Archive for the ‘Commenti sulla Torà’ Category

L’Umile Salice

18 ottobre, 2011

Di tutte le quattro specie che siamo tenuti a “prendere” durante la festività di Succòt il salice è indubbiamente il pià umile. Tutte le altre specie vantano un’aroma e/o un sapore particolare mentre il salice almeno all’apparenza è carente di tutto ciò (in realtà varie specie di salice trovano uso, tra l’altro, in farmaci).

Proprio “l’umile salice” sarà considerato preferito per un’altra mitzvà, quella di circondare l’altare del Tempio (Bet Hamikdash) e successivamente alla distruzione la Tevà (leggio centrale) dei piccoli templi. Con il salice in mano si chiede il Sign-re “Hoshi’a na” ovvero “Salvaci perfavore”, e il giorno della maggiore “Hoshannà” detto Hoshannà Rabbà, vengono fatti sette giri con il salice.

Perché proprio il salice?

Molto probabilmente non abbiamo una risposta precisa essendo questa mitzvà, secondo quasi tutte le opinioni una “halachà leMoshè miSinai” ossia trasmessa da Moshè sul monte Sinai senza spiegazioni.

Esistono tuttavia molte spiegazioni e tanti commenti in riguardo.

In questo periodo, quello di Succòt, il mondo è giudicato riguardo l’acqua per l’anno nuovo. Per questo le nostre preghiere mettono a fuoco la richiesta per l’acqua anche con simboli che lo ricordano. Il salice che necessita di molta acqua e che spesso cresce in riva ai fiumi, è un simbolo degno per il concetto che vogliamo trasmettere. Ovviamente però non è l’unico e ne avremmo potuto trovare altri.

Secondo alcuni maestri è prorio l’aspetto dell’umiltà del Salice, oltre quello legato all’acqua, che vogliamo ricordare (si ricorda che secondo l’usanza si prende il salice e lo si batte per terra).

Succòt arriva in un momento in cui ci sentiamo spiritualmente elevati, dopo la preparazione del mese di Elul, lo Shofar di Rosh Hashanà e la Teshuvà di Kippur possiamo comunque intrattenere una sensazione di soddisfazione o sicurezza di sé.

Nell’usare il salice è come se dicessimo “non facciamo la nostra richiesta in base alla nostra grandezza o elevatezza spirituale, che seppur importante rimane sempre umanamente limitata. Lo facciamo, invece con alla base la semplicità e l’umiltà della fede”.

di Rav Shalom Hazan

Sei Già Tornato?

7 ottobre, 2011

Sei Già Tornato?

Il Maghìd Rabbì DovBer di Mezritch insegnò che la Teshuvà (il “ritorno” o pentimento) dovrebbe essere talmente profondo per far sì che il livello divino indicato dal nome “Havayah” (il tetragramma), una livello di divintà trascendente, diventi “Elokecha” ossia che possa illuminare la sfera personale e limitata dell’uomo (cosa che è indicato anche dal valore numerico del nome Elokìm che corrisponde alla parola “hateva” – la natura).

Tutti i discepoli del Maghìd furono profondamento toccati da questo insegnamento. Uno degli allievi, il Rebbe Zushe di Anipoli, disse che non avrebbe potuto arrivare a livelli talmente elevati della Teshuvà e che avrebbe quindi diviso la Teshuvà nelle sue vari componenti, indicati dalle lettere che formano la parola Teshuvà, ognuno dei quali indica un altro versetto:

T: Tamim – “Sii integro con il Sign-re tuo D-o.”

Sh: Shiviti – “Ho posto l’Eterno davanti a me, costantemente.”

U: Ve’ahavta – “Ama il tuo prossimo come te stesso.”

V: Bechol – “In tutte le vie, conosciLo.”

H: Hatzne’a – “Procedi umilmente con il tuo D-o.”

Quando il Rebbe Shalom DovBer di Lubavitch raccontò questo al suo figlio Rabbì Yossef Yitzhàk, concluse: La parola Teshuvà è composta da cinque lettere, ogni lettera corrisponde ad una via ed un metodo specifico di Teshuvà” (e spiegò ogni metodo in dettaglio).

T: Tamim…, “Sii sincero con D-o.” Questo rappresenta il servizio della Teshuvà fatto attraverso la sincerità. Sincerità, o integrità, può assumere molte forme e si trova su molti livelli. Il livello più elevato in relazione alla Teshuvà è “la completezza del cuore” che si chiama anche fedeltà o integrità come la Torà dice di Avraham “hai trovato che il suo cuore era fedele dinanzi a Te”.

Sh: Shiviti…, “Ho posto l’Eterno (Havayah) davanti a me, costantemente” Il nome Havayah indica la creazione dell’universo e le creature. L’atto continuo di creazione è effettuato dal costruire un ponte su uno spazio infinito dal “ayin” (non-esistenza) al ‘yesh’ (esistenza). Questa forma di Teshuvà risulta dall’essere costantemente consci della maniera in cui l’esistenza viene costantemente creata da D-o.

U: V’ahavta…, “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Il Alter Rebbe (autore del Tanya e Shulchan Aruch HaRav) insegnò che l’amore è uno strumento, un mezzo, per poi amare “il Sign-re tuo D-o”. Come indicato anche dalla mishnà che dice chi è piacevole ai uomini è piacevole a D-o). Questo metodo di Teshuvà deriva dalla bontà e la benevolenza del cuore.

V: B’chol…, “In tutte le vie, conosciLo.” Una persona che decide di osservare tutto ciò che accade intorno a sé potrà percepire l’opera Divina in maniera evidente. Uomini d’affari hanno questo “vantaggio” rispetto agli studiosi, in quanto sono sempre testimoni della “mano di D-o”. Questa forma di Teshuvà deriva dalla percezione di “hashgachà peratìt” ossia della Providenza Divina specifica.

H: Hatznei’a…, “Procedi umilmente con il tuo D-o.” Non bisogna essere vistosi o ostentarsi minimamente. E’ detto “l’uomo deve sempre essere furbo nella devozione”. La furbizia sta nel assicurarsi che la propria devozione non sia notata da tutti. Sappiamo che i primi Hassidìm si nascondevano e quando veniva rivelato il loro alto livello di devozione ne rimanevano sinceramente angosciati. Questa forma di Teshuvà deriva dal “hatzne’a lechet” l’essere umili e riservati.

da Hayom Yom

Cambio di Potere

23 settembre, 2011

Verso la fine del quinto libro della Torà, Devarìm, ci si avvicina al tramonto di quel grande sole che era Moshé. La metafora del sole ha come fonte il Talmud (Bava Batra 75) che la impiega proprio per sottolineare la difficoltà, l’impossiblità forse, davanti alla quale si troverà colui che dovrà guidare il popolo dopo il tramonto di quel sole. “Il volto di Moshé somiglia al sole, mentre quello di Giosué alla luna”.

In altre parole, Giosué riflette la luce del suo maestro ma non può certo essere paragonato a lui. In effetti, la Torà stessa lo dice: “Non ci fu più un profeta come Moshé” (Devarìm 34, 10), lasciando intendere che non ci sarà più.

Il popolo, lo stesso popolo che tutte quelle volte si ribellò e rese la vita di Moshé molto dura, non accettò facilmente la sua scomparsa.

Il Talmud racconta: Prima della sua scomparsa, Moshé disse a Giosué: “Raccontami tutti i tuoi dubbi” (in modo che il maestro gli possa dare le risposte). Giosué non aveva dubbi. “Ti ho forse lasciato per un momento?” chiese Giosué. A quel punto, racconta il Talmud, Giosué si scordò di trecento Halachòt e gli sorsero settecento dubbi sulle Halachòt che ricordava.

Il popolo si arrabbiò e volle eliminare il nuovo leader. Disse il Sign-re “non posso insegnarti le Halachòt [come Ho fatto con Mosé], li distraerai quindi con la guerra [della conquista della Terra Santa]”. (Temurà 16a)

Che cosa accadde qui? Il popolo voleva che Giosué continuasse la leadership di Moshé, continuando la sua stessa strada dell’insegnamento della Torà. Vedendo che non era all’altezza, si arrabbiarono. D-o spiegò che avevano sbagliato: un nuovo leader segnala non solo un’altra persona ma anche un programma diverso.

Il compito di Moshé riguardava più che altro la trasmissione della Torà, mentre per Giosué era la conquista della Terra che aveva la precedenza.

Qui la Torà ci insegna anche che non si possono fare paragoni tra le guide di un popolo, poiché il Sign-re manda sempre quello più adatto alla nuova generazione ed alla situazione che cambia sempre.

Vi è anche una lezione pertinente all’educazione dei propri figli. Anche questa, in fin dei conti, è una posizione di leadership con la dinamica del cambiamento tra una generazione e l’altra.

Il messaggio è rivolto quindi ai “leader” delle famiglie, i genitori. Non pensate che l’esperienza ebraica che era sufficente per la vostra soppravvivenza come ebrei sia sufficente anche per i vostri figli.

Il mondo è cambiato e la generazione è completamente diversa. Date loro la forza e le possibilità aggiuntive delle quali hanno talmente bisogno.

Di rav Shalom Hazan
Chabad-Lubavitch di Monteverde

Profeti, Test e Prove

26 agosto, 2011

Vi sono profeti falsi intorno. Ci sono sempre stati! Già in antichità la Torà ci avvertiva di non seguire coloro che possono sembrare di essere profeti. Potrebbero anche fare miracoli come i profeti vari, ma non lo sono.

Perché mai consentirebbe il Sign-re che un profeta falso faccia vedere meraviglie e miracoli? La risposta, ci dice la nostra Parashà, è che questa è una delle maniere in cui D-o ci mette alla prova. Se amiamo veramente il Sign-re con tutto il nostro cuore e anima, non verremo condizionati anche dagli “effetti speciali” ma falsi. C’è anche il test per chiarire la situazione: Il profeta ci invita a seguire le leggi del Sign-re o di ignorarle? E se il presunto profeta stesso non segue le istruzioni della Torà è chiaro che si tratta di un impostore.

Come dicevamo questa del falso profeta è solo un tipo di prova di cui ce ne sono molte. La povertà, per esempio, è una grande prova per la fede e la tragedie ancora peggio. Ogni individuo deve affrontare le proprie prove e i propri ostacoli che è come se fossero fatti su misura per lui. Ciò che è difficile per uno rimane molto facile per un altro. L’imprtante è ricordare che la difficoltà del momento è, in realtà, una prova. Questo ci aiuta a superarla.

Non sempre, però ci ricordiamo di questo e che forse la situazione che abbiamo davanti è una delle prove più importanti delle nostra esistenza. A volte non apprezziamo il fatto che l’anima è venuta in questo momento proprio per esprimere la forza che si rivela solamente nel superare questi ostacoli.

Per questo razionalizziamo.

Se c’è un D-o, dov’era durante Auschwitz?

Se D-o non voleva che prendessi i soldi, perché quello ha lasciato la cassa aperta?

Se questo rapporto è sbagliato, perché mi sembra così giusto?

Se il Sign-re vuole veramente che non lavoro di sabato, perché è il giorno che si lavora di più?

Ma se accettassimo che sono tutte prove, forse diventerebbe più facile affrontarle.

La domanda rimane: Perché D-o ci mette alla prova? E’ veramente come è detto nella Parashà “per sapere se amiamo il Sign-re con tutto il nostro cuore e anima”? Ma D-o non lo sa già? Come è possibile per noi chiarire le idee al Sign-re? C’è qualcosa che non sa?

La risposta, secondo rabbì Shneur Zalman di Liadì nella classica collezione dei suoi discorsi, Likuté Torà, è che non è per fare sapere a D-o bensì farlo sapere a noi stessi. Certo che il Sign-re sa tutto. Tuttavia Esso ci pone dinanzi alle prove ed agli ostacoli per aiutarci a portare in evidenza il forte amore verso di Esso che però spesso è latente e nascosto al nostro interno.

Quando superiamo gli ostacoli ci accorgiamo noi di avere una forza interna formidabile e che siamo fortemente credenti. Diventiamo più sicuri e fiduciosi di noi stessi nonché arricchiti di una percezione ed una consapevolezza più profondi del Divino.

Sia chiaro: non le cerchiamo, le prove. La mattina nella preghiera chiediamo D-o di non metterci alla prova. Se però arriva il momento, ricordiamoci di cosa si tratta in realtà. Il test sarà poi superato con il massimo dei voti.

di rav Yossi Goldman
adattato e tradotto da rav Shalom Hazan

Pane, Soldi e Senso

18 agosto, 2011

 “Non di solo pane vive l’uomo”. E’ sicuramente una famosa frase ma qual è il suo significato?

Il versetto deriva dalla Parashà di questa settimana e si riferisce alla miracolosa manna, che cadeva dal cielo durante il soggiorno degli ebrei nel deserto. La conclusione del versetto dice “l’uomo vive, invece, dalla parola emanata dalla bocca del Divino”. Ci ricorda quindi la vera fonte del sostentamento dell’umanità.

A differenza dell’idea comune, non è la nostra fatica terrena, né il sudore o gli incontri di lavoro che assicurano il nostro successo. La realtà è che è il Sign-re che ci sostiene nella stessa maniera che i nostri erano completamente dipendenti da Esso per il pano uotidiano, durante il periodo trascorso nel deserto. Il benessere è un dono Divino. In fin dei conti non è la nostra capacità lavorativa di per sé che fa sì che sia fornito il pane quotidiano bensì le benedizioni dall’Alto che danno successo alle nostre fatiche.

Qualunque commercianto potrà confermare che i progetti più preparati e pensati sono finiti in fumo mentre un ordine importante spesso arriva come dal nulla. Certo, non è la regola e bisogna prepararsi a faticare per potere riscuotere successo. Quando però accade in maniera inaspettata, è un ricordo che vi sono delle forze che operano aldilà del nostro controllo.

Vi è però un altro significato in questo versetto. Non di solo pane vive l’uomo. Lo spirito umano richiede più del solo pane. Gli essere umani non sono mai soddisfatti con i soli beni materiali o il denaro.

Il denaro è importante ma non si può vivere solamente di esso. Consideriamo per esempio la soddisfazione dal lavoro stesso. Conosco diverse persone nella nostra comunità che hanno rinunciato a posti di lavoro importanti per prenderne altri meno lucrativi perché trovavano poco stimolante il loro lavoro. Certo guadagnavano bene, non vedevano la “ricompensa emotiva”.

Conosco altre persone che hanno tutto al livello economico ma non sono contente. Hanno molto successo e sono molto infelici. I successi non garantiscono la felicità. L’acquisto di beni porta una contentezza momentanea. Per una soddisfazione duratura “l’acquisto” deve essere più spirituale che materiale. Abbiamo bisogno più di pane e denaro; abbiamo bisogno di stimolazione e un senso di realizzazione significativa. Abbiamo bisogno di sapere che la nostra vita ha significato e che possiamo fare una differenza nel mondo e nella vita degli altri.

Si racconta di un prigioniero in un campo di lavoro forzato sovietico il quale aveva il compito di girare una leva pesante che era attaccata al muro della cella. Per venticinque anni il prigioniero ha faticato a lavorare. Era sicuro che la leva fosse legata a un mulino, o ad una pompa per irrigare i campi. Nella sua mente vedeva i raccolti agricoli o le sacche di grano che alimentavano migliaia di persone.

Scontata la pena chiede prima di tutto di poter vedere l’apparato attaccato all’altra parte della leva. Non c’era nulla! La leva girava a vuoto. Tutto il suo “lavoro” serviva a nulla. L’uomo subì subito un colasso mortale, completamente devastato. Una vita vissuta e faticata in vano.

Abbiamo un profondo bisogno di sapere che la fatica della nostra vita ha significato, materiale e spirituale. Quando ci rendiamo conto che ogni buona azione è legata ad un apparato spirituale complesso, che ogni nostra aziona si lega ad un sistema di importanza cosmica, allora la nostra vita si dota di un senso profondo.

Allora siamo contenti.

L’uomo semplicemente non può vivere di solo pane.

di Rav Yossi Goldman, pubblicato su Chabad.org
Tradotto e adattato da rav Shalom Hazan

Il Ladro Credente

11 agosto, 2011

“Shemà Yisrael Ado-nai Eloh-énu Ado-nai Echàd.”

Questa preghiera in realta’ e’ un versetto tratto dalla Parasha’ di questa settimana, nella quale Moshé continua ad istruire e preparare il popolo d’Israele ricordando loro anche gli eventi che li hanno portati al punto di trovarsi, al culmine dei quarant’anni nel deserto, sulla soglia della Terra Santa.

Sono molti i commenti su questo versetto e la sua importanza. Cerchiamo di esplorarne alcuni:

1) “Shemà Yisrael” vuol dire “ascolta Israele”. Moshe invita il popolo ad ascoltare, ad approfondire, a prendere atto. Il contenuto del versetto non e’ solamente un invito generico al popolo ma diventa un’esperienza personale. Quando l’ebreo recita lo Shemà due volte al giorno è come se parlasse a se stesso. Chiamandosi con il nome del popolo “Yisrael” la persona dice a se: Ascolta Yisrael: D-o è nostro ed è unico.

2) Nel scrivere la Tora’ vi sono tre misure di lettere. Quelle medie, le piu’ comuni, le lettere grandi e quelle piu’ piccole. Vi e’ sempre un significato e un motivo per la presenza di una lettera “straordinaria”. Nel nostro versetto ne troviamo due. La ‘Ayin ע della parola Shema’, e la dalet ד della parola echad.

Uno degli insegnamenti in riguardo: Unite, queste due lettere formano la parola ‘Ed, che significa “testimone”.
Il significato è doppio. Da una parte, leggere lo Shemà è una forma di testimonianza della presenza e l’unicità di D-o. Dall’altra, l’ebreo stesso, la sua esistenza, è un miracolo che testimonia la grandezza di D-o. Il profeta Isaia, infatti, profetizza dicendo “Voi siete i Miei testimoni…” (Isaia 43, 10).

Quando ci si chiede “qual è la prova della Sua esistenza?”, basta guardare il Suo popolo, che nonostante molti abbiano cercato di annientarlo, rimane ancora in esistenza.

3) Le stesse due lettere messe nell’ordine contrario, formano la parola – “sappi”. Questo potrebbe alludere alla mitzvà di approfondire la conoscenza del Creatore (Devarìm 4, 39, vedi anche Cronache I 28, 9).

Il significato è che a parte l’obbligo di credere in D-o, il concetto della fede nell’ebraismo, siamo anche portati a studiarLo, dalle fonti giuste, e quindi di “conoscerLo” anche se in modo definitivo la cosa non è possibile.

La differenza tra la sola fede e quella accompagnata dallo studio approfondito si esprime anche nel nostro comportamento.

Il Talmud parla del ladro che prima di andare a “lavorare” prega il Sign-re che non sia visto e preso. Che paradosso! Se non avesse la fede non pregherebbe, ma se ce l’avesse realmente non commetterebbe furti!

In realta’ la fede potrebbe anche averla, ma ma la fede spesso rimane “in sospeso” in un vuoto tra l’anima e la persona, non sempre, quindi, si esprime nelle azioni.

Solo quando accompagnata dallo studio, la conoscenza, la fede fiorisce e produce frutti deliziosi.

di Rav Shalom Hazan

Niente Storie

5 agosto, 2011

Non Storia – Memoria

Questo Shabbat si legge la famosa “visione di Isaia”, la profezia riguardo la futura redenzione. Lunedi’ sera e martedi’ ricorderemo la distruzione del Tempio quasi 2000 anni fa osservando il digiuno e il lutto del digiuno di Tisha’ BeAv.

Ma perché ricordare? Il mondo non può capire perché continuiamo a parlare della Shoà – che accadde solo sessant’anni fa! Per più di diciannove secoli, ricordiamo e osserviamo quest’evento che diventò il giorno più triste del nostro calendario. Perché? Quello che fu, fu. Perché tornare a delle visioni antiche e dolorose?

Si racconta che una volta Napoleone passò attraverso il quartiere ebraico di Parigi e sentì voci di pianti e lamentele che emanavano dalla sinagoga. Si fermò e chiese di che cosa si trattasse e gli venne detto che gli ebrei lamentavano la perdita del loro Tempio. “Quando è successo?” chiese l’imperatore. “Circa 1700 anni fa”, fu la risposta. A questo punto Napoleone disse che un popolo che non si dimentica del proprio passato è destinato a sempre avere un futuro.

Gli ebrei non hanno una storia, bensi’ una memoria. La storia può diventare un libro, un museo o dei relitti archeologici. La memoria vive e garantisce il futuro.
Anche tra le rovine del primo Tempio, ci siamo rifiutati di dimenticare, ed è proprio per questo che siamo tornati.

Proprio per questo rifiuto siamo riusciti a costruire comunità nel mondo intero, mentre quelli che ci hanno conquistato sono stati conquistati dal tempo. Oggi non esistono babilonesi, e i romani che si trovano a Roma non sono quelli che hanno distrutto il nostro Tempio. Quelle nazioni diventarono parte della storia mentre noi, ispirati dalla memoria, continuiamo a dire – e vivere – “‘am Israel chai”, il popolo d’Israele vive.

Adattato e tradotto da un articolo di

Rav Yossy Goldman pubblicato su Chabad.org

La cremazione è permessa?

29 luglio, 2011

Domanda:

Mio padre è stato sepolo in un cimitero ebraico, in una tomba doppia con una cerimonia guidata dal rabbino. Mia madre, che era ancora meno osservante, ha scelto di essere cremata senza alcuna cerimonia religiosa.

La mia domanda è: La sua morte è imminente. Sarebbe giusto, secondo la legge ebraica, sepellire le ceneri sopra la bara del suo marito? Oppure dovrebbero essere sepolti in una tomba adiacente?

Se questo fosse permesso, la famiglia potrebbe poi donare la seconda tomba ad un’altra persona.

Risposta:

Mi dispiace sentire della condizione di tua madre. Tuttavia i miracoli accadono; forse avrà molti anni ancora di vita. Ciò nonostante, è saggio affrontare questi concetti adesso e non aspettare.

La cremazione non è un modo ebraico. Il corpo è sacro; è il tempio dell’anima. Noi non bruciamo templi, nella stessa maniera che non bruciamo i rotoli della Torà o i Tefillìn. Non bruciamo ebrei. Poiché anche se la tua madre non si considera religiosa, sono sicuro che ha adempito a molte mitzvòt ogni giorno della sua vita. Quindi anche il suo corpo è un tesoro prezioso, un oggetto sacro.

Capisco che tua madre l’ha espresso come desiderio e un buon figlio esaudisce le richieste di una madre. In questo caso, tuttavia, ti è permesso ribellarti. Dopo tutto, se tua madre alungasse il mignolo chiedendoti di bruciarlo, lo faresti? A maggior ragione dovresti rifiutare quando te lo chiedo per il suo intero corpo. E’ un atto che non può essere invertito. Si dice che causa dolore all’anima. Nella mia esperienza, poi, è un atto che quasi sempre viene rimpianto dai familiari.

Questo ci porta ad un altro punto che hai sollevato: E’ probabile che un cimitero tradizionale ebraico non permetterà la presenza dell’urna nel cimitero, poiché sarebbe una sorta di conferma di una cerimonia decisamente non ebraica. Tu e i tuoi fratelli potete recarvi presso la tomba del vostro padre, e da quel luogo le vostre anime si possono connettere con il suo e portare onore alla sua memoria. Non potrà essere così con un’urna di ceneri. Le ceneri sono la distruzione di una memoria, un divorzio dell’anima dal mondo.

Potrei semplicemente rispondere alla tua domanda e avrei fatto il mio lavoro. Ma noi ebrei siamo responsabili l’un l’altro, e cerchiamo di essere presenti per gli altri come per la propria famiglia. Quindi, non sto scrivendo solamente per rispondere alla domanda, ma anche per esprimere la mia sincera preoccupazione e speranza che porterete la vostra madre ad una autentica sepoltura ebraica.

Ecco tre brevi articoli sul concetto della cremazioni che potrebbero interessarti (in lingua inglese):

Cos’è l’opinione dell’ebraismo sulla cremazione?

Perché nell’ebraismo non è permessa la cremazione?

Perché la legge ebraica proibisce la cremazione?

Rav Tzvi Freeman
Tradotto e adattato da rav Shalom Hazan

Ebraismo e Facebook vanno d’accordo?

15 luglio, 2011

Cosa potrebbre avere l’ebraismo contro Facebook? O Google Plus e altre social network? Come quasi tutto ciò che esiste, anche questi sono elementi neutri. Si possono usufruire per cambiare il mondo in bene o diventare uno strumento di distruzione (ricordate la pagina facebook che chiamava alla terza intifada?).

Non vi è, dunque, qualcosa nell’ebraismo che sia contro i social network, ammesso che non vengano utilizzati per fini poco rispettosi.

Approfondiamo un po’ l’aspetto psicologico dietro la creazione di questi luoghi virtuali per capire meglio la posizione ebraica in riguardo.

Le social network hanno il fine di aiutarci ad avere più contatti e legami sociali (e il facilitare questi legami). Cosa che fanno benissimo. Se una volta dovevamo chiamare o trovarci di persona per poter sapere come stanno gli amici, oggi facendo scorrere la schermata si può sapere chi va in vacanza, chi ha l’influenza, chi è nato e chi cerca lavoro. Sarebbe stato meglio comunque una telefonata o una visita personale? Certamente. Ma siamo troppo occupati per tenere conto dei dettagli di tutti i rapporti d’amicizia e la social network ci aiuta ad avere queste informazioni.

Dopo essersi collegati a Facebook (per esempio) si scopre una realtà molto triste. Scopriamo di avere bisogno della conferma degli altri. Iniziamo a misurarci secondo i ‘mi piace’ che riceviamo. Ne ho ricevuti venti? Sono proprio popolare… Nessun ‘mi piace’? Non ho proprio amici…

Questa dinamica ci porta a diventare molto superficiali nei rapporti, cercando sempre ciò che è popolare e gratificante nel momento, pur sapendo che dopo pochi secondi si perderà nelle miriadi di informazioni virtuali che lo seguono. Ma è come se fossimo dipendenti da ciò.

L’ebraismo ha un punto di vista molto diverso. Il primo ebreo, Avraham, si chiamava Ivrì anche perché si trovava dall’altra parte (dalla parola ‘ever, lato), schierato contro la mentalità del resto del mondo.

La mishnà dice: [Se una persona dice] ho faticato ma non sono riuscito, non credergli. Non ho faticato e sono riuscito, non credergli. Ho faticato e sono riuscito – credigli.

Se volessimo arrivare alla meta – quel che sia – non sarebbe possibile senza lo sforzo e la fatica. Forse chi ci è riuscito senza faticare ha goduto per un momento. Ma non credergli, non ci è realmente riuscito.

Cosa ne dite? Siete d’accordo che le social network ci fanno diventare più superficiali? Che converrebbe staccarsi un po’ dall’attività sociale virtuale e tornare a connettersi realmente con le persone? Se sì, clicca ‘mi piace’ 😉

da un articolo di Mendy Kaminker per he.chabad.org.
tradotto e adattato da Shalom Hazan

Le Tende Modeste

8 luglio, 2011

Le Tende Modeste

Nella Parashà della settimana si legge di Bil’am, profeta pagano che viene “assunto” per maledire il popolo ebraico ma che a suo malgrado non riesce che a benedirli.

In uno dei versi più belli e più citati, sul popolo ebraico Bilam si è espresso dicendo “Quanto son belle le tue tende, o Giacobbe! le tue dimore, o Israele!”
te

Oltre il senso semplice e poetico delle parole i Maestri trovano un significato anche riferito alle vere e proprie tende, le dimore degli ebrei in quel momento nel deserto.

Cosa vi era di bello nelle loro tende? Non tanto le tende stesse quanto il loro posizionamento. Le aperture delle tende erano poste in maniera tale da non lasciare intravedere l’apertura della tenda vicina, nel rispetto della privacy e la modestia propria e del prossimo.

La bellezza delle dimore quindi dipende anche dall’etica e la morale di chi ci abita. Un maestoso palazzo abitato da una persona presuntuosa e poco rispettosa (come lo era Bilam) emana energie che non possono essere considerate “belle” mentre una semplice baracca in cui si vive l’amore e il rispetto reciproco vale più di ogni bene materiale.

Il tutto parte dalla modestia sia estetica che interna, quindi l’umiltà, che è l’attributo caratteriale che porta a tutte le altre caratteristiche positive.

Questo periodo in particolare, quello estivo, porta sempre con sé delle difficoltà sul piano della modestia cosa che indica, di conseguenza, che vi sono anche delle forti energie per contrastare quelle difficoltà e superarle.

di Rav Shalom Hazan