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Il Merito di Sarah

30 ottobre, 2009

Alle soglie dell’Egitto, Avrahàm disse a Sarà: Ecco, io so che sei una donna bella di aspetto. Quando gli egizi ti vedranno, diranno: “Costei è sua moglie!”; mi uccideranno e lasceranno te in vita. Per favore, dì che sei mia sorella affinché io abbia beneficio grazie a te e io sopravviva (Bereshìt 12, 11-12).

Sorge immediata la domanda: come avrebbe potuto Avrahàm mettere Sarà in una posizione di possibile pericolo, permettendole di essere portata al palazzo del faraone, con lo scopo di salvare la propria vita? Ancor più sconcertante è la capacità di Avrahàm di pensare ai benefici di cui avrebbe goduto esponendo sua moglie a un tale rischio. Anche se Avrahàm fosse stato costretto a lasciare che Sarà fosse portata via per risparmiare la sua vita, come avrebbe potuto dire: affinché io abbia beneficio?

In precedenza D-o aveva promesso ad Avrahàm che, lasciando il suo luogo di nascita e recandosi a Kena’an, sarebbe stato benedetto con la ricchezza, oltre che con tutto il resto. Avrahàm era sicuro che questa partenza forzata da Kena’an per l’Egitto, si riferisse in qualche modo a questa benedizione. Vedendo il suo viaggio come un mezzo possibile per esaudire la benedizione di D-o sulla ricchezza, Avrahàm chiese a Sarà “per favore, dì che sei mia sorella”.

Anche spiritualmente, la partenza di Avrahàm dalla terra natìa era mirata a consentirgli di vivere un’elevazione spirituale che gli permettesse di scoprire e perfezionare le scintille di santità presenti nel mondo. Questo era anche lo scopo spirituale del suo viaggio in Egitto, ossia di elevare le scintille di santità “perdute”, presenti in quella terra. Le mitzvòt, il cui scopo globale è il raffinamento spirituale del mondo fisico, devono essere compiute con mezzi naturali. Avrahàm pertanto esprime l’insolita richiesta a Sarà affinché la promessa dei doni materiali si realizzi nella maniera più naturale possibile.

Come poteva tuttavia Avrahàm rishciare che Sarà venisse disonorata? E’ risaputo che D-o ha “molti agenti”, tramite i quali provvede al sostentamento sia fisico che spirituale di coloro che Lo temono. Non avrebbe quindi Avrahàm dovuto aver fiducia nell’aiuto divino, risparmiando alla moglie un rischio del genere? Lo Zohar risponde a questa domanda affermando che Avrahàm non si basva suoi propri meriti, ma piuttosto su quelli della moglie: egli infatti avrebbe acquistato la ricchezza per merito di lei, in quanto essa si acquista per  merito della moglie. Anche spiritualmente, la discesa di Avrahàm in Egitto per amore della “ricchezza spirituale” avrebbe potuto compiersi solo per merito di Sarà.

Per arrivare a raggiungere questo scopo, era necessario che lei discendesse addirittura fino alla casa del faraone. Poiché lo scopo ultimo della discesa in Egitto poteva raggiungersi solo in questo modo, lo Zohar conclude che AVrahàm aveva ragione di basarsi sul merito di Sarà, grazie alla quale lui non avrebbe subito torti e nessun danno sarebbe ricaduto su di lei.

da Likkuté Sichòt vol. XX
Tratto da “Genesi-Bereshìt” edizione Mamash

I superstiti del Diluvio

23 ottobre, 2009
Chabad Lubavitch Monteverde

23-10-2009 | 5 Cheshvàn 5769

Cari Amici,

Vi auguriamo un Shabbàt Shalom,

Rav Shalom e Chani Hazan

Shabbàt al Tempio – Le Lezioni della settimana

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 23-24 ottobre:

23 ottobre venerdì sera: 18,00

24 ottobre shabbàt mattina: 09,30

Il Kiddush è offerto da Valentina Calò e Andrea Anticoli.

Per offrire i prossimi Kiddush gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!

lunedì 26 ottobre Tanya e Talmud: 20,00

mercoledì 28 ottobre Pensiero Ebraico: 20,30

I Superstiti del Diluvio

Nel Midràsh si narra un’episodio accaduto nell’arca, la Tevà, mentre questa vagava sulle acque durante il diluvio universale. Noach (Noè), che aveva il compito di dare da mangiare alle bestie, un giorno portò il cibo del leone troppo tardi. Il leone affamato lo colpì e Noach rimase zoppo.

Tuttavia ciò non fece sì che Noach perdesse la pazienza e smettesse di fare il suo compito. Il giorno dopo continuò a nutrire tutti gli esseri viventi dell’Arca, anche coloro che non dimostravano l’apprezzamento per la sua opera…

Qui si nasconde una lezione di vita per ognuno di noi.

Così come Noach era un superstite dal diluvio, ognuno e ognuna di noi è un sopravvissuto al diluvio terribile dell’ultima generazione.

Nello stesso modo che Noach ricevette un’istruzione Divina di dare il cibo agli animali, ognuno di noi ha l’obbligo di nutrire, con cibo spirituale, gli ebrei in tutto il mondo.

La Torà dice che Noach era un uomo giusto ed aveva anche il merito di essere scelto come colui che avesse salvaguardato la continuità dell’umanità. Nonostante tutto ciò, vediamo che esce dall’arca con una ferita.

È una lezione per tutti noi: delle volte ci troviamo davanti a degli ostacoli che impediscono lo svolgimento della nostra missione. La Torà ci allude, quindi, che dobbiamo imparare da Noach e non lasciarci fermare anche quando un leone ci si mette davanti…

Ricordiamo che non abbiamo il permesso di “tardare il nutrimento” di qualsiasi persona e nonostante le difficoltà che ci vengono incontro non possiamo scordare il prossimo sopravvissuto.

Di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

Foto della Settimana

Questa è una fotografia vera di un modello del Bet Hamikdàsh, il Santuario, a poche centinaia di metri dal Monte del Tempio.

mikdash

Sintesi della Parashà

1. Descrizione della personalità di Noakh e della situazione negativa del mondo. D-o decide di distruggere gli uomini salvando solo Noakh e la sua fmaiglia. Ordina di costruire l’arca e di raggrupparvi gli animali.

2. Cronologia del Diluvio.

3. Fine del diluvio. Ordine di uscire dall’arca. D-o promette di non distruggere più il mondo. Ordine all’umanità di prolificare.

4. Vicende dopo il diluvio.

5. Discendenze dei figli di Noakh.

6. Torre di Babele. Gli uomini decidono di costruire una torre alta fino al cielo per combattere il Creatore. D-o li disperde e confonde le loro lingue, in modo che non si capiscano più. Nascita delle lingue del mondo.

7. Discendenza di Shem, figlio di Noakh, fino ad Avrahàm.

(adattato dal Khumash Bereshìt edizione Mamash)

All’inizio…

16 ottobre, 2009
Chabad Lubavitch Monteverde

16-10-2009 | 28 Tishrì 5769

Cari amici,

In una metafora esposta dal Baal Shem Tov, gli angeli del giardino dell’Eden si svegliano un bel mattino per raccogliere le opere buone dei uomini della terra e presentarli al Creatore. Abituati a vedere Tefillìn, mezuzòt e opere buone di tutti i tipi, rimangono sbalorditi quel mattino alla vista di suole di scarpe consumate, cappelli sporchi e schiacciati, e così via. Così gli angeli raccoglitori si recano presso il loro capo, l’angelo Michael, per chiedergli una spiegazione.

“Ieri sera era Simchàt Torà”, spiegò l’angelo. “Gli ebrei si sono sforzati al massimo per ballare e gioire con la Torà. Questo è uno dei più grandi regali che possiamo portare dinanzi al Creatore…”

Qui al tempio dei Colli Portuensi questa metafora si è realizzata nella gioia e l’allegria che tutti hanno sentito nei canti e balli con i Sefarìm la sera di Simchàt Torà e nella festa il giorno dopo. Ci siamo accorti che presto dovremo cercare una sede più ampia!

Il Khattàn Torà, Giorgio Moresco, ha concluso il ciclo di lettura della Torà leggendo perfettamente l’ultima parte e domani Mauro Di Nepi, Khattàn Bereshìt, sarà onorato con la lettura dell’inizio di tutto…si ricomincia!

Rav Shalom Hazan
Direttore

Shabbàt al Tempio

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 16-17 ottobre:

16 ottobre venerdì sera: 18,10

17 ottobre shabbàt mattina: 09,30
Il Kiddush e il rinfresco sono offerti dalla famiglia Di Nepi in onore del Khattàn Bereshìt, Mauro Di Nepi.

17 ottobre shabbàt sera: 18,10 Minchà e ‘Arvìt

Per offrire il prossimi Kiddush gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!

Riprendono le Lezioni!

Al tempio Colli Portuensi lunedì 19 ottobre alle 20 riprende la lezione di Tanya e Talmud. Continueremo il viaggio nella profondità dell’anima come esposto sul Tanya e inizieremo un nuovo trattato talmudico, quello di Ta’anìt. Questo trattato, come suggerisce il nome, tratta le leggi dei digiuni minori (ossia non Kippur) ma come ogni trattato del Talmud approfondisce e tocca su miriadi di concetti e situazioni. La prima parte, ad esempio, tratta il concetto di ricordare e pregare per la pioggia, cosa che abbiamo iniziato a fare da poco nella Tefillà. (La lezione è per uomini dai 18 anni).

Riprende anche la lezione del mercoledì sul pensiero ebraico. Ore 20,30 per uomini e donne.

Il Progetto Talmud organizzato da rav Yitzhak Hazan riprende domenica 18 ottobre ore 20 a via Balbo con una lezione su Bereshìt tenuta dallo stesso rav.

La lezione è in memoria di Marlene Gabizon Tesciuba.

(E’ possibile dedicare le prossime lezione in memoria di un caro. Rispondi a questa mail).

Link della Settimana

Corriere.it: L’ultimo ebreo di Kabul

“…Non sa l’ ebraico, se non poche sbiascicate parole delle preghiere. Parla in dari. Su una finestrella ha appese alcune pagine di un giornale della comunità Lubavitch di New York. «Ogni tanto mi aiutano. Inviano qualche soldo e a volte scatole di matzot (il pane azzimo per celebrare le feste, ndr.). In cambio prego per loro». Dovrebbe essere nato nel 1959. Cinquant’ anni portati decisamente male. Ma aiuta dirgli che sta benissimo e sembra più giovane. Se lo si mette di buon umore il suo racconto diventa uno spaccato affascinante della storia della comunità ebraica afghana. Si narra sia antica di oltre 2.500 anni, che risalga ai tempi del primo esilio babilonese….”


Sintesi della Parashà

1. Sette giorni della Creazione. 1° giorno: creazione della luce e sua separazione dall’oscurità. 2° giorno: creazione di una distesa fra le acque, del cielo e separazione fra le acque al di sotto e al di sopra della distesa. 3° giorno: creazione del mare radunando le acque in modo che si veda la terraferma, creazione di quest’ultima e della vegetazione. 4° giorno: creazione del sole, la luna, delle stelle e loro posizionamento nel cielo. 5° giorno: creazione dei pesci, degli uccelli e dei giganti marini. 6° giorno: creazione degli animali e dei rettili. Creazione di Adàm e Chavà. 7° giorno: santificazione dello Shabbàt.

2. Il serpente spinge la donna a mangiare il frutto proibito. La donna mangia e invita il uomo a fare lo stesso. Maledizione del serpente ed espulsione dell’uomo e della donna dal Gan ‘Eden.

3. Nascita di Caino ed Abele (Kain e Hevel). Sacrifici di entrambi e lite tra i fratelli. Kayin uccide Hevel. Maledizione di Kayin. La sua discendenza.

4. Le discendenze di Adamo fino a Noach.

(adattato dal Khumash Bereshìt edizione Mamash)

Perché si inizia dal secondo?

Perché la Torà inizia con la seconda lettera dell’alfabeto, la bet, e non con la prima, la alef? Perché il mondo è stato creato per due – bet – principi: la Torà e Israel (Rashì).

Il Rebbe di Lubavitch approfondisce il concetto ulteriormente: essa inizia con la bet, la seconda lettera, perché lo studio della Torà è solo una seconda fase, che deve seguire una seria preparazione, in cui è necessario meditare sulla santità e la grandezza di Colui che ci ha dato la Torà. Agendo altrimenti, si rischierebbe di studiarla con un approccio sbagliato, consideradola semplicemente un libro di morale o di saggezza. Solo dopo questo percorso di riflessione è possibile passare alla seconda fase – quella dello studio vero e proprio – il cui scopo essenziale è di avvicinarci e di unirci a Hashem. Infatti, ome scrivono i saggi, per studiaare la Torà occorre Emunà, fede, che iniza con la alef, la prima lettera dell’alfabeto.

La Khassidùt inotlre spiega: in pirncipio, prima di tutto, l’ebreo deve sapere che Dio ha creato il cielo e la erra: alla base di tutta la sua esistenza deve trovarsi la consapevolezza del fatto che ci sia Hashem, Colui che ha creato il mondo e che lo guida sempre.

Tratto dal Khumash Bereshìt edizione Mamash

Chi l’Ha Comandato? II

27 agosto, 2009

Cari amici,

projetto talmudIl lungo periodo letargico estivo si avvicina alla sua conclusione. Noi al centro dei Colli Portuensi siamo già in piena preparazione per la riapertura del Tempio, l’inizio del Gan e tutte le attività e lezioni che vi proporreremo quest’anno, con varie eccitanti novità.

Leggete questa e le prossime mail con attenzione e scegliete almeno una cosa nella quale partecipare. La vostra anima (e anche la parte materiale…) sarà veramente contenta!

Con l’occasione vi ricordo che durante il mese di Elul è importante accertarsi della validità dei propri Tefillìn e delle Mezuzòt (che si possono rovinare con il tempo). Sono a vostra disposizione per il controllo delle Mezuzòt.

Un cordiale Shalom,

Rav Shalom Hazan
Direttore
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Al Centro Ebraico di Monteverde
(Tempio dei Colli Portuensi) sono disponibili Tefillìn, Mezuzòt, e libri di Torà e pensiero ebraico in italiano.
Ora è anche disponibile il libro di Tefillà di rito romano con la traduzione (Morashà, 2009).
Novità in italiano!

Il libro “Percorso di Vita” (Mamash, 2009, 294 pp.)
“Idee, spiritualità e valori ebraici nella società moderna”.
Interessante per tutti ma specialmente indicato per i ragazzi.
Disponibile ora a soli 15E.

gan logo

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Questo Shabbàt al Tempio
Finalmente si riprende!

Dopo alcune settimane di pausa il Tempio riprende per le funzioni del venerdì sera, Shabbàt mattina e pomeriggio.
Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 29-30 agosto:

28 agosto venerdì sera: 19,30
29 agosto shabbàt mattina: 9,30
29 agosto shabbàt sera: 19,25

Per offrire il Kiddush di questo Shabbàt gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!

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Il Gan Riprende…tu ci sei?

La ludoteca Gan Rivkà dei Colli Portuensi ha solo pochi posti ancora disponibil per l’anno 2009-10, per bambini dell’età di due o tre anni. Se tu o qualcuno di tua conoscenza sei interessato/a ad iscrivere tuo/a figlio/a…contattaci entro questa settimana! Scrivi a Chani chana.hazan@gmail.com o chiama il 3498188600.

Tutto lo staff vi aspetta!

La direttrice, Morà Chani
La maestra, Morà Emilia
La assistente Morà, Morà Sharon
La maestra di Musica e Movimento, Morà Chiara

Prendete appuntamento per vedere i nostri locali spaziosi, illuminati e accoglienti (chiamare dai primi di settembre).

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Chi l’Ha Comandato? II
Continua dall’articolo della settimana scorsa. Per leggerlo clicca qui


La Torà nella Parashà della scorsa settimana (Shoftìm) ci ha spiegato che la trasmissione delle sue istruzione è una funzione dinamica che continua attraverso i maestri di ogni generazione e che siamo obbligati a seguire queste loro istruzioni. E’ per questo che accendendo i lumi di Chanukà, per esempio, possiamo pronunciare la benedizione e dire “coLui che ci ha comandato di accendere i lumi di Chanukà…” riferendoci a D-o, poiché è la Torà stessa che ci comanda di seguire le istruzioni dei maestri che appunto hanno istituito la festività di Chanukà. (Vedi l’articolo per leggere la spiegazione).

Ora ci resta a capire una curiosità: sembra che molte delle istruzioni, le mitzvòt cosidette “rabbiniche”, istituite dai maestri, abbiano più “successo”, nel senso che vengono adempite a volte con maggiore attenzione rispetto a quelle della Torà stessa!

Ebbene, esiste una famosa metafora che paragona il popolo ebraico ad una donna e il Sig.re al suo marito (tutto il Cantico dei Cantici del re Salomone si basa su questa metafora). Il momento del dono della Torà è simile al momento del matrimonio, della Chuppà (con la Torà stessa che funge da contratto matrimoniale – ketubbà).

Ogni marito sa che in un matrimonio vi sono degli obblighi, delle azioni che ci si aspetta lui faccia per facilitare la vita a sua moglie. Ogni marito lo sa e cerca anche di farlo, ma non è detto che lo faccia sempre con un sorriso. Alla fine, si tratta di “obblighi” che gli sono stati quasi “impostati” e come ogni cosa imposta (dagli altri, dalla società, ecc) diventa una cosa “pesante”…

Lo stesso marito in un momento di ispirazione andrà a scegliere un bel gioiello per la sua signora. Lo farà con calma e con molta attenzione e glielo presenterà con molto amore.

In teoria questo non gliel’ha chiesto nessuno e non gli viene imposto in nessun modo…non è paradossale che lo fà senza “pesantezza” mentre gli obblighi li vorrebbe dimenticare?

Assolutamente no! Proprio perché questa è una cosa “sua” personale non ho bisogno di una forza esterna che lo rafforza e incita a farla. E lo fà con tutto il cuore.

Nello stesso modo il popolo ebraico nel suo grande amore verso D-o gli porta questi “doni” spirituali voluti da sé stesso, a volte con un impegno ancora maggiore rispetto agli obblighi che la Torà ci ha imposto.

Durante queste settimane che precedono Rosh Hashanà e Kippur è opportuno pensare a questo nostro amore verso Hakadosh Baruch Hu. Sicuramente questo risveglierà in Lui l’amore verso di noi e ci benedirà, assieme a tutti i popoli e tutto il mondo, con un anno di pace e di prosperità materiale e spirituale.

di rav Shalom Hazan

L’Iniziativa dell’Uomo

19 giugno, 2009

L’Iniziativa dell’Uomo

La parashà di questa settimana trasmette un messaggio fondamentale: il nostro popolo (come ogni singolo essere umano) è stato mandato su questa terra con una missione.

Il Rambàm (Maimonide) scrive quello che è un principio fondamentale su cui si basano tutti i precetti della Torà: “Ognuno può diventare un giusto come Moshé o peccatore come Yerovam. Non esistono decreti che obbligano l’individuo ad intraprendere una di queste vie ma è lui stesso, con la sua propria iniziativa, a potersi dirigere verso il cammino prescelto”. La scelta è quindi nelle mani dell’uomo, senza nessun decreto prestabilito dal Sign-re. L’uomo è stato dotato da D-o del libero arbitrio.
La scelta
L’uso del libero arbitrio è il perno del nostro servizio verso D-o. Ogni essere umano nasce con la spontanea propensione a servire D-o e quando un Suo ordine è esplicito, non c’è esitazione. Quando però la volontà di D-o non è espressa in maniera chiara ed esplicita, l’uomo sente la necessità di raffinarsi e di elevarsi al fine di soddisfare le aspettative del Creatore. Il risultato ottenuto ha un maggiore impatto su se stesso in quanto egli deve ricorrere alle proprie forze interiori per fare anche ciò che non gli viene direttamente ordinato. Il cammino che porta ad avvicinarsi a D-o è difficile, ma il lavoro interiore che lo accompagna porta l’uomo a migliorarsi in proporzione forse ancora maggiore rispetto allo sforzo.
Una nuova fase
Questo approccio fa parte della dimensione verso la quale ci conduce la parashà di Shelàch, che comincia con le parole: “Shelàch lechà – Manda per te “. Rashi spiega che il popolo chiese a Moshé di mandare degli esploratori nella terra d’Israele. Moshé presentò la richiesta ad Hashèm che gli rispose: “Dipende da te. Non ti do nessun ordine. Se vuoi, mandali”. Da questo momento comincia una nuova fase nella relazione del popolo ebraico con D-o. Fino a questo punto, la Torà trasmette i comandamenti che Hashem ha dettato a Moshé. In questa Parashà, invece, D-o affida la decisione a Moshé. Questa nuova fase è legata all’obiettivo della missione degli esploratori: il popolo ebraico stava per entrare in Terra d’Israele per stabilirvisi definitivamente. Lo scopo di risiedere in Israele è quello di costruirvi una dimora per D-o, e questa si può edificare solo con l’iniziativa dell’uomo. L’uomo infatti trasforma la propria volontà e, con questa metamorfosi interiore che influisce sull’ambiente circostante, la dimora di Hashèm si materializza ed entra a far parte dell’essenza dell’uomo.
Rimediare all’Errore
Quando si parla di volontà e di iniziativa umana, è inevitabile pensare al rischio di commettere errori. Il resoconto degli esploratori, infatti, suscitò timori e reticenze da parte degli israeliti riguardo allo stabilirsi in Terra d’Israele. Tuttavia, come sottolineato nella parashà stessa, l’errore può essere riparato con la Teshuvà (ritorno sincero a D-o). Ancora una volta si evidenzia il volere umano, poiché attraverso la Teshuvà, l’uomo penetra nel proprio cuore e richiama la forza che gli consente di riconnettersi ad Hashèm.
La missione del nostro popolo Quanto sopra è implicitamente inteso nel nome stesso della parashà. Shelàch significa “Manda!”, indicando che ogni individuo, e in senso più ampio il popolo ebraico quale entità unica, viene inviato su questa terra investito di una precisa missione. Ciò viene ad indicare la missione specifica assegnata al popolo ebraico: essa consiste nell’elevare il mondo materiale e renderlo una dimora per il Sig-re.
“Manda” da continente a continente: per millenni il nostro popolo si è adoperato per compiere il Suo volere, avvolgendo l’esistenza materiale in un involucro spirituale, grazie all’osservanza della Torà e delle Mitzvòt. Questo obiettivo è tutt’altro che uno scopo astratto: siamo alle soglie della Redenzione e meriteremo presto la concretizzazione di quanto promesso nella Torà: “Li riporterò e conosceranno la terra”.

Tratto, con permesso, da “Pensieri di Torà”

Si Può Avere Tutto?

12 giugno, 2009

La tristezza del sommo sacerdote

Essendo ogni dettaglio nella Torà molto esatto, anche la prossimità di due brani può fare da spunto per approfondimenti e lezioni.

Il primo comando nella Parashà odierna è quella ad Aharòn di accendere la menorà. Il commentatore Rashì cita il Midrash che spiega la connessione tra questa mitzvà e l’ultima parte della Parashà precedente che ci raccontava dei doni offerti dai capitribù per l’inaugurazione del Mishkàn.

“Perché la parashà della menorà è accostata a quella dei capitribù? Poichè quando Aharon vide l’inaugurazione dei capitribù gli si “indebolì la mente” [ossia si sentì giù. NDR], non avendoci partecipato con loro nell’inaugurazione, né lui né la sua tribù. Gli disse HaKadosh Baruch Hù: ‘Giuro che a te spetta un servizio più importante del loro, perché tu accendi e prepari le candele’.”

Aharon, quindi, era triste perchè non ha avuto il merito di prendere parte nelle offerte inaugurative con tutti i capitribù, e la “parashà della menorà” è quindi una risposta e una consolazione per lui.

Ma perché Aharon fu così dispiaciuto? È chiaro che lui e la sua tribù sono stati resi distinti da tutto il popolo proprio per essere completamente dedicati al servizio del Mishkàn. Colui che si occupava del servizio del mishkàn, anche per le offerte degli stessi capitribù, era nientemeno che Aharon stesso!

Possiamo capirlo precisando le parole di Rashì. “Gli si indebolì la mente” – perché non dire semplicemente che soffrì o che rimase triste? Cosa vuol dire “gli si indebolì la mente”?

La mente di Aharon era completamente dedicata a quello che era la sua “opera di vita”, al servizio di HaKadosh Baruch Hù nel Suo Tempio. Egli voleva partecipare alle offerte dell’inaugurazione perché non poteva assistere a una cosa fatta nella casa di D-o senza prenderne parte. Quando vide questo, tutta la sua mente si indebolì…

Ciò può servire come lezione anche per noi: Quando vediamo una nuova iniziativa ebraica, specie di natura educativa, ci dovrebbe turbare il “perché non sono coinvolto anch’io”.

Per noi però basta coinvolgerci!

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

L’Esistenza E’ L’Importanza

5 giugno, 2009

Come si fa a sapere se una cosa è importante? Dal fatto stesso che esiste!

La parashà di questa settimana ci dà un resoconto delle offerte che ogni capotribù portò al Tabernacolo nel deserto, in onore della sua inaugurazione.

Prima di descrivere nei dettagli l’offerta di ogni capotribù la Torà ci racconta di un’offerta collettiva fatta da tutti e dodici i capi: il dono di sei carrozze per trasportare il Tabernacolo smontato durante i viaggi del popolo d’Israele.

La cosa strana è questa: il popolo fu così generoso nelle sue offerte prima della costruzione del Mishkàn tanto da donare più materiale del necessario (Shemòt 36, 7). Com’è possibile allora che proprio i capi delle tribù hanno dato solamente la metà di una carrozza a testa?

Inoltre, il midràsh (Bamidbàr Rabbà 12, 16) racconta che gli stessi capitribù si astennero dall’offrire materiale per la costruzione del Mishkàn, aspettando le donazioni del popolo per fornire tutto quello che sarebbe mancato.

Di fatto, però, il popolo ha donato materiale a sufficienza per il Mishkan, non mancava nulla. È proprio per questo che qui all’inaugurazione, i capitribù hanno deciso di non aspettare e fare subito le loro offerte. È strano quindi che tale offerta includa solo sei carri da parte di dodici leader.

Nel Talmùd (Shabbàt 99b) si calcola il peso e la quantità degli oggetti che ogni carrozza doveva trasportare. Tra gli oggetti trasportati c’erano le travi (usate come muro del Mishkàn), le quali si appoggiavano sulla carrozza l’una sopra l’altra. Quando il popolo viaggiava, un addetto della tribù di Levi camminava tra le carrozze e stava attento a rimettere a posto le travi che scivolavano e si spostavano rischiando di cadere.

Non sembra il modo ideale di trasportare il posto dove D-o si rivelava…
Non potevano donare almeno un carro a testa e semplificare le cose?

La risposta è semplice: Il Mishkàn come dimora temporanea di D-o era un posto nel quale non c’era nulla di eccessivo. Il minimo dettaglio nel Mishkàn aveva uno scopo ed un compito preciso. La parola e il concetto “in più” non esisteva.

Lo stesso vale per le offerte delle carrozze, considerate anche esse come un’offerta alla stregua di un sacrificio (Bamidbàr Rabbà 12, 18) che quindi corrispondevano esattamente alle esigenze, sei e non dodici perché non servivano dodici. Ogni centimetro di spazio era da utilizzare al massimo.

Come in tutta la Torà anche qui c’è una lezione per noi. D-o non crea niente senza scopo o senza motivo, spesso sta a noi assicurare che lo scopo si realizzi, usando nel modo giusto tutto quello che D-o ci ha dato: tutte le nostre capacità, il nostro potenziale, il nostro tempo ecc. Se è rimasto un momento libero nel giorno è un’altra opportunità per riempirlo di bontà.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

L’Instabilità dell’Anima

24 aprile, 2009

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt (porzioni settimanali) unite. Tutte e due queste Parashiòt trattano in grande parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano con la maldicenza. Questa “lebbra”, appunto, non è vista  dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nell'”accademia Celeste”:

“Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedeno la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?] “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.”

“Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono un unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chasidismo sul significato profondo della zara’at.

L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte divina e la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, una volontà forte di lasciare il fisico che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poichè la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti. In tal caso la legge lo considera afflitto dalla zara’at.

Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

Nel caso del dubbio, l’“accademia” preferisce dare un giudizio rigido, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato così anche davanti al dubbio. Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua forza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

di Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

La Purezza dei Bambini

27 marzo, 2009

Il terzo libro della Torà che iniziamo a leggere questo Shabbàt tratta più che altro delle norme che riguardano i sacrifici che si portavano nel Tabernacolo e nel Santuario di Gerusalemme.

Secondo un’antica usanza la prima parashà della Torà che si insegna ai bambini è proprio quella di Vayikrà e non, come sembrerebbe ovvio, quella di Bereshìt. Tale usanza e’ in vigore ancora oggi in molte comunità.

Il Midràsh ci spiega la motivazione (Vayikrà Rabbà 7:3). “Disse R. Assi, perche’ i bambini iniziano a studiare da Vayikrà e non da Bereshìt? Poiche’ i sacrifici sono puri e i bambini sono puri. Che siano i puri ad occuparsi [dello studio] dei puri.”

In tutte le descrizioni e le norme che riguardano i sacrifici non troviamo che la Torà si riferisca ad essi come “puri”. Che cosa intende quindi il Midràsh riferendosi in questo modo ai sacrifici?

Il riferimento “puri” riguardo ai sacrifici lo troviamo presso Noè ed i suoi figli, prima che fosse stata data la Torà al monte Sinai.

Esiste un legame speciale tra i bamini e i sacrifici pre-Sinai. Nella panoramica ebraica vi sono tre epoche in generale nella storia: 1) Dopo la rivelazione sul Sinai, quando D-o ci diede la Torà e ci comandò di osservare le mitzvòt. 2) L’epoca dei nostri avi che hanno “osservato tutta la Torà prima che fosse data”. 3) L’epoca di Noè quando ancora non c’era nessuna osservanza di Torà, ma esisteva la differenza tra il puro e l’impuro.

Anche nella vita del uomo ci sono tre fasi parallele. 1) Dopo l’età di Bar e Bat Mitzvà, quando la persona è obbligata ad osservare la Torà e le Mitzvòt. 2) Prima del Bar/Bat Mitzvà, quando il bambino studia e osserva le Mitzvòt per educarsi e prepararsi per quando ne sarà obbligato. 3) Ancora prima, quando è molto piccolo e niente di tutto ciò gli viene applicato, è sempre legato alla Torà essendo un ebreo.

Qui vediamo il legame tra i bambini e i sacrifici nel contesto di purezza. Il sacrificio serve come un’espiazione per un peccato, quindi esprime il legame profondo con D-o, un legame che neppure un peccato può sciogliere.

È proprio questo il livello dei bambini. Esprimono la connessione pura con il Sign-re, ove tutte le impurità non hanno nessun effetto. Che vengano i puri e si occupino dei puri…

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

Spunti sull’Educazione

20 marzo, 2009

La Parashà descrive l’entusiasmo del popolo ebraico che si esprime nelle molte offerte per la costruzione del tabernacolo (il Mishkàn). La dedizione con la quale affrontarono la mitzvà fu tale che presto si verificò un eccesso di donazioni fino al punto che Moshè dovette pregarli di desistere dal portare ulteriori doni.

Una devozione particolare fu espressa dalle donne, sia nel numero e la qualità dei doni portati al Santuario – perfino i loro gioelli personali – che nel tempo, il talento e l’energia che investirono per costruire la dimora Divina.

Erano quattro i tipi di gioelli offerti dalle donne di quell’epoca e potrebbero rientrare in quattro categorie che anche oggi hanno un significato simbolico nell’educazione dei figli.

Le quattro categorie furono gli orecchini, gli anelli da naso, gli anelli ed i braccialetti.

Gli Orecchini: Ascolta quando i bambini parlano. In questo modo capiscono che sei veramente accessibile a loro. Fai caso anche a quello che dicono fra di loro, poiché le loro parole riflettono quello che sentono da quelli attorno a loro. Inoltre, sii umile e pronto ad accettare consigli e spunti sull’educazione. (Non dire “nessuno capisce le dinamiche della mia famiglia meglio di me”). Più ti lasci essere guidato da altri, più i piccoli accetteranno da te.

Gli Anelli da Naso: Utilizza il “fiuto” per rimanere sensibile ai segni di infelicità o ribellione. Sii al corrente dell’identità dei compagni dei figli e di che cosa si occupano insieme. Amici bravi e attività produttive formano una persona di sani principi.

Gli Anelli: Usa le dita per indicare. La possibilità di osservare (con le “orrecchie” e il “naso”) in sé non basta per educare un figlio. Chiarisci le cose per lui, guidandogli e mostrandogli la strada giusta. Non semplicemente attraverso delle istruzioni, ma spiegando al suo livello di comprensione.

I Braccialetti: I braccialetti sono il simbolo della rigorosità necessaria per educare. Il genitore deve essere pro-attivo, essendo coinvolto non solo quando si verificano problemi ma anticipandoli e conoscendo bene il carattere del figlio. La rigorosità è anche richiesta nei confronti dei genitori stessi: devono disciplinare se stessi prima di poter disciplinare i propri figli.

Ricorda, sopratutto, che i tuoi doni alla famiglia sono dei atti di volontariato e di amore e non devono diventare dei doveri senza sentimento. Bisogna dare generosamente con il cuore. In questo modo il tuo santuario personale, la casa, diventerà un oasi di pace e santità che solo tu puoi far esistere e durare nel tempo.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch