Posts Tagged ‘shabbàt’

Il Ritorno dello Shabbàt

2 ottobre, 2008

Ci troviamo nel periodo dei “Dieci giorni di penitenza” da Rosh Hashanà a Yom Kippur. Secondo la tradizione questo è un periodo durante il quale il Sign-re è particolarmente vicino a noi. Il Talmud insegna che durante questo periodo la preghiera di una persona vale quanto quella di un pubblico (un minyàn). Chiaramente questi giorni rappresentano un momento di serietà, di acconto e di ritorno, nel senso di “Teshuvà”

Lo Shabbàt che cade tra Rosh Hashanà ha un nome particolare: Shabbàt Shuvà (o Shabbàt Teshuvà). Questo Shabbàt potrebbe sembrare un paradosso: Da una parte lo Shabbàt è un momento di piacere, non solo per l’anima ma anche per il corpo, e dall’altra è comunque il periodo serio della Teshuvà. In realtà non esiste alcuna contradizione, al contrario. La radice della parola Teshuvà, t-sh-v, si trova anche nella parola Shabbàt. (ת-ש-ב, ש-ב-ת). In un certo senso lo Shabbàt e la Teshuvà rappresentano lo stesso concetto, quello del ritorno. Anche lo Shabbàt è un momento di elevazione e distinzione dalla mondanità e quindi un ritorno dell’anima verso una realtà più elevata.

Questo Shabbàt ci troviamo, quindi, con un doppio vantaggio: quello dello Shabbàt e quello della Teshuvà. La gioia e il piacere dello Shabbàt ci aiutano ad affrontare la Teshuvà da un punto di vista più elevato e rimosso dalla mondanità e dal peccato. Secondo il Rebbe di Lubavitch, in un certo senso la Teshuvà dello Shabbàt è ancora più importante della Teshuvà del giorno di Kippùr. Perché? Poiché se per il giorno di Kippùr il piacere corporale è visto come un ostacolo davanti alla Teshuvà, per il giorno di Shabbàt Shuvà è proprio quel piacere a darci un ulteriore spinta alla Teshuvà.

Vi auguro quindi un buon Shabbàt Shuvà!

Rav Shalom Hazan

L’Ebreo e i Viaggi

1 agosto, 2008

Un’immagine forte e forse troppo costante… L’ebreo che viaggia. Purtroppo è un’immagine con brutte associazioni; l’esilio, la diaspora, le persecuzioni… C’è però l’aspetto contrario e quindi positivo, quello dei viaggi verso una redenzione, verso un bene.

Di questi viaggi parla la nostra Parashà che si intitola appunto “viaggi”. I viaggi e le tappe in questione sono quelli – quarantadue in totale – che portarono il popolo dal’Egitto alla Terra Promessa. I viaggi, secondo il Ba’al Shem Tov rappresentano anche il percorso dell’ebreo nel corso della sua vita. Ogni viaggio ed ogni tappa indicata dalla Torà corrisponde ad un viaggio e ad una tappa nella vita di ogni ebreo.

Ma come, chiede il Rebbe di Lubavitch, è forse possibile che le tappe che rappresentano un momento di debolezza, un peccato o adirittura una ribellione contro il Sign-re debbano trovare riscontro nel nostro percorso?!

Ebbene, la risposta è sì. La domanda è, però, che tipo di riscontro.

Le varie tappe del nostro percorso si possono considerare ambigue in un certo senso. È il nostro compito saperle gestire nel modo corretto e quindi trasformarle in qualche cosa di santo, di elevato.

Ciò che è stato gestito male nel passato può servire da lezione e come punto di partenza per noi quando ci troviamo in una situazione simile o analoga.

È importante ricordare inoltre che i viaggi degli ebrei nel deserto non erano dei semplici percorsi ma ogni viaggio ed ogni tappa furono comandati direttamente dal Sign-re. Neanche Moshè diceva al popolo quando e dove sarebbe stata la prossima tappa, o quando si sarebbero di nuovo messi in viaggio, perché lui stesso non lo sapeva. D-o lo indicava facendo salire o scendere la nube della Sua gloria.

Quindi bisogna ricordare questo insegnamento dell’ebraismo che la vita con i suoi percorsi ha un significato ed una coerenza. Non ci troviamo sempre immediatamente d’accordo con le situazioni che ci vengono incontro, ma alla fine ci rendiamo conto che la strada può essere lunga, dura e piena di vicissitudini ma è comunque sempre “secondo la parola di D-o”.

Shabbat Shalom!
Rav Shalom Hazan

Suggerimenti per Pesach

11 aprile, 2008

Una risposta ad un amico:

Salve —, riguardo la tua domanda circa la prassi da seguire quest’anno che la sera del Seder viene all’uscita dello Shabbàt, ti scrivo in breve ciò che penso sia il modo più pratico per gestire la situazione abbastanza complessa. Per quanto riguarda i pasti di Shabbàt ci sono sicuramente altre soluzioni (ci sono dei libri interi dedicati a questa domanda…) ma ti scrivo quello che faccio e ciò ho visto fare.

Tengo a precisare che come in tutti i problemi halachici anche qui ci sono molti dettagli, eccezioni, domande ecc che saranno da chiarire per ognuno con il proprio rav.

Auguri di Pesach Kasher veSameach
Rav Shalom Hazan

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Quattro Tappe – Il Viaggio Verso Pesach

3 aprile, 2008

Durante il periodo che precede Pesach vi sono quattro Shabbatòt nelle quali si fanno uscire due Sefarìm. La prima, ovviamente, per la Parashà della settimana e la seconda fa parte di una serie di brani della Torà che ci aiutano a prepararci per Pesach.

Il primo brano si chiama Shekalìm. In questo brano si legge dell’obbligo di contribuire un mezzo Shekel per la costruzione del Tabernacolo. La seconda è Zachòr, il comandamento di ricordare ciò che fece il malvagio Amalek che fu il primo popolo ad attaccare il popolo di Israel dopo l’uscita dall’Egitto.
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Perché Mangiare Kosher?

27 marzo, 2008

La nostra Parashà (Sheminì) introduce le regole alimentari della Kasherùt. Gli animali devono essere ruminanti e avere lo zoccolo spaccato; i pesci devono dimostrare pinne e squame, e la Torà ci presenta con una lista di uccelli non permessi.

Molti hanno l’impressione errata che le leggi della Kasherùt sono state stabilite semplicemente per tutelare la salute e l’igiene. Migliaia di ebrei, tra i quali alcuni che mangiano Kosher, sono sfortunatamente ancora sotto questa falsa impressione.

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La Purezza dei Bambini

13 marzo, 2008

Il terzo libro della Torà che iniziamo a leggere questo Shabbàt tratta, più che altro, delle norme riguardanti i sacrifici che venivano portati nel Tabernacolo e nel Santuario di Gerusalemme.

Secondo un’antica usanza, la prima parashà della Torà che viene insegnata ai bambini è proprio quella di Vayikrà e non, come sembrerebbe ovvio, quella di Bereshìt. Tale usanza è in vigore ancora oggi in molte comunità.

Il Midràsh ci spiega la motivazione di questa usanza (Vayikrà Rabbà 7,3). “Rav Assi disse, perchè i bambini iniziano a studiare da Vayikrà e non da Bereshìt? Poiché i sacrifici sono puri e i bambini sono puri. Che vengano i puri e si occupino [dello studio] dei puri.”

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La Testimonianza e la Preghiera

7 marzo, 2008

Pekudé, l’ultima Parashà del libro di Esodo, include il resoconto del lavoro eseguito e il materiale usato per la costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo.

Il primo versetto, però, sembra ripetersi: “Questi sono i numeri del Mishkàn, il Mishkàn della testimonianza…”

La Torà, sappiamo, non usa neanche una lettera in più senza avere una motivazione profonda. Perchè allora la ripetizione del termine “mishkàn” all’inizio della Parashà?

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La Fatica Tranquilla

28 febbraio, 2008

All’inizio della Parashà di Vayakhèl la Torà racconta che Moshè radunò il popolo e ricordò loro diverse leggi e in particolare l’obbligo di osservare lo Shabbàt. “Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo giorno sarà per voi giorno di riposo assoluto, Sabato consacrato al Sign-re” (Esodo 35 ,2).

I maestri del Talmùd deducono da questo versetto che non solo l’osservanza dello Shabbàt è una mitzvà ma anche il lavoro dei giorni feriali fa parte del servizo del Sign-re.

Il versetto contiene anche un’allusione alla maniera nella quale dovrebbe svolgersi questo lavoro. Moshè, che si trova con il popolo radunato dinanzi a lui, non dice “per sei giorni lavorerai” in prima persona, ma “si lavorerà” — come se questo lavoro si svolgesse da solo.

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