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Niente Storie

5 agosto, 2011

Non Storia – Memoria

Questo Shabbat si legge la famosa “visione di Isaia”, la profezia riguardo la futura redenzione. Lunedi’ sera e martedi’ ricorderemo la distruzione del Tempio quasi 2000 anni fa osservando il digiuno e il lutto del digiuno di Tisha’ BeAv.

Ma perché ricordare? Il mondo non può capire perché continuiamo a parlare della Shoà – che accadde solo sessant’anni fa! Per più di diciannove secoli, ricordiamo e osserviamo quest’evento che diventò il giorno più triste del nostro calendario. Perché? Quello che fu, fu. Perché tornare a delle visioni antiche e dolorose?

Si racconta che una volta Napoleone passò attraverso il quartiere ebraico di Parigi e sentì voci di pianti e lamentele che emanavano dalla sinagoga. Si fermò e chiese di che cosa si trattasse e gli venne detto che gli ebrei lamentavano la perdita del loro Tempio. “Quando è successo?” chiese l’imperatore. “Circa 1700 anni fa”, fu la risposta. A questo punto Napoleone disse che un popolo che non si dimentica del proprio passato è destinato a sempre avere un futuro.

Gli ebrei non hanno una storia, bensi’ una memoria. La storia può diventare un libro, un museo o dei relitti archeologici. La memoria vive e garantisce il futuro.
Anche tra le rovine del primo Tempio, ci siamo rifiutati di dimenticare, ed è proprio per questo che siamo tornati.

Proprio per questo rifiuto siamo riusciti a costruire comunità nel mondo intero, mentre quelli che ci hanno conquistato sono stati conquistati dal tempo. Oggi non esistono babilonesi, e i romani che si trovano a Roma non sono quelli che hanno distrutto il nostro Tempio. Quelle nazioni diventarono parte della storia mentre noi, ispirati dalla memoria, continuiamo a dire – e vivere – “‘am Israel chai”, il popolo d’Israele vive.

Adattato e tradotto da un articolo di

Rav Yossy Goldman pubblicato su Chabad.org

Pioggia e Sudore

2 aprile, 2010

Cari amici,

Il senso più semplice e di base delle preghiere quotidiane nell’ebraismo, è quello di richiedere le proprie esigenze al Creatore. Sia quelle personali che le esigenze generali dell’umanità. Per questo motivo in un determinato periodo dell’anno si chiede la pioggia, mentre quando si arriva a Pesach (che corrisponde alla primavera) si cessa di chiederla.

La nuova richiesta per la pioggia avrà inizio due settimane dopo la festività di Succòt nell’autunno. Perché due settimane dopo e non alla fine della festa stessa? Poiché all’epoca che si effettuavano i pellegrinaggi al Santuario di Gerusalemme, si fece un gesto di considerazione verso coloro che dopo la festa avrebbero dovuto impiegare molto tempo sul viaggio di ritorno a casa. Non sarebbe carino chiedere la pioggia sapendo che i viaggi di altre persone potrebbero diventare estremamente difficoltosi a causa di essa.

In teoria questa logica avrebbe dovuto essere seguita anche nel caso contrario: Avremmo dovuto cessare la richiesta per la pioggia due settimane prima di Pesach per rispetto di coloro che in quei momenti si mettevano in viaggio per il pellegrinaggio di Pesach… Eppure non è così. La richiesta per la pioggia continua sino alla vigilia di Pesach.

Troviamo nell’ebraismo che la prima mitzvà trasmessa direttamente da D-o è quella della Milà (circoncisione). Perché proprio questa?

Forse il Sig.re ci voleva insegnare che anche tutte le altre Mitzvòt dovrebbero lasciare un segno sulla persona, in maniera simile alla Milà.

Per un segno si intende anche la fatica ed il sudore che garantiscono che le mitzvòt effettuate diventino una parte della persona e non rimangano su un livello superficiale.

Potrebbe essere questo un motivo della “mancata considerazione” nella richiesta della pioggia. A Gerusalemme bisognrebbe andarci anche sotto la pioggia ed anche con grande fatica, cosa che contribuirà ad un’esperienza vissuta molto più profondamente e non facilmente dimenticabile.

La festa di Pesach oggi non è tanto diverso, per i molti preparativi e le fatiche che lo precedono. Eppure, potrebbe essere la festa più amata dal popolo ebraico.

Forse ora si capisce il motivo…

Shabbat Shalom e Hag Sameach!

Rav Shalom Hazan

I superstiti del Diluvio

23 ottobre, 2009
Chabad Lubavitch Monteverde

23-10-2009 | 5 Cheshvàn 5769

Cari Amici,

Vi auguriamo un Shabbàt Shalom,

Rav Shalom e Chani Hazan

Shabbàt al Tempio – Le Lezioni della settimana

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 23-24 ottobre:

23 ottobre venerdì sera: 18,00

24 ottobre shabbàt mattina: 09,30

Il Kiddush è offerto da Valentina Calò e Andrea Anticoli.

Per offrire i prossimi Kiddush gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!

lunedì 26 ottobre Tanya e Talmud: 20,00

mercoledì 28 ottobre Pensiero Ebraico: 20,30

I Superstiti del Diluvio

Nel Midràsh si narra un’episodio accaduto nell’arca, la Tevà, mentre questa vagava sulle acque durante il diluvio universale. Noach (Noè), che aveva il compito di dare da mangiare alle bestie, un giorno portò il cibo del leone troppo tardi. Il leone affamato lo colpì e Noach rimase zoppo.

Tuttavia ciò non fece sì che Noach perdesse la pazienza e smettesse di fare il suo compito. Il giorno dopo continuò a nutrire tutti gli esseri viventi dell’Arca, anche coloro che non dimostravano l’apprezzamento per la sua opera…

Qui si nasconde una lezione di vita per ognuno di noi.

Così come Noach era un superstite dal diluvio, ognuno e ognuna di noi è un sopravvissuto al diluvio terribile dell’ultima generazione.

Nello stesso modo che Noach ricevette un’istruzione Divina di dare il cibo agli animali, ognuno di noi ha l’obbligo di nutrire, con cibo spirituale, gli ebrei in tutto il mondo.

La Torà dice che Noach era un uomo giusto ed aveva anche il merito di essere scelto come colui che avesse salvaguardato la continuità dell’umanità. Nonostante tutto ciò, vediamo che esce dall’arca con una ferita.

È una lezione per tutti noi: delle volte ci troviamo davanti a degli ostacoli che impediscono lo svolgimento della nostra missione. La Torà ci allude, quindi, che dobbiamo imparare da Noach e non lasciarci fermare anche quando un leone ci si mette davanti…

Ricordiamo che non abbiamo il permesso di “tardare il nutrimento” di qualsiasi persona e nonostante le difficoltà che ci vengono incontro non possiamo scordare il prossimo sopravvissuto.

Di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

Foto della Settimana

Questa è una fotografia vera di un modello del Bet Hamikdàsh, il Santuario, a poche centinaia di metri dal Monte del Tempio.

mikdash

Sintesi della Parashà

1. Descrizione della personalità di Noakh e della situazione negativa del mondo. D-o decide di distruggere gli uomini salvando solo Noakh e la sua fmaiglia. Ordina di costruire l’arca e di raggrupparvi gli animali.

2. Cronologia del Diluvio.

3. Fine del diluvio. Ordine di uscire dall’arca. D-o promette di non distruggere più il mondo. Ordine all’umanità di prolificare.

4. Vicende dopo il diluvio.

5. Discendenze dei figli di Noakh.

6. Torre di Babele. Gli uomini decidono di costruire una torre alta fino al cielo per combattere il Creatore. D-o li disperde e confonde le loro lingue, in modo che non si capiscano più. Nascita delle lingue del mondo.

7. Discendenza di Shem, figlio di Noakh, fino ad Avrahàm.

(adattato dal Khumash Bereshìt edizione Mamash)

La Casa

2 marzo, 2009

La porzione di Torà di questa settimana parla della costruzione della “Casa di D-o”, il Tabernacolo. Più specificamente, dei doni che il popolo fece per poterla realizzare.

Il tema centrale della Parashà, quindi ripresa anche nel suo nome, è “Terumà” – l’offerta. Sicuramente quando ci fu il comandamento Divino di costruire una casa per Esso, molti nel deserto si meravigliarono. Com’è possibile creare una dimora per il Creatore? Se anche fosse possibile sicuramente sarebbe al di là delle capacità umane farlo.

La risposta fu semplice: CostruiteMi una casa più o meno come la costruite per voi stessi. Infatti se guardiamo gli utensili centrali del Tabernacolo ci accorgiamo di questa similtudine.

I quattro elementi centrali sono: 1) il tavolo per il pane, 2) l’altare dei sacrifici, 3) la Menorà per l’illuminazione e 4) l’Arca Santa. L’Altare rappresenta la “cucina”, il Tavolo la “sala da pranzo”, la Menorà la fonte di luce e l’Arca rappresenta il luogo intimo di unione (nel Santo dei Santi, Kodesh Hakodashim, al quale accedeva solamente il Sommo Sacerdote e solamente una volta all’anno, a Kippur).

In effetti è come se il Sign-re ci dicesse: A Me non serve una casa, ovviamente. Serve a voi una “casa per Me” per potere sempre mettere in evidenza il fatto della Mia presenza tra voi.

Inoltre, in tutti i dettagli della vita, ciò che vedete come vostra esigenza, dovete anche vedere una mia esigenza. Ogni parte della vostra vita deve avere un “angolo” per Me. In questo modo anche la vostra parte sarà illuminata e raffinata.

Chiaramente, questo concetto vive nei nostri cuori e nelle nostre case, nonché nei “piccoli santuari”, come il Talmud si riferisce ai templi di oggigiorno.

Vi auguro uno Shabbat “illuminato”,

rav Shalom Hazan

Chabad-Lubavitch di Monteverde