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Il Pane e La Parola

7 agosto, 2009

Cari amici,

Il brano dei profeti (la Haftarà) che si legge questa settimana è la seconda della serie di sette “Haftaròt di Consolazione”. Lo Shabbàt che segue il digiuno di Tishà beAv si legge la prima delle sette Haftaròt per arrivare fino allo Shabbàt che precede Rosh Hashanà.

Nel brano odierno, tratto dalle parole del profeta Isaia, il popolo ebraico si esprime lamentando il presunto abbandono da parte di D-o. Il Sig-re li assicura che non è così, paragonando il Suo amore e la Sua misericordia per il popolo a quelle di una madre per il proprio figlio.

Il profeta continua con una descrizione sentimantale del futuro raduno degli ebrei esiliati nella diaspora che accadrà dopo la venuta del Mashiach, per tornare a rispondere ancora alla lamentela di essere stati abbandonati, ricordando il comportamento ribelle che portò all’esilio ed alla sofferenza.
Conclude con parole di incoraggiamento, rammentando la storia degli antenati Avrahàm e Sarà. Così come loro erano diventati miracolosamente genitori dopo aver perso ogni speranza, anche noi non dobbiamo rinunciare alla fede ed alla speranza della redenzione.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan
Il Pane e La Parola
Spunti Khassidici

L’uomo non vive solamente dal pane, bensì dalla parola della bocca di D-o… (Deuteronomio 8,3)

Questo versetto risponde ad una semplice domanda: Com’è che l’essere umano, la forma più elevata di vita, alimenta la propria esistenza e vitalità dalle forme inferiori della creazione (l’animale, vegetale e minerale)?

In realtà la vera fonte del nutrimento è “la parola di D-o”. I maestri della Kabbalà spiegano che l’inferiorità indica una fonte ancora più elevata. Come un muro pericolante: le pietre più alte cadono più lontano…(Rabbì Schneur Zalman di Liadi)

Così come un uomo castiga il proprio figlio, D-o vi castiga…(8,5)

Un padre che castiga il proprio figlio infligge dolore più su se stesso che sul figlio. Anche per D-o è così: la Sua sofferenza è maggiore rispetto alla nostra. (Rabbì Levi Yitzchak of Berditchev)

La Memoria

24 luglio, 2009

Cari amici,

Questa Shabbàt tradizionalmente è chiamato “Shabbàt Chazòn”, che è la prima parola della famosa visione che il profeta Isaia ebbe sulla futura redenzione. In questa edizione troverete un articolo di rav Yossy Goldman di Johannesburg in riguardo.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan

La Memoria
Devarìm, la Parashà di questa settimana, è legata a Tish’a beAv, il giorno di lutto nazionale per il popolo ebraico. Questo Shabbat si legge la famosa “visione di Isaia”, la profezia riguardo la futura redenzione. Dopo Shabbàt ricorderemo la distruzione del Tempio quasi 2000 anni fa.Ma perché ricordare? Il mondo non può capire perché continuiamo a parlare della Shoà – che accadde solamente sessant’anni fa! Per più di diciannove secoli, ricordiamo e osserviamo questo evento che diventò il giorno più triste del nostro calendario. Perché? Ciò che è accaduto è accaduto… Perché tornare a delle visioni antiche e dolorose?

Si racconta che una volta Napoleone passò attraverso il quartiere ebraico di Parigi e sentì voci di pianti e lamentele che emanavano dalla sinagoga. Si fermò e chiese di che cosa si trattava e gli fu riferito che gli ebrei lamentavano la distruzione del loro Tempio.

“Quando è accaduto?” chiese l’imperatore. “Circa 1700 anni fa”, fu la risposta. A questo punto Napoleone disse che un popolo che non si scorda del suo passato è destinato a sempre avere un futuro.

Gli ebrei non hanno una storia, ma una memoria. La storia può diventare un libro, un museo o dei relitti archeologici. La memoria vive e garantisce il futuro.

Anche tra le rovine del primo Tempio, ci siamo rifiutati di dimenticare, ed è proprio per questo che siamo tornati. Proprio per questo rifiuto siamo riusciti a costruire comunità nel mondo intero, mentre quelli che ci hanno conquistato sono stati conquistati dal tempo.

Oggi non esistono babilonesi, e i romani che si trovano a Roma non sono quelli che hanno distrutto il nostro Tempio. Quelle nazioni diventarono parte della storia mentre noi, ispirati dalla memoria, continuiamo a dire – e vivere – “‘am Israel chai”, il popolo d’Israele vive.

Adattato e tradotto da un articolo di Rav Yossy Goldman pubblicato su Chabad.org

Appuntamento al Tempio
Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 26-27 luglio:26 luglio venerdì sera: 20,00

27 luglio shabbàt mattina: 9,30

27 luglio shabbàt sera: 20,10

Il Kiddush è offerto dalla famiglia Piazza, Hazzak!

Per offrire i prossimi Kiddush contatta Rav Shalom. Grazie!

Dopo questo Shabbàt il tempio prenderà una pausa per riprendere dopo le vacanze. Vi terremo aggiornati!

Il Digiuno del 9 di Av

(Ciò che segue è un brevissimo riassunto. L’osservanza corretta del giorno di Tishà beAv include molti dettagli. In caso di dubbio si suggerisce di contattare il proprio rabbino, dato che la Halachà può cambiare a secondo della situazione).

La sera di mercoledì 29 luglio avrà inizio il digiuno di “Tishà BeAv” alle 20,33 (orario per Roma).

L’ultimo pasto prima dell’inizio del digiuno si chiama “se’udà hamafseket”. Si usa mangiare solamente una pietanza, secondo alcune tradizioni solamente un uovo sodo intinto nella cenere.

Fino alla conclusione del digiuno ci si astiene dal mangiare, dal bere, dal lavarsi, dall’ungersi, dall’indossare scarpe di pelle e da rapporti sessuali e comportamenti di intimità. Fino a mezzo giorno dell’indomani ci si siede solo su sedie o divani bassi (come nel periodo di lutto). Lo studio della Torà è limitato solamente a concetti legati al lutto, alla distruzione del Tempio, e simile.

Dopo ‘Arvìt nei templi si legge la meghillà di Eichà (il libro della Lamentazioni).

L’indomani mattina, durante la Tefillà non si mettono i Tefillìn che si metteranno solamente nel pomeriggio a Minchà. Durante la Tefillà della mattina si legge il Sefer nel libro di Devarìm (4,25-40) in un brano che parla della distruzione di Israele. La Haftarà dei profeti è del libro di Geremia. A Minchà si legge il Sefer nel libro di Shemot in un brano che tratta del perdono ottenuto da Moshe per il popolo di Israel dopo l’episodio del vitello d’oro. La haftarà è dal libro di Isaia.

Il digiuno si conclude alle 21,03 (Roma).