Archive for the ‘Commenti sulla Torà’ Category

Sei Un Leader?

30 giugno, 2011

Sei un Leader?

La parashà di questa settimana contiene uno dei misteri più profondi della Torà: le leggi della “mucca rossa”. Questo è il rituale attraverso il quale chi fosse diventato ritualmente impuro venendo in contatto con la morte, avrebbe potuto purificarsi.

Sono talmente misteriose le norme di questa Mitzvà, che secondo i maestri del Talmud neanche il saggio re Salomone riuscì a comprenderle. Secondo la tradizione solamente Moshè ebbe questo merito, come dice il midrash “a te rivelo la ragione della vacca [rossa]” (Bamidbàr Rabbà 19, 6).

Forse l’aspetto più strano di questa mitzvà è il fatto che i Cohanim coinvolti nella preparazione delle acque che venivano spruzzate sulla persona impura per purificarla, diventavano a loro volta impuri. Ossia le stesse acque che rendevano l’uno puro rendevano l’altro impuro!

Cambiando il contesto, però, la cosa potrebbe diventare un po’ più chiara. Se i leader spirituali-religiosi sono come i Cohanim, essendo responsabili della purezza spirituale del popolo, questi non possono sempre rimanere intoccabili dalle impurità che toccano la gente comune.

Un leader spirituale è uno che è disposto ad abbassarsi, a scendere al livello degli altri per purificarli, anche se lui stesso sarà affetto dall’impurità degli altri.

Perché è così? Secondo il Midràsh, la mucca rossa ha anche un valore riguardo la responsabilità del popolo d’Israele per la colpa commessa: “venga la madre – la mucca – ed espii i peccati del figlio – il vitello d’oro”.

Nello stesso modo, i leader sono considerati responsabili del benessere spirituale del popolo.

Questa martedì, il 3° di Tamuz (quest’anno il 5 luglio) ricorre l’anniversario della scomparsa del Rebbe di Lubavitch. Dal punto di vista della responsabilità, lui era un leader dell’ebraismo mondiale. Si sentiva responsabile di ogni ebreo. Dall’ebreo di Sydney a quello di Rio de Janeiro, dall’ebreo di Parigi a quello diShanghai a quello di Haifa.

La prova della responsabilità non sono i sentimenti ma le azioni. Il Rebbe si sentì responsabile di ogni singolo ebreo e perciò creò una comunità non di seguaci ma di leader, che mandò come suoi emissari a combattere l’assimilazione attraverso i più di 3.500 centri Chabad-Lubavitch nel mondo, innovando il concetto del “Jewish outreach” oramai adottato, grazie a D-o, da tutte le grandi organizzazioni ebraiche.

Ma il messaggio del Rebbe è ancora più profondo. Per lui, ogni persona era un leader. Chi ha una famiglia, organizza un gruppo, fa qualcosa per la comunità o ha degli impiegati, è un leader ed dovrebbe considerarsi  responsabile della sua sfera d’influenza.

Penso che l’omaggio più adatto a questa grande figura sia non tanto il discorso e il racconto della sua vita ma la mitzvà fatta con un senso di responsabilità verso gli altri portando avanti l’opera della sua vita.

di rav Shalom Hazan

Il Lampionaio

10 giugno, 2011

Il Lampionaio

 Nella prima parte della parashà di Beha’alothechà si descrive come Aharòn, il Kohèn Gadòl (il sommo sacerdote), accende quotidianamente il candelabro a sette braccia nel Mishkàn (il Tabernacolo, il Santuario nel deserto)

La filosofia chassidica paragona l’anima dell’uomo ad una fiamma, secondo il detto del re Salomone: “L’anima dell’uomo è la luce di D-o” (Proverbi 20, 27).

Come una fiamma si protende sempre verso l’alto, così l’anima dell’uomo cerca sempre di elevarsi verso la propria Fonte.

L’atto di Aharòn nell’accendere la Menorà è il simbolo della sua missione: quella di far sprigionare la luce dall’anima di tutti gli ebrei.

Ciascuno ha dentro di sé una fiamma, ma sovente essa è nascosta o sepolta all’interno dell’individuo. La missione di Aharòn era di scoprire e rivelare questa luce.

Chiesero una volta al rebbe Shalom DovBer di Lubavitch (1861-1920): “Che cosa è un chassìd?”

Egli rispose: “Un chassìd è un lampionaio”.

I lampioni erano lì, pronti, ma era necessario accenderli. Ci sono a volte lampioni ai quali non si può accedere altrettanto facilmente come a quelli che si trovano agli angoli delle strade. Si trovano in posti sperduti, o in mezzo al mare: anche queste luci devono essere accese. Non sono da dimenticare, perché possono rischiarare ad altri il cammino.

Nella Scrittura è detto anche: poiché un lume è la mitzvà e una luce la Torà (Proverbi 6, 23).

Un Chassìd è colui che, mette da parte i suoi affari personali e va in giro per accendere le anime degli ebrei con la luce delle mitzvòt e della Torà.

Le anime sono pronte per essere accese, talvolta se ne trova una all’angolo della via, talvolta in un deserto, talvolta in mezzo al mare.

Ci deve essere qualcuno che, incurante degli agi e degli interessi personali, si rechi lontano ad accendere quelle lampade. Questo è il compito del vero chassìd.

Il messaggio è chiaro ma è importante menzionare che tale compito costituisce il dovere di ogni singolo ebreo dovunque egli sia.

La Divina Provvidenza manda gli ebrei nei posti più impensati, affinché possano svolgere questa loro missione.

 Basato su Liqquté Sichòt, vol II, 361; e su un messaggio del Rebbe di Lubavitch; tradotto in Il Pensiero della Settimana a cura del rabbino Shmuel Rodal

In Vino Veritas

3 giugno, 2011

Una delle mitzvòt esposte nella Parashà di questa settimana è quella del nazireo, al quale viene proibito (per periodo di tempo pre-determinato) il consumo del vino e di tutti i derivati dell’uva.

Questa mitzvà ci spinge a riflettere sul posto del vino nell’ebraismo e nella vita quotidiana dell’ebreo.

Da una parte troviamo che molte mitzvòt vengono formalizzate con il vino. Si pensi inanzitutto al Kiddùsh, la santificazione del giorno espressa nella Torà come “ricorda il giorno dello Shabbàt per santificarlo”, che viene inteso dai Maestri non solo in quanto ricordo puramente mentale bensì anche concreto, con il Kiddùsh sul vino.

Lo stesso ricordo si ripete all’uscita dello Shabbàt con la Havdalà, la distinzione tra il sacro ed il profano, di nuovo su un calice di vino.

Questo vale anche per le festività, i mo’adìm, e specialmente per Pesach quando si bevono i famosi quattro bicchieri, preparandone uno pure per il profeta Elia…

Anche sotto la chuppà gli sposi bevono un sorso di vino, e così anche in altre occasioni.

Il calice di vino serve per rendere formale ed onorevole la situazione nella quale vogliamo lodare il Sig-re con dignità, come espresso anche dal re Davide: “Innalzo un calice di salvezze ed invoco il nome di D-o” (Salmi 116, 13).

Il vino è visto nell’ebraismo anche come elemento che porta la gioia. La Torà ci istruisce di gioire durante le festività e il Talmùd chiede “in che modo?” “Con il vino” è la risposta (Pesachìm 109a).

Dall’altro lato vi sono anche dei momenti nei quali viene proibito il consumo di alcolici: non si può pregare mentre si è sotto l’effetto di alcolici; un rav non può prendere una decisione halachica se non in uno stato di sobrietà e così via.

L’ebraismo non è accecato dagli effetti meno luminosi del vino, come nella storia di Noé e quella delle figlie di Lòt – il Talmùd dice addirittura che il vino è la fonte di tanti problemi (“porta il pianto al mondo”, Yomà 76b).

Questo ci porta al dunque: bere il vino è bene o male?

La risposta dovrebbe essere chiara: dipende dalla situazione. Se è venerdì sera e tutta la famiglia si ritrova intorno al tavolo in calma e serenità, diventa una mitzvà che ci aiuta ad elevarci al di là della mondanità.

Ma in un ambiente meno contenuto e privo di significato profondo – si può dire religioso? – può diventare troppo spesso un passo verso la degradazione della persona.

Dipende da noi il poter capire e decidere come usare il vino, così come tante altre cose esistenti al mondo; siamo noi a doverne farne un uso giusto, al momento giusto e al posto giusto, sempre per eseguire nel migliore dei modi la volontà di D-o.

Lechaim!

di rav Shalom Hazan
Chabad Lubavitch di Monteverde

Il Teschio Galleggiante Risolto

13 Maggio, 2011

La scorsa settimana abbiamo citato il detto di Hillel (ca. 110 AEV-10 EV), capo del Sinedrio, del quale la Mishnà racconta: avendo veduto un teschio che galleggiava sulla superficie dell’acqua, gli disse: « Ti hanno sommerso perchè tu sommergesti (altri); ma la fine di coloro che ti sommersero è di esser sommersi ».

Abbiamo poi citato il commento del Rambam (Maimonide) che riflette sul fatto che la nostra vita molto spesso è una conseguenza delle nostre azioni e che Hillel stava sottolineando il concetto di ‘Middà keneghed middà’ ovvero “misura per misura”.

Clicca per la prima parte

Adesso affrontiamo il discorso da un punto di vista kabalistico:

 Un nipote del Maimonide, Rabbì David Hanaghid (1233-1301), cita una tradizione trasmessa dalle generazioni precedenti, secondo la quale il teschio galleggiante al quale si riferiva Hillel non era altro che quello del faraone.

Hillel quindi gli disse: Dato che tu hai fatto affogare i neonati ebrei maschi nelle acque del Nilo, sei stato anche tu affogato nelle acque. Perché fu proprio Hillel ad affrontare la figura del faraone? Secondo gli insegnamenti del Ari (rabbì Yitzchak Luria, 1534-1572) uno dei più importanti kabalisti di tutti i tempi, l’anima di Hillel fu una reincarnazione di quella di Moshe.

Secondo questa interpretazione la seconda frase di Hillel si riferisce non al faraone ma al popolo ebraico: Così come perì il faraone, anche tutti i vostri persecutori troveranno la loro fine.

Il Rebbe di Lubavitch (1902-1994) vide nel commento dell’Ari delle parole di conforto all’anima stanca dell’ebreo in esilio. A coloro che hanno la sensazione di trovarsi davanti ad un ostacolo insuperabile o ad una nuvola di oscurità impenetrabile. Hillel, grande guida di Israele, si rivolge a queste persone dicendo:

“Se il faraone, l’incarnazione del male, l’uomo che riuscì a fare impaurire anche Moshè fino al punto che il Sign-re stesso disse ‘vieni dal Faraone – accompagnato da Me’ — quest’uomo rimase affogato nelle acque. Sicuramente tutti i grandi serpenti della storia che hanno cercato e cercheranno di farti affogare tramite persecuzione fisica e spirituale – anch’essi saranno affogati. Il male non ha alcuna base sulla quale porsi. Come il fumo che ci ostruisce la vista temporaneamente ma è prossimo a scomparire.

Perplessità

Nella frase di Hillel vi è un altro insegnamento:

Sembra strano che un uomo come Hillel, riconosciuto universalmente per la sua gentilezza, umiltà e pazienza infinta, rimproveri un uomo morto. Secondo la tradizione ebraica sarebbe proibito adempiere ad una qualsiasi mitzvà all’interno di un cimitero perché sarebbe considerata una presa in giro dei morti (che non possono adempiere alle mitzvòt).

Per quale motivo decise Hillel di rimproverare un povero morto che non avrebbe potuto comunque applicare il rimprovero per migliorarsi?

Soluzione
Quando Hillel vide il teschio del faraone si chiese: “Per quale motivo mi è stato dimostrato questo? Cosa è il messaggio che Hashem mi vuole mandare?” Arrivò quindi alla conclusione che era giunto il momento che l’anima del faraone trovasse la sua pace.

Usufruendo dell’esempio del faraone per trasmettere una messaggio e un approfondimento a tutte le generazioni successive, Hillel fece sì che l’anima del faraone si elevasse e arivasse al proprio riposo.

In Breve
Una semplice passaggiata in riva al fiume può essere fonti di vari messaggi positivi:

– La vita funziona misura per misura

– Anche il male più oscuro è temporaneo

– Ogni cosa che ti viene incontro ha un messaggio da trasmetterti. Non sempre è evidente ma quando lo è bisogna usufruirne per applicare l’insegnamento.

– Anche un faraone malvagio può essere redente quando arriva il suo momento…

Basato su un discorso del Rebbe di Lubavitch sul 2° capitolo delle Pirké Avòt. Adattato da Yosef Marcus e Shalom Hazan.

Il Teschio Galleggiante

6 Maggio, 2011

Il ciclo della storia

Nel capitolo secondo delle Massime dei Padri, che studieremo questo Shabbàt, troviamo questo strano insegnamento/annedoto:

Egli pure (Hillel), avendo veduto un teschio che galleggiava sulla superficie dell’acqua, gli disse: « Ti hanno sommerso perchè tu sommergesti (altri); ma la fine di coloro che ti sommersero è di esser sommersi »

Nonostante la Mishnà fosse scritta in ebraico, queste parole di Hillel sono citate in aramaico. Hillel veniva dalla Babiliona prima di arrivare a Gerusalemme per studiare ai piedi dei capi del Sinedrio Shma’yà e Avtalyòn.

Lo stesso uomo, Hillel, è molto famoso per altri detti come “Se non sono io per me, chi ‘sarà per me?” e “ciò che è odioso a te non praticarlo con gli altri” e moltri altre insegnamenti. Era particolarmente noto per la sua vasta conoscenza e per la sua infinita pazienza. Simile a Moshe, era riconosciuto per la sua umiltà e come Moshe visse 120 anni. Secondo alcune tradizioni kabalistiche, Hillel e Moshe avevano la stessa anima.Un’altra persona di nome Moshe, il Maimonide, scrisse questo nel commentare la fonte citata: Le nostre azioni portano delle conseguenze che a loro volta riflettono le azioni. Chi uccide una persona clandestinamente facendola affogare troverà la propria fine in una maniera simile. Chi si inventa un’ingiustizia per proprio beneficio a scapito di un altro, quella stessa ingiustizia alla fine sarà messa in atto contro la persona. Dall’altro canto, chi introduce un concetto che porterà beneficio agli altri, ne potrà trarre i vantaggi. In ebraico si dice ‘midà kenneghed midà’: misura per misura.

In questa maniera i commentatori spiegano il strano detto di Hillel, semplicemente una forma poetica per trasmettere il concetto base di “misura per misura” e dell’impossibilità di scappare dalle conseguenze delle proprie azioni.

Negli insegnamenti della Kabalà si approfondisce il discorso con delle spiegazioni riguardo la reincarnazione dell’anima, e l’identificazione del teschio trovato da Hillel. La prossima settimana approfondiremo!

Di Rav Shalom Hazan

Il Lutto dell’Omer

6 Maggio, 2011

Perché?

Nel 2° secolo AEV sono morti 24.000 studenti del maestro e leader ebraico Rabbì Akivà. Questo è avvenuto durante il periodo tra la festa di Pesach e quella di Shavu’òt, periodo che corrisponde al Conteggio dell’Omer. Si commemora la tragedia osservando una forma di lutto.

Alcune Regole

Durante questo periodo non si tengono matrimoni, non si ascolta musica dal vivo, non si fanno acquisti di abiti importanti, non ci si tagliano i capelli e la barba.

Il periodo dell’Omer dura 49 giorni, ma il periodo interessato dal lutto dura solamente 33 di questi quarantanove. Vi sono però delle differenze d’opinione rispetto a quando esattamente iniziano e terminano i trentatre giorni di lutto. Ognuno rispetta quindi l’usanza della propria comunità in riguardo.

Alcune comunità (tra i quali quelle Chabad) osservano il periodo di lutto da Pesach sino a tre giorni prima di Shavu’òt, per rispettare tutte le opinioni.

Lag Ba’Omer
Secondo tutte le usanze si festeggia il 33° giorno dell’Omer e vengono sospesi gli usi di lutto. (“Lag” è il numero 33 espresso in forma di lettere ebraiche). Secondo la tradizione questo giorno è l’anniversario della morte di Rabbì Shim’on bar Yochai, uno dei pochi studenti sopravissuti di Rabbì Akivà. Egli stesso chiese che si gioisse nel giorno che la sua anima sarebbe tornata alla propria Fonte.

 Motivazioni?

Perché sono morti gli studenti di Rabbì Akivà? Il Talmud nel rispondere a questa domanda dice che “non portarono rispetto gli uni agli altri” (interessante che fu proprio Rabbì Akivà che disse “amare il prossimo come se stesso è una base fondamentale della Torà”…)

Alcuni storici sono dell’opinione che essendo Rabbì Akivà uno dei leader della rivolta contro Roma guidata dal militare Bar Kochva (conosciuto anche come Ben Kuziba) i suoi allievi parteciparono in maniera attiva ai combattimenti e rimasero uccisi.

© 2011 rav Shalom Hazan è proibito riprodurre senza permesso dell’autore

Il Conteggio dell’Omer

29 aprile, 2011

Quando è Shavu’òt?

Il Conteggio dell’Omer si riferisce al periodo che porta dalla festività di Pesach a quella di Shavu’ot. A differenza di tutte le festività volute dalla Torà, per quella di Shavu’òt non viene indicata una data precisa.

Dall’indomani del giorno di riposo (con questo si intende il 1° giorno della festa di Pesach), dal giorno in cui offrirete l’omer (una misura, in questo caso d’orzo), conterete sette settimane integre… conterete cinquanta giorni” (Levitico 23:15-16).

Sette settimane conterai per te… e farai la festa di Shavu’òt per il Sign-re tuo D-o…” (Deuteronomio 16:9)

La data della festa di Shavu’òt corrisponde quindi al cinquantesimo giorno del Conteggio dell’Omer e poteva cambiare a secondo della lunghezza dei mesi di Nissàn e Iyàr poiché quando si stabilivano i mesi secondo la visione della nuova luna non si sapeva sino a fine mese se questo fosse stato di 29 o 30 giorni. (Oggi Shavu’òt viene sempre il 6 di Sivàn).

Il Significato

Vi sono vari elementi nel significato di questa mitzvà. Uno è quello agricolo, il festeggiare ed il ringraziare il Sign-re per la regolare produzione degli elementi base dell’alimentazione (elemento presente in tutte e tre le feste della Torà), simboleggiato nella misura (Omer) d’orzo offerta il 2° giorno di Pesach, per concludere il ciclo con la misura (Omer) di grano offerta durante la festa di Shavuòt, che viene anche nominato nella Torà “festa della primizie”. (Si noti che all’epoca l’orzo era considerato un cibo per le bestie mentre il grano era il cibo degli uomini, cosa che viene simboleggiata nel ‘percorso personale’ dell’Omer, vedi quanto segue).

Un secondo elemento sarebbe quello della preparazione alla ricezione della Torà da parte del popolo ebraico, cosa che avviene proprio cinquanta giorni dopo l’uscita dal Egitto. Durante la rivelazione Divina a Moshè presso il roveto ardente il Sign-re promise che “quando trarrai questo popolo fuori dal Egitto servirete il Sign-re su questo monte”. (Esodo 3:12).

In diverse fonti si ricorda che, come si fa per un evento molto atteso, gli ebrei contarono i giorni dal momento dell’Esodo sino a quello del Dono della Torà. Il conteggio dell’Omer assume quindi il ruolo di un percorso che porta dal pagamenismo egizio all’accettazione del giogo dell’Unico Creatore che dona la Torà. Il percorso, accompagnato dagli insegnamenti kabalistici e khasidici (mistici), assume un’importanza personale e specifica alle emozioni dell’essere umano, suddivise in sette categorie generali i quali vengono a loro volta suddivisi in sette, per dare un signifcato ed un insegnamento specifico ad ognuno dei quarantanove giorni del conteggio (il cinquantesimo giorno è la festa di Shavu’òt). Il concetto generale è quello di trasformare gli istinti base “animaleschi” in emozioni “umane” che possono essere simili a quelle Divine.

Clicca qui per un esempio di un insegnamento per ogni giorno del Conteggio dell’Omer. (In lingua inglese)

Normalmente le mitzvòt legate al calcolare dei tempi specifici (come la santificazione dei mesi, gli anni sabatici e i giubilei) sono affidati alla corte supremo ebraica che fanno le veci del popolo. Nel caso del calcolo dei giorni dell’Omer la mitzvà è affidata direttamente ad ogni individuo ebreo.

Alcune regole del Conteggio dell’Omer:

– Si conta l’Omer dopo il calare della notte. Ad esempio quest’anno il primo giorno dell’Omer è stato mercoledì 16 nissàn (20 aprile), martedì sera al calare della notte del 16 nissàn si è contato il primo giorno. Il momento più opportuno per il conteggio è alla fine della preghiera serale di ‘Arvìt.

– Prima di dire la benedizione bisogna informarsi del numero da contare (e non cercarlo dopo l’aver recitato la berachà).

– Dal momento del calare della notte non si menziona il nuovo numero dell’Omer perché questo sarebbe considerato come averlo già contato. Quella sera la persona non potrà più recitare la berachà apposita (visto che è come se avesse già contato l’Omer e la berachà deve precedere la mitzvà).

– Se durante la giornata la persona si ricorda di non aver contato l’Omer, conta durante il giorno (senza dire la Berachà) e poi riprende regolarmente a contare da quella sera in poi.

– Se invece si è dimenticato di contare durante l’intera giornata si potrà continuare a contare i giorni la sera regolarmente ma senza più recitare la berachà (fino al prossimo anno).

Il Conteggio dell’Omer Online

Il ricodo del conteggio ti arriva ogni giorno nella casella e-mail

Il Lutto

Per motivi storici una parte del periodo del Conteggio dell’Omer è segnato dall’osservanza di un lieve lutto (p. e. non si festeggiano matrimoni). Seguirà un articolo in riguardo.

© 2011 rav Shalom Hazan
è proibito riprodurre senza permesso dell’autore


Il Mese della Redenzione

8 aprile, 2011

Cari amici,

“Il mese della redenzione” è un riferimento dei Maestri del Talmud a questo mese, il primo dei mesi ebraici poi chiamato ‘Nissan’, mese nel quale avviene la nostra vera e propria nascita come popolo con la redenzione dal Egitto.

Il tema dell’uscita dal Egitto è uno che ricorre molto spesso nella Torà tanto che i Maestri dicono “ognuno deve sempre, in ogni generazione, considerare come se esso stesso fosse uscito dal Egitto.” Molti i messaggi che si cercano di trasmettere attraverso questo detto.

Forse in primis c’è quello che Moshè stesso dice (nel libro di Devarìm); la Torà non è stata data ai nostri avi bensì a noi stessi. Si fa notare che la benedizione che precede lo studio e la lettura della Torà parla nel presente: “Noten haTorà” – riferendosi al Sign-re come coLui che dà la Torà (non solo coLui che l’ha donata in passato). L’esperienza dell’ebraismo è sì colletiva ma deve anche essere molto personale. Si dice appunto che ognuno ha “la propria parte” della Torà, che di norma è quell’aspetto della Torà che più lo interessa.

Parlavamo proprio ieri con un amico riguardo la rilevanza eterna delle parole della Torà. Anche gli avvenimenti storici contengono delle lezioni che continuano ad illuminarci.

Durante questo mese si respira un’aria di redenzione… Mi auguro che arrivi anche la redenzione finale con il Mashiach e che anche tutti i popoli che in questi momenti cercano la loro libertà la possano trovare in maniera pacifica.

Shabbat Shalom!

Rav Shalom e Chani

P.S. Abbiamo vari annunci e novità su Pesach, vedete in basso!

Foto della Settimana

Il forno delle Matzòt Shemuròt nel quartiere
Crown Heights di Brooklyn

————————————

Per aiutare la famiglia Fogel e tutte le famiglie colpite dalla bomba a Gerusalemme clicca qui

Orari al Tempio

 

8 aprile venerdì sera: 19,25

9 aprile shabbàt mattina: 9,30  

Il Kiddush è offerto dalla lista 2 Efshar. Hazzak!

Per offrire i prossimi Kiddush gentilmente contattare rav Shalom.

 

9 aprile shabbàt pomeriggio : 19,30 minchà – seudà shelishìt – ‘arvìt

 

11 aprile lunedì sera: Talmud e Tanya ore 20,15

 

14 aprile giovedì pomeriggio: Talmud Torà per bambini ore 17,00

Orari e Info su Pesach

Matzà Shemurà

Come ogni anno vi offriamo la matzà shemurà (shimurìm) fatta a mano e “vigilata” dal momento della mietitura affinché non vi sia alcuna umidità per evitare che diventi Hametz. Queste speciali matzòt sono quelle più ideali per la sera del Seder e le mettiamo a vostra disposizione. Rispondete a questa mail per assicurare il vostro pacco.

Si ringrazia l’anonimo donatore che ha offerto le matzòt. Eventuali offerte saranno destinate al Tempio e all’assistenza di Pesach per i meno abbienti.

Vendita del Hametz

La Torà ci istruisce di non avere cibi lievitati (hametz) nel nostro possesso durante la festività di Pesach. Visto la difficoltà per alcuni di togliere tutto il hametz dal proprio possesso (cosa che include non solo il cibo ma anche il pentolame ecc. che non è adatto per l’uso di Pesach) è possibile delegare il Rav a vendere il proprio Hametz per il periodo di Pesach ad una persona che non ha questo obbligo. Vedi la spiegazione dettagliata cliccando qui.

Digiuno del Primogenito

La vigilia di Pesach – lunedì 18 aprile alle ore 7,45

si terrà la tefillà e la conclusione di un trattato del Talmud al Tempio Colli Portuensi (i primogeniti che saranno presenti potranno esentarsi dal digiuno partecipando alla funzione).

Il primo Seder di Pesach per studenti

Chabad di Monteverde organizza come ogni anno un Seder per circa 150 studenti americani presenti a Monteverde-Trastevere.

Alcuni di questi studenti vorrebbero partecipare ad un Seder con una famiglia durante la seconda sera. Chiunque potesse ospitare dei studenti per la seconda sera è pregato di rispondere a questa mail. Grazie!

Il Secondo Seder in rito Romano

Come da tradizione organizziamo la seconda sera di Pesach secondo il rito Romano e quest’anno anche con la classica cucina giudaico romanesca fornita dal

ristorante Yesh. Il Seder avrà luogo in una sala vicino a Largo La Loggia (ringraziamo l’On. Federico Rocca per la gentile assistenza). Il costo è di 45€ (35€ per bambini sotto i 12 anni).

Affrettati a rispondere per garantire il tuo posto!

Durante tutta la festività avranno luogo le consuete funzioni di tefillà nel nostro tempio, nella prossima mail includeremo gli orari esatti.

Per una guida dettagliata su Pesach clicca qui

Clicca qui per vedere il calendario dettagliato su tutto ciò che riguarda la festività:

Calendario di Pesach

Segna la data! Il 26 aprile, ultimo giorno di Pesach, si festeggerà la tradizionale “Se’udat Mashiach” al tempio dei Colli alle ore 19. Seguiranno dettagli…

La Parola Governa

1 aprile, 2011

Nella parashà di questa settimana si parla della tzara’at (la “lebbra”).

I commentatori spiegano che questa forma di lebbra non era una malattia naturale bensì un fenomeno sovrannaturale che colpiva colui che si macchiava della colpa  di lashòn harà, peccato in cui rientrano maldicenza, pettegolezzi, calunnie e diffamazioni di ogni sorta.

Secondo Maimonide esiste tuttavia un’ulteriore dimensione: vi sono infatti cose che non sono né calunnie né pettegolezzi ma che trasmessi da una persona all’altra si potrebbero trasformare in qualcosa di negativo. Anche questo sarebbe proibito.

Varie situazioni in apparenza innocenti o adirittura positive potrebbero essere Lashòn harà, ad esempio lodare una persona in presenza di un suo nemico che potrebbe reagire in un maniera negativa.

L’autore di “Orchòt Tzadikìm” (Le vie dei giusti) scrive che “prima di parlare, sei padrone delle tue parole. Dopo l’averle pronunciate, le parole sono padroni di te”.

Non di rado ci ritroviamo imprigionati dalle nostre parole, rendendoci conto di aver detto cose che sarebbe stato meglio non dire e che ormai non sono più sotto il nostro controllo.

Il Midràsh racconta che il saggio Rabbì Shimòn ben Gamlièl chiese al suo schiavo, Tavi, di comprargli qualcosa di buono al mercato. Tavi ritornò con un pezzo di carne: un taglio di lingua.

Rabbì Shimòn gli chiese poi di portare qualcosa di cattivo dal mercato. Tavi tornò di nuovo con un pezzo di lingua

“Com’è possibile, chiese il rav, ti ho chiesto qualcosa di buono e mi hai portato la lingua, e ti ho chiesto qualcosa di cattivo e mi porti la stessa cosa?!”

Disse Tavi: “La lingua ha sia il buono che il cattivo. Quando è buono, è molto buono, ma quando è cattivo può essere molto cattivo…”

Ci si può quindi chiedere come mai, data la gravità del peccato di Lashon Harà, perché non esiste più la tzara’at?

Secondo vari commentatori, il segno della tzara’at, essendo un fenomeno miracoloso deve essere meritato. Per potere meritare questa – o qualunque altra – manifestazione Divina, bisogna essere comunque di un certo livello spirituale.

La tzara’at è superficiale – appare sulla pelle – e riflette un problema superficiale. Quando i problemi sono più profondi, vanno affrontati in profondità e il sintomo esteriore non è più sufficiente e cessa di apparire.

Ogni giorno pronunciamo migliaia di parole. Cerchiamo di rimanere consci del loro potere.

di Rav Shalom Hazan

Siamo Ciò che Mangiamo

25 marzo, 2011

La Parashà odierna introduce le regole alimentari della Kasherùt. Gli animali devono essere ruminanti e avere lo zoccolo spaccato per essere considerati Kosher, i pesci devono dimostrare pinne e squame e vengono elencati gli uccelli non permessi.

Molti hanno l’impressione che le leggi della Kasherùt sono state istruite per tutelare la salute e l’igiene. Pur essendo una tesi che trova riscontro anche nelle opere classiche dei commentatori tradizionali, non può di certo essere l’unica spiegazione. Dopotutto, coloro che osservano la Kasherùt non sembrano essere più sani degli altri…

Bisogna dirlo chiaramente: Kosher non è solo per la nostra salute fisica ma per la “salute” spirituale. Non è per il corpo ma per il benessere dell’anima.

Mentre la Torà stessa non offre una motivazione per le regole alimentari, i nostri saggi e filosofi hanno elaborato e commentato riguardo lo scopo delle dette leggi.

Le leggi della Kasherùt agiscono contro l’assimilazione. Osservando la Kasherùt, si va a fare la spesa e si socializza con correligionari rimanendo inseriti nella vita comunitaria, aiutando a garantire quindi la continuità dell’esistenza del popolo ebraico.

Sul livello più profondo, l’osservanza della Kasherùt fa sì che l’anima sia più sensibile a questioni spirituali. Cioè, mangiando ciò che è considerato spiritualmente puro, la nostra parte spirituale rimane anch’essa pura e quindi più “sincronizzata” con la sua Fonte divina.

Così come alcuni cibi sono sconsigliati per il livello del colesterolo, i cibi non Kasher sono sconsigliati per l’anima – la neshamà.

La Torà fa riferimento alla distinzione, separare “il puro dall’impuro, e l’animale che è consentito mangiare da quello che non lo è”, ma una distinzione semplice tra il cibo buono e quello cattivo sono capaci a farlo anche altri esseri viventi a parte gli esseri umani.

L’alta moralità dell’uomo si esprime più che altro nel poter distinguere tra il “sì” e il “no” Divino espresso nella Torà, pur non avendo una logica umana da seguire. In questo modo ci si lega al Sign-re nella maniera più pura, senza alcun scopo oltre quello di avvicinarsi ad Esso.

Questo è vero per ogni mitzvà che osserviamo riconoscendo l’assoluta autorità del Creatore, ma è ancora più evidente nella Kasherùt, ove la mitzvà diventa parte della persona, poiché noi siamo quello che mangiamo.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע
Adattato da rav Shalom Hazan