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Pane, Soldi e Senso

18 agosto, 2011

 “Non di solo pane vive l’uomo”. E’ sicuramente una famosa frase ma qual è il suo significato?

Il versetto deriva dalla Parashà di questa settimana e si riferisce alla miracolosa manna, che cadeva dal cielo durante il soggiorno degli ebrei nel deserto. La conclusione del versetto dice “l’uomo vive, invece, dalla parola emanata dalla bocca del Divino”. Ci ricorda quindi la vera fonte del sostentamento dell’umanità.

A differenza dell’idea comune, non è la nostra fatica terrena, né il sudore o gli incontri di lavoro che assicurano il nostro successo. La realtà è che è il Sign-re che ci sostiene nella stessa maniera che i nostri erano completamente dipendenti da Esso per il pano uotidiano, durante il periodo trascorso nel deserto. Il benessere è un dono Divino. In fin dei conti non è la nostra capacità lavorativa di per sé che fa sì che sia fornito il pane quotidiano bensì le benedizioni dall’Alto che danno successo alle nostre fatiche.

Qualunque commercianto potrà confermare che i progetti più preparati e pensati sono finiti in fumo mentre un ordine importante spesso arriva come dal nulla. Certo, non è la regola e bisogna prepararsi a faticare per potere riscuotere successo. Quando però accade in maniera inaspettata, è un ricordo che vi sono delle forze che operano aldilà del nostro controllo.

Vi è però un altro significato in questo versetto. Non di solo pane vive l’uomo. Lo spirito umano richiede più del solo pane. Gli essere umani non sono mai soddisfatti con i soli beni materiali o il denaro.

Il denaro è importante ma non si può vivere solamente di esso. Consideriamo per esempio la soddisfazione dal lavoro stesso. Conosco diverse persone nella nostra comunità che hanno rinunciato a posti di lavoro importanti per prenderne altri meno lucrativi perché trovavano poco stimolante il loro lavoro. Certo guadagnavano bene, non vedevano la “ricompensa emotiva”.

Conosco altre persone che hanno tutto al livello economico ma non sono contente. Hanno molto successo e sono molto infelici. I successi non garantiscono la felicità. L’acquisto di beni porta una contentezza momentanea. Per una soddisfazione duratura “l’acquisto” deve essere più spirituale che materiale. Abbiamo bisogno più di pane e denaro; abbiamo bisogno di stimolazione e un senso di realizzazione significativa. Abbiamo bisogno di sapere che la nostra vita ha significato e che possiamo fare una differenza nel mondo e nella vita degli altri.

Si racconta di un prigioniero in un campo di lavoro forzato sovietico il quale aveva il compito di girare una leva pesante che era attaccata al muro della cella. Per venticinque anni il prigioniero ha faticato a lavorare. Era sicuro che la leva fosse legata a un mulino, o ad una pompa per irrigare i campi. Nella sua mente vedeva i raccolti agricoli o le sacche di grano che alimentavano migliaia di persone.

Scontata la pena chiede prima di tutto di poter vedere l’apparato attaccato all’altra parte della leva. Non c’era nulla! La leva girava a vuoto. Tutto il suo “lavoro” serviva a nulla. L’uomo subì subito un colasso mortale, completamente devastato. Una vita vissuta e faticata in vano.

Abbiamo un profondo bisogno di sapere che la fatica della nostra vita ha significato, materiale e spirituale. Quando ci rendiamo conto che ogni buona azione è legata ad un apparato spirituale complesso, che ogni nostra aziona si lega ad un sistema di importanza cosmica, allora la nostra vita si dota di un senso profondo.

Allora siamo contenti.

L’uomo semplicemente non può vivere di solo pane.

di Rav Yossi Goldman, pubblicato su Chabad.org
Tradotto e adattato da rav Shalom Hazan

Il Pane e La Parola

7 agosto, 2009

Cari amici,

Il brano dei profeti (la Haftarà) che si legge questa settimana è la seconda della serie di sette “Haftaròt di Consolazione”. Lo Shabbàt che segue il digiuno di Tishà beAv si legge la prima delle sette Haftaròt per arrivare fino allo Shabbàt che precede Rosh Hashanà.

Nel brano odierno, tratto dalle parole del profeta Isaia, il popolo ebraico si esprime lamentando il presunto abbandono da parte di D-o. Il Sig-re li assicura che non è così, paragonando il Suo amore e la Sua misericordia per il popolo a quelle di una madre per il proprio figlio.

Il profeta continua con una descrizione sentimantale del futuro raduno degli ebrei esiliati nella diaspora che accadrà dopo la venuta del Mashiach, per tornare a rispondere ancora alla lamentela di essere stati abbandonati, ricordando il comportamento ribelle che portò all’esilio ed alla sofferenza.
Conclude con parole di incoraggiamento, rammentando la storia degli antenati Avrahàm e Sarà. Così come loro erano diventati miracolosamente genitori dopo aver perso ogni speranza, anche noi non dobbiamo rinunciare alla fede ed alla speranza della redenzione.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan
Il Pane e La Parola
Spunti Khassidici

L’uomo non vive solamente dal pane, bensì dalla parola della bocca di D-o… (Deuteronomio 8,3)

Questo versetto risponde ad una semplice domanda: Com’è che l’essere umano, la forma più elevata di vita, alimenta la propria esistenza e vitalità dalle forme inferiori della creazione (l’animale, vegetale e minerale)?

In realtà la vera fonte del nutrimento è “la parola di D-o”. I maestri della Kabbalà spiegano che l’inferiorità indica una fonte ancora più elevata. Come un muro pericolante: le pietre più alte cadono più lontano…(Rabbì Schneur Zalman di Liadi)

Così come un uomo castiga il proprio figlio, D-o vi castiga…(8,5)

Un padre che castiga il proprio figlio infligge dolore più su se stesso che sul figlio. Anche per D-o è così: la Sua sofferenza è maggiore rispetto alla nostra. (Rabbì Levi Yitzchak of Berditchev)