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Il Viaggio Infinito

4 novembre, 2011

Nella nostra Parashà D-o si rivela ad Abramo per la prima volta e gli ordina “Va’ via dalla tua terra, dal luogo in cui sei nato e della casa di tuo padre, alla terra che ti mostrerò” – (Bereshìt 12, 1).

Conoscendo il rapporto speciale che esisteva tra il nostro primo padre e il Sig-re, forse rimaniamo sorpresi quando leggiamo un po’ più avanti che “Avràm aveva settantacinque anni quando uscì da Charàn”.

Perché la Torà non ci racconta la storia di Abramo fino a questo punto?

La parola Torà deriva da “hora’à” che significa istruzione.

La Torà non è, quindi, un libro di storia (nonostante possa svolgere anche questo ruolo) ma un “manuale d’istruzioni” per il popolo ebraico.

È proprio per questa ragione che molti eventi storici non sono menzionati nella Torà che include solo quello che rimane – eternamente – istruttivo per noi.

Le tappe della vita di Abramo fino a questo punto, il suo cammino e le prove che ha superato, non fanno parte  della realtà della vita per i suoi discendenti.

Mentre il comandamento (“Va’ via…”) nella nostra Parashà è qualcosa che non solo può trovare riscontro nella vita di ognuno ma infatti è un viaggio che ognuno intraprende forse senza neanche riconoscerlo.

Di che cosa si tratta?

All’anima che scende in questo mondo per dare vita a un corpo viene ditto “Va’ via…”, lascia il mondo elevato, spirituale, santo, e vai verso quel mondo inferiore.

Questa è una dura prova per l’anima e infatti la Mishnà dice che il uomo vive (ossia l’anima si trova nel corpo) contro la sua volontà (Avòt 4, 29).

Anche dopo questa discesa, quando ormai si tratta di un essere umano vivente, viene detto di nuovo “Va’ via”.

Va’ via dai tuoi abitudini negativi, da un’educazione scorretta e da un’atteggiamento non molto positivo, vai verso la Casa di Studio e impara a cambiare tutto ciò per il bene.

Ma anche a quel punto, il richiamo “Va’ via” c’è ancora. Perchè una cosa buona può sempre essere meglio ancora.

Come tutto nella Torà, anche questo richiamo è eterno, ovunque e ad ognuno.

Di Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, זי”ע

Falsità Giustificate

6 novembre, 2009

Rav Levi Yizchak di Bardiciov incontrò un uomo mentre questo fumava di Shabbàt. “Caro figlio mio”, gli disse, “ti sei forse dimenticato che oggi è Shabbàt?” “No rabbino, so benissimo che oggi è Shabbàt”, rispose l’ebreo. “Allora forse ti sei dimenticato che di Shabbàt non è consentito fumare?!” “Stia tranquillo rabbino, so bene che di Shabbàt non si può fumare!”

A quel punto il rav alzò gli occhi verso il cielo e disse “Padrone del Mondo! Guarda come sono bravi i tuoi figli – non dicono mai una bugia!”

Il tema delle bugie e la falsità ricorre, anche se non in primo piano, nelle porzioni della Torà che leggiamo durante queste settimane. Avrahàm e Sarah vanno in Egitto dicendo che sono fratello e sorella e poi la situazione si ripete quando viaggiano a Gheràr, nella terra dei filistei. Troviamo che il figlio e la nuora, Yitzchàk e Rivkà (Isacco e Rebecca) raccontano la stessa storia quando viaggiano.

In un primo momento il fenomeno ci sembra un po’ strano. Persone che ricordiamo con un rispetto dato il loro essere considerati “giusti” in tutti gli aspetti della loro vita, che si “lasciano andare” con delle “piccole bugie”…

Con un po’ di riflessione ci accorgiamo però che si trattava di veri e propri pericoli di morte, considerando il livello morale della gente in alcuni luoghi in quell’epoca (purtroppo sono cose che si verificano ancora oggigiorno), dovevano prendere in seria considerazione il fatto che per appropriarsi di una donna di bell’aspetto erano più che pronti a farla “perdere” il marito.

[Questo ci apre la porta ad un’altro tema: Persone che hanno “timore del Cielo” a sufficienza per non prendere una donna sposata, non hanno alcun impedimento morale a uccidere il marito… Anche questo è un problema che si verifica oggi, ovviamente in altre maniere e in situazioni. Forse ne parleremo in un’altro momento.]

In diverse fonti talmudiche i saggi insegnano che esistono situazioni nelle quali non solo è permesso ma è adirittura consigliato non dire la verità. Un esempio classico è quello di dire una falsità per evitare un litigio, una discussione o una rottura di rapporti tra due persone o due gruppi. “La pace è più grande”.

Inoltre, secondo il Talmud bisognerebbe “uscire” dalla corsia “verità” anche per far sì che una persona si senta a pace con se stessa. L’esempio citato è quello della mitzvà di fare gioire lo sposo e la sposa al loro matrimonio. Per fare gioire lo sposo gli si comunicano le lodi della sposa che ha preso. “Una sposa bella e gentile”, secondo la casa di studio di Hillel. Su questo la casa di Shammai (più “conservatrice” di quella di Hillel) non poteva essere d’accordo: “La Torà dice che non si possono dire bugie! E se non è bella o gentile?”

“Se qualcuno acquista un bene al mercato, bisogna lodarlo ai suoi occhi o renderlo disprezzato ai suoi occhi?” Questa la risposta della casa di Hillel. Non è più una questione di dire la verità o di dire una bugia, è una questione di rapporti sociali corretti.

E la pace è più grande.

di rav Shalom Hazan

Voglia di Rivelazione

13 novembre, 2008

In questa Parashà la Torà ci fa conoscere il volto nuovo di Avrahàm; l’Avrahàm post-milà.

Tutte le mitzvòt sono degli strumenti che legano l’ebreo al Creatore, e ogni mitzvà particolare esprime un’altro aspetto di questo legame.

La mitzvà della milà ha un significato specifico inerente ad essa, chiaramente, ma racchiude anche un aspetto più vasto poiché la milà è un patto (berìt) rappresentativo del messaggio dell’ebraismo in generale.

È un principio di base nell’ebraismo che la spiritualità non sia limitata alle sfere elevate e astratte dell’esistenza. I principi della Torà devono essere tangibili e evidenti nella vita e sul corpo dell’uomo.

In aggiunta, il nostro scopo è quello di rendere il mondo materiale sensibile e aperto al Divino. Questo avviene forse nel modo più convincente nella mitzvà di milà, nella quale la spiritualità associata ad una mitzvà diventa imprimata permanentemente nel corpo umano.

A questo punto possiamo capire perchè la Parashà si chiama “Vayerà”, ossia “D-o gli apparve [ad Avrahàm]”: gli eventi che leggiamo nella Parashà descrivono una nuova era nella vita di Avrahàm, un’era nella quale anche il suo corpo fisico diventa uno strumento del Divino attraverso il patto della milà.

Qual è la lezione che si può trarre da questo evento?
Come discendenti di Avrahàm, la presenza di D-o è sempre sentita e apparente nella nostra vita, cosa che trova riscontro anche nel gesto naturale di un bambino di baciare il Sefer o la Mezuzà.

Quando leggiamo nella Torà che D-o apparve ad Avrahàm, dobbiamo quindi essere coscienti del fatto che D-o si rivela anche a noi. L’unica differenza è che ad Avrahàm fu data la possiblità di vedere questa rivelazione con i propri occhi.

Ma come nipoti di Avrahàm non dovremmo essere soddisfatti da una presenza Divina nascosta. Ognuno può chiedere, “perché D-o si è rivelato ad Avrahàm e non a me?” Ed è la richiesta stessa che può diventare la base di un legame più profondo.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, זי“ע
adattato da rav Shalom Hazan