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Le Giuste Priorità

2 luglio, 2010

Finalmente, dopo quarant’anni nel deserto, il popolo ebraico si trovava sulla soglia della Terra Promessa. Moshè era ancora la guida del popolo pronto ad attraversare il Giordano per conquistare e abitare la Terra.

È proprio a questo punto che un gruppo di persone – dalle tribù di Reuben e Gad – vennero da Moshè con una richiesta interessante.

“Noi abbiamo un’abbondanza di gregge”, dissero, “e la zona nella quale ci troviamo è molto adatta al pascolo. Vorremmo rimanere qui, oltre il Giordano, e non entrare nella futura Terra d’Israele”.

“Ma è possibile che i vostri fratelli andranno a combattere e voi rimarrete qui?” ribatté Moshè. “No”, dissero, “costruiremo dei rifugi per il bestiame e delle città per i nostri figli e poi ci affretteremo a prendere le armi e andare davanti ai nostri fratelli finché li porteremo al loro posto. Non torneremo alle nostre case finché tutti i figli d’Israele prenderanno possesso del loro territorio”.

Moshè accetta la proposta dicendo “…costruite città per i figli e rifugi per le bestie, e fate ciò che avete detto”. (Bemidbar 32, 1-42).

Si noti che nella sua risposta Moshè parla prima dei figli e poi del bestiame, mentre nella richiesta delle tribù l’ordine fu quello contrario.

Il grande commentatore Rashì scrive che queste tribù erano preoccupati più per i loro beni che per i loro figli e Moshè dovette impartire loro una lezione sulle priorità: prima la famiglia, poi i beni.

Certo che bisogna lavorare per poter portare avanti la famiglia, ma quando abbiamo questa Parashà davanti dobbiamo fermarci un attimo e pensare se abbiamo i valori al posto giusto e se le nostre priorità hanno un vero senso.

Gran parte del nostro tempo è preso dal poter arrivare al fine e non dal fine stesso, ma bisogna sempre ricordare che “la cosa migliore che si può spendere sui bambini non sono i soldi ma il tempo”.

Il sesto Rebbe di Lubavitch, Rabbi Yosef Yitzchak Schneersohn, disse che “la verra ricchezza non si misura con proprietà, azioni e così via. La vera ricchezza ebraica consiste nel essere benedetti con figli che camminano nelle vie del Sign-re.”

Ci auguriamo tutti, quindi, molta ricchezza…

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
Adattato da Rav Shalom Hazan

Si Può Avere Tutto?

12 giugno, 2009

La tristezza del sommo sacerdote

Essendo ogni dettaglio nella Torà molto esatto, anche la prossimità di due brani può fare da spunto per approfondimenti e lezioni.

Il primo comando nella Parashà odierna è quella ad Aharòn di accendere la menorà. Il commentatore Rashì cita il Midrash che spiega la connessione tra questa mitzvà e l’ultima parte della Parashà precedente che ci raccontava dei doni offerti dai capitribù per l’inaugurazione del Mishkàn.

“Perché la parashà della menorà è accostata a quella dei capitribù? Poichè quando Aharon vide l’inaugurazione dei capitribù gli si “indebolì la mente” [ossia si sentì giù. NDR], non avendoci partecipato con loro nell’inaugurazione, né lui né la sua tribù. Gli disse HaKadosh Baruch Hù: ‘Giuro che a te spetta un servizio più importante del loro, perché tu accendi e prepari le candele’.”

Aharon, quindi, era triste perchè non ha avuto il merito di prendere parte nelle offerte inaugurative con tutti i capitribù, e la “parashà della menorà” è quindi una risposta e una consolazione per lui.

Ma perché Aharon fu così dispiaciuto? È chiaro che lui e la sua tribù sono stati resi distinti da tutto il popolo proprio per essere completamente dedicati al servizio del Mishkàn. Colui che si occupava del servizio del mishkàn, anche per le offerte degli stessi capitribù, era nientemeno che Aharon stesso!

Possiamo capirlo precisando le parole di Rashì. “Gli si indebolì la mente” – perché non dire semplicemente che soffrì o che rimase triste? Cosa vuol dire “gli si indebolì la mente”?

La mente di Aharon era completamente dedicata a quello che era la sua “opera di vita”, al servizio di HaKadosh Baruch Hù nel Suo Tempio. Egli voleva partecipare alle offerte dell’inaugurazione perché non poteva assistere a una cosa fatta nella casa di D-o senza prenderne parte. Quando vide questo, tutta la sua mente si indebolì…

Ciò può servire come lezione anche per noi: Quando vediamo una nuova iniziativa ebraica, specie di natura educativa, ci dovrebbe turbare il “perché non sono coinvolto anch’io”.

Per noi però basta coinvolgerci!

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

Si Può Avere Tutto?

13 giugno, 2008

Nella Torà, anche la prossimità di due brani particolari può fare da spunto per approfondimenti, lezioni e applicazioni pratiche.

All’inizio della parashà di questa settimana D-o istruisce Aharon di accendere la menorà. Rashì, il commentatore per eccelenza, cita il Midrash che spiega il legame tra questa mitzvà e l’ultima parte della Parashà precedente che ci raccontava dei doni offerti dai capitribù per l’inaugurazione del Mishkàn.
Quando Aharon vide il contributo dei capitribù si sentì a disagio per il fatto che né lui né la sua tribù prese parte nel contributo. HaKadosh Baruch Hù gli disse: “Giuro che a te spetta un servizio più importante, perché tu accenderai e preparerai i lumi.”

Aharon, quindi, era triste perchè non ha avuto il merito di partecipare alle offerte inaugurative con tutti i capitribù, e la mitzvà della menorà diventa una risposta e una consolazione per lui.
Ma perché Aharon fu così dispiaciuto? È chiaro che lui e la sua tribù sono stati separati da tutto il popolo proprio per essere completamente dedicati al servizio del Mishkàn, il Tabernacolo. Colui che si occupava del servizio del mishkàn, anche per le offerte dei capitribù, era niente meno che Aharon stesso!

Possiamo capirlo precisando le parole di Rashì: Si sentì a disagio.

Aharon era completamente dedicato a quello che era la sua opera di vita, al servizio di HaKadosh Baruch Hù nel Suo tempio. Egli voleva partecipare alle offerte dell’inaugurazione perché non poteva assistere a una mitzvà fatta nella casa di D-o senza prenderne parte. Specialmente in questo caso che si trattava di un servizio inaugurativo, quindi nuovo e di base. Quando vide questo, non fu geloso, ma si sentì comunque a disagio.

Ciò può servire come lezione anche per noi: Quando vediamo una nuova iniziativa ebraica, quanto più se riguarda l’educazione — inaugurazione (Chanukà) in ebraico è legato a educazione (Chinuch)—ci dovrebbe turbare il “perchè non sono coinvolto anch’io”.

Ma non dobbiamo sentirci a disagio. Possiamo, e quindi dobbiamo essere coinvolti.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע