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Morti Viventi e Viventi Morti

27 settembre, 2008

Una delle preghiere più famose di Rosh Hashanà è quella che descrive D-o come il Giudice che decide la sorte degli abitanti del mondo. Chi vivrà e chi morirà, chi sarà ricco e chi povero, e così via.

Fin da bambino mi sono chiesto la seguente semplice domanda: Se i nomi dei malvagi sono scritti nel libro dei morti e quelli dei giusti nel libro dei viventi, perché ogni anno vediamo morti che vivono e giusti che muoiono?

La risposta l’ho trovata nei Salmi di Davide. “I morti non lodano D-o” dice il salmista. Ma scusa, chiede il Talmùd, è forse necessario che David ci dica che i morti non lodano D-o – sono morti!

Il Talmùd risponde che David si riferisce ai malvagi che anche durante la loro vita si chiamano morti e ai giusti che anche dopo la loro morte si chiamano “viventi”. Si può quindi essere morti ma viventi e viventi ma morti…

Per capire ciò bisognerebbe definire meglio cosa è il significato di vita e morte nell’ebraismo.

La vita, spiega la mistica ebraica, è ciò che è eterno mentre la morte è ciò che viene interrotto, ciò che è transitorio e temporaneo.

Un piacere fisico potrebbe durare un certo tempo ma poi si interrompe.
Una mitzvà, d’altro canto, vuol dire un legame. Un legame con il Sign-re che trascende lo spazio e il tempo e continua ad esistere anche dopo la morte del corpo.

Se vuoi investire in un bene che rimane per sempre, fai una mitzvà.

Qual è la mitzvah speciale di questo nuovo anno? L’anno passato è stato l’anno della Shemittà, ossia l’anno sabatico di riposo della terra. Nell’epoca biblica, durante la festa di Sukkòt dell’anno successivo a quello sabatico, ci si riuniva in un raduno speciale nel Tempio di Gerusalemme. Questa è la mitzvà (n° 612 nella Torà) di “Hak’hel” – raduno. Durante questo raduno il re apriva il Sefer Torà dal quale leggeva dei brani per ricordare a tutto il popolo le basi della nostra fede.

Il Rebbe di Lubavitch ci insegnò che in mancanza del Tempio possiamo comunque fare dei mini-raduni per rispettare l’anno di Hak’hel. Al livello di famiglia possiamo prestare maggiore attenzione ai pasti del venerdì sera, anche assicurandosi che uno dei partecipanti abbia preparato delle parole di Torà da condividere a tavola.

Al livello comunitario cerchiamo di partecipare a quanti più eventi che riuniscono le persone. Questo è uno dei modi per aiutare le persone a passare questi tempi difficili. Non ci scordiamo anche che quando due ebrei si incontrano è un’opportunità per pensare al bene di un terzo…

Che D-o benedica tutti noi con un anno buono e dolce, shanà tovà umetukà.

Rav Shalom Hazan

Il Nemico – Dentro e Fuori

12 settembre, 2008

Leggiamo all’inizio della Parashà odierna: “Quando muoverai guerra sui tuoi nemici ed il Sign-re tuo D-o lo darà in tua mano…”

Le parole della Torà sono molto precise e quando i nemici (plurale) diventano uno solo (“lo darà in tua mano…”) i vari commentatori e Midrashìm cercano subito di capire qual è il significato profondo di quello che sembra essere un errore di grammatica.

Gli egiziani, gli amalekiti, i siriani, i babilonesi, i romani, gli almohades, i nazisti, i fascisti, i comunisti… Nei millenni della nostra storia non ci sono mai mancati i nemici.

In termini generali, essi possono essere divisi in due categorie. Quelli che volevano conquistare la nostra anima, il nostro stile di vita secondo la Torà, rappresentati dal re Siriano-Greco Antiochus (la quale sconfitta festeggiamo ogni anno a Chanukà); e quelli che volevano semplicemente annientarci fisicamente, rappresentati da Hamàn che ebbe il permesso dal re Assuero di uccidere ogni uomo, donna e bambino ebreo sulla faccia della terra (esso ci ha lasciato con la festa di Purìm).

In effetti, però, il nemico è uno solo. Poiché un nemico del corpo ebraico odia anche lo spirito ebraico e il nemico della spiritualità del nostro popolo in realtà non sopporta neanche la nostra esistenza materiale.

Questa è la prima lezione dalla Parashà di questa settimana: Occorre accorgersi che i molti nemici che potrebbere sembrare di esserli per una grande varietà di motivazioni, in realtà sono un solo nemico. Le motivazioni sono molte ma l’odio è unico.

Ci insegna anche, quindi, che il destino materiale e quello spirituale del nostro popolo sono legati senza possibilità di separazione.Che bisogna vedere ogni attacco fisico contro un ebreo come un attacco contro lo spirito eterno d’Israele e vedere ogni minaccia spirituale come una contro la sopravvivenza fisica.

Questa è una verità che esiste anche all’interno della persona stessa.

Il “nemico” che si trova dentro ognuno di noi, il Yetzer Harà, ossia l’inclinazione verso il male (che viene chiamato anche “Satàn”).È una vera e propria lotta interna che si svolge continuamente e in ogni aspetto della nostra vita e il modo di vincerla è riconoscendo di essere “sui nemici” ossia sicuri di essere di una superiorità morale e spirituale rispetto al nemico, cosa che ci aiuta a combattere ed a conquistare sia quello interno che quello esterno.

Adattato da rav Shalom Hazan dalle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע

Giudicare o No?

5 settembre, 2008

“Non giudicare gli altri” è un detto che sentiamo dire molto spesso. Anche la Mishnà (Avòt 2, 4) ci ammonisce dicendo “non giudicare il tuo prossimo finché non ti trovi al suo posto”. Il problema è che a volte non c’è scelta e siamo obbligati a giudicare gli altri o a nominare dei giudici che lo facciano.

Il verso con il quale si apre la Parashà di questa settimana ci istruisce a nominare “giudici e amministratori” in ogni città. Contemporaneamente la Torà parla di norme e regole che definiscono e limitano il potere dei giudici e dei tribunali per assicurare che il giudizio venga eseguito con cautela e sensibilità.

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L’Ebreo e i Viaggi

1 agosto, 2008

Un’immagine forte e forse troppo costante… L’ebreo che viaggia. Purtroppo è un’immagine con brutte associazioni; l’esilio, la diaspora, le persecuzioni… C’è però l’aspetto contrario e quindi positivo, quello dei viaggi verso una redenzione, verso un bene.

Di questi viaggi parla la nostra Parashà che si intitola appunto “viaggi”. I viaggi e le tappe in questione sono quelli – quarantadue in totale – che portarono il popolo dal’Egitto alla Terra Promessa. I viaggi, secondo il Ba’al Shem Tov rappresentano anche il percorso dell’ebreo nel corso della sua vita. Ogni viaggio ed ogni tappa indicata dalla Torà corrisponde ad un viaggio e ad una tappa nella vita di ogni ebreo.

Ma come, chiede il Rebbe di Lubavitch, è forse possibile che le tappe che rappresentano un momento di debolezza, un peccato o adirittura una ribellione contro il Sign-re debbano trovare riscontro nel nostro percorso?!

Ebbene, la risposta è sì. La domanda è, però, che tipo di riscontro.

Le varie tappe del nostro percorso si possono considerare ambigue in un certo senso. È il nostro compito saperle gestire nel modo corretto e quindi trasformarle in qualche cosa di santo, di elevato.

Ciò che è stato gestito male nel passato può servire da lezione e come punto di partenza per noi quando ci troviamo in una situazione simile o analoga.

È importante ricordare inoltre che i viaggi degli ebrei nel deserto non erano dei semplici percorsi ma ogni viaggio ed ogni tappa furono comandati direttamente dal Sign-re. Neanche Moshè diceva al popolo quando e dove sarebbe stata la prossima tappa, o quando si sarebbero di nuovo messi in viaggio, perché lui stesso non lo sapeva. D-o lo indicava facendo salire o scendere la nube della Sua gloria.

Quindi bisogna ricordare questo insegnamento dell’ebraismo che la vita con i suoi percorsi ha un significato ed una coerenza. Non ci troviamo sempre immediatamente d’accordo con le situazioni che ci vengono incontro, ma alla fine ci rendiamo conto che la strada può essere lunga, dura e piena di vicissitudini ma è comunque sempre “secondo la parola di D-o”.

Shabbat Shalom!
Rav Shalom Hazan

Mare, Montagna o… Deserto?

20 giugno, 2008

Durante il viaggio degli ebrei attraverso il deserto verso la Terra Promessa non sono mancati i momenti problematici. Forse quello più tragico è stato l’episodio degli esploratori, i meraglìm.

Dopo l’esplorazione di tutta la Terra quasi tutti i rappresentanti delle dodici tribù diedero espressione alle loro impressioni negative di essa, dicendo che gli abitanti fossero troppo potenti, le città fortificate inconquistabili, la terra inospitale, e così via.

La gravità del loro peccato e le conseguenze sono ben note. Il popolo ebraico ha dovuto subire una permanenza di quarant’anni nel deserto, finché non fossero morti tutte le persone della generazione uscita dal Egitto. Come sempre, l’aspetto mistico della Torà ci dà una visione ulteriore, una visione di un mondo unico, un mondo che contiene solo kedushà-santità, spiegandoci che perfino in un luogo del genere esiste la possibilità di peccare, ossia il non seguire la volontà di D-o.

Le fonti mistiche spiegano che gli esploratori e gran parte del popolo volevano rimanere nel “mondo del pensiero” o nel “mondo della parola”.

Che cosa vuol dire questo?

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Si Può Avere Tutto?

13 giugno, 2008

Nella Torà, anche la prossimità di due brani particolari può fare da spunto per approfondimenti, lezioni e applicazioni pratiche.

All’inizio della parashà di questa settimana D-o istruisce Aharon di accendere la menorà. Rashì, il commentatore per eccelenza, cita il Midrash che spiega il legame tra questa mitzvà e l’ultima parte della Parashà precedente che ci raccontava dei doni offerti dai capitribù per l’inaugurazione del Mishkàn.
Quando Aharon vide il contributo dei capitribù si sentì a disagio per il fatto che né lui né la sua tribù prese parte nel contributo. HaKadosh Baruch Hù gli disse: “Giuro che a te spetta un servizio più importante, perché tu accenderai e preparerai i lumi.”

Aharon, quindi, era triste perchè non ha avuto il merito di partecipare alle offerte inaugurative con tutti i capitribù, e la mitzvà della menorà diventa una risposta e una consolazione per lui.
Ma perché Aharon fu così dispiaciuto? È chiaro che lui e la sua tribù sono stati separati da tutto il popolo proprio per essere completamente dedicati al servizio del Mishkàn, il Tabernacolo. Colui che si occupava del servizio del mishkàn, anche per le offerte dei capitribù, era niente meno che Aharon stesso!

Possiamo capirlo precisando le parole di Rashì: Si sentì a disagio.

Aharon era completamente dedicato a quello che era la sua opera di vita, al servizio di HaKadosh Baruch Hù nel Suo tempio. Egli voleva partecipare alle offerte dell’inaugurazione perché non poteva assistere a una mitzvà fatta nella casa di D-o senza prenderne parte. Specialmente in questo caso che si trattava di un servizio inaugurativo, quindi nuovo e di base. Quando vide questo, non fu geloso, ma si sentì comunque a disagio.

Ciò può servire come lezione anche per noi: Quando vediamo una nuova iniziativa ebraica, quanto più se riguarda l’educazione — inaugurazione (Chanukà) in ebraico è legato a educazione (Chinuch)—ci dovrebbe turbare il “perchè non sono coinvolto anch’io”.

Ma non dobbiamo sentirci a disagio. Possiamo, e quindi dobbiamo essere coinvolti.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע