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Libertà e Diversità

27 marzo, 2010

Cari amici,

Questo Shabbàt è noto come “Shabbat haGadòl” – “Il Grande Shabbàt” – e vari sono i motivi per questo interessante appellativo.

Al livello più semplice, può esserci un motivo migliore del fatto che è lo Shabbàt che precede l’anniversario della nascita del popolo ebraico? Più grande di così…

Questa è una grandezza che però verrà subito contrapposta, durante la sera del Seder, con un simbolo di povertà ed afflizione.

Sebbene siamo abituati di vedere due pani al tavolo dello Shabbàt e delle festività (ricordando la doppia porzione di manna del venerdì), a Pesach ci troviamo con tre pani (azzime) davanti a noi.

Perché tre? La domanda, in realtà, è perché ce ne è una in più, visto che due ce ne sono sempre.

Cosa si fa con questa Matzà, questo pane, in più? Lo si spezza. Solo dopo averlo spezzato e scartato (per il momento) l’altra metà, si può iniziare il vero e proprio Seder, il racconto della storia dell’Esodo (Hagadà).

In altre parole ci serve una pane spezzato, quindi un pane povero o un pane della povertà e dell’afflizione che sia un simbolo della schiavitù e dell’oppressione da noi subiti in Egitto.

Grandezza, grandiosità, libertà, contrapposti dalla povertà, l’oppressione, l’afflizione.

Perché non rimanere con il sapore dello shabbat “grande” completo?

Perché chi pensa di essere uscito dall’Egitto si sta sbagliando. Certo, fisicamente non ci siamo più. Ma l’Egitto delle restrizioni e dei limiti, imposti dall’esterno o adirittura dall’interno del proprio io è ancora presente.

Ogni anno si rispezza la Matzà per riaprire anche il nostro cuore a questa realtà e quindi a superarla. Anno per anno, mese per mese, giorno per giorno.

Questa è l’uscita dall’Egitto.

Shabbàt Shalom e Hag Sameach!

Rav Shalom Hazan