Orari Shabbat Roma

7 settembre, 2010
Orari dello Shabbàt a Roma

Giovedì 12 aprile – 20 Nissàn
Accensione candele : 19:29

Venerdì 13 aprile – 21 Nissàn

Accensione candele: 19:30

Shabbat 14 aprile – 22 Nissàn

Uscita  Shabbat e Pesach alle: 20:33

Clicca per visualizzare orari accensione nel mondo

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La Mia Mitzvà

11 maggio, 2012

In memoria di Elie Mimmo Fadlun z”l

Durante questo periodo del conteggio dell’Omer è importante riflettere su questa mitzvà e soffermarsi sulla profondità del suo significato anche sul livello pratico.
È nella Parashà di questa settimana che troviamo il comandamento di contare sette settimane dall’indomani del primo giorno di Pesach, conteggio al culmine del quale si celebra la festa di Shavuòt (Levitico 23, 15).
La Torà ricorre alle parole “conterete per voi” dalle quali si deduce che l’obbligo del conteggio è rivolto a ciascuno personalmente: ognuno deve contare i suoi cinquanta giorni alla fine dei quali festeggia Shavuòt.
A differenza delle altre festività, la Torà non stabilisce una data per Shavuòt, fissata appunto in base al conteggio.
È quindi possibile che Shavuòt non cada nel solito sesto giorno del mese di Sivàn. Prima che fosse fissato il calendario-lunario ebraico, quando i mesi venivano santificati ed annunciati all’inizio di ogni mese a base dell’avvistamento della nuova luna, Shavuòt poteva anche cadere il cinque o il sette di Sivàn (a seconda del numero di giorni nei due mesi precedenti di Nissàn e Iyàr).
Anche oggi esiste tale possibilità: una persona che intraprende un viaggio aereo durante l’Omer passando da una data all’altra continua il proprio conteggio anche se non corrisponde a quello del luogo in cui si trova. Il suo cinquantesimo giorno non sarà quindi più il sei di Sivàn ma il cinque o il sette (a seconda della direzione da cui proviene), con la celebrazione di Shavuòt in data diversa rispetto alla comunità che lo ospita.
Qualora si festeggiasse Shavuòt il 5 o il 7 di Sivàn, non si reciterebbero le parole della preghiera che ricordano Shavuòt come “il momento del dono della Torà”, poiché quell’evento ebbe luogo il sei del mese!
Sarebbe quindi Shavuòt perché la persona ha raggiunto il culmine del conteggio dell’Omer, ma non è comunque la data del dono della Torà.
[La questione è discussa dai Poskìm (decisori di Halachà), chi scrive intende solamente esporre l’idea. Per decisioni halachiche in riguardo rivolgersi al proprio Rav].
Shavuòt racchiude dunque due aspetti: quello personale, che dipende dall’impegno individuale, e quello generale fissato dal Creatore.
Questo ci insegna, tra l’altro, che ci sono aspetti nella vita che dipendono dal nostro impegno. Ogni persona arriva a mete spirituali a seconda del percorso interiore da lui intrapreso.
La mitzvà dell’Omer non è divorziata dal concetto di collettività ma sottolinea fortemente il percorso individuale di chi la osserva. Ci ricorda che nonostante la messa in pratica delle mitzvòt mette in risalto una certa uniformità di azione, il pensiero e l’intenzione sottostante dovrebbero rimanere fortemente legati alla persona e quindi al suo percorso specifico.
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע
Adattato da rav Shalom Hazan

L’Anima Instabile

27 aprile, 2012

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt unite. Entrambe trattano in gran parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano di maldicenza.

 Questa “lebbra”, messa tra le virgolette proprio perché non è vista dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

 Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

 Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nella “Accademia Celeste”: “Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedono la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?]

 “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.

 “Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

 Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chassidismo sul significato profondo della zara’at.

 L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte Divina da un lato, e dall’altro la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. La Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

 La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, un desiderio forte di lasciare il fisico, che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poiché la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti.

 In tal caso la legge considera la persona afflitta dalla zara’at

 Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

 Nel caso del dubbio, la Yeshivà Celeste preferisce dare una sentenza rigorosa, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato tale anche nel caso del dubbio.

 Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua potenza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

 di Rav Shalom Hazan 

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

9th Annual Seder for English speaking Students in Rome

1 aprile, 2012

The 9th annual Seder for English speaking students in Rome! Join us for a taste of home in Rome while partaking in a traditional Seder with a gourmet meal and clear explanations on the significance of the holiday. Reserve early to guarantee your spot!

Due to security concerns all participants must contact us in advance. Please write to ravhazan@gmail.com.

L’ascensore Infinito

30 marzo, 2012
L’ascensore InfinitoLa Parashà di questa settimana continua a specificare nei minimi dettagli le leggi riguardanti le offerte di sacrifici nel Santuario. Il maestro Don Yitzchak Abarbanel (Lisbona 1437, Venezia 1508) ne approfondisce il significato generale che rimane eternamente rilevante.

Secondo il Talmud il beneficio spirituale che avveniva tramite il culto dei sacrifici si ottiene oggi attraverso il culto della Tefillà, la preghiera. Infatti, le cadenze temporali delle tefillòt seguono quelle dei sacrifici. Abarbanel cita il Kuzari (Rabbì Yehudà HaLevì – Spagna c. 1080, Israele 1171) il quale descrive l’effetto desiderato della preghiera attraverso una parabola.
Quando una persona si mette a tavola la sua intenzione non è quella di soddisfare meramente il suo fame immediato. La persona vorrebbe nutrirsi con il pasto per poter evitare la fame fino al prossimo pasto. La Tefillà dovrebbe avere una funzione simile.
Quando si prega l’intento non è quello di legarci al Sign-re solamente durante il momento della preghiera. Ci si vuole assicurare che anche dopo la conclusione della Tefillà si continua a sentire l’amore, la vicinanza e il collegamento con D-o.
Secondo l’Abarbanel questo è il senso più profondo del verso in cui è detto “Questa è la legge del olocausto [il sacrificio arso interamente sull’Altare, NDR], rimarrà sull’Altare tutta la notte sino al mattino”.
Il termine “olocausto” nell’ebraico originale è “Olà” ovvero “[il sacrifico che] Sale in Alto”. Questo termine descrive anche la nostra neshamà, l’anima che si trova al nostro interno e che è costantemente presa dal desiderio di “salire” aldisopra del mondano ed unirsi con la propria Fonte.
La sera, il mattino e il pomeriggio abbiamo l’opportunità di pregare. Ma lo scopo è di perpetuare quei momenti facendo sì che permeino il resto della giornata.
E’ per questo che il verso dice “…tutta la notte sino al mattino”. Purché la Tefillà serale porti al giusto risultato, il suo impatto deve essere sentito tutta la notte, sino al mattino.
di Rav Eli Rosenfeld (Lisbona)

Video: Signora Eva Sandler

29 marzo, 2012

Massacro di Tolosa – un messaggio dalla Signora Sandler

23 marzo, 2012

Il mio cuore è spezzato. Non riesco a parlare. Non c’è un modo per esprimere il dolore divorante che risulta dall’assasinio del mio caro marito rav Jonathan e i nostri figli, Aryeh e Gavriel e di Miriam Mononego, figlia del preside della scuola Ozar Hatorah rav Yaakov e la sig.ra Monsonego.

Che nessuno debba più soffrire in questa maniera.

Siccome molti di voi, cari fartelli e sorelle in Francia e nel mondo, state chiedendo cosa potete fare per me, per la mia figlia Liora e per le anime dei miei cari marito e figli, sento che per quanto possa essere difficile, ho il dovere di rispondere alle vostre richieste.

La vita del mio marito era dedicata all’insegnamento della Torah. Ci siamo ritrasferiti al suo paese di nascita per aiutare la gioventù a scoprire la bellezza della Torah. Era un uomo veramente buono, affettuoso e altruista. Era sensibile a tutte le creature di D-o, sempre cercando il modo per scoprire la bontà negli altri.

Lui ed io abbiamo allevato Aryeh e Gavriel a vivere le vie della Torah. Chi avrebbe potuto sapere quanto brevemente avessero vissuto su questa terra, quanto breve sarebbe stato il tempo in cui sarei stata la loro madre?

Non so come io, i miei suoceri e la sorella di mio marito troveremo la consolazione e la forza per continuare, ma so che le vie di D-o sono buone e che Lui ci dimostrerà la strada e ci darà la forza per andare avanti. So che le loro anime sacre rimarranno con noi per sempre e se che molto presto arriverà il momento in cui ci riuniremo con la venuta del Mashiach.

Credo con tutto il cuore alle parole del verso “D-o ha dato, D-o ha preso; benedetto sia il nome di D-o”. Ringrazio D-o per il privilegio, quanto breve fosse, di poter allevare i miei figli assieme al mio marito. Ora il Sign-re li vuole vicino a Lui.

A tutti coloro che desiderano portare consolazione alla nostra famiglia e compiacimento alle anime di coloro che ci hanno lasciato: Portiamo avanti la loro vita su questa terra.

Genitori, baciate i vostri figli. Dite loro quanto li amate e quanto è vicino al vostro cuore il desiderio che siano degli esempi viventi della Torah, impregnati del timore del Cielo e l’amore del prossimo.

Perfavore aumentate il vostro studio della Torah, da soli o con parenti e amici. Aiutate coloro che hanno difficoltà a studiare da soli.

Perfavore aumentate la luce nel mondo tramite l’accensione dei lumi di Shabbat questo e ogni venerdì sera. (Perfavore anticipate un po’ l’orario pubblicato per aumentare ancora i momenti di santità nel mondo).

Si avvicina la festa di Pesach. Perfavore invitate un’altra persona nelle vostre case per far sì che tutti abbiano un posto ad un Seder per celebrare la festa della nostra libertà.

Assieme al ricordo amaro delle difficoltà in Egitto tanti anni fa, raccontiamo ancora quanto “in ogni generazione si sono messi contro di noi per annientarci”. E tutti insieme annunceremo con voce alta e chiara: “D-o ci salva dalle loro mani”.

Lo spirito del popolo ebraico non può mai essere spento, il suo legame con la Torà e le mitzvòt non potrà mai essere distrutto.

Che sia la volontà di D-o che da questo momento in poi conosceremo solo la gioia.

Invio le mie sentite condoglianze alla famiglia Monsonego per la perdita della loro figlia Miriam, e prego per la guarigione di Aharon ben Leah, che è rimasto ferito durante l’attacco.

Vi ringrazio del vostro supporto e amore.

Fonte.

E’ Colpa Tua!

9 marzo, 2012
Non è colpa mia

 
Questa settimana leggiamo la storia del vitello d’oro. Mentre Moshè si trovava sul monte Sinai D-o gli comunica quanto accadeva sotto, nell’accampamento del popolo ebraico.

“Va’, scendi, poiché il tuo popolo che hai fatto salire dal Egitto si è corrotto.” (Esodo 32:7). Secondo le fonti citate da Rashì in questo il Sign-re rimprovera Moshè. “Non è detto il popolo bensì il tuo popolo”, riferito agli estranei che si sono uniti all’esodo con il permesso di Moshè.

D-o attribuisce la colpa del peccato a Moshè in quanto sembrerebbe che lui di propria iniziativa ha accettato degli elementi esterni al popolo che poi lo hanno portato a degli errori gravissimi.

Chi erano questi elementi indicati dalla Torà con il nome “Erev Rav” (un grande miscuglio di gente)? Quando gli ebrei uscirono dal Egitto molti, possiamo chiamarli opportunisti, saltarano sul carretto della redenzione. Evidentemente non erano dei convertiti sinceri, ma Moshè li concesse il beneficio del dubbio. Ma, come dice il salmista “l’uomo vede con gli occhi ma D-o vede il cuore” e infatti nel momento che Moshè si assentò, hanno usufruito del vuoto per ribellare contro D-o.

Continuando a leggere il testo, troviamo che nel chiedere il perdono per il popolo Moshè si esprime dicendo “questo popolo ha commesso un grave peccato, forgiandosi degli dei d’oro”… (32:31). Noi abbiamo sempre sentito parlare di unico vitello d’oro, perché cambia la descrizione qui? Guardiamo di nuovo il commento di Rashì: Moshè alludeva al fatto che “Tu, Sign-re, ha dato al popolo tanto oro esponendolo alla tentazione di farne poi cattivo impiego”.

D-o dice a Moshè che è colpa sua e Moshè gli risponde che è colpa Sua… ma è un gioco?

Questi brevi passi celano un mondo di differenza tra due punti di vista: E’ preferibile vivere in povertà ma con la fede salda o in ricchezza, con tutte le tentazioni che questo comporta? Ci sono state da sempre molte discussioni tra i maestri su questo.

Nel periodo della guerra napoleonica contro la Russia, molti rabbini importanti pregavano per la vittoria di Napoleone, perché avrebbe portato più libertà e diritti. Rabbì Shneur Zalman di Liadì (autore del Tanya e fondatore di Chabad) era contrario a questa posizione e pregava per la vittoria dello Zar dicendo “è vero che staremo peggio materialmente ma staremo meglio spiritualmente”. (Interessante notare che il Rebbe citato non si limitò a pregare ma in quanto cittadino russo aiutò molto la campagna militare dello Zar, mandando alcuni suoi allievi a spiare negli accampamenti dei francesi, ed hai poi ricevuto dallo Zar un’onorificenza per sé e per i propri successori).

Il successore di Rabbì Shneur Zalman nella nostra generazione, il Rebbe di Lubavitch, era dell’idea che questa tesi valeva in quei momenti ma oggigiorno è preferibile la tentazione della ricchezza a quella della povertà e nel dire questo augurava sempre che tutti possano avere le possibilità di servire D-o con tutto il necessario. 

 
Di rav Shalom Hazan

Purim a Chabad Monteverde

9 marzo, 2012

Cari amici,

 Purìm al Chabad di Monteverde è stato un continuo di lettura della Meghillà, distribuzione di mishloach manòt (doni di cibo) e mattanòt laevionìm (doni ai poveri). La sera di mercoledì ha visto partecipare oltre 200 persone alla tradizionale festa al Tempio dei Colli Portuensi. Buffet cinese gradito da tutti, show di magia e truccabimbi e non è mancata una breve lezione per i grandi, per approfondire il significato della festa e un saluto dall’On. Federico Rocca, consigliere di Roma Capitale, che ormai è una presenza fissa e molto apprezzata alle nostre manifestazioni.

Vorremmo ringraziare tutti coloro che hanno partecipato e in particolar modo gli sponsor della festa: Kosher Delight di Alberto Ouazana e Happy Casa di Massimo Gai. Un ringraziamento molto sentito ai nostri camerieri preferiti che hanno servito il pubblico con professionalità: Alberto Levy, Claudio Di Neris, Lello Della Rocca e Massimo Micciulli.

La mattina di Purìm si è svolta la funzione di shachrìt con la lettura della Meghillà seguiti dalla colazione offerta da Fabio Di Veroli in occasione del suo compleanno.

Alla lettura della Meghillà in piazza di fronte a Chagat hanno partecipato decine di persone tra i quali molti studenti stranieri e turisti.

Seguiranno informazioni sulle molte altre attività organizzate da Chabad a Roma, per adesso auguriamo a tutti che la gioia di Purìm possa pervadere tutto il resto dell’anno!

Shabbat Shalom,
Rav Shalom e Chani

Foto della Settimana
Come ogni anno i ragazzi delle Yeshivòt di Chabad in Israele portano la gioia di Purìm ai soldati di Zahal, anche nelle basi più remote e segrete.

tzava

I Colori delle Emozioni

24 febbraio, 2012

I Colori delle Emozioni

Farai la copertura del Tabernacolo di dieci tende di lino ritorto, di [fili di lana] turchese, di porpora e scarlatto… (Esodo 26:1)

I quattro fili menzionati nel verso alludono a quattro elementi basilari nel nostro rapporto emotivo con D-o.

Il scarlatto allude al fuoco. Il fuoco della nostra anima è l’amore ardente del Sig-nre che è il risultato della meditazione sulla Sua infinità trascendente. Nel riconoscere la realtà della trascendenza Divina, fino al punto che è solo Lui la vera realtà, veniamo avvolti da un passionato e fuocoso desiderio di evadere dai limiti del mondo per conoscerLo meglio e unirsi a Lui. Questo è un sentimento legato all’amore, il volersi avvicinare.

Turchese è il colore del cielo ed allude alla nostra esperienza nell’apprezzare la Sua maestosità. Anche qui si mette a fuoco la qualità trascendente di D-o, ma si punta più sull’aspetto sull’irrilevanza nostra e dell’intero creato dinanzi alla Sua grandezza. Questo ci riempie di un sentimento di riverenza e rispettoso timore.

La porpora è un amalgamare del turchese e il rosso, dell’amore e il timore. E’ un’allusione quindi alla misericordia, un sentimento composto da sentimenti di amore e rabbia: amore dell’ideale e rabbia nel non vederlo messo in atto. In questo contesto specifico, la misericordia è risentita nei confronti della nostra stessa anima Divina, che si trova spiritualmente molto distante dalla propria fonte eccelsa.

Il lino è bianco ed allude all’amore essenziale dell’anima nei confronti di D-o, un amore che trascende la razionalità e che è la base di tutto il resto. Nello stesso modo che il bianco è il sottofondo sul quale si possono distinguere tutti gli altri colori, questo amore è fondamentale per tutte le altre esperienze spirituali dell’anima. La forza di questo amore si esprime però anche nel dare la possibilità alla persona di sacrificare il proprio io per l’onore di D-o, in quanto esprime un legame incontrovertibile con Lui.

Tratto dal Chumash edizione Kehot

L’Idolatria Subdola

10 febbraio, 2012
Per noi moderni “illuminati” l’antico mondo pagano può sembrare un mondo oscuro privo di autentica intellettualità.

In realtà, tuttavia, i sacerdoti idolatri non erano degli sciocchi ma degli intellettuali che passavano la vita ad approfondire la loro conoscenza sulle sfere elevate dell’esistenza.

Uno dei sacerdoti di maggior spicco dell’epoca era Yitrò, suocero di Moshé. Di lui fu detto che non aveva trascurato alcun culto idolatro; li prestò tutti, dando prova di una mentalità sorpredentemente aperta.

L’abbandono dell’idolatria da parte sua, accompagnato dal viaggio nel deserto per prestare culto a D-o assieme al popolo ebraico, fu una scelta ben pensata, frutto di una decisione presa con la massima serietà.
*
La Kabalà insegna che esiste un elemento sottile di “idolatria” in ogni mitzvà compiuta con un motivo ulteriore alla mitzvà stessa.

L”idolatra vero e proprio serve un’entità oltre che quella di D-o e la mitzvà eseguita senza la giusta intenzione è un atto che ha come motivazione qualcosa che va oltre la volontà di D-o.

È chiaro che il paragone è molto sottile: anche una mitzvà fatta per le ragioni sbagliate o come frutto dell’abitudine è sempre una mitzvà; un’opera positiva.

Il fatto rimane, però, che il motivo ulteriore dà alla mitzvà un pizzico di “sapore” che potremmo definire esterno al senso vero della mitzvà.

Ciò non significa che si dovrebbe evitare di fare mitzvòt nel caso in cui l’intenzione non sia completamente pura. Siamo sempre tenuti ad osservare le mitzvòt – anche senza l’intenzione perfetta – poiché è comunque un primo passo verso l’esecuzione nella maniera ideale (Talmùd, Pesachìm 50b).
*
Per riconoscere e servire D-o, Yitrò impiegò lo stesso intelletto che in precedenza aveva adoperato per studiare e servire altri dei. Questo atto di teshuvà trasformò anche il suo passato in positivo perché ora quello stesso intelletto con tutto ciò che era il suo passato, serviva il Sign-re.

Analogamente, quando si esegue una mitzvà con l’intenzione pura anche le mitzvòt precedenti vengono liberate di quel “sapore di idolatria” per pregnarsi completamente di santità.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch