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Voglia di Rivelazione

13 novembre, 2008

In questa Parashà la Torà ci fa conoscere il volto nuovo di Avrahàm; l’Avrahàm post-milà.

Tutte le mitzvòt sono degli strumenti che legano l’ebreo al Creatore, e ogni mitzvà particolare esprime un’altro aspetto di questo legame.

La mitzvà della milà ha un significato specifico inerente ad essa, chiaramente, ma racchiude anche un aspetto più vasto poiché la milà è un patto (berìt) rappresentativo del messaggio dell’ebraismo in generale.

È un principio di base nell’ebraismo che la spiritualità non sia limitata alle sfere elevate e astratte dell’esistenza. I principi della Torà devono essere tangibili e evidenti nella vita e sul corpo dell’uomo.

In aggiunta, il nostro scopo è quello di rendere il mondo materiale sensibile e aperto al Divino. Questo avviene forse nel modo più convincente nella mitzvà di milà, nella quale la spiritualità associata ad una mitzvà diventa imprimata permanentemente nel corpo umano.

A questo punto possiamo capire perchè la Parashà si chiama “Vayerà”, ossia “D-o gli apparve [ad Avrahàm]”: gli eventi che leggiamo nella Parashà descrivono una nuova era nella vita di Avrahàm, un’era nella quale anche il suo corpo fisico diventa uno strumento del Divino attraverso il patto della milà.

Qual è la lezione che si può trarre da questo evento?
Come discendenti di Avrahàm, la presenza di D-o è sempre sentita e apparente nella nostra vita, cosa che trova riscontro anche nel gesto naturale di un bambino di baciare il Sefer o la Mezuzà.

Quando leggiamo nella Torà che D-o apparve ad Avrahàm, dobbiamo quindi essere coscienti del fatto che D-o si rivela anche a noi. L’unica differenza è che ad Avrahàm fu data la possiblità di vedere questa rivelazione con i propri occhi.

Ma come nipoti di Avrahàm non dovremmo essere soddisfatti da una presenza Divina nascosta. Ognuno può chiedere, “perché D-o si è rivelato ad Avrahàm e non a me?” Ed è la richiesta stessa che può diventare la base di un legame più profondo.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, זי“ע
adattato da rav Shalom Hazan

L’Agnello, il Leone e la Libertà

9 luglio, 2008

Un ebreo anziano si accomoda su una panchina nel parco e inizia a leggere una pubblicazione antisemita. Il suo migliore amico, scioccato, gli domanda: “Perché leggi questo giornale?! Meglio leggere il quotidiano ebraico…”

L’uomo risponde: “Nel quotidiano ebraico si legge solo di problemi. L’assimilazione, l’antisemitismo, ecc. A me piacciono le notizie positive che trovo in questo giornale: l’ebreo è ricco, controlla tutto il mondo…”

Nella Parashà di questa settimana la Torà narra la storia di Balak, re moabita, che assunse Bil’àm, un grande profeta pagano, per maledire il popolo ebraico in modo che questo non lo sconfigga nella lotta per la terra d’Israele.

Bil’àm, nonostante fosse un grande nemico del popolo d’Israele, essendo un profeta non poteva che trasmettere ciò che gli veniva detto. Invece di maledire il popolo, li benedì con delle benedizioni splendide, forse le più belle della Torà.

Certo, è bello ricevere un complimento da un amico, ma una benedizione da un nemico è maggiormente apprezzata. È un’indicazione che il complimento è autentico e dimostra un rispetto da parte del nemico.

Nella tradizione ebraica, il nostro popolo viene paragonato ad un agnello, una pecora, ecc. Ecco come ci vede Balaam (Bemidbar 24, 9):

“Egli si china, si accovaccia, come un leone, come una leonessa. Chi lo farà rizzare? Chi ti benedice sarà benedetto, colore che ti maledicono saranno maledetti…”

Che cosa è il signifcato di questo paragone al leone?

Nel Talmud troviamo le leggi — molto dettagliate — riguardo i danni inflitti da animali domestici. Queste norme non sono applicabili al leone, che secondo il Talmud può essere domato ma mai addomesticato. Il leone rimane sempre essenzialmente libero e quindi imprevedibile.

Secondo la mistica, è proprio a questo che alludeva Bil’àm nella sua lode al popolo ebraico:

Per molto tempo siamo esiliati in un mondo che ha cercato di “domarci” e farci seguire i suoi modi. A volte può anche sembrare che siamo stati “domati”, così come il leone del circo sembra, apparentemente, domato.

Ma in verità anche il leone accovacciato rimane libero dentro. Libero di vivere secondo la sua vera identità anche dopo secoli di sottomissione.

Dentro di sé l’ebreo ha un’anima libera da tutti i limiti che il mondo può imporre, e con la forza della volontà e un po’ di impegno ognuno può liberarsi dalle catene spirituali.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי“ע
Adattato da Rav Shalom Hazan

Sei Un Leader?

2 luglio, 2008

La parashà di questa settimana contiene uno dei misteri più profondi della Torà: le leggi della vacca rossa. Si tratta del rituale attraverso il quale ci si purificava dall’impurità causata da un contatto con un morto.

Sono talmente misteriose le norme di questa Mitzvà, che secondo i maestri del Talmud neanche il saggio re Salomone riuscì a comprenderle. Solamente Moshè ebbe questo merito, come è detto “a te rivelo la ragione della vacca [rossa]” (Bemidbàr Rabbà 19, 6).

Forse l’aspetto più strano di questa mitzvà è il fatto che i Cohanìm coinvolti nella preparazione delle acque che venivano spruzzate sulla persona impura per purificarla, diventavano a loro volta impuri. Ossia le stesse acque che purificavano rendevano loro impuri!

Cambiando il contesto, però, la cosa potrebbe diventare un po’ più chiara. Se i leader spirituali-religiosi sono come i Cohanìm, essendo responsabili della purezza spirituale del popolo, questi non possono sempre rimanere intoccabili dalle impurità che toccano la gente comune.

Un leader spirituale è uno che è disposto ad abbassarsi, a scendere al livello degli altri, anche se questo potrebbe avere un certo effetto su di lui stesso.

Perché è così? Secondo il Midràsh, riguarda anche la colpa commessa con il vitello d’oro. “Venga la madre (la vacca) ad espiare per il figlio (il vitello d’oro)”. Nello stesso modo, i leader sono considerati responsabili del benessere spirituale del popolo.

Questa domenica, il 3° di Tamuz (quest’anno il 6 luglio) ricorre l’anniversario della scomparsa del Rebbe di Lubavitch. Dal punto di vista di responsabilità, lui era un leader dell’ebraismo mondiale. Si sentiva responsabile di ogni ebreo. Dall’ebreo di Sydney a quello di Rio de Janeiro, dall’ebreo di Parigi a quello di Shanghai a quello di Haifa.

La prova della responsabilità non è il sentimento ma le azioni. Come disse il capo rabbino della Gran Bretagna, Jonathan Sacks, il Rebbe creò una comunità non di seguaci ma di leader, che mandò come suoi emissari a combattere l’assimilazione attraverso i più di 4.000 centri Chabad-Lubavitch nel mondo, innovando il concetto del “Jewish outreach” oramai adottata, grazie a D-o, da tutte le grandi organizzazioni ebraiche.

Ma il messaggio del Rebbe è ancora più profondo. Per lui, ogni persona era un leader. Da capo famiglia a capo reparto, ognuno in qualche modo è una guida ed ha una responsabilità nei confronti dei correligionari con i quali viene in contatto.

Diamoci quindi da fare, aggiungendo quest’estate almeno una Mitzvà!

Il Rebbe

2 luglio, 2008

Cari amici,

Questa domenica 6 luglio (il tre di Tammùz) segna quattordici anni dalla scomparsa del Rebbe, Rabbi Menachem M. Schneerson זצ”ל.

Io mi troverò a New York, con migliaia di persone da tutto il mondo, per visitare la tomba del Rebbe e chiedergli di intercedere per noi nel Cielo in questo giorno propizio, come si usa nelle giornate di anniversario dei Giusti.

Sarebbe per me un onore e un piacere pregare per te (e la tua famiglia) al “Ohel” del Rebbe. Lo puoi fare inviandomi il tuo nome e il nome della madre (preferibilmente i nomi ebraici), e i nomi di tutti coloro che desideri fare menzionare. Se c’è qualcosa di specifico per il quale vorresti chiedere una benedizione, perfavore fammelo sapere.

Che sia la volontà di D-o che tutte le preghiere siano esaudite.

In questo sito troverete molte informazioni sull’attaccamento del Rebbe a D-o, su quanto considerava importante ognuno e potrete approfondire degli insegnamenti da lui esposti.

Shabbàt Shalom,

Rav Shalom Hazan
Chabad Lubavitch di Monteverde

La Bellezza del Deserto

29 Maggio, 2008

La parashà di questa settimana che apre il quarto libro della Torà, si chiama Bemidbàr, ossia “nel deserto”. Il Midràsh dice: “La Torà è stata data specificatamente alla [generazione che] mangiava la manna” (Mechilta, Beshalach). Cerchiamo di capire perché.

Nel deserto non ci sono fabbriche né grattacieli di uffici. Quindi vivendo nel deserto, probabilmente non avresti un lavoro. Non ci sarebbe un capo né degli impiegati.

Nel deserto non ci sono né città né zone, quindi non ti troverai mai dalla parte sbagliata. Non ci sono grandi magazzini né negozi di alimentari, quindi indosseresti le stesse scarpe per quarant’anni e mangeresti la manna dal cielo.

È per questo, dichiarono i nostri saggi, che D-o ci diede la Torà proprio nel deserto.

Se l’avesse dato a Wall Street, avrebbe dovuto decidere chi nominare al consiglio d’amminstrazione e a chi dare la maggior parte delle azioni. Se l’avesse dato nella Terra Santa, avrebbe dovuto decidere se darla nella religiosa Gerusalemme, la mistica Tzefat o la hi-tech Tel Aviv.

D-o non voleva degli azionisti nella sua Torà, né un’infrastruttura aziendale e nessun contesto sociale o politico. In effetti, non voleva nessun contesto in assoluto. Solo noi e la Torà.

Non sarebbe stato grandioso rimanere nel deserto?

Dal momento che D-o era sicuro che avevamo percepito il messaggio — che la Torà non è un prodotto di un’era, un’atmosfera o un ambiente culturale particolare e che appartiene per intero ed in assoluto ad ognuno di noi — ci ha mandato nelle città e nei villaggi del Suo mondo, alle fattorie e i mercati, alle università e gli uffici.

Ci ha detto che Lui aveva già fatto la Sua parte e che adesso tocca a noi far sì che la Torà sia rilevante in tutti questi posti ed in tutti questi contesti.

In ogni modo, è sempre bello tornare nel deserto di tanto in tanto. Almeno per una visita.

Di Yanki Tauber per Chabad.org,
adattato e tradotto da Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch
זי“ע

Quattro Tappe – Il Viaggio Verso Pesach

3 aprile, 2008

Durante il periodo che precede Pesach vi sono quattro Shabbatòt nelle quali si fanno uscire due Sefarìm. La prima, ovviamente, per la Parashà della settimana e la seconda fa parte di una serie di brani della Torà che ci aiutano a prepararci per Pesach.

Il primo brano si chiama Shekalìm. In questo brano si legge dell’obbligo di contribuire un mezzo Shekel per la costruzione del Tabernacolo. La seconda è Zachòr, il comandamento di ricordare ciò che fece il malvagio Amalek che fu il primo popolo ad attaccare il popolo di Israel dopo l’uscita dall’Egitto.
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Perché Mangiare Kosher?

27 marzo, 2008

La nostra Parashà (Sheminì) introduce le regole alimentari della Kasherùt. Gli animali devono essere ruminanti e avere lo zoccolo spaccato; i pesci devono dimostrare pinne e squame, e la Torà ci presenta con una lista di uccelli non permessi.

Molti hanno l’impressione errata che le leggi della Kasherùt sono state stabilite semplicemente per tutelare la salute e l’igiene. Migliaia di ebrei, tra i quali alcuni che mangiano Kosher, sono sfortunatamente ancora sotto questa falsa impressione.

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La Purezza dei Bambini

13 marzo, 2008

Il terzo libro della Torà che iniziamo a leggere questo Shabbàt tratta, più che altro, delle norme riguardanti i sacrifici che venivano portati nel Tabernacolo e nel Santuario di Gerusalemme.

Secondo un’antica usanza, la prima parashà della Torà che viene insegnata ai bambini è proprio quella di Vayikrà e non, come sembrerebbe ovvio, quella di Bereshìt. Tale usanza è in vigore ancora oggi in molte comunità.

Il Midràsh ci spiega la motivazione di questa usanza (Vayikrà Rabbà 7,3). “Rav Assi disse, perchè i bambini iniziano a studiare da Vayikrà e non da Bereshìt? Poiché i sacrifici sono puri e i bambini sono puri. Che vengano i puri e si occupino [dello studio] dei puri.”

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La Testimonianza e la Preghiera

7 marzo, 2008

Pekudé, l’ultima Parashà del libro di Esodo, include il resoconto del lavoro eseguito e il materiale usato per la costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo.

Il primo versetto, però, sembra ripetersi: “Questi sono i numeri del Mishkàn, il Mishkàn della testimonianza…”

La Torà, sappiamo, non usa neanche una lettera in più senza avere una motivazione profonda. Perchè allora la ripetizione del termine “mishkàn” all’inizio della Parashà?

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