Posts Tagged ‘parashà’

Il Successo Invita L’Umiltà

19 novembre, 2010
Leggiamo questa settimana del ritorno di Yaacov alla terra natìa ove dovrà superare la prova – potenzialmente pericolosa – dell’incontro con il fratello Essàv.

Il testo della Torà descrive il timore, e adirittura la paura, che provava Yaacov pensando a questo incontro. Il terzo degli Avi prega quindi il Sign-re, invocando la Sua misericordia.

In effetti abbiamo già letto in passato che a Yaacov sono state date delle benedizioni molto particolari che includevano anche delle assicurazioni riguardo la protezione Divina nei suoi confronti. Tuttavia Yaacov apre la sua preghiera con la parola “katònti”, letteralmente tradotto con “sono umile” e nel contesto del verso è come se dicesse “non sono degno di tutte le bontà…che hai operato con il tuo servo… Perfavore salvami dalla mano di mio fratello…” (Genesi 32, 11-12)

Noi siamo abituati ad un mondo nel quale il successo invita la presunzione o comunque una sensazione di contentezza e al minimo un po’ di soddisfazione. Qui troviamo una situazione nella quale una persona ha creato praticamente dal nulla un mini-impero al livello famigliare e al livello economico e questo lo rende… molto umile!

Millenni dopo il rav Schneur Zalman di Liadì (autore del Tanya che festeggeremo questo giovedì sera a Via Balbo) scriveva, anch’esso in un contesto storico particolare, che Yaacov si sentiva umile non nonostante le bontà concesse dal Sign-re ma proprio a causa di queste bontà.

“Il senso è che ogni bontà concessa dal Sign-re ad una persona dovrebbe far sì che essa si senta molto umile. Poiché una bontà Divina rappresenta ‘un’abbraccio’, è come se il Sign-re portasse la persona vicina a Sé, molto più intensamente di quanto lo fosse prima.

“Più la persona è vicina al Sign-re … più grande sarà l’umiltà in lui risvegliata … poiché ‘tutto nei Suoi confronti è come nulla’. Quindi più la persona è ‘nei Suoi confronti’ (ossia vicina a Lui, NDT) più si considera nullo. Ed è questo l’attributo di Yaacov…”

“In contrasto, per le ‘forze negative’ funziona nella maniera opposta; più bontà si dimostra alla persona, più cresce la sua arroganza e soddisfazione di sé…”

Penso che questa prospettiva possa aiutarci ad appronfondire meglio molte situazioni ma anche ad apprezzare molto di più le benedizioni che abbiamo.

di Rav Shalom Hazan

Questione di Vita e Morte

29 ottobre, 2010

La Parashà di questa settimana descrive gli eventi della vita di Avrahàm e i suoi dicendenti, dopo la morte di sua moglie, Sara. Con questo in mente, è difficile capire il senso del nome della Parashà (il quale rappresenta anche il contenuto della stessa): “Chayè Sarà”, ossia “la vita di Sara”!

I nostri maestri spiegano che la vita nella sua forma più autentica, avendo come fonte il Divino stesso, è anch’essa intrinsicamente eterna. È per questo che nell’ebraismo la morte è legata all’impurità, perché la mancanza di vita indica un vuoto di santità e purezza. Laddove il Divino è rivelato, c’è solo vitalità.

Questo ci aiuta a capire il detto del Talmùd “il nostro padre Ya’akov non morì” (Ta’anit 5b) con tanto di spiegazione: “attraverso la vita della sua progenia, è vivo anche lui”.

Un corpo può morire, ma non una vita (un’anima) legata alla fonte di vita come quella di un giusto come Ya’akov. Al contrario, sono proprio gli eventi che accadono dopo la morte che possono testimoniare sulla continuità della “vita” del deceduto.

Lo stesso vale riguardo la Parashà di questa settimana e la morte di Sara. Proprio qui, ove vengono descritti gli eventi che seguono la morte di Sara, si mette in evidenza la parte eterna della sua vita. È possibile vedere l’impatto che ha avuto sul suo ambiente – un impatto che non “muore”.

Gli eventi della Parashà sottolineano la mancanza della figura di Sara e al tempo stesso dimostrano la sua “vita”.

Avrahàm e Sara erano i primi ebrei che hanno vissuto nella futura Terra d’Israele ma proprio la sepoltura di Sara (nella caverna della Machpelà) è risultato dal primo acquisto di terreno da parte di un ebreo nella Terra Santa.

Sara aveva dedicato la vita al formare la prima famiglia ebrea; il matrimonio di Isacco e Rebecca, descritto in questa Parashà dimostra come il sucessore di Sara vivesse gli ideali sui quali Sara aveva fondato la casa ebraica, continuando le sue stesse tradizioni di accendere le candele dello Shabbàt, di seguire le leggi della purezza famigliare e di preparare le challòt per lo Shabbàt e tramandandole a tutte le generazioni future di donne ebree.

Il nome Chayè Sarà, quindi, esprime il vero messaggio di questa Parashà. Poiché fin quando Sara viveva ancora, la sua vita poteva essere vista come uno stato temporaneo, una vita con un inizio e una fine limitata da un corpo e da un tempo definito.

Solo dopo la sua morte si rivela l’impatto eterno della sua vita.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, זי”ע

A cura di rav Shalom Hazan, Chabad Lubavitch di Monteverde

Le Giuste Priorità

2 luglio, 2010

Finalmente, dopo quarant’anni nel deserto, il popolo ebraico si trovava sulla soglia della Terra Promessa. Moshè era ancora la guida del popolo pronto ad attraversare il Giordano per conquistare e abitare la Terra.

È proprio a questo punto che un gruppo di persone – dalle tribù di Reuben e Gad – vennero da Moshè con una richiesta interessante.

“Noi abbiamo un’abbondanza di gregge”, dissero, “e la zona nella quale ci troviamo è molto adatta al pascolo. Vorremmo rimanere qui, oltre il Giordano, e non entrare nella futura Terra d’Israele”.

“Ma è possibile che i vostri fratelli andranno a combattere e voi rimarrete qui?” ribatté Moshè. “No”, dissero, “costruiremo dei rifugi per il bestiame e delle città per i nostri figli e poi ci affretteremo a prendere le armi e andare davanti ai nostri fratelli finché li porteremo al loro posto. Non torneremo alle nostre case finché tutti i figli d’Israele prenderanno possesso del loro territorio”.

Moshè accetta la proposta dicendo “…costruite città per i figli e rifugi per le bestie, e fate ciò che avete detto”. (Bemidbar 32, 1-42).

Si noti che nella sua risposta Moshè parla prima dei figli e poi del bestiame, mentre nella richiesta delle tribù l’ordine fu quello contrario.

Il grande commentatore Rashì scrive che queste tribù erano preoccupati più per i loro beni che per i loro figli e Moshè dovette impartire loro una lezione sulle priorità: prima la famiglia, poi i beni.

Certo che bisogna lavorare per poter portare avanti la famiglia, ma quando abbiamo questa Parashà davanti dobbiamo fermarci un attimo e pensare se abbiamo i valori al posto giusto e se le nostre priorità hanno un vero senso.

Gran parte del nostro tempo è preso dal poter arrivare al fine e non dal fine stesso, ma bisogna sempre ricordare che “la cosa migliore che si può spendere sui bambini non sono i soldi ma il tempo”.

Il sesto Rebbe di Lubavitch, Rabbi Yosef Yitzchak Schneersohn, disse che “la verra ricchezza non si misura con proprietà, azioni e così via. La vera ricchezza ebraica consiste nel essere benedetti con figli che camminano nelle vie del Sign-re.”

Ci auguriamo tutti, quindi, molta ricchezza…

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
Adattato da Rav Shalom Hazan

Il Tuo Serpente

18 giugno, 2010

Tra gli episodi raccontati nel libro di Bamidbar (Numeri) vi è quello del serpente di rame (21, 4-9).

Il popolo divenne impaziente nel viaggio ed iniziò a parlare contro D-o e contro Moshè. “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per morire nel deserto? Poiché non c’è né pane né acqua…”

Il Sign-re mandò contro il popolo i serpentei che morsicavano il popolo e morì molta gente. A questo punto il popolo venne da Moshè e disse: “Abbiamo peccato, poiché abbiamo parlato conto il Sign-re e contre te. Prega il Sig-re affinché tolga da noi il serpente”. Moshè pregò per il popolo e la risposta fu:

“Fatti un serpente [di rame] e ponilo su una pertica. Chi sarà morsicato lo guarderà e guarirà”.

E così fu.

I commentatori spiegano l’importanza del simbolismo. Non è il serpente che porta la morte (nel caso del morso) o la vita (nel caso del serpente di rame), bensì il Sign-re. Rivolgendo gli occhi verso l’alto (il serpente sulla pertica) ci si ricorda dell’onnipresenze e dell’onnipotenza del Creatore e si cerca di tornare ad Esso.

Mi soffermerei un momento, però, su un’altra indicazione da trarre da questi versetti. La risposta di D-o a Moshè, “fatti un serpente” e non “fai un serpente” indica, secondo i Maestri, che le spese di quest’opera avrebbero dovuto essere sostenuti dallo stesso Moshè e non da fondi pubblici.

Queste serve per dare una lezione sul perdono.

“Se ti viene chiesto il perdono”, è scritto nel Talmud, “non essere crudele nel perdonare”.

Cosa vuol dire non essere crudele nel perdonare? Come se fosse scontato che comunque la persona perdona ma deve fare attenzione a non farlo con crudeltà.

Il senso è che spesso anche avendo subito un’offesa, essendo persone mature si riconosce che l’altro avrebbe potuto sbagliare e quando questi si accorge del proprio errore e chiede il perdono, lo si perdona.

Il problema è che spesso rimane un filo di rancore nel cuore anche dopo l’aver perdonato il prossimo. “Sì ti perdono ma non voglio più frequentarti”… Oppure “Accetto le tue scuse, ma non è più come prima”

Questo vuol dire perdonare con crudeltà! Il perdono dovrebbe essere assoluto.

Lezione che insegna il Sign-re a Moshè e quindi a tutti noi, dicendogli che la cura per un male che il popolo ha subito per avere sparlato contro Moshè stesso, verrà dalla sua tasca proprio per dimostrare che il suo perdono è completo e assoluto.

Da un discorso del Rebbe di Lubavitch
Chukat 5744-1984
Adattato da Rav Shalom Hazan

Il Libro delle Lamentele

14 Maggio, 2010

Cari Amici,

Non ogni giorno possiamo dire “questa data è menzionata nella Torà”, ma oggi, capomese del mese di Sivàn, lo possiamo fare.

“In questo giorno – riferendosi al primo giorno del terzo mese dall’uscita dall’Egitto – arrivarono al deserto del Sinai” per poi accamparsi presso il monte Sinai.

La Torà nel descrivere il popolo che si accampa usa il verbo nella forma singolare dicendo che si “accampò di fronte al monte”. Perché si accampò e non si accamparono? Poiché in quel momento le persone erano tutte in armonia e di un solo cuore. Cosa che sarà difficile dire di tutti gli altri accampamenti… (vedi il commento).

La lezione da trarre è, naturalmente, che trovandoci alle soglie dell’anniversario del Dono della Torà durante la festa di Shav’uòt, siamo richiamati a cercare di vivere nuovamente quell’unione e quell’armonia.

Shabbat Shalom,
Rav Shalom Hazan

———–

Il Libro delle Lamentele

La Parashà di questa settimana è la prima del 4° libro della Torà, chiamato Bemidbàr nella tradizione ebraica e Numeri in italiano (in effetti esiste anche in fonti ebraiche un nome simile). Un mio amico ha proposto un altro nome, Il Libro delle Lamentele. Un semplice riassunto di gran parte dei racconti trasmessi dalla Torà in questo libro sarebbe semplice: Gli ebrei non erano contenti e si lamentarono con Moshè e con D-o.

Diverse lamentele riguardano il cibo (e la mancanza di scelta in riguardo), l’acqua, la mancata volontà di recarsi in Israele ed una vera e propria ribellione contro il potere di Moshè ed Aharòn.

In un caso la Torà dice che il popolo si lamentò, accendendo l’ira del Sig.ra, senza specificare quale fosse il motivo della lamentela.

Questo mi ha ricordato un po’ il comportamento di un bambino che trova mille motivi per disturbare i genitori. A volte i genitori cercano di affrontare e risolvere il motivo del disturbo, per andare incontro quasi immediatamente ad un altro disturbo. Questo perché non si accorgono che il motivo è uno solo: Il bimbo in effetti sta dicendo “guardami, voglio la tua massima attenzione, e troverò mille modi per ottenerlo”…

Se ci possiamo permettere di applicare questa metafora al popolo ebraico nel deserto ma a tutti noi anche oggi, potremmo dire che il popolo cerca di ottenere l’attenzione del Sig-re o cerca di creare un legame con Esso.

Se i ruoli di culto ufficiale sono limitati a certi individui (i sacerdoti, i leviti) il popolo troverà un modo per avere l’attenzione e quindi il legame con haKadosh Baruch Hu.

Per fortuna non bisogna essere un “esponente ufficiale” per trovare questo legame. “Il Sig.re cerca il cuore” dice il Talmud, e se ce lo mettessimo si risolverebbero molte situazioni!

di Rav Shalom Hazan

Amore Facile? No Grazie!

23 aprile, 2010

viaggio ganI Bambini del Gan nel loro viaggio in Erez Yisrael…

Amore Facile? No Grazie!

Rabbì Levi Yitzchak di Berdicev era famoso per la sua erudizione nell studio ma ancora di più per la sua forte ahavat Yisrael-amore verso il prossimo-che trovava espressione in tutte le sue interazioni con gli altri.

Si racconta che una volta il Rebbe di Berdicev vide un ebreo che mangiava durante Tishà BeAv, giorno di lutto e di digiuno in ricordo della distruzione del Santuario. Sorpreso, gli chiese se sapesse che fosse il nove di Av. L’ebreo rispose che ne era al corrente. “Forse non sai, disse il Rebbe, che oggi è un giorno di digiuno”. L’ebreo gli rispose che questo non gli era sfuggito.

“Sicuramente per ragioni di salute ti è stato permesso mangiare,” presunse il Rebbe. “Niente affatto, disse l’ebreo, mi va’ di mangiare…”

A questo punto il Rebbe rivolse gli occhi verso l’alto e disse: “Creatore del mondo, guarda come sono onesti i tuoi figli, non mentirebbero mai!”

La mitzvà di amare il prossimo come se stesso si nella Parashà odierna (Kedoshìm – Levitico 19, 18).

Rabbì Levi Yitzchak disse che il suo atteggiamento verso il prossimo gli si radicò nel cuore in merito di una spiegazione del Baal Shem Tov.

La Mishnà afferma che “lo studio della Torà che non sia accompagnato dal lavoro finisce per diventare futile” (Avòt 2, 2). Il Baal Shem Tov spiegò che, oltre il senso letterale, con “lavoro” si intende la mitzvà di amare il prossimo. Perché “lavoro”? Perché la mitzvà dovrebbe essere considerata come un lavoro fatto con cura, con vero impegno e talvolta anche con fatica…

Così come il commerciante non aspetta che la gente lo venga a cercare ma impiega varie strategie per attirare i clienti, anche noi non dovremmo aspettare che l’opportunità di fare qualcosa per un altro ci si presenti; dovremmo piuttosto andare a cercare l’occasione…

Questo è uno degli aspetti del “lavoro” di Ahavat Yisrael.

Un’altro aspetto potrebbe risultare ancora più faticoso: Quello di dimostrare amore e affetto al prossimo anche quando non pensiamo che costui ne è degno…

Amore facile? Certo, ma non ad esclusione di quello difficile!

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

La Lingua e Il Veleno

16 aprile, 2010

La Lingua…

La Forza della Parola

La Parashà di questa settimana parla della tzara’at (la “lebbra”). I commentatori spiegano che questa forma di lebbra non era una malattia naturale bensì un fenomeno soprannaturale che poteva colpire chi peccava di “Lashon Harà” una categoria nella quale si include non la maldicenza, pettegolezzi, calunnie e diffamazioni di ogni tipo.

Secondo Maimonide esiste tuttavia un’ulteriore dimensione: vi sono infatti cose che non sono né calunnie né pettegolezzi ma che trasmessi da una persona all’altra si potrebbero trasformare in qualcosa di negativo. Anche questo sarebbe proibito.

Varie situazioni in apparenza innocenti o adirittura positive potrebbero essere Lashòn harà, ad esempio lodare una persona in presenza di un suo nemico che potrebbe reagire in maniera negativa.

L’autore di “Orchòt Tzadikìm” (Le vie dei giusti) scrive che “prima di parlare, sei padrone delle tue parole. Dopo aver parlato, le parole sono padrone di te”.

Non di rado ci ritroviamo imprigionati dalle nostre parole, rendendoci conto di aver detto cose che sarebbe stato meglio non dire e che ormai non sono più sotto il nostro controllo.

Il Midràsh racconta che il saggio Rabban Shim’òn ben Gamlièl chiese al suo schiavo, Tavi, di comprargli qualcosa di buono al mercato. Tavi ritornò con un pezzo di carne, un taglio di lingua. Rabban Shim’òn gli chiese poi di portare qualcosa di cattivo dal mercato. Tavi tornò di nuovo con un pezzo di lingua.

“Com’è possibile, chiese il rav, ti ho chiesto qualcosa di buono e mi hai portato la lingua, e ti ho chiesto qualcosa di cattivo e mi porti la stessa cosa?!”

Disse Tavi: “La lingua ha sia il buono che il cattivo. Quando è buono, è molto buono, ma quando è cattivo può essere molto cattivo…”

Ci si può quindi chiedere come mai, data la gravità del peccato di Lashon Harà, perché non esiste più la tzara’at?

Secondo vari commentatori, il segno della tzara’at esisteva quando la Lashon Harà non era così comune e quindi poteva servire da ricordo nel caso servisse. E’ come se ci fosse una regola non scritta, che se dovessero essere puniti tutti, alla fine non si punisce nessuno. Evidentemente, in maniera alquanto ironica la tzara’at esisteva solo quando il popolo si trovava a un livello spirituale di gran lunga più elevato del nostro.

La tzara’at è superficiale – appare sulla pelle – e riflette un problema superficiale. Quando i problemi sono più profondi, vanno affrontati in profondità e il sintomo esteriore non è più sufficiente.

Ogni giorno diciamo migliaia di parole. Cerchiamo di rimanere consci del loro potere.

di rav Shalom Hazan

…e il Veleno

Humor ebraico

Un uomo si reca presso il proprio rabbino.

“Rav, qualcosa di terribile sta accadendo, mia moglie sta cercando di avvelenarmi”.

Il rav, sorpreso, si meraviglia: “Ma com’è possibile?”

L’uomo assicura il maestro che è proprio così.

Il rav si offre quindi di parlare con la signora e cercare di trovare una soluzione.

L’indomani l’uomo riceve una telefonata dal rabbino. “Allora, ieri ho parlato con tua moglie al telefono per tre ore. Vuoi sentire il mio consiglio?”

“Certamente rav”, risponde l’uomo.

“Bevi il veleno” ….

Aereo Dirottato Per Tefillìn

22 gennaio, 2010
Chabad Lubavitch di Monteverde
22 gennaio 2010 – 7 Tevet 5770

Cari Amici,

Chi avrebbe mai pensato che i giornali di tutto il mondo parlassero dei Tefillìn? E’ quello che sta accadendo, causa un ragazzo diciasettenne che si è messo a pregare con i Tefillìn durante un volo da New York al Kentucky. Vedete in basso il legame sorprendente con la Parashà di questa settimana…

Per informazioni sui Tefillìn in generale, clicca qui.

Altra notizia interessante: La banca americana Chase ha creato un programma di beneficenza per distribuire fondi a 100 associazioni caritatevoli che riceveranno 25,000 dollari. La banca ha aperto la votazione su Facebook per scegliere 5 vincitori il primo dei quali riceverà ben 1milione di dollari e gli altri quattro 100,000$ ciascuno.

Tra queste prime cinque vi è un’unica organizzazione ebraica: La Friendship Circle, un’associazione gestita da Chabad negli USA che si occupa di bambini disabili.

Attualmente la Friendship Circle è al quarto posto e la votazione avrà fine stasera! Aiutiamoli ad arrivare al primo posto! Si può votare solo su Facebook (quindi bisogna essere iscritti).

Clicca su: http://vote4fc.com e comunicalo a tutti i tuoi amici su FB!

Per ulteriori informazioni sul concorso clicca qui. Per info sulla Friendship Circle clicca qui.

Per informazioni sulla Chabad Haiti Relief Effort clicca qui.

Signore e Signorine, vedete in basso le info per la riunione delle Donne di Monteverde che si svolgerà questa settimana!

Shabbat Shalom!

Rav Shalom e Chani Hazan

Appuntamenti…Shabbàt al Tempio

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 22-23 gennaio:

22 gennaio venerdì sera: 16,55

23 gennaio shabbàt mattina: 09,30

23 gennaio shabbàt pomeriggio: 16,50

Il kiddush di questo Shabbàt è offerto da Angelo Di Porto, Hazzak!

Gli incontri della settimana

mini-lezione 1: venerdì sera tra Minchà e ‘Arvìt: lezione di Halachà

mini-lezione 2: Shabbàt mattina prima della Tefillà lezione sul significato delle preghiere

Shabbàt pomeriggio dopo minchà:
lezione con rav Bahbout

martedì 26/01: Tanya e Talmud ore 20,00 (uomini)

mercoledì 27/01: lezione alle ore 20,30 (uomini e donne)

Gruppo Donne di Monteverde

La 2° edizione della preparazione della Challà con un intervento di un ospite speciale!

La Sig.ra Bassi Garelik di Milano interverrà sul tema “La donna nell’ebraismo, è sottomessa o sottomette?”

Non mancare a questa occasione speciale!

Martedì 27 gennaio alle 20,30 al Tempio dei Colli Portuensi

Foto della Settimana
Gan Rivkà
Colli Portuensi
Alef


Finalmente stiamo apprendendo le letterine… ed ecco la Alef!

Aereo Dirottato Per i Tefillìn

Questa settimana molti quotidiani hanno rubato il mio mestiere mettendosi a spiegare concetti ebraici come i Tefillìn…Almeno mi hanno lasciato qualcosa però: non si sono accorti che la Parashà che studiamo e leggiamo pubblicamente questa settimana include anche la fonte di questo precetto! (La mitzvà è ripetuta due volte, l’ultima è la conclusione dell’intera lettura settimanale).

Il contesto storico è quello dei momenti finali antecedenti l’esodo dall’Egitto. Le ultime tre piaghe saranno raccontate in questa Parashà e il popolo inizia a formarsi formalmente con l’acquisizione di precetti – mitzvòt – trasmessi da D-o attraverso Moshè.

Tra questi i Tefillìn che fanno parte delle molte mitzvòt e usanze che ci ricordano l’Esodo.

Nel ricordare l’Esodo non stiamo cercando solamente di non dimenticare l’accaduto ma anche di nuovamente vivere l’esperienza. L’esperienza è quella di un popolo schiavo di un’altro che diventa libero per servire l’unico D-o.

I Tefillìn, che si legano sulla fronte in corrispondenza al cervello e sul braccio in corrispondenza al cuore, rappresentano proprio questo: il concetto di legare la propria mente, l’intelletto, e i sentimenti, le emozioni, alla volontà del Creatore.

Ogni mattina quando si mettono i Tefillìn e si riconosce questo concetto (come il codice di legge, lo Shulchan Aruch, ci invita a fare) si esce nuovamente dal’Egitto della schiavitù personale per accedere e legarsi a qualcosa di più elevato.

Questo per quanto riguarda i Tefillìn in generale. Un’altro messaggio mi ha colpito ed è quello dei Tefillìn messi pubblicamente (in questo caso dal ragazzo sul aereo) che mi ricorda un’ulteriore aspetto della Parashà:

Nel momento che il faraone si arrende, durante la piaga della morte dei primogeniti, corre da Moshè e Aharòn e li prega di uscire dalla sua terra con il loro popolo.

Secondo il Midràsh, Moshè disse al faraone: “Siamo forse dei ladri che escono scappando in mezzo alla notte?! Usciremo in pieno giorno!”

Penso che le parole di Moshè si riferiscono anche al piccolo “faraone” che ognuno di noi si porta dietro… L’ebreo non ha motivo di trovarsi in imbarazzo o di vergognarsi quando si comporta da ebreo. Anzi, la fierezza di noi ebrei potrebbe alimentare la tolleranza e la comprensione su molti livelli.

di rav Shalom Hazan

P.S. Se sei un maschio ebreo che ha compiuto 13 anni e vuoi mettere i Tefillìn ma non sai come contattami scrivendo un commento qui sotto.

Sintesi della Parashà Bo

Esodo 10:1-13:16

Gli Egiziani vengono colpiti con le ultime tre delle Dieci Piaghe: uno sciame di cavallette mangia tutto il raccolto, un buio fitto copre la terra e tutti i primogeniti egiziani vengono uccisi allo scoccare della mezzanotte del quindicesimo giorno di Nissàn.

Il Sign-re comanda la prima mitzvà al popolo d’Israele, ovvero di stabilire un calendario basato sul ciclo della luna. Essi vengono anche ordinati di portare un sacrificio Pasquale di un capretto, dopo la shechità il sangue dovrà essere spruzzato sugli stipiti delle porte di ogni casa, affinché il Sign-re sappia quali case saltare durante l’uccisione dei primogeniti. La carne arrostita dovrà essere ingerita quella notte insieme alla matzà e alle erbe amare.

La morte dei primogeniti finalmente induce il Faraone ad abbandonare ogni resistenza, è lui in persona a mandare i Figli d’Israele via dalla sua terra. Essi partono con tanta fretta che non hanno il tempo di lasciare lievitare l’impasto del pane che portano con loro. Prima di lasciare l’Egitto chiedono ai vicini egiziani di dargli l’oro, l’argento ed i loro vestiti.

Il Sign-re comanda i Figli d’Israele di dedicargli ogni primogenito e di commemorare l’anniversario dell’Esodo ogni anno, togliendo ogni cibo lievitato dalla propria casa per sette giorni, mangiando la matzà e raccontando la storia della redenzione ai propri figli. Essi dovranno inoltre indossare i tefillìn sulla testa e sul braccio come ricordo dell’Esodo e del loro patto con D-o.

Tratto dal sito chabad.org, traduzione di Chani Benjaminson per chabadroma.org e pensieriditora.it

Shabbat Shalom

1 gennaio, 2010
Chabad Lubavitch di Monteverde

1 gennaio 2010 – 15 Tevet 5770

Cari Amici,
Il grande maestro chassidico rav Levi Yitzchak di Berdiciov usava augurare “buon anno” in questo periodo. Molti si meravigliarono circa questa usanza visto che l’anno ebraico ha inizio a Rosh Hashanà… il rebbe di Berdiciov spiegò quindi che le date di altri popoli sono anch’essi importanti, parafrasando anche un versetto dei Salmi: “D-o conterà secondo le scritte dei popoli”… (basato su Salmi 87,6).

Shabbat Shalom!


Rav Shalom e Chani Hazan

Shabbàt al Tempio
Orari delle Tefillòt per Shabbàt 1-2 gennaio:
1 gennaio venerdì sera: 16,30
2 gennaio shabbàt mattina: 09,30
2 gennaio shabbàt pomeriggio: 16,25
Il kiddush di questo Shabbàt è offerto dalla famiglia Hazan in onore del compleanno di Mussi. Grazie!

Gli incontri della settimana
mini-lezione 1: venerdì sera tra Minchà e ‘Arvìt: lezione di Halachà
mini-lezione 2: Shabbàt mattina prima della Tefillà lezione sul significato delle preghiere
Shabbàt pomeriggio dopo minchà:

lezione con rav Bahbout

Foto della settimana

Un anonimo lettore ha inviato la foto nella quale si vede lo schermo di un mezzo pubblico a Roma che annuncia la festa di Hanuccà in Piazza Barberini…

barber

Pianto di Disperazione
La storia, e quindi la vita, è fatta di piccole vignette ma anche di vastissimi quadri. Spesso bisogna capire bene il quadro vasto per potere gestire meglio le piccole vignette…
Il racconto di Genesi si avvia verso la sua conclusione. Questa settimana si legge della morte di Yaacòv e della sua sepoltura a Hevron nella terra d’Israele. Conclusa con la sua morte l’epoca degli Avi, rimane la prossima generazione, “i fratelli”.
Un racconto: Dopo la morte del padre, i fratelli si rendono conto che Yossef (Giuseppe) non è più vicino a loro come lo era una volta.
I fratelli si spaventano. Non sarà che Yossef li ha sempre odiati per ciò che gli avevano fatto quand’era giovane? Non sarà che ora, morto il padre, si rivendicherà contro di essi in qualche maniera?
Convinti di questa loro idea, creano una “delegazione” di fratelli per farsi perdonare da Yossef.
Yossef sente le loro parole e piange mentre parlano…
“Voi pensavate di farmi del male [ma] D-o lo intese per il bene, per operare quel che avviene oggi, per manteren in vita un grande popolo”…
Secondo alcuni commentatori Yossef piange dalla disperazione. Come se dicesse “Ma come è possibile che stato ancora pensando a queste cose? Non vi rendete conto del fatto che tutto è progettato da D-o per un fine buono? Non avete forse notato che in qualche modo avrei dovuto arrivare in Egitto secondo un progetto Divino per essere la persona giusta al posto giusto nel momento giusto? Siete stati semplicemente delle pedine, protagonisti di una piccola vignetta che faceva parte di un vasto quadro”
“Ora che siete in Egitto, non è forse giusto riprendere l’opera degli Avi, iniziata da Avrahàm – quella di difondere tra tutti i popoli la conoscenza di un solo Creatore?”
La perdita di visione del riquadro vasto è infatti motivo di pianto.
Secondo un insegnamento del Rebbe di Lubavitch, è giusto piangere per i problemi del prossimo, ma non per i propri problemi. Per quanto riguarda se stessi bisogna alzare le maniche e mettersi all’opera…
rav Shalom Hazan

Sfogarsi o Non Sfogarsi?

19 novembre, 2009

Il sig. Rossi tra poco arriverà a casa tardi dopo una giornata di lavoro. Ormai è “stracotto” ed è pronto a rilassarsi…sfogandosi con la propria moglie dal momento che varca la soglia della porta.

La sig.ra Rossi, stanca anche lei da una giornata di lavoro ed altri impegni, aspetta l’arrivo del marito per rilassarsi..sfogandosi con lui.

Basta leggere questo e sappiamo già come andrà a finire la serata a casa Rossi…

E’ giusto sfogarsi con il prossimo? E’ legittimo considerare il proprio marito / la propria moglie un bersaglio sul quale lanciare il proprio sfogo?

Secondo il Rebbe di Lubavitch un’episodio raccontato nella Parashà di questa settimana allude ad una risposta a questa domanda.

Rivkà (Rebecca) rimane incinta dopo molti anni di attesa solo per vivere una gravidanza estremamente difficile. Non sapendo come interpretare questa benedizione coperta di grande difficoltà, Rivkà và alla ricerca di qualche indicazione profetica per trovare un po’ di tranquillità.

Secondo le fonti midrashiche (riportate anche da Rashì in loco) Rivkà si reca dai maestri Shem (figlio di Noach) ed ‘Ever (nipote di Shem) i quali trasmettevano fedelmente la tradizione divina trasmessa da Adamo ed Eva fin dall’inizio di tutto.

Fatto alquanto strano dato che Shem non risiedeva nelle immediate vicinanze, suggerendo quindi che Rivkà abbia intrapreso un viaggio per consigliarsi con esso, nonostante abbia “dentro casa” la possibilità di consultarsi con due grandi potenze spirituali nelle persone di Abramo ed Isacco!

Questo racconto ci indica, secondo il Rebbe in un suo commento sulla Parashà, quanto sia importante considerare attentamente i sentimenti degli altri, sopratutto le persone che ci sono più vicine. La disperazione di Rivkà avrebbe potuto recare un profondo dispiacere al marito. Lei evita quindi di coinvolgerlo e cerca una risposta altrove.

Il sig. Rossi bussa* alla porta ed entra sorridente. “Com’è andata la tua giornata, cara?” “Abbastanza bene”, gli risponde la sig.ra, “vogliamo cenare prima? Poi ci sarà tempo per parlarne”…

di rav Shalom Hazan

*Non è un errore: secondo la Halachà (legge ebraica) anche entrando nella propria casa bisognerebbe bussare o comunque pre-annunciare la propria presenza, per evitare di cogliere di sorpresa chi si trova a casa.