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Il Teschio Galleggiante

6 maggio, 2011

Il ciclo della storia

Nel capitolo secondo delle Massime dei Padri, che studieremo questo Shabbàt, troviamo questo strano insegnamento/annedoto:

Egli pure (Hillel), avendo veduto un teschio che galleggiava sulla superficie dell’acqua, gli disse: « Ti hanno sommerso perchè tu sommergesti (altri); ma la fine di coloro che ti sommersero è di esser sommersi »

Nonostante la Mishnà fosse scritta in ebraico, queste parole di Hillel sono citate in aramaico. Hillel veniva dalla Babiliona prima di arrivare a Gerusalemme per studiare ai piedi dei capi del Sinedrio Shma’yà e Avtalyòn.

Lo stesso uomo, Hillel, è molto famoso per altri detti come “Se non sono io per me, chi ‘sarà per me?” e “ciò che è odioso a te non praticarlo con gli altri” e moltri altre insegnamenti. Era particolarmente noto per la sua vasta conoscenza e per la sua infinita pazienza. Simile a Moshe, era riconosciuto per la sua umiltà e come Moshe visse 120 anni. Secondo alcune tradizioni kabalistiche, Hillel e Moshe avevano la stessa anima.Un’altra persona di nome Moshe, il Maimonide, scrisse questo nel commentare la fonte citata: Le nostre azioni portano delle conseguenze che a loro volta riflettono le azioni. Chi uccide una persona clandestinamente facendola affogare troverà la propria fine in una maniera simile. Chi si inventa un’ingiustizia per proprio beneficio a scapito di un altro, quella stessa ingiustizia alla fine sarà messa in atto contro la persona. Dall’altro canto, chi introduce un concetto che porterà beneficio agli altri, ne potrà trarre i vantaggi. In ebraico si dice ‘midà kenneghed midà’: misura per misura.

In questa maniera i commentatori spiegano il strano detto di Hillel, semplicemente una forma poetica per trasmettere il concetto base di “misura per misura” e dell’impossibilità di scappare dalle conseguenze delle proprie azioni.

Negli insegnamenti della Kabalà si approfondisce il discorso con delle spiegazioni riguardo la reincarnazione dell’anima, e l’identificazione del teschio trovato da Hillel. La prossima settimana approfondiremo!

Di Rav Shalom Hazan

La Lingua e Il Veleno

16 aprile, 2010

La Lingua…

La Forza della Parola

La Parashà di questa settimana parla della tzara’at (la “lebbra”). I commentatori spiegano che questa forma di lebbra non era una malattia naturale bensì un fenomeno soprannaturale che poteva colpire chi peccava di “Lashon Harà” una categoria nella quale si include non la maldicenza, pettegolezzi, calunnie e diffamazioni di ogni tipo.

Secondo Maimonide esiste tuttavia un’ulteriore dimensione: vi sono infatti cose che non sono né calunnie né pettegolezzi ma che trasmessi da una persona all’altra si potrebbero trasformare in qualcosa di negativo. Anche questo sarebbe proibito.

Varie situazioni in apparenza innocenti o adirittura positive potrebbero essere Lashòn harà, ad esempio lodare una persona in presenza di un suo nemico che potrebbe reagire in maniera negativa.

L’autore di “Orchòt Tzadikìm” (Le vie dei giusti) scrive che “prima di parlare, sei padrone delle tue parole. Dopo aver parlato, le parole sono padrone di te”.

Non di rado ci ritroviamo imprigionati dalle nostre parole, rendendoci conto di aver detto cose che sarebbe stato meglio non dire e che ormai non sono più sotto il nostro controllo.

Il Midràsh racconta che il saggio Rabban Shim’òn ben Gamlièl chiese al suo schiavo, Tavi, di comprargli qualcosa di buono al mercato. Tavi ritornò con un pezzo di carne, un taglio di lingua. Rabban Shim’òn gli chiese poi di portare qualcosa di cattivo dal mercato. Tavi tornò di nuovo con un pezzo di lingua.

“Com’è possibile, chiese il rav, ti ho chiesto qualcosa di buono e mi hai portato la lingua, e ti ho chiesto qualcosa di cattivo e mi porti la stessa cosa?!”

Disse Tavi: “La lingua ha sia il buono che il cattivo. Quando è buono, è molto buono, ma quando è cattivo può essere molto cattivo…”

Ci si può quindi chiedere come mai, data la gravità del peccato di Lashon Harà, perché non esiste più la tzara’at?

Secondo vari commentatori, il segno della tzara’at esisteva quando la Lashon Harà non era così comune e quindi poteva servire da ricordo nel caso servisse. E’ come se ci fosse una regola non scritta, che se dovessero essere puniti tutti, alla fine non si punisce nessuno. Evidentemente, in maniera alquanto ironica la tzara’at esisteva solo quando il popolo si trovava a un livello spirituale di gran lunga più elevato del nostro.

La tzara’at è superficiale – appare sulla pelle – e riflette un problema superficiale. Quando i problemi sono più profondi, vanno affrontati in profondità e il sintomo esteriore non è più sufficiente.

Ogni giorno diciamo migliaia di parole. Cerchiamo di rimanere consci del loro potere.

di rav Shalom Hazan

…e il Veleno

Humor ebraico

Un uomo si reca presso il proprio rabbino.

“Rav, qualcosa di terribile sta accadendo, mia moglie sta cercando di avvelenarmi”.

Il rav, sorpreso, si meraviglia: “Ma com’è possibile?”

L’uomo assicura il maestro che è proprio così.

Il rav si offre quindi di parlare con la signora e cercare di trovare una soluzione.

L’indomani l’uomo riceve una telefonata dal rabbino. “Allora, ieri ho parlato con tua moglie al telefono per tre ore. Vuoi sentire il mio consiglio?”

“Certamente rav”, risponde l’uomo.

“Bevi il veleno” ….