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In Vino Veritas

3 giugno, 2011

Una delle mitzvòt esposte nella Parashà di questa settimana è quella del nazireo, al quale viene proibito (per periodo di tempo pre-determinato) il consumo del vino e di tutti i derivati dell’uva.

Questa mitzvà ci spinge a riflettere sul posto del vino nell’ebraismo e nella vita quotidiana dell’ebreo.

Da una parte troviamo che molte mitzvòt vengono formalizzate con il vino. Si pensi inanzitutto al Kiddùsh, la santificazione del giorno espressa nella Torà come “ricorda il giorno dello Shabbàt per santificarlo”, che viene inteso dai Maestri non solo in quanto ricordo puramente mentale bensì anche concreto, con il Kiddùsh sul vino.

Lo stesso ricordo si ripete all’uscita dello Shabbàt con la Havdalà, la distinzione tra il sacro ed il profano, di nuovo su un calice di vino.

Questo vale anche per le festività, i mo’adìm, e specialmente per Pesach quando si bevono i famosi quattro bicchieri, preparandone uno pure per il profeta Elia…

Anche sotto la chuppà gli sposi bevono un sorso di vino, e così anche in altre occasioni.

Il calice di vino serve per rendere formale ed onorevole la situazione nella quale vogliamo lodare il Sig-re con dignità, come espresso anche dal re Davide: “Innalzo un calice di salvezze ed invoco il nome di D-o” (Salmi 116, 13).

Il vino è visto nell’ebraismo anche come elemento che porta la gioia. La Torà ci istruisce di gioire durante le festività e il Talmùd chiede “in che modo?” “Con il vino” è la risposta (Pesachìm 109a).

Dall’altro lato vi sono anche dei momenti nei quali viene proibito il consumo di alcolici: non si può pregare mentre si è sotto l’effetto di alcolici; un rav non può prendere una decisione halachica se non in uno stato di sobrietà e così via.

L’ebraismo non è accecato dagli effetti meno luminosi del vino, come nella storia di Noé e quella delle figlie di Lòt – il Talmùd dice addirittura che il vino è la fonte di tanti problemi (“porta il pianto al mondo”, Yomà 76b).

Questo ci porta al dunque: bere il vino è bene o male?

La risposta dovrebbe essere chiara: dipende dalla situazione. Se è venerdì sera e tutta la famiglia si ritrova intorno al tavolo in calma e serenità, diventa una mitzvà che ci aiuta ad elevarci al di là della mondanità.

Ma in un ambiente meno contenuto e privo di significato profondo – si può dire religioso? – può diventare troppo spesso un passo verso la degradazione della persona.

Dipende da noi il poter capire e decidere come usare il vino, così come tante altre cose esistenti al mondo; siamo noi a doverne farne un uso giusto, al momento giusto e al posto giusto, sempre per eseguire nel migliore dei modi la volontà di D-o.

Lechaim!

di rav Shalom Hazan
Chabad Lubavitch di Monteverde

Chi L’ha Comandato?

21 agosto, 2009
Cari amici,

Oggi è il primo giorno del mese di Elul, mese di introspezione e preparazione per l’anno nuovo. E’ usanza di molti di sentire lo suono dello Shofàr ogni mattina di questo mese (eccetto la vigilia di Rosh Hashanà).

E’ anche importante controllare i Tefillìn e le Mezuzòt per accertarsi che siano Kasher. (Sono a vostra disposizione per il controllo delle Mezuzòt).

Shabbat Shalom!

Rav Shalom Hazan

“Che ci ha comandato…” Dove?!
Venerdì sera, tutti a tavola con il vino del Kiddush e il pane del Motzì illuminati dalle candele dello Shabbàt accese dalle donne e le ragazze. Prima di accendere le candele è stata detta la Berachà, la benedizione. Cosa si recita in questa benedizione? “Asher kiddeshanu bemitzvotàv vetzivanu…” Ovvero si bendedice coLui che ci “ha santificato attraverso le Sue mitzvòt e ci ha comandato…di accendere i lumi dello Shabbàt”.

Vi siete mai chiesti dove ce l’ha comandato? E’ vero che la tradizione ebraica vuole che già dai tempi di Sarah, moglie di Avraham, si accendevano le candele dello Shabbàt, ma nella Torà non si trova un comandamento simile.

Il discorso si allarga e tocca anche altre mitzvòt che introduciamo con la stessa formula (“ci ha comandato…”) ma delle quali sulla Torà non troviamo traccia!

Tra queste ci sono la Netilat Yadayim (il lavaggio rituale delle mani) la maggior parte delle benedizioni (a parte quella dopo aver mangiato, la Birkàt Hamazòn, che è voluta direttamente dalla Torà), e sicuramente l’accensione della Hannukià e la lettura della Meghillà. Quest’ultime ricordano eventi accaduti molto dopo il dono della Torà eppure la berachà è sempre quella…”Ci ha comandato”.

Infatti il Talmud pone la stessa domanda “Dove ce l’ha comandato?” nel trattato di Shabbàt (23a).

La risposta si trova nella Parashà di questa settimana. Tutti sanno che nella Torà ci sono 613 comandamenti. Inoltre esistono sette “Mitzvòt dei Maestri” ossia istruiti dalle autorità rabbiniche del sinedrio (tra le quali si trovano gli esempi sopra ricordati).

E’ la stessa Torà che concede questa autorità ai maestri di ogni generazione (con diversi criteri e limiti).

L’eternità e la profondità della Torà sono tali da potere rispondere alle esigenze delle generazioni diverse. Proprio per questo si parla nella nostra Parashà di dubbi e domande che si potrebbero verificare nel corso delle generazioni, domande che non si possono rispondere semplicemente leggendo la Torà.

La Torà ci istruisce di porre la domanda alle autorità di studio e di istruzione fino ad arrivare alla massima autorità che giace presso il Bet Hamikdash (ossia il sinedrio) oppure a qualunque “giudice che vi sarà in quei giorni” (Devarìm 17,10). Con questo la Torà dà la stessa autorità che aveva Moshè ai giudici di ogni generazione pur non essendo alla sua altezza.

La Torà ci comanda di obbedire le parole dei maestri non virando né a destra né a sinistra di esse.

Quando adempiamo una delle Mitzvòt voluto dai Maestri e recitiamo nella berachà che “ci ha comandato” ci riferiamo a questa Mitzvà: Ci ha comandato di seguire le istruzioni dei Maestri ed è questo il motivo dell’osservanza di Chanukà, Purìm, ecc.

Di rav Shalom Hazan

La settimana prossima affrontiamo la domanda: Perché sembra che molti sono più attenti a queste mitzvòt dei maestri che alle mitzvòt della Torà stessa?!

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Al Centro Ebraico di Monteverde
(Tempio di Colli Portuensi) sono disponibili Tefillìn, Mezuzòt, e libri di Torà e pensiero ebraico in italiano.
Ora è anche disponibile il libro di Tefillà di rito romano con la traduzione.