Stalin, La Famiglia Friedman, Nozze, Gli Anni del Terrore, Le Purghe di Stalin, L’esecuzione dei miei cognati, La Persecuzione dei Chassidìm, Fuga dall’Orfanatrofio, L’Armata Rossa
© 2009 Shalom Hazan. Non è permesso riprodurre in alcun modo senza permesso per iscritto.
Dovevo consegnare i risultati dell’esame al medico del campo, ma decisi di aspettare qualche giorno: forse il dottore comandante si sarebbe dimenticato i dettagli del mio caso e da quale dottore mi aveva mandato. Nel frattempo, però, tornai all’ambulatorio in città e dissi: “compagna dottoressa, per favore mi dia un’altra copia del suo rapporto: il mio comandante si è preso il rapporto che lei mi ha dato”. La dottoressa accettò e mi scrisse un altro rapporto.
Qualche giorno dopo andai dal medico del campo. Prima di bussare alla sua porta mangiai una cipolla dal sapore forte e fumai qualche forte sigaretta: mi venne la nausea e presi un colorito cinereo. Proprio mentre entravo nella stanza cominciai a vomitare.
“Che succede?” chiese il medico, preoccupato.
“Ho la nausea e non digerisco il cibo,” spiegai debolmente. “Ho tentato di bere un po’ di latte e mangiare un po’ di pane, ma anche quello non va giù.”
Gli feci vedere il rapporto della dottoressa del reparto tubercolosi. Come avevo sperato, si era dimenticato di avermi mandato dal dottore dell’esercito. Grazie al rapporto e al mio misero aspetto, mi mandò ad una commissione medica, che ascoltò i dettagli del mio caso e mi assegnò un mese di vacanza. Tuttavia non mi diedero i documenti che attestavano la mia vacanza, ma dissero che li avrebbero mandati direttamente al mio ufficiale comandante. Questo mi rese ansioso, perché ogni giorno nuove truppre venivano mandate al fronte, e presto sarebbe venuto il turno del mio plotone.
Ogni giorno andavo all’ufficio per domandare se i documenti erano arrivati, ma la risposta era sempre no.
Così, arrivò il giorno in cui la mia truppa doveva essere mandata al fronte. Ci mettemmo in fila, e un nuovo ufficiale prese il comando. Stava già facendo buio, quando cominciammo a marciare verso un deposito per ricevere nuove uniformi. Lungo la strada incontrammo alcuni capitani che erano appena tornati dal deposito: ci dissero di tornare indietro, perché la luce elettrica non poteva essere usata di sera, e sarebbe stato impossibile distribuire i vestiti al buio. Tornammo così alla nostra base.
La mattina dopo fummo di nuovo messi in fila per ricominciare a marciare. Decisi di provare ancora nei pochi minuti che rimanevano, e vedere se l’ufficio aveva ricevuto la richiesta per il mio mese di vacanza. Sapevo, tuttavia, che il mio comandante non avrebbe gradito: come avrei fatto ad uscire dalla fila?
“Compagno ufficiale, ho bisogno di andare al bagno.”
I Tatuaggi Sono Permessi?
10 Luglio, 2009Cari amici,
In questa edizione potete leggere anche una breve corrispondenza che ho avuto con un amico riguardo i tatuaggi nell’ebraismo, che ritengo importante pubblicare dato che ultimamente sembra che il tatuarsi è diventata una “moda” abbastanza diffusa.
Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!
Rav Shalom Hazan
———
I Tatuaggi Nell’Ebraismo
Caro rav Shalom,
E’ vero che non è permesso tatuarsi secondo l’ebraismo? Ho sentito anche dire che chi ha un tatuaggio non potrà essere sepellito in un cimitero ebraico. E’ vero?
Attendo la tua risposta.
Angelo P.
—-
Caro Angelo,
Sì, è vero. La Torà proibisce esplicitamente i tatuaggi permanenti (nel libro di Vayikrà – Levitico 19,28). Questo vuol dire che in effetti è proibito tatuarsi nello stesso modo che è proibito consumare il prosciutto o mangiare durante il giorno di Kippur.
Cerchiamo di capire un po’ meglio questa proibizione. Nella Torà, questa proibizione fa parte di un contesto di altre proibizioni che riguardano l’allontanamento da comportamenti che sono legati al culto idolatro.
All’epoca (ed in alcune culture ancora oggi), persone dedicato al culto idolatro avevano comportamenti che definivano il loro legame al culto. Quindi, tra l’altro, si radevano la barba, facevano delle ferite sul proprio corpo e..si tatuavano. Il tatuaggio è un segno di appartenenza a un determinato “dio”, simile ad un “marchio” che un padrone imprimeva sulle proprie bestie ed adirittura anche sui propri schiavi.
La Torà comunque lo proibisce categoricamente a prescindere di quale sia l’intenzione della persona che si vuole tatuare.
Vi è anche un’altra considerazione in questa mitzvà ed è quella della “proprietà del proprio corpo”.
Secondo la Torà, il nostro corpo non è un tanto un dono quanto un pegno. Ossia, in realtà non appartiene a noi ed è quindi proibito danneggiarlo o mutilarlo … né usarlo come tela per motivi artistici o sentimentali.
Per quanto riguarda la seconda domanda in realtà anche un ebreo che si è fatto tatuare ha il pieno diritto, secondo la Halachà, di essere sepolto in un cimitero ebraico (anche se è possibile che diverse comunità impostano delle regole per i loro cimiteri e potrebbero quindi impedirlo, non su base halachica ma di uso del posto).
Comunque se stai pensando di tatuarti ti consiglio di vederlo dal punto di vista della vita anziché quella della morte…non pensare alla sepoltura ma all’importanza che l’ebraismo dà al corpo umano e al rispetto che gli è dovuto.
Spero di vederti presto!
rav Shalom
———-
Appuntamento al Tempio
Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 3-4 luglio:
3 luglio venerdì sera: 20,00
4 luglio shabbàt mattina: 9,30
4 luglio shabbàt sera: 20,20
Il Kiddush è offerto dalla famiglia Di Consiglio, Hazzak!
Per offrire i prossimi Kiddush contatta Rav Shalom. Grazie!
La lezione del lunedì è rimandata
Lezione di Parashà e Pensiero ebraico mercoledì alle 20,45
—————-
calamita
Possibilità di Dedica o Pubblicità
Per la seconda volta, stiamo per stampare una calamita con gli orari di entrata e uscita di Shabbàt e le feste per l’intero anno nuovo da rosh Hashanà 5770 (2009-2010).
L’anno scorso ne abbiamo stampate 500 e sono esaurite subito. Abbiamo deciso quindi di stamparne 1000 pezzi quest’anno.
Questa è un’opportunità per potere dedicare l’iniziativa alla memoria di un tuo caro oppure per pubblicizare la tua attività nelle case della gente per un anno intero.
500 pezzi sono già stati dedicati. Il costo di ogni 100 pezzi è di 110 Euro.
Qui sopra vedi un’immagine della calamità dell’anno scorso (dimensioni: 10×18cm). La parte in basso è quella dedicata alla dedica o alla pubblicità.
Lo vuoi fare? Fammi sapere subito!
ravhazan@gmail.com
Hazzak e grazie!
——————–
Le Tre Settimane
Ieri, giovedì 9 luglio corrispondeva al 17 di Tamùz, un giorno di digiuno che segna l’inizio del periodo di lutto spesso detto “le tre settimane” che termina con un’altro digiuno, quello di Tish’à beAv.
Il 17 Tamùz fu il giorno che l’assedio a Gerusalemme da parte dei legionari romani ebbe successo e il muro della città cadde, dando inizio a una battaglia che culminò con la distruzione del Tempio nel nono giorno del mese di Av, Tish’à beAv.
Il periodo di lutto non é solamente una maniera per ricordare la tragica distruzione, ma anche un momento per migliorare i nostri aspetti spirituali e materiali affrettando così la redenzione finale, la ‘cura’ della distruzione.
Un maestro Chassidico raccontò la seguente storia: Un re andò a caccia con il suo miglior amico. Il clima era perfetto, non c’era una nuvola nel cielo. Ad un tratto però il tempo cambiò e nuvole tempestuose coprirono il cielo, scurendo la foresta. I lampi e i tuoni non tardarono ad arrivare e in pochi minuti il re e l’amico cercavano disperatamente un riparo dalle acque torrenziali.
Stavano per rinunciare quando videro una piccola luce in lontananza. Si avvicinarono a ciò che risultò essere una baracca
malandata e bussarono alla porta che venne aperta da un uomo
anziano, visibilmente molto povero. “Cosa volete?” li chiese.
“Solo un rifugio dalla tempesta,” risposero gli ospiti inaspettati.
Il pover’uomo poté offrirli solo un po’ di latte di capra e un po’
di paglia per appogiare la testa, piccoli segni di ospitalità che
furono molto apprezzati date le circostanze. La mattina dopo il
sole splendeva di nuovo e avendo ringraziato calorosamente il
povero vecchio, i due tornarono al palazzo.
Qualche giorno dopo il pover’uomo si sorprese vedendo
arrivare la carrozza reale che si fermò davanti alla baracca. “Che
cosa posso aver mai fatto?…” pensò.
Il re, vedendo che il vecchio non lo riconosceva, gli disse che si
erano già visti e che era venuto a dargli una ricompensa per la
sua gentile ospitalità. L’uomo diventò un aristocratico ricco con
vestiti costosi e una casa grande non lontano dal palazzo reale.
Un amico del vecchietto lo vide e, stupito gli chiese: “Come hai
fatto a cambiare la tua vita in questo modo?!” “Ho offerto latte
di capra e un po’ di paglia al re,” gli rispose.
Disse il maestro agli allievi: Immaginate se l’amico decidesse di
andare al palazzo reale con un bicchiere di latte e un sacchetto
di paglia, verrebbe anche egli ricompensato così? Certamente
no.
Quando il re è esiliato si accontenta anche di quel poco che
un pover’uomo può offrire. Ma quando si trova nel suo palazzo,
non gli basta neanche tutto l’oro e argento che ha.
Adesso, durante l’esilio nel quale ci troviamo da più di duemila anni, il “Re” si accontenta del poco che facciamo per Lui, considerando le circostanze. Ma dopo la futura redenzione non potrà certo bastare solo questo. Approfittiamone adesso che ancora possiamo!
ב“ה
Cari amici,
In questa edizione potete leggere anche una breve corrispondenza che ho avuto con un amico riguardo i tatuaggi nell’ebraismo, che ritengo importante pubblicare dato che ultimamente sembra che il tatuarsi è diventata una “moda” abbastanza diffusa.
Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!
Rav Shalom Hazan
I Tatuaggi Nell’Ebraismo
Caro rav Shalom,
E’ vero che non è permesso tatuarsi secondo l’ebraismo? Ho sentito anche dire che chi ha un tatuaggio non potrà essere sepellito in un cimitero ebraico. E’ vero?
Attendo la tua risposta.
Angelo P.
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Caro Angelo,
Sì, è vero. La Torà proibisce esplicitamente i tatuaggi permanenti (nel libro di Vayikrà – Levitico 19,28). Questo vuol dire che in effetti è proibito tatuarsi nello stesso modo che è proibito consumare il prosciutto o mangiare durante il giorno di Kippur.
Cerchiamo di capire un po’ meglio questa proibizione. Nella Torà, questa proibizione fa parte di un contesto di altre proibizioni che riguardano l’allontanamento da comportamenti che sono legati al culto idolatro.
All’epoca (ed in alcune culture ancora oggi), persone dedicato al culto idolatro avevano comportamenti che definivano il loro legame al culto. Quindi, tra l’altro, si radevano la barba, facevano delle ferite sul proprio corpo e..si tatuavano. Il tatuaggio è un segno di appartenenza a un determinato “dio”, simile ad un “marchio” che un padrone imprimeva sulle proprie bestie ed adirittura anche sui propri schiavi.
La Torà comunque lo proibisce categoricamente a prescindere di quale sia l’intenzione della persona che si vuole tatuare.
Vi è anche un’altra considerazione in questa mitzvà ed è quella della “proprietà del proprio corpo”.
Secondo la Torà, il nostro corpo non è un tanto un dono quanto un pegno. Ossia, in realtà non appartiene a noi ed è quindi proibito danneggiarlo o mutilarlo … né usarlo come tela per motivi artistici o sentimentali.
Per quanto riguarda la seconda domanda in realtà anche un ebreo che si è fatto tatuare ha il pieno diritto, secondo la Halachà, di essere sepolto in un cimitero ebraico (anche se è possibile che diverse comunità impostano delle regole per i loro cimiteri e potrebbero quindi impedirlo, non su base halachica ma di uso del posto).
Comunque se stai pensando di tatuarti ti consiglio di vederlo dal punto di vista della vita anziché quella della morte…non pensare alla sepoltura ma all’importanza che l’ebraismo dà al corpo umano e al rispetto che gli è dovuto.
Spero di vederti presto!
rav Shalom
Appuntamento al Tempio
Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 3-4 luglio:
3 luglio venerdì sera: 20,00
4 luglio shabbàt mattina: 9,30
4 luglio shabbàt sera: 20,20
Il Kiddush è offerto dalla famiglia Di Consiglio, Hazzak!
Per offrire i prossimi Kiddush contatta Rav Shalom. Grazie!
La lezione del lunedì è rimandata
Lezione di Parashà e Pensiero ebraico mercoledì alle 20,45
Possibilità di Dedica o Pubblicità
L’anno scorso ne abbiamo stampate 500 e sono esaurite subito. Abbiamo deciso quindi di stamparne 1000 pezzi quest’anno.
Questa è un’opportunità per potere dedicare l’iniziativa alla memoria di un tuo caro oppure per pubblicizare la tua attività nelle case della gente per un anno intero.
500 pezzi sono già stati dedicati. Il costo di ogni 100 pezzi è di 110 Euro.
Qui sopra vedi un’immagine della calamità dell’anno scorso (dimensioni: 10×18cm). La parte in basso è quella dedicata alla dedica o alla pubblicità.
Lo vuoi fare? Fammi sapere subito!
ravhazan@gmail.com
Hazzak e grazie!
Le Tre Settimane
Ieri, giovedì 9 luglio corrispondeva al 17 di Tamùz, un giorno di digiuno che segna l’inizio del periodo di lutto spesso detto “le tre settimane” che termina con un’altro digiuno, quello di Tish’à beAv.
Il 17 Tamùz fu il giorno che l’assedio a Gerusalemme da parte dei legionari romani ebbe successo e il muro della città cadde, dando inizio a una battaglia che culminò con la distruzione del Tempio nel nono giorno del mese di Av, Tish’à beAv.
Il periodo di lutto non é solamente una maniera per ricordare la tragica distruzione, ma anche un momento per migliorare i nostri aspetti spirituali e materiali affrettando così la redenzione finale, la ‘cura’ della distruzione.
Un maestro Chassidico raccontò la seguente storia: Un re andò a caccia con il suo miglior amico. Il clima era perfetto, non c’era una nuvola nel cielo. Ad un tratto però il tempo cambiò e nuvole tempestuose coprirono il cielo, scurendo la foresta. I lampi e i tuoni non tardarono ad arrivare e in pochi minuti il re e l’amico cercavano disperatamente un riparo dalle acque torrenziali.
Stavano per rinunciare quando videro una piccola luce in lontananza. Si avvicinarono a ciò che risultò essere una baracca
malandata e bussarono alla porta che venne aperta da un uomo
anziano, visibilmente molto povero. “Cosa volete?” li chiese.
“Solo un rifugio dalla tempesta,” risposero gli ospiti inaspettati.
Il pover’uomo poté offrirli solo un po’ di latte di capra e un po’
di paglia per appogiare la testa, piccoli segni di ospitalità che
furono molto apprezzati date le circostanze. La mattina dopo il
sole splendeva di nuovo e avendo ringraziato calorosamente il
povero vecchio, i due tornarono al palazzo.
Qualche giorno dopo il pover’uomo si sorprese vedendo
arrivare la carrozza reale che si fermò davanti alla baracca. “Che
cosa posso aver mai fatto?…” pensò.
Il re, vedendo che il vecchio non lo riconosceva, gli disse che si
erano già visti e che era venuto a dargli una ricompensa per la
sua gentile ospitalità. L’uomo diventò un aristocratico ricco con
vestiti costosi e una casa grande non lontano dal palazzo reale.
Un amico del vecchietto lo vide e, stupito gli chiese: “Come hai
fatto a cambiare la tua vita in questo modo?!” “Ho offerto latte
di capra e un po’ di paglia al re,” gli rispose.
Disse il maestro agli allievi: Immaginate se l’amico decidesse di
andare al palazzo reale con un bicchiere di latte e un sacchetto
di paglia, verrebbe anche egli ricompensato così? Certamente
no.
Quando il re è esiliato si accontenta anche di quel poco che
un pover’uomo può offrire. Ma quando si trova nel suo palazzo,
non gli basta neanche tutto l’oro e argento che ha.
Adesso, durante l’esilio nel quale ci troviamo da più di duemila anni, il “Re” si accontenta del poco che facciamo per Lui, considerando le circostanze. Ma dopo la futura redenzione non potrà certo bastare solo questo. Approfittiamone adesso che ancora possiamo!
Tag:17 tamuz, candele, commento, ebraismo, shabbàt, tatuaggi, tishà be'av, torah, torà, tre settimane
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