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Parole Galleggianti

28 ottobre, 2011

Quande le acque del diluvio divennero molte e riempirono la terra, alzarono la tevà, l’arca, che iniziò a galleggiare sulla superficie delle acque.

Che lezione attuale è nascosto in questo? Il Baal Shem Tov fa notare che la parola tevà (arca) vuol dire anche “parola” in ebraico.

Sono le parole delle nostre tefillòt e della Torà che studiamo, che sono inalzate aldisopra delle acque. Quali acque? Sono le molte acque dei pensieri, le distrazioni, le esperienze umane normali e banali che comunque fanno sì che l’aspetto spirituale del nostro essere, l’anima Divina, venga oscurato e nascosto. Potremmo quindi vedere in cattiva luce queste “acque”.

No, dice il Baal Shem Tov, proprio queste acque sono quelle che fanno salire in alto e illuminare le poche parole di Torà e Tefillà che riusciamo a pronunciare. Proprio perché vengono dette e fatte con sforzo e sacrificio, trascendono le acque, e fanno splendere la neshamà (l’anima).

Proprio come c’è scritto nella Parashà della settimana, sono le acque che fanno salire la tevà – le parole.

di Rav Shalom Hazan

Come Si Festeggia Shavu’òt?

17 maggio, 2010
Ebbene, prima andiamo a vedere quando cade; qual è la data della festa di Shavuòt? Come?! Non ha una data? Una festa senza una data! Beh, in effetti c’è qualche indicazione. La Torà ci dice che dall’indomani del 1° giorno di Pesach si conteranno quarantanove giorni ed il cinquantesimo si festeggerà Shavuòt.

Ma se avesse indicato semplicemente la data? Non sarebbe stato pi facile? No! Perché la data di Shavuòt potrebbe cambiare. Cambiare? Ma se viene 50 giorni dopo Pesach come cambia?

Ah, bene, dovrei farti capire prima che i mesi non potevano essere indicati su un calendario prestampato, visto che ogni mese si aspettava che almeno due testimoni vedessero la “nuova” luna, che vengano a testimoniare tale visione dinanzi al sinedrio e che questi santifichino e fissino il nuovo capomese.

Dunque, il mese nel quale ricorre Pesach potrebbe durare 29 o 30 giorni, cosa che vale anche per il mese successivo. Se facciamo i calcoli ci troviamo con una festa di Shavu’òt che viene sempre il 50° giorno dopo Pesach, ma che potrebbe essere il 5, 6 o 7 di Sivàn…

Oggi quello che rimane di tutto ciò è lo studio poiché una volta fissato il calendario Shavu’òt cade sempre il 6 di Sivàn (giorno del dono della Torà).

Shavu’òt è una festività durante la quale, a differenza dello Shabbàt, è permesso cucinare (ciò che serve per il giorno stesso) e accendere il fuoco solamente da una fiamma rimasta accesa da prima dell’entrata della festa (sempre a differenza dello Shabbàt è permesso inoltre trasportare in luogo pubblico, da luogo privato a pubblico e viceversa).

Si usa in molte comunità mangiare cibi a base di latte, la mattina o a pranzo del 1° giorno della festa. Secondo diverse fonti uno dei motivi per quest’usanza è per le molte norme concernenti la preparazione della carne Kosher. Visto che queste norme sono entrate in vigore dal momento del Dono della Torà, il popolo in quel momento avrebbe avuto difficoltà a preparare il pasto a base di carne e quindi mangiarono latticini…

E’ comunque importante mangiare la carne (dopo pulire e sciacquare la bocca) come durante tutte le festività.

E’ obbligo gioire durante la festa (appunto mangiando carne e bevendo vino, facendo doni di vestiti o gioielli alle signore, e di dolciumi ecc. per i bambini).

L’obbligo di gioire si riferisce non solo alla gioia del corpo ma anche a quella dell’anima, che si esprime nelle Tefillòt e nello studio della Torà.

Il 1° giorno di Shavu’òt è l’anniversario della morte del Re David. Si usa quindi recitare dei salmi in sua memoria durante questo giorno. Lo stesso giorno venne a mancare anche rabbì Yisrael Baal Shem Tov, fondatore del Chasidismo.

Per questioni pratiche riguardo la festa si prega di recarsi al proprio Rav, visto che la giusta risposta di Halachà dipende anche dal conoscere la situazione specifica.

Amore Facile? No Grazie!

23 aprile, 2010

viaggio ganI Bambini del Gan nel loro viaggio in Erez Yisrael…

Amore Facile? No Grazie!

Rabbì Levi Yitzchak di Berdicev era famoso per la sua erudizione nell studio ma ancora di più per la sua forte ahavat Yisrael-amore verso il prossimo-che trovava espressione in tutte le sue interazioni con gli altri.

Si racconta che una volta il Rebbe di Berdicev vide un ebreo che mangiava durante Tishà BeAv, giorno di lutto e di digiuno in ricordo della distruzione del Santuario. Sorpreso, gli chiese se sapesse che fosse il nove di Av. L’ebreo rispose che ne era al corrente. “Forse non sai, disse il Rebbe, che oggi è un giorno di digiuno”. L’ebreo gli rispose che questo non gli era sfuggito.

“Sicuramente per ragioni di salute ti è stato permesso mangiare,” presunse il Rebbe. “Niente affatto, disse l’ebreo, mi va’ di mangiare…”

A questo punto il Rebbe rivolse gli occhi verso l’alto e disse: “Creatore del mondo, guarda come sono onesti i tuoi figli, non mentirebbero mai!”

La mitzvà di amare il prossimo come se stesso si nella Parashà odierna (Kedoshìm – Levitico 19, 18).

Rabbì Levi Yitzchak disse che il suo atteggiamento verso il prossimo gli si radicò nel cuore in merito di una spiegazione del Baal Shem Tov.

La Mishnà afferma che “lo studio della Torà che non sia accompagnato dal lavoro finisce per diventare futile” (Avòt 2, 2). Il Baal Shem Tov spiegò che, oltre il senso letterale, con “lavoro” si intende la mitzvà di amare il prossimo. Perché “lavoro”? Perché la mitzvà dovrebbe essere considerata come un lavoro fatto con cura, con vero impegno e talvolta anche con fatica…

Così come il commerciante non aspetta che la gente lo venga a cercare ma impiega varie strategie per attirare i clienti, anche noi non dovremmo aspettare che l’opportunità di fare qualcosa per un altro ci si presenti; dovremmo piuttosto andare a cercare l’occasione…

Questo è uno degli aspetti del “lavoro” di Ahavat Yisrael.

Un’altro aspetto potrebbe risultare ancora più faticoso: Quello di dimostrare amore e affetto al prossimo anche quando non pensiamo che costui ne è degno…

Amore facile? Certo, ma non ad esclusione di quello difficile!

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

Dal Nilo al Hudson…

23 gennaio, 2009

Il racconto dell’esodo degli ebrei dall’Egitto sembra essere accompagnato da un fiume. Moshè incontra il faraone quanto costui si reca al fiume la mattina, alcune piaghe colpiscono il fiume o derivano da esso, e così via.

In realtà gran parte della cultura egiziana dell’epoca era centrata sul fiume.

Questo per il semplice fatto che il sostentamento – l’acqua e l’irrigazione – veniva dal fiume. Con il tempo il fiume stesso diventò oggetto di culto ed era proprio il contrastare questi’dea che fu uno degli obbiettivi delle piaghe; quello di fare capire al faraone e agli egiziani che vi è solo un D-o.

Il faraone, da parte sua, voleva invece che i bimbi ebrei venissero gettati nel fiume. A parte la brutalità di questo atto vi è anche un male più subdolo: “Fate vivere le femmine” disse il faraone alle levatrici ebree, una frase che sembra benevola ma nasconde un intento non meno pericoloso della prima parte, e cioè che lo stesso fiume – culturale – che uccide i maschi fà vivere le femmine. Ossia voleva che venissero educate con la cultura e il culto del fiume e che non siano più in grado di mantenere un’identità distinta, quella loro.

Ebbene, come non pensare al miracoloso atterraggio sul fiume Hudson nel cuore di New York?

Come disse il Ba’al Shem Tov, ogni cosa che una persona vede o sente può essere usufruita per trarrne una lezione nel proprio servizio divino.
Atterrare su un fiume sembrava impossibile ma la cosa si è verificata.

Pensiamo a tutte le cose che consideriamo “impossibili” e vediamo se possiamo noi fare qualche miracolo…

Shabbàt Shalom!
Rav Shalom Hazan

Nozze

11 dicembre, 2008
Continua da La Famiglia Friedman
[Che cosa è Nel Profondo della Notte Sovietica?]

Mio suocero era un Rav chassidico discendente dal Maggid di Mezerich, Rav Dov Ber (1704-1773), che guidò il movimento chassidico dopo la morte del Baal Shem Tov. Sotto l’influenza e la direzione del Maggid, il chassidismo si diffuse in molte comunità ebraiche in tutta l’Europa orientale. Mio suocero era anche imparentato con i rebbe di Ruzhin, Boyan e Sadigora.

Quanto a lui, era un chassid di Boyan. Essendo saggio e intelligente, molti lo cercavano per chiedergli consigli. Allo stesso tempo, era caloroso, sensibile, e amato da tutti. Pur soffrendo da anni di una malattia di cuore, brillava sempre di gioia, e il sorriso non lasciava mai la sua faccia. Solo quando parlava dei problemi dell’ebraismo mostrava un lato diverso: in quel caso tuonava da una posizione priva di compromessi.

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L’Ebreo e i Viaggi

1 agosto, 2008

Un’immagine forte e forse troppo costante… L’ebreo che viaggia. Purtroppo è un’immagine con brutte associazioni; l’esilio, la diaspora, le persecuzioni… C’è però l’aspetto contrario e quindi positivo, quello dei viaggi verso una redenzione, verso un bene.

Di questi viaggi parla la nostra Parashà che si intitola appunto “viaggi”. I viaggi e le tappe in questione sono quelli – quarantadue in totale – che portarono il popolo dal’Egitto alla Terra Promessa. I viaggi, secondo il Ba’al Shem Tov rappresentano anche il percorso dell’ebreo nel corso della sua vita. Ogni viaggio ed ogni tappa indicata dalla Torà corrisponde ad un viaggio e ad una tappa nella vita di ogni ebreo.

Ma come, chiede il Rebbe di Lubavitch, è forse possibile che le tappe che rappresentano un momento di debolezza, un peccato o adirittura una ribellione contro il Sign-re debbano trovare riscontro nel nostro percorso?!

Ebbene, la risposta è sì. La domanda è, però, che tipo di riscontro.

Le varie tappe del nostro percorso si possono considerare ambigue in un certo senso. È il nostro compito saperle gestire nel modo corretto e quindi trasformarle in qualche cosa di santo, di elevato.

Ciò che è stato gestito male nel passato può servire da lezione e come punto di partenza per noi quando ci troviamo in una situazione simile o analoga.

È importante ricordare inoltre che i viaggi degli ebrei nel deserto non erano dei semplici percorsi ma ogni viaggio ed ogni tappa furono comandati direttamente dal Sign-re. Neanche Moshè diceva al popolo quando e dove sarebbe stata la prossima tappa, o quando si sarebbero di nuovo messi in viaggio, perché lui stesso non lo sapeva. D-o lo indicava facendo salire o scendere la nube della Sua gloria.

Quindi bisogna ricordare questo insegnamento dell’ebraismo che la vita con i suoi percorsi ha un significato ed una coerenza. Non ci troviamo sempre immediatamente d’accordo con le situazioni che ci vengono incontro, ma alla fine ci rendiamo conto che la strada può essere lunga, dura e piena di vicissitudini ma è comunque sempre “secondo la parola di D-o”.

Shabbat Shalom!
Rav Shalom Hazan