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I Colori delle Emozioni

24 febbraio, 2012

I Colori delle Emozioni

Farai la copertura del Tabernacolo di dieci tende di lino ritorto, di [fili di lana] turchese, di porpora e scarlatto… (Esodo 26:1)

I quattro fili menzionati nel verso alludono a quattro elementi basilari nel nostro rapporto emotivo con D-o.

Il scarlatto allude al fuoco. Il fuoco della nostra anima è l’amore ardente del Sig-nre che è il risultato della meditazione sulla Sua infinità trascendente. Nel riconoscere la realtà della trascendenza Divina, fino al punto che è solo Lui la vera realtà, veniamo avvolti da un passionato e fuocoso desiderio di evadere dai limiti del mondo per conoscerLo meglio e unirsi a Lui. Questo è un sentimento legato all’amore, il volersi avvicinare.

Turchese è il colore del cielo ed allude alla nostra esperienza nell’apprezzare la Sua maestosità. Anche qui si mette a fuoco la qualità trascendente di D-o, ma si punta più sull’aspetto sull’irrilevanza nostra e dell’intero creato dinanzi alla Sua grandezza. Questo ci riempie di un sentimento di riverenza e rispettoso timore.

La porpora è un amalgamare del turchese e il rosso, dell’amore e il timore. E’ un’allusione quindi alla misericordia, un sentimento composto da sentimenti di amore e rabbia: amore dell’ideale e rabbia nel non vederlo messo in atto. In questo contesto specifico, la misericordia è risentita nei confronti della nostra stessa anima Divina, che si trova spiritualmente molto distante dalla propria fonte eccelsa.

Il lino è bianco ed allude all’amore essenziale dell’anima nei confronti di D-o, un amore che trascende la razionalità e che è la base di tutto il resto. Nello stesso modo che il bianco è il sottofondo sul quale si possono distinguere tutti gli altri colori, questo amore è fondamentale per tutte le altre esperienze spirituali dell’anima. La forza di questo amore si esprime però anche nel dare la possibilità alla persona di sacrificare il proprio io per l’onore di D-o, in quanto esprime un legame incontrovertibile con Lui.

Tratto dal Chumash edizione Kehot

Offro Io…

19 febbraio, 2010

L’ennesimo appello per fare offerte questa settimana lo sentiremo al Tempio nella lettura della Torà…

Nel parallelo antico della libera offerta D-o chiede a chi fosse “generoso di cuore” di offrire il necessario per la costruzione del Tabernacolo (il Santuario temporaneo nel deserto, il Mishkàn) e tutto ciò che servirà al suo interno.

Quale potrebbe essere però la rilevanza storica di una struttura la quale esistenza dipende dalla “generosità del cuore” di individui e non, per esempio, di un governo che ne garantisce l’esistenza attraverso delle tasse obbligatorie?

Fortunatamente, per rispondere a questa domanda possiamo farci aiutare da dei precedenti storici. Lasciamo stare le piramidi egizie, quelle dei Maya, ed altre strutture storiche. Non perché non ci piacciono, semplicemente perché il precedente storico l’abbiamo trovato proprio nel contesto di questo Santuario.

Mi spiego: Questo Tabernacolo temporaneo-mobile costruito a priori per la permanenza, breve in termini storici, nel deserto, è servito in realtà per qualche anno in più.

Seguendo la cronologia degli eventi seguiti al ritorno del popolo ebraico in Terra Santa con Giosuè (Yehoshua) ci risulta che il Mishkàn, il Tabernacolo, fu eretto a Ghilgal, in prossimità del fiume Giordano. Qui riposò per 14 anni. Da qui si trasferì a Shilò ove acquisì una struttura più solida: le mura furono di pietra mentre il tetto rimase di telo come era nel deserto. Quanto durò la permanenza del Mishkàn a Shilò?

369 anni.

Totale: 39 anni nel deserto, 14 a Ghilgal, 369 a Shilò = 479 anni.

(Il Mishkàn fu poi a Nov e a Ghiv’òn per 13 e 44 anni rispettivamente, ma senza la presenza dell’Arca Santa).

Abbiamo quindi un Tabernacolo “temporaneo” che esiste per circa cinque secoli come unico punto di “incontro” tra l’umano e il divino.

Il Tabernacolo cessò di esistere quando fu costruito il Santuario fisso a Gerusalemme. Il Santuario costruito da Salomone (Shelomò) era quindici volte più vasto e tre volte più alto del Tabernacolo. La costruzione durò sette anni e impiegò migliaia di persone. Le festività d’inaugurazione furono senza precendenti.

Dopo la morte di Shelomò, il regno si divise in due. Il figlio di Shelomò rimase a Gerusalemme a capo di sole due tribù (Yehudà e Benyamin) mentre Yerov’am fu dichiarato re dalle rimanenti dieci tribù. I rapporti tra i due regni non erano buoni e il confine non rimase aperto. Yerov’am proibì ai suoi sudditi, membri delle dieci tribù, di fare il pellegrinaggio tre volte all’anno a Gerusalemme.

Il risultato fu che una grande parte del popolo ebraico non ebbe nessuno rapporto con quello che avrebbe dovuto essere il centro della vita spirituale del popolo. La situazione rimase così finché il regno delle dieci tribù fu conquistato e esiliato dagli Assiri (o pochi anni prima).

Il grande Tempio di Gerusalemme fu al centro della vita dell’intero popolo per… 29 anni.

A prescindere dei motivi storici che portarono a questa situazione, ci potrebbe essere anche una lezione per noi, oggi. Per il Tabernacolo del deserto era stata chiesta la libera offerta. La risposta era talmente entusiasta che ad un certo punto Moshè dovette chiedere alla gente di non portare ulteriori materiali perché ce n’erano più che a sufficienza. Di contrasto, il Santuario di Shelomò fu frutto di forti imposte e tasse, anche umane nella forma di schiavi/operai.

Secondo voi cos’è la lezione? Commentate qui!

Di rav Shalom Hazan
da un pensiero di Rav Zushe Greenberg

L’Esistenza E’ L’Importanza

5 giugno, 2009

Come si fa a sapere se una cosa è importante? Dal fatto stesso che esiste!

La parashà di questa settimana ci dà un resoconto delle offerte che ogni capotribù portò al Tabernacolo nel deserto, in onore della sua inaugurazione.

Prima di descrivere nei dettagli l’offerta di ogni capotribù la Torà ci racconta di un’offerta collettiva fatta da tutti e dodici i capi: il dono di sei carrozze per trasportare il Tabernacolo smontato durante i viaggi del popolo d’Israele.

La cosa strana è questa: il popolo fu così generoso nelle sue offerte prima della costruzione del Mishkàn tanto da donare più materiale del necessario (Shemòt 36, 7). Com’è possibile allora che proprio i capi delle tribù hanno dato solamente la metà di una carrozza a testa?

Inoltre, il midràsh (Bamidbàr Rabbà 12, 16) racconta che gli stessi capitribù si astennero dall’offrire materiale per la costruzione del Mishkàn, aspettando le donazioni del popolo per fornire tutto quello che sarebbe mancato.

Di fatto, però, il popolo ha donato materiale a sufficienza per il Mishkan, non mancava nulla. È proprio per questo che qui all’inaugurazione, i capitribù hanno deciso di non aspettare e fare subito le loro offerte. È strano quindi che tale offerta includa solo sei carri da parte di dodici leader.

Nel Talmùd (Shabbàt 99b) si calcola il peso e la quantità degli oggetti che ogni carrozza doveva trasportare. Tra gli oggetti trasportati c’erano le travi (usate come muro del Mishkàn), le quali si appoggiavano sulla carrozza l’una sopra l’altra. Quando il popolo viaggiava, un addetto della tribù di Levi camminava tra le carrozze e stava attento a rimettere a posto le travi che scivolavano e si spostavano rischiando di cadere.

Non sembra il modo ideale di trasportare il posto dove D-o si rivelava…
Non potevano donare almeno un carro a testa e semplificare le cose?

La risposta è semplice: Il Mishkàn come dimora temporanea di D-o era un posto nel quale non c’era nulla di eccessivo. Il minimo dettaglio nel Mishkàn aveva uno scopo ed un compito preciso. La parola e il concetto “in più” non esisteva.

Lo stesso vale per le offerte delle carrozze, considerate anche esse come un’offerta alla stregua di un sacrificio (Bamidbàr Rabbà 12, 18) che quindi corrispondevano esattamente alle esigenze, sei e non dodici perché non servivano dodici. Ogni centimetro di spazio era da utilizzare al massimo.

Come in tutta la Torà anche qui c’è una lezione per noi. D-o non crea niente senza scopo o senza motivo, spesso sta a noi assicurare che lo scopo si realizzi, usando nel modo giusto tutto quello che D-o ci ha dato: tutte le nostre capacità, il nostro potenziale, il nostro tempo ecc. Se è rimasto un momento libero nel giorno è un’altra opportunità per riempirlo di bontà.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

Spunti sull’Educazione

20 marzo, 2009

La Parashà descrive l’entusiasmo del popolo ebraico che si esprime nelle molte offerte per la costruzione del tabernacolo (il Mishkàn). La dedizione con la quale affrontarono la mitzvà fu tale che presto si verificò un eccesso di donazioni fino al punto che Moshè dovette pregarli di desistere dal portare ulteriori doni.

Una devozione particolare fu espressa dalle donne, sia nel numero e la qualità dei doni portati al Santuario – perfino i loro gioelli personali – che nel tempo, il talento e l’energia che investirono per costruire la dimora Divina.

Erano quattro i tipi di gioelli offerti dalle donne di quell’epoca e potrebbero rientrare in quattro categorie che anche oggi hanno un significato simbolico nell’educazione dei figli.

Le quattro categorie furono gli orecchini, gli anelli da naso, gli anelli ed i braccialetti.

Gli Orecchini: Ascolta quando i bambini parlano. In questo modo capiscono che sei veramente accessibile a loro. Fai caso anche a quello che dicono fra di loro, poiché le loro parole riflettono quello che sentono da quelli attorno a loro. Inoltre, sii umile e pronto ad accettare consigli e spunti sull’educazione. (Non dire “nessuno capisce le dinamiche della mia famiglia meglio di me”). Più ti lasci essere guidato da altri, più i piccoli accetteranno da te.

Gli Anelli da Naso: Utilizza il “fiuto” per rimanere sensibile ai segni di infelicità o ribellione. Sii al corrente dell’identità dei compagni dei figli e di che cosa si occupano insieme. Amici bravi e attività produttive formano una persona di sani principi.

Gli Anelli: Usa le dita per indicare. La possibilità di osservare (con le “orrecchie” e il “naso”) in sé non basta per educare un figlio. Chiarisci le cose per lui, guidandogli e mostrandogli la strada giusta. Non semplicemente attraverso delle istruzioni, ma spiegando al suo livello di comprensione.

I Braccialetti: I braccialetti sono il simbolo della rigorosità necessaria per educare. Il genitore deve essere pro-attivo, essendo coinvolto non solo quando si verificano problemi ma anticipandoli e conoscendo bene il carattere del figlio. La rigorosità è anche richiesta nei confronti dei genitori stessi: devono disciplinare se stessi prima di poter disciplinare i propri figli.

Ricorda, sopratutto, che i tuoi doni alla famiglia sono dei atti di volontariato e di amore e non devono diventare dei doveri senza sentimento. Bisogna dare generosamente con il cuore. In questo modo il tuo santuario personale, la casa, diventerà un oasi di pace e santità che solo tu puoi far esistere e durare nel tempo.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

La Casa

2 marzo, 2009

La porzione di Torà di questa settimana parla della costruzione della “Casa di D-o”, il Tabernacolo. Più specificamente, dei doni che il popolo fece per poterla realizzare.

Il tema centrale della Parashà, quindi ripresa anche nel suo nome, è “Terumà” – l’offerta. Sicuramente quando ci fu il comandamento Divino di costruire una casa per Esso, molti nel deserto si meravigliarono. Com’è possibile creare una dimora per il Creatore? Se anche fosse possibile sicuramente sarebbe al di là delle capacità umane farlo.

La risposta fu semplice: CostruiteMi una casa più o meno come la costruite per voi stessi. Infatti se guardiamo gli utensili centrali del Tabernacolo ci accorgiamo di questa similtudine.

I quattro elementi centrali sono: 1) il tavolo per il pane, 2) l’altare dei sacrifici, 3) la Menorà per l’illuminazione e 4) l’Arca Santa. L’Altare rappresenta la “cucina”, il Tavolo la “sala da pranzo”, la Menorà la fonte di luce e l’Arca rappresenta il luogo intimo di unione (nel Santo dei Santi, Kodesh Hakodashim, al quale accedeva solamente il Sommo Sacerdote e solamente una volta all’anno, a Kippur).

In effetti è come se il Sign-re ci dicesse: A Me non serve una casa, ovviamente. Serve a voi una “casa per Me” per potere sempre mettere in evidenza il fatto della Mia presenza tra voi.

Inoltre, in tutti i dettagli della vita, ciò che vedete come vostra esigenza, dovete anche vedere una mia esigenza. Ogni parte della vostra vita deve avere un “angolo” per Me. In questo modo anche la vostra parte sarà illuminata e raffinata.

Chiaramente, questo concetto vive nei nostri cuori e nelle nostre case, nonché nei “piccoli santuari”, come il Talmud si riferisce ai templi di oggigiorno.

Vi auguro uno Shabbat “illuminato”,

rav Shalom Hazan

Chabad-Lubavitch di Monteverde