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Il Libro delle Lamentele

14 maggio, 2010

Cari Amici,

Non ogni giorno possiamo dire “questa data è menzionata nella Torà”, ma oggi, capomese del mese di Sivàn, lo possiamo fare.

“In questo giorno – riferendosi al primo giorno del terzo mese dall’uscita dall’Egitto – arrivarono al deserto del Sinai” per poi accamparsi presso il monte Sinai.

La Torà nel descrivere il popolo che si accampa usa il verbo nella forma singolare dicendo che si “accampò di fronte al monte”. Perché si accampò e non si accamparono? Poiché in quel momento le persone erano tutte in armonia e di un solo cuore. Cosa che sarà difficile dire di tutti gli altri accampamenti… (vedi il commento).

La lezione da trarre è, naturalmente, che trovandoci alle soglie dell’anniversario del Dono della Torà durante la festa di Shav’uòt, siamo richiamati a cercare di vivere nuovamente quell’unione e quell’armonia.

Shabbat Shalom,
Rav Shalom Hazan

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Il Libro delle Lamentele

La Parashà di questa settimana è la prima del 4° libro della Torà, chiamato Bemidbàr nella tradizione ebraica e Numeri in italiano (in effetti esiste anche in fonti ebraiche un nome simile). Un mio amico ha proposto un altro nome, Il Libro delle Lamentele. Un semplice riassunto di gran parte dei racconti trasmessi dalla Torà in questo libro sarebbe semplice: Gli ebrei non erano contenti e si lamentarono con Moshè e con D-o.

Diverse lamentele riguardano il cibo (e la mancanza di scelta in riguardo), l’acqua, la mancata volontà di recarsi in Israele ed una vera e propria ribellione contro il potere di Moshè ed Aharòn.

In un caso la Torà dice che il popolo si lamentò, accendendo l’ira del Sig.ra, senza specificare quale fosse il motivo della lamentela.

Questo mi ha ricordato un po’ il comportamento di un bambino che trova mille motivi per disturbare i genitori. A volte i genitori cercano di affrontare e risolvere il motivo del disturbo, per andare incontro quasi immediatamente ad un altro disturbo. Questo perché non si accorgono che il motivo è uno solo: Il bimbo in effetti sta dicendo “guardami, voglio la tua massima attenzione, e troverò mille modi per ottenerlo”…

Se ci possiamo permettere di applicare questa metafora al popolo ebraico nel deserto ma a tutti noi anche oggi, potremmo dire che il popolo cerca di ottenere l’attenzione del Sig-re o cerca di creare un legame con Esso.

Se i ruoli di culto ufficiale sono limitati a certi individui (i sacerdoti, i leviti) il popolo troverà un modo per avere l’attenzione e quindi il legame con haKadosh Baruch Hu.

Per fortuna non bisogna essere un “esponente ufficiale” per trovare questo legame. “Il Sig.re cerca il cuore” dice il Talmud, e se ce lo mettessimo si risolverebbero molte situazioni!

di Rav Shalom Hazan

La Bellezza del Deserto

29 maggio, 2008

La parashà di questa settimana che apre il quarto libro della Torà, si chiama Bemidbàr, ossia “nel deserto”. Il Midràsh dice: “La Torà è stata data specificatamente alla [generazione che] mangiava la manna” (Mechilta, Beshalach). Cerchiamo di capire perché.

Nel deserto non ci sono fabbriche né grattacieli di uffici. Quindi vivendo nel deserto, probabilmente non avresti un lavoro. Non ci sarebbe un capo né degli impiegati.

Nel deserto non ci sono né città né zone, quindi non ti troverai mai dalla parte sbagliata. Non ci sono grandi magazzini né negozi di alimentari, quindi indosseresti le stesse scarpe per quarant’anni e mangeresti la manna dal cielo.

È per questo, dichiarono i nostri saggi, che D-o ci diede la Torà proprio nel deserto.

Se l’avesse dato a Wall Street, avrebbe dovuto decidere chi nominare al consiglio d’amminstrazione e a chi dare la maggior parte delle azioni. Se l’avesse dato nella Terra Santa, avrebbe dovuto decidere se darla nella religiosa Gerusalemme, la mistica Tzefat o la hi-tech Tel Aviv.

D-o non voleva degli azionisti nella sua Torà, né un’infrastruttura aziendale e nessun contesto sociale o politico. In effetti, non voleva nessun contesto in assoluto. Solo noi e la Torà.

Non sarebbe stato grandioso rimanere nel deserto?

Dal momento che D-o era sicuro che avevamo percepito il messaggio — che la Torà non è un prodotto di un’era, un’atmosfera o un ambiente culturale particolare e che appartiene per intero ed in assoluto ad ognuno di noi — ci ha mandato nelle città e nei villaggi del Suo mondo, alle fattorie e i mercati, alle università e gli uffici.

Ci ha detto che Lui aveva già fatto la Sua parte e che adesso tocca a noi far sì che la Torà sia rilevante in tutti questi posti ed in tutti questi contesti.

In ogni modo, è sempre bello tornare nel deserto di tanto in tanto. Almeno per una visita.

Di Yanki Tauber per Chabad.org,
adattato e tradotto da Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
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