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Sei Un Leader?

30 giugno, 2011

Sei un Leader?

La parashà di questa settimana contiene uno dei misteri più profondi della Torà: le leggi della “mucca rossa”. Questo è il rituale attraverso il quale chi fosse diventato ritualmente impuro venendo in contatto con la morte, avrebbe potuto purificarsi.

Sono talmente misteriose le norme di questa Mitzvà, che secondo i maestri del Talmud neanche il saggio re Salomone riuscì a comprenderle. Secondo la tradizione solamente Moshè ebbe questo merito, come dice il midrash “a te rivelo la ragione della vacca [rossa]” (Bamidbàr Rabbà 19, 6).

Forse l’aspetto più strano di questa mitzvà è il fatto che i Cohanim coinvolti nella preparazione delle acque che venivano spruzzate sulla persona impura per purificarla, diventavano a loro volta impuri. Ossia le stesse acque che rendevano l’uno puro rendevano l’altro impuro!

Cambiando il contesto, però, la cosa potrebbe diventare un po’ più chiara. Se i leader spirituali-religiosi sono come i Cohanim, essendo responsabili della purezza spirituale del popolo, questi non possono sempre rimanere intoccabili dalle impurità che toccano la gente comune.

Un leader spirituale è uno che è disposto ad abbassarsi, a scendere al livello degli altri per purificarli, anche se lui stesso sarà affetto dall’impurità degli altri.

Perché è così? Secondo il Midràsh, la mucca rossa ha anche un valore riguardo la responsabilità del popolo d’Israele per la colpa commessa: “venga la madre – la mucca – ed espii i peccati del figlio – il vitello d’oro”.

Nello stesso modo, i leader sono considerati responsabili del benessere spirituale del popolo.

Questa martedì, il 3° di Tamuz (quest’anno il 5 luglio) ricorre l’anniversario della scomparsa del Rebbe di Lubavitch. Dal punto di vista della responsabilità, lui era un leader dell’ebraismo mondiale. Si sentiva responsabile di ogni ebreo. Dall’ebreo di Sydney a quello di Rio de Janeiro, dall’ebreo di Parigi a quello diShanghai a quello di Haifa.

La prova della responsabilità non sono i sentimenti ma le azioni. Il Rebbe si sentì responsabile di ogni singolo ebreo e perciò creò una comunità non di seguaci ma di leader, che mandò come suoi emissari a combattere l’assimilazione attraverso i più di 3.500 centri Chabad-Lubavitch nel mondo, innovando il concetto del “Jewish outreach” oramai adottato, grazie a D-o, da tutte le grandi organizzazioni ebraiche.

Ma il messaggio del Rebbe è ancora più profondo. Per lui, ogni persona era un leader. Chi ha una famiglia, organizza un gruppo, fa qualcosa per la comunità o ha degli impiegati, è un leader ed dovrebbe considerarsi  responsabile della sua sfera d’influenza.

Penso che l’omaggio più adatto a questa grande figura sia non tanto il discorso e il racconto della sua vita ma la mitzvà fatta con un senso di responsabilità verso gli altri portando avanti l’opera della sua vita.

di rav Shalom Hazan

Il Tuo Serpente

18 giugno, 2010

Tra gli episodi raccontati nel libro di Bamidbar (Numeri) vi è quello del serpente di rame (21, 4-9).

Il popolo divenne impaziente nel viaggio ed iniziò a parlare contro D-o e contro Moshè. “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per morire nel deserto? Poiché non c’è né pane né acqua…”

Il Sign-re mandò contro il popolo i serpentei che morsicavano il popolo e morì molta gente. A questo punto il popolo venne da Moshè e disse: “Abbiamo peccato, poiché abbiamo parlato conto il Sign-re e contre te. Prega il Sig-re affinché tolga da noi il serpente”. Moshè pregò per il popolo e la risposta fu:

“Fatti un serpente [di rame] e ponilo su una pertica. Chi sarà morsicato lo guarderà e guarirà”.

E così fu.

I commentatori spiegano l’importanza del simbolismo. Non è il serpente che porta la morte (nel caso del morso) o la vita (nel caso del serpente di rame), bensì il Sign-re. Rivolgendo gli occhi verso l’alto (il serpente sulla pertica) ci si ricorda dell’onnipresenze e dell’onnipotenza del Creatore e si cerca di tornare ad Esso.

Mi soffermerei un momento, però, su un’altra indicazione da trarre da questi versetti. La risposta di D-o a Moshè, “fatti un serpente” e non “fai un serpente” indica, secondo i Maestri, che le spese di quest’opera avrebbero dovuto essere sostenuti dallo stesso Moshè e non da fondi pubblici.

Queste serve per dare una lezione sul perdono.

“Se ti viene chiesto il perdono”, è scritto nel Talmud, “non essere crudele nel perdonare”.

Cosa vuol dire non essere crudele nel perdonare? Come se fosse scontato che comunque la persona perdona ma deve fare attenzione a non farlo con crudeltà.

Il senso è che spesso anche avendo subito un’offesa, essendo persone mature si riconosce che l’altro avrebbe potuto sbagliare e quando questi si accorge del proprio errore e chiede il perdono, lo si perdona.

Il problema è che spesso rimane un filo di rancore nel cuore anche dopo l’aver perdonato il prossimo. “Sì ti perdono ma non voglio più frequentarti”… Oppure “Accetto le tue scuse, ma non è più come prima”

Questo vuol dire perdonare con crudeltà! Il perdono dovrebbe essere assoluto.

Lezione che insegna il Sign-re a Moshè e quindi a tutti noi, dicendogli che la cura per un male che il popolo ha subito per avere sparlato contro Moshè stesso, verrà dalla sua tasca proprio per dimostrare che il suo perdono è completo e assoluto.

Da un discorso del Rebbe di Lubavitch
Chukat 5744-1984
Adattato da Rav Shalom Hazan

Sei Un Leader?

2 luglio, 2008

La parashà di questa settimana contiene uno dei misteri più profondi della Torà: le leggi della vacca rossa. Si tratta del rituale attraverso il quale ci si purificava dall’impurità causata da un contatto con un morto.

Sono talmente misteriose le norme di questa Mitzvà, che secondo i maestri del Talmud neanche il saggio re Salomone riuscì a comprenderle. Solamente Moshè ebbe questo merito, come è detto “a te rivelo la ragione della vacca [rossa]” (Bemidbàr Rabbà 19, 6).

Forse l’aspetto più strano di questa mitzvà è il fatto che i Cohanìm coinvolti nella preparazione delle acque che venivano spruzzate sulla persona impura per purificarla, diventavano a loro volta impuri. Ossia le stesse acque che purificavano rendevano loro impuri!

Cambiando il contesto, però, la cosa potrebbe diventare un po’ più chiara. Se i leader spirituali-religiosi sono come i Cohanìm, essendo responsabili della purezza spirituale del popolo, questi non possono sempre rimanere intoccabili dalle impurità che toccano la gente comune.

Un leader spirituale è uno che è disposto ad abbassarsi, a scendere al livello degli altri, anche se questo potrebbe avere un certo effetto su di lui stesso.

Perché è così? Secondo il Midràsh, riguarda anche la colpa commessa con il vitello d’oro. “Venga la madre (la vacca) ad espiare per il figlio (il vitello d’oro)”. Nello stesso modo, i leader sono considerati responsabili del benessere spirituale del popolo.

Questa domenica, il 3° di Tamuz (quest’anno il 6 luglio) ricorre l’anniversario della scomparsa del Rebbe di Lubavitch. Dal punto di vista di responsabilità, lui era un leader dell’ebraismo mondiale. Si sentiva responsabile di ogni ebreo. Dall’ebreo di Sydney a quello di Rio de Janeiro, dall’ebreo di Parigi a quello di Shanghai a quello di Haifa.

La prova della responsabilità non è il sentimento ma le azioni. Come disse il capo rabbino della Gran Bretagna, Jonathan Sacks, il Rebbe creò una comunità non di seguaci ma di leader, che mandò come suoi emissari a combattere l’assimilazione attraverso i più di 4.000 centri Chabad-Lubavitch nel mondo, innovando il concetto del “Jewish outreach” oramai adottata, grazie a D-o, da tutte le grandi organizzazioni ebraiche.

Ma il messaggio del Rebbe è ancora più profondo. Per lui, ogni persona era un leader. Da capo famiglia a capo reparto, ognuno in qualche modo è una guida ed ha una responsabilità nei confronti dei correligionari con i quali viene in contatto.

Diamoci quindi da fare, aggiungendo quest’estate almeno una Mitzvà!