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La Scomparsa di Un Giusto

24 giugno, 2009

ב”ה

Cari amici,

La data ebraica di stasera e domani è il tre di Tammuz. Secondo le nostre fonti è questa la sera durante la quale il leader Yehoshu’a (Giosuè) miracolosamente fermò il sole durante i combattimenti per la conquista della terra d’Israel.

Per molte persone, il sole si tornò a fermare in questo stesso giorno, quindici anni fà, quando l’anima del grande Rebbe, Rav Menachem Mendel Schneerson זצוקלל”ה נבג”מ זי”ע, tornò al proprio Creatore.

Il Rebbe

Il Rebbe

Uso la metafora del sole perché il Rebbe era una fonte di luce che illuminava continuamente. Illuminava con la luce della Torà, le sue esposizioni finora stampate in più di duecento volumi. Illuminava con la sua saggezza pratica, consigliando leader politici di tutti gli schieramenti, capi di stato, scienziati e medici. Più che altro penso che illuminava con la sua anima e la sua autenticità, un’illuminazione apprezzata da bambini piccoli e i più grandi scolari nella stessa maniera.

Come vuole la tradizione, durante questa giornata molte migliaia di persone si avvieranno verso il quartiere Queens di New York per visitare la sua tomba e per chiedere alla sua anima di intercedere per noi nel Cielo.

Altri vi manderanno i propri nomi e le proprie richieste per essere letti lì durante questo giorno propizio per la Berachà.

Propizio per la Berachà, la benedizone, perché secondo gli insegnamenti dei Maestri il giorno della scomparsa di un giusto, di uno Tzadìk, è un giorno nel quale anche, e sopratutto, nel Cielo vengono ricordate ed esaltate tutte le sue opere della durata della sua vita. Per un Tzadìk queste opere non sono per un fine personale ma solamente per il bene degli altri e per adempire la volontà Divina. Questo vuol dire che vi è un livello di purezza, di innocenza e di autenticità che è difficile trovare in persone comuni.

Vi invito a riflettere questo giorno su una cosa nella vostra vita che possa essere migliorata — nei rapporti con gli altri oppure nei rapporti con D-o stesso — e ad trovare una maniera appunto per migliorarla, nel senso pratico della parola e non solo con la sola volontà.

Cito un piccolo commento del Rebbe in un suo discorso pubblico, che ho citato l’altra sera alla serata di beneficenza: La parola “vita” in ebraico è Chaim che in realtà è plurale, come se si dicesse “vite” e non vita. Questo, ha detto il Rebbe, è perché la vita è tale solamente quanto è vissuta insieme e condivisa. Nella mancanza di questo, è come se mancasse la vita stessa.

Aggiungo a questo un’altro insegnamento che ho tratto non da un discorso specifico ma da tanti insegnamenti e dall’esempio stesso del Rebbe: Se vuoi ammonire qualcuno, fallo a te stesso. Tieni il sorriso per un’altra persona. Sii forte, ma con te stesso, e sii dolce con gli altri. Questo li avvicinerà ancora di più alle vie della Torà.

La sua opera, i suoi insegnamenti ed il suo esempio continuano ad illuminare.

Vi auguro un Shabbàt pieno di luce e una settimana colma di successo, materiale e spirituale.

Shabbàt Shalom,
Rav Shalom Hazan

Appuntamento al Tempio
Orari delle Tefillòt per Shabbàt, 26-27 giugno:

Questa sera, mercoledì 24 giugno alle 20,45, storie e lezioni di vita dal Rebbe di Lubavitch.

26 giugno venerdì sera: 20,00
27 giugno shabbàt mattina: 9,30
27 giugno shabbàt sera: 19,30 minchà, pasto festivo e ‘arvìt

Il Kiddush è offerto dalla famiglia Moscati in onore del compleanno della figlia. Hazzak e Mazal Tov!

La Seu’dà Shelishìt all’uscita dello Shabbat è offerta dalla famiglia Calò per festeggiare le nozze della figlia Valentina con Alberto Zarfati. Hazzak e Mazal Tov!

Per offrire i prossimi Kiddush contatta Rav Shalom. Grazie!

Il lunedì 29 giugno alle ore 20, lezione di Tanya e Talmud per uomini.

La lezione del mercoledì 1° luglio è rimandata.

3 di Tammuz

Per mandare una lettera con richiesta di Berachà che sarà letta presso la tomba del Rebbe, clicca qui.

Informazioni sul Rebbe

La Fatica delle Nostre Mani

La gente pensa che siccome D-o non è materiale, sicuramente si trova nel Cielo. Ma i cieli – e tutto ciò che è spirituale – sono creati da D-o, come la terra. Meno dissonante, più armonioso, più lucido – ciò nonostante si tratta sempre di sfere limitate.

D-o non si fa trovare data la capacità del luogo, ma per il Suo desiderio di trovarsi in quel posto. Il Suo desiderio è di farsi trovare nella fatica delle nostre mani per riparare il Suo mondo.

Nei Cieli c’è la luce di D-o. Nella fatica delle nostre mani si esprime Egli stesso, la fonte della luce.

— Il Rebbe di Lubavitch (adattato da rav Tzvi Freeman)

Si Può Avere Tutto?

12 giugno, 2009

La tristezza del sommo sacerdote

Essendo ogni dettaglio nella Torà molto esatto, anche la prossimità di due brani può fare da spunto per approfondimenti e lezioni.

Il primo comando nella Parashà odierna è quella ad Aharòn di accendere la menorà. Il commentatore Rashì cita il Midrash che spiega la connessione tra questa mitzvà e l’ultima parte della Parashà precedente che ci raccontava dei doni offerti dai capitribù per l’inaugurazione del Mishkàn.

“Perché la parashà della menorà è accostata a quella dei capitribù? Poichè quando Aharon vide l’inaugurazione dei capitribù gli si “indebolì la mente” [ossia si sentì giù. NDR], non avendoci partecipato con loro nell’inaugurazione, né lui né la sua tribù. Gli disse HaKadosh Baruch Hù: ‘Giuro che a te spetta un servizio più importante del loro, perché tu accendi e prepari le candele’.”

Aharon, quindi, era triste perchè non ha avuto il merito di prendere parte nelle offerte inaugurative con tutti i capitribù, e la “parashà della menorà” è quindi una risposta e una consolazione per lui.

Ma perché Aharon fu così dispiaciuto? È chiaro che lui e la sua tribù sono stati resi distinti da tutto il popolo proprio per essere completamente dedicati al servizio del Mishkàn. Colui che si occupava del servizio del mishkàn, anche per le offerte degli stessi capitribù, era nientemeno che Aharon stesso!

Possiamo capirlo precisando le parole di Rashì. “Gli si indebolì la mente” – perché non dire semplicemente che soffrì o che rimase triste? Cosa vuol dire “gli si indebolì la mente”?

La mente di Aharon era completamente dedicata a quello che era la sua “opera di vita”, al servizio di HaKadosh Baruch Hù nel Suo Tempio. Egli voleva partecipare alle offerte dell’inaugurazione perché non poteva assistere a una cosa fatta nella casa di D-o senza prenderne parte. Quando vide questo, tutta la sua mente si indebolì…

Ciò può servire come lezione anche per noi: Quando vediamo una nuova iniziativa ebraica, specie di natura educativa, ci dovrebbe turbare il “perché non sono coinvolto anch’io”.

Per noi però basta coinvolgerci!

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

L’Esistenza E’ L’Importanza

5 giugno, 2009

Come si fa a sapere se una cosa è importante? Dal fatto stesso che esiste!

La parashà di questa settimana ci dà un resoconto delle offerte che ogni capotribù portò al Tabernacolo nel deserto, in onore della sua inaugurazione.

Prima di descrivere nei dettagli l’offerta di ogni capotribù la Torà ci racconta di un’offerta collettiva fatta da tutti e dodici i capi: il dono di sei carrozze per trasportare il Tabernacolo smontato durante i viaggi del popolo d’Israele.

La cosa strana è questa: il popolo fu così generoso nelle sue offerte prima della costruzione del Mishkàn tanto da donare più materiale del necessario (Shemòt 36, 7). Com’è possibile allora che proprio i capi delle tribù hanno dato solamente la metà di una carrozza a testa?

Inoltre, il midràsh (Bamidbàr Rabbà 12, 16) racconta che gli stessi capitribù si astennero dall’offrire materiale per la costruzione del Mishkàn, aspettando le donazioni del popolo per fornire tutto quello che sarebbe mancato.

Di fatto, però, il popolo ha donato materiale a sufficienza per il Mishkan, non mancava nulla. È proprio per questo che qui all’inaugurazione, i capitribù hanno deciso di non aspettare e fare subito le loro offerte. È strano quindi che tale offerta includa solo sei carri da parte di dodici leader.

Nel Talmùd (Shabbàt 99b) si calcola il peso e la quantità degli oggetti che ogni carrozza doveva trasportare. Tra gli oggetti trasportati c’erano le travi (usate come muro del Mishkàn), le quali si appoggiavano sulla carrozza l’una sopra l’altra. Quando il popolo viaggiava, un addetto della tribù di Levi camminava tra le carrozze e stava attento a rimettere a posto le travi che scivolavano e si spostavano rischiando di cadere.

Non sembra il modo ideale di trasportare il posto dove D-o si rivelava…
Non potevano donare almeno un carro a testa e semplificare le cose?

La risposta è semplice: Il Mishkàn come dimora temporanea di D-o era un posto nel quale non c’era nulla di eccessivo. Il minimo dettaglio nel Mishkàn aveva uno scopo ed un compito preciso. La parola e il concetto “in più” non esisteva.

Lo stesso vale per le offerte delle carrozze, considerate anche esse come un’offerta alla stregua di un sacrificio (Bamidbàr Rabbà 12, 18) che quindi corrispondevano esattamente alle esigenze, sei e non dodici perché non servivano dodici. Ogni centimetro di spazio era da utilizzare al massimo.

Come in tutta la Torà anche qui c’è una lezione per noi. D-o non crea niente senza scopo o senza motivo, spesso sta a noi assicurare che lo scopo si realizzi, usando nel modo giusto tutto quello che D-o ci ha dato: tutte le nostre capacità, il nostro potenziale, il nostro tempo ecc. Se è rimasto un momento libero nel giorno è un’altra opportunità per riempirlo di bontà.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

L’Instabilità dell’Anima

24 aprile, 2009

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt (porzioni settimanali) unite. Tutte e due queste Parashiòt trattano in grande parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano con la maldicenza. Questa “lebbra”, appunto, non è vista  dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nell'”accademia Celeste”:

“Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedeno la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?] “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.”

“Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono un unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chasidismo sul significato profondo della zara’at.

L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte divina e la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, una volontà forte di lasciare il fisico che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poichè la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti. In tal caso la legge lo considera afflitto dalla zara’at.

Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

Nel caso del dubbio, l’“accademia” preferisce dare un giudizio rigido, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato così anche davanti al dubbio. Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua forza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

di Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

La Purezza dei Bambini

27 marzo, 2009

Il terzo libro della Torà che iniziamo a leggere questo Shabbàt tratta più che altro delle norme che riguardano i sacrifici che si portavano nel Tabernacolo e nel Santuario di Gerusalemme.

Secondo un’antica usanza la prima parashà della Torà che si insegna ai bambini è proprio quella di Vayikrà e non, come sembrerebbe ovvio, quella di Bereshìt. Tale usanza e’ in vigore ancora oggi in molte comunità.

Il Midràsh ci spiega la motivazione (Vayikrà Rabbà 7:3). “Disse R. Assi, perche’ i bambini iniziano a studiare da Vayikrà e non da Bereshìt? Poiche’ i sacrifici sono puri e i bambini sono puri. Che siano i puri ad occuparsi [dello studio] dei puri.”

In tutte le descrizioni e le norme che riguardano i sacrifici non troviamo che la Torà si riferisca ad essi come “puri”. Che cosa intende quindi il Midràsh riferendosi in questo modo ai sacrifici?

Il riferimento “puri” riguardo ai sacrifici lo troviamo presso Noè ed i suoi figli, prima che fosse stata data la Torà al monte Sinai.

Esiste un legame speciale tra i bamini e i sacrifici pre-Sinai. Nella panoramica ebraica vi sono tre epoche in generale nella storia: 1) Dopo la rivelazione sul Sinai, quando D-o ci diede la Torà e ci comandò di osservare le mitzvòt. 2) L’epoca dei nostri avi che hanno “osservato tutta la Torà prima che fosse data”. 3) L’epoca di Noè quando ancora non c’era nessuna osservanza di Torà, ma esisteva la differenza tra il puro e l’impuro.

Anche nella vita del uomo ci sono tre fasi parallele. 1) Dopo l’età di Bar e Bat Mitzvà, quando la persona è obbligata ad osservare la Torà e le Mitzvòt. 2) Prima del Bar/Bat Mitzvà, quando il bambino studia e osserva le Mitzvòt per educarsi e prepararsi per quando ne sarà obbligato. 3) Ancora prima, quando è molto piccolo e niente di tutto ciò gli viene applicato, è sempre legato alla Torà essendo un ebreo.

Qui vediamo il legame tra i bambini e i sacrifici nel contesto di purezza. Il sacrificio serve come un’espiazione per un peccato, quindi esprime il legame profondo con D-o, un legame che neppure un peccato può sciogliere.

È proprio questo il livello dei bambini. Esprimono la connessione pura con il Sign-re, ove tutte le impurità non hanno nessun effetto. Che vengano i puri e si occupino dei puri…

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

Spunti sull’Educazione

20 marzo, 2009

La Parashà descrive l’entusiasmo del popolo ebraico che si esprime nelle molte offerte per la costruzione del tabernacolo (il Mishkàn). La dedizione con la quale affrontarono la mitzvà fu tale che presto si verificò un eccesso di donazioni fino al punto che Moshè dovette pregarli di desistere dal portare ulteriori doni.

Una devozione particolare fu espressa dalle donne, sia nel numero e la qualità dei doni portati al Santuario – perfino i loro gioelli personali – che nel tempo, il talento e l’energia che investirono per costruire la dimora Divina.

Erano quattro i tipi di gioelli offerti dalle donne di quell’epoca e potrebbero rientrare in quattro categorie che anche oggi hanno un significato simbolico nell’educazione dei figli.

Le quattro categorie furono gli orecchini, gli anelli da naso, gli anelli ed i braccialetti.

Gli Orecchini: Ascolta quando i bambini parlano. In questo modo capiscono che sei veramente accessibile a loro. Fai caso anche a quello che dicono fra di loro, poiché le loro parole riflettono quello che sentono da quelli attorno a loro. Inoltre, sii umile e pronto ad accettare consigli e spunti sull’educazione. (Non dire “nessuno capisce le dinamiche della mia famiglia meglio di me”). Più ti lasci essere guidato da altri, più i piccoli accetteranno da te.

Gli Anelli da Naso: Utilizza il “fiuto” per rimanere sensibile ai segni di infelicità o ribellione. Sii al corrente dell’identità dei compagni dei figli e di che cosa si occupano insieme. Amici bravi e attività produttive formano una persona di sani principi.

Gli Anelli: Usa le dita per indicare. La possibilità di osservare (con le “orrecchie” e il “naso”) in sé non basta per educare un figlio. Chiarisci le cose per lui, guidandogli e mostrandogli la strada giusta. Non semplicemente attraverso delle istruzioni, ma spiegando al suo livello di comprensione.

I Braccialetti: I braccialetti sono il simbolo della rigorosità necessaria per educare. Il genitore deve essere pro-attivo, essendo coinvolto non solo quando si verificano problemi ma anticipandoli e conoscendo bene il carattere del figlio. La rigorosità è anche richiesta nei confronti dei genitori stessi: devono disciplinare se stessi prima di poter disciplinare i propri figli.

Ricorda, sopratutto, che i tuoi doni alla famiglia sono dei atti di volontariato e di amore e non devono diventare dei doveri senza sentimento. Bisogna dare generosamente con il cuore. In questo modo il tuo santuario personale, la casa, diventerà un oasi di pace e santità che solo tu puoi far esistere e durare nel tempo.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch

Il Vitello d’Oro: Peccato Imperdonabile?

13 marzo, 2009

Questa settimana seguiamo il dramma che era il vitello d’oro. Il popolo che è uscito dall’Egitto, testimone delle meraviglie e dei prodigi effetuati da D-o, dalle piaghe all’apertura del mare al dono della Torà davanti al monte Sinai, lo stesso popolo adora un idolo. D-o stesso si adira talmente da dire che il popolo non potrà sopravvivere il peccato. Moshè prega il Sign-re affinchè Egli perdoni il popolo, dandoGli addirittura un ultimatum: “Ed ora, se li perdoni [bene]. Se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto” (Esodo 32,31).

Nessun essere umano è identificato con la Torà più di Moshè. D-o stesso, attraverso il profeta, la chiamò “la Torà di Moshè il mio servo” (Malachì 3,22) e il Midràsh spiega: “poichè lui ha dato la vita per essa, viene chiamata a nome suo.” (Mechiltà Beshalàch 15,1).

Eppure lo stesso Moshè è disposto a rompere il legame con la Torà per non perdere il legame con il popolo (“Cancellami dal Tuo libro…”).

In realtà, nel dare precedenza al popolo rispetto alla Torà, Moshè segue l’esempio del Creatore. Il fatto che la Torà parla al popolo è un indicazione, secondo il Midràsh, che quest’ultimo è d’importanza maggiore e la Torà è, come se fosse uno strumento progettato dal Signore per approfondire il legame tra Creatore e popolo.

È per questo che i saggi dissero “un ebreo che ha peccato è sempre ebreo” (Sanhedrìn 44a). La trasgressione ha macchiato il legame definito dalla Torà tra l’individuo e il Creatore. Ma c’è un aspetto di questo legame che è ancora più profondo e che quindi non è perso.

E’ come se Moshè dicesse a D-o: “è vero che hanno peccato. Se continui a vedere le cose solo attraverso le lenti della Torà è difficile trovare la via del perdono. Infatti prendo un’altra via:  “cancellami dal Tuo libro”.”

Se nel libro non si trova il perdono, lo cerchiamo altrove, su un piano ancora più elevato. Perché noi siamo uniti ad un livello che trascende la manifestazione Divina come si esprime nella Torà e che tocca proprio la Sua essenza.

Questa storia ci insegna la forza della Teshuvà – il ritorno (pentimento). Quando il libro dice “hai sbagliato” non significa che non esiste una possibilità di riparazione. Nonostante la gravità del peccato, esiste una possibilità e un modo per ritornare.

di rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע

Il Grande Perché

16 gennaio, 2009

Questo Shabbàt si legge la prima Parashà del secondo libro della Torà – Shemòt. La terribile schiavitù in Egitto, la nascità di Moshè e la sua comparsa sulla scena come messaggero del Sign-re e guida del popolo ebraico, sono i temi centrali della Parashà.

Proprio riguardo il coinvolgimento di Moshè la Torà racconta che nonostante la richiesta diretta a lui dal Sign-re, egli si rifiutò inizialmente di svolgere il compito.

Il suo rifiuto si basava anche su questa “scusa”: Moshè disse a D-o: “Ecco che [quando] andrò dai figli di Israèle e dirò loro: ‘Il D-o dei vostri padri mi ha mandato da voi’ e mi diranno: ‘Qual è il suo nome?’, cosa dirò loro?” (Shemòt 3, 14).

Cerchiamo di capire il senso di questa frase pronunciata da Moshè. Il popolo ebraico sicuramente sapeva il “nome” di D-o, in quanto D-o dei loro avi Avrahàm, Yitzcha e Ya’akov. Forse avrebbero voluto sapere  esattamente come si chiama? Ma a che cosa sarebbe servita quell’informazione?

I commentatori (Rambàn, Sforno, Gur Arié, ed altri, in loco) spiegano infatti che la domanda non è da capire letteralmente.

I figli di Israele sapevano che D-o viene chiamato con nomi diversi a secondo del suo comportamento (per esempio, il Tetragramma indica un comportamento di misericordia, Elo-him invece indica un comportamento di rigorosità e giudizio, ecc.).

La loro domanda quindi era “come si esprime” ossia con quale nome divino e quindi con quale metodo verrà messa in atto la redenzione.

A questa interpretazione si aggiunge un’approfondimento del Rebbe di Lubavitch זי“ע (Likutè Sichòt v. 26 pp. 19-25) secondo il quale si può spiegare la riluttanza di Moshè ad accettare la “proposta di lavoro”.

La domanda degli Ebrei non riguardava solo la redenzione ma anche l’esilio, la schiavitù e la sofferenza: Con quale “nome” si sta comportando il Sign-re durante anni di sofferenza e di fiumi di sangue di migliaia di bambini ebrei?

Questo comportamento come si chiama, che spiegazione può esistere per tutto ciò? In altre parole: Perché?!

Neanche Moshè si sentiva all’altezza di poter rispondere ad una domanda del genere.

Preghiamo che Esso si manifesti attraverso il nome Sha-ddày, che significa anche “che Lui dica basta” – alle sofferenze!

Amen!

rav Shalom Hazan

Chabad House

5 dicembre, 2008

E’ con un cuore spezzato che mi siedo a scrivere questa edizione della E-Torà. L’intero popolo ebraico è in lutto ed è addolorato per il massacro dei nostri correligionari e di tutte le persone innocenti uccise. Un dolore ingrandito dal fatto che tra le vittime c’erano i nostri amici e colleghi rav Gavriel e Rivkà Holtzberg, direttori del centro Chabad di Mombai, specificamente preso di mira dai terroristi.

Che cosa facevano a Mombai queste anime pure?

Sessant’anni fa, sulle ceneri della Shoà, il Rebbe di Lubavitch guardò il mondo e capì che cosa doveva fare. Dal suo piccolo ufficio a Brooklyn, senza fondi, senza un’infrastruttura, Chiamò una giovane coppia e li disse di preparare le valigie per andare in una città distante, per trovare degli ebrei. Se sono tristi fateli essere contenti, se hanno fame dateli da mangiare, se hanno delle domande dateli delle risposte, se sono stanchi dateli l’opportunità di rilassare – parlate con loro, incoraggiateli e rivelate la divinità che c’è in essi: insegnateli la Torà e le mizvòt.

Una piccola scintilla di luce nel mondo.

Casablanca, Tunisi, Melbourne, Manchester, Milano, Detroit, Miami… piccole scintille di luce nel mondo.

Le scintille si allargarono e negli sessanti il Rebbe crea il nome “Chabad House”. Non “Centro Chabad” o “Istituzione Chabad” ma semplicemente “Chabad House”. Un posto dove tutti sono benvenuti, dove tutti si sentono a casa.

Con il passare degli anni queste “case” diventarono 3.500 istituzioni – scuole, templi, mikvé, asili, centri sociali, centri giovanili, mense per gli indigenti, cliniche… il tutto gestito da 4.000 coppie di “Shluchim”-emissari in ogni angolo del mondo.

Ma rimangono sempre dei “Chabad House”.

Con il passare degli anni questo diventò il sogno e la speranza di centinaia di giovani, quello di unirsi a questo “esercito” di Shluchim del Rebbe, quello di andare in un posto e aprire un “Chabad House”.

Lo scopo? Non di aprire grandi istituzioni, costruire grandi edifici (questi saranno solo un mezzo) – lo scopo è quello di poter avvicinare anche un solo ebreo al suo ebraismo.

Piccole scintille di luce nel mondo.

Tashkent, Kathmandu, Rio de Janeiro, Salt Lake City, Bucharest, Koh-Sa-Moi e… Mombai.

Posso immaginare la gioia di Gabi e Rivki quando arrivarono a Mombai nel 2003. Lo stesso anno che siamo arrivati a Monteverde.

In un semplice mercoledì sera, a tavola con ospiti provenienti da backgrounds completamente diversi – materialmente e spiritualmente – queste scintille si sono spente.
Siamo noi che le riaccendiamo.

So bene cosa vorrebbero Gabi e Rivki che noi facessimo in loro memoria.
Creiamo delle scintille di luce nel mondo.

Oggi mando un appello: Costruiamo delle nostre case e dalla nostra vita un “Chabad House”. Non serve un sito internet, dei volantini o un grande edificio. Serve solo un tavolo e qualche sedia. Invita un amico, un vicino, un parente. Se sono tristi, falli gioire. Se sono giù, aiuta ad alzarli la morale.

Se hanno delle domande, aiutali a trovare delle risposte. Se hanno fame dalli da mangiare. Parla con loro, incoraggiali e portali un po’ più vicino a D-o.

E non bisogna andare a Mombai per farlo – qui nelle nostre case creiamo le scintille e aggiungiamo alla luce.

Iniziamo ad accendere i lumi dello Shabbàt.

Iniziamo a mettere i Tefillìn. Troppo spaventoso l’impegno? Intanto fallo una volta… La Mitzvà ha poi una natura curiosa… si tira dietro un’altra Mitzvà…

Manca una mezuzà a casa? Impegnamoci per metterla.

Controlliamo le mezuzòt esistenti.

Studiamo un po’ di Torà.

Sopratutto tuffiamoci nella mitzvà di Ahavat Yisrael, l’amore verso il prossimo. Alza il telefono e chiama una persona con la quale “non ci parli più”. Chiedi scusa anche se hai ragione e riavvia il rapporto.

Aggiungiamo Luce.

Shabbàt Shalom,

Rav Shalom Hazan – Chabad House di Monteverde, Roma

Il Gan Yeladìm di Monteverde si chiamerà da oggi “Gan Rivkà”
la parola Gan è l’acronimo di Gavriel Noach e il nome onora quindi la memoria di Gabi e Rivkà הי”ד.

Il Ritorno dello Shabbàt

2 ottobre, 2008

Ci troviamo nel periodo dei “Dieci giorni di penitenza” da Rosh Hashanà a Yom Kippur. Secondo la tradizione questo è un periodo durante il quale il Sign-re è particolarmente vicino a noi. Il Talmud insegna che durante questo periodo la preghiera di una persona vale quanto quella di un pubblico (un minyàn). Chiaramente questi giorni rappresentano un momento di serietà, di acconto e di ritorno, nel senso di “Teshuvà”

Lo Shabbàt che cade tra Rosh Hashanà ha un nome particolare: Shabbàt Shuvà (o Shabbàt Teshuvà). Questo Shabbàt potrebbe sembrare un paradosso: Da una parte lo Shabbàt è un momento di piacere, non solo per l’anima ma anche per il corpo, e dall’altra è comunque il periodo serio della Teshuvà. In realtà non esiste alcuna contradizione, al contrario. La radice della parola Teshuvà, t-sh-v, si trova anche nella parola Shabbàt. (ת-ש-ב, ש-ב-ת). In un certo senso lo Shabbàt e la Teshuvà rappresentano lo stesso concetto, quello del ritorno. Anche lo Shabbàt è un momento di elevazione e distinzione dalla mondanità e quindi un ritorno dell’anima verso una realtà più elevata.

Questo Shabbàt ci troviamo, quindi, con un doppio vantaggio: quello dello Shabbàt e quello della Teshuvà. La gioia e il piacere dello Shabbàt ci aiutano ad affrontare la Teshuvà da un punto di vista più elevato e rimosso dalla mondanità e dal peccato. Secondo il Rebbe di Lubavitch, in un certo senso la Teshuvà dello Shabbàt è ancora più importante della Teshuvà del giorno di Kippùr. Perché? Poiché se per il giorno di Kippùr il piacere corporale è visto come un ostacolo davanti alla Teshuvà, per il giorno di Shabbàt Shuvà è proprio quel piacere a darci un ulteriore spinta alla Teshuvà.

Vi auguro quindi un buon Shabbàt Shuvà!

Rav Shalom Hazan