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Il Ladro Credente

11 agosto, 2011

“Shemà Yisrael Ado-nai Eloh-énu Ado-nai Echàd.”

Questa preghiera in realta’ e’ un versetto tratto dalla Parasha’ di questa settimana, nella quale Moshé continua ad istruire e preparare il popolo d’Israele ricordando loro anche gli eventi che li hanno portati al punto di trovarsi, al culmine dei quarant’anni nel deserto, sulla soglia della Terra Santa.

Sono molti i commenti su questo versetto e la sua importanza. Cerchiamo di esplorarne alcuni:

1) “Shemà Yisrael” vuol dire “ascolta Israele”. Moshe invita il popolo ad ascoltare, ad approfondire, a prendere atto. Il contenuto del versetto non e’ solamente un invito generico al popolo ma diventa un’esperienza personale. Quando l’ebreo recita lo Shemà due volte al giorno è come se parlasse a se stesso. Chiamandosi con il nome del popolo “Yisrael” la persona dice a se: Ascolta Yisrael: D-o è nostro ed è unico.

2) Nel scrivere la Tora’ vi sono tre misure di lettere. Quelle medie, le piu’ comuni, le lettere grandi e quelle piu’ piccole. Vi e’ sempre un significato e un motivo per la presenza di una lettera “straordinaria”. Nel nostro versetto ne troviamo due. La ‘Ayin ע della parola Shema’, e la dalet ד della parola echad.

Uno degli insegnamenti in riguardo: Unite, queste due lettere formano la parola ‘Ed, che significa “testimone”.
Il significato è doppio. Da una parte, leggere lo Shemà è una forma di testimonianza della presenza e l’unicità di D-o. Dall’altra, l’ebreo stesso, la sua esistenza, è un miracolo che testimonia la grandezza di D-o. Il profeta Isaia, infatti, profetizza dicendo “Voi siete i Miei testimoni…” (Isaia 43, 10).

Quando ci si chiede “qual è la prova della Sua esistenza?”, basta guardare il Suo popolo, che nonostante molti abbiano cercato di annientarlo, rimane ancora in esistenza.

3) Le stesse due lettere messe nell’ordine contrario, formano la parola – “sappi”. Questo potrebbe alludere alla mitzvà di approfondire la conoscenza del Creatore (Devarìm 4, 39, vedi anche Cronache I 28, 9).

Il significato è che a parte l’obbligo di credere in D-o, il concetto della fede nell’ebraismo, siamo anche portati a studiarLo, dalle fonti giuste, e quindi di “conoscerLo” anche se in modo definitivo la cosa non è possibile.

La differenza tra la sola fede e quella accompagnata dallo studio approfondito si esprime anche nel nostro comportamento.

Il Talmud parla del ladro che prima di andare a “lavorare” prega il Sign-re che non sia visto e preso. Che paradosso! Se non avesse la fede non pregherebbe, ma se ce l’avesse realmente non commetterebbe furti!

In realta’ la fede potrebbe anche averla, ma ma la fede spesso rimane “in sospeso” in un vuoto tra l’anima e la persona, non sempre, quindi, si esprime nelle azioni.

Solo quando accompagnata dallo studio, la conoscenza, la fede fiorisce e produce frutti deliziosi.

di Rav Shalom Hazan

Lo Shemà

31 luglio, 2009
Cari amici,

Questa Shabbàt tradizionalmente è chiamato “Shabbàt Nachamù”. La parola Nachamù significa “siate consolati”, parola pronunciata e ripetuta dal profeta Isaia nel contesto della distruzione del 1° Tempio. Un messaggio di speranza e di redenzione che per tradizione si legge lo Shabbàt che segue il digiuno di Tishà beAv.

Vi auguro un buon weekend, buone vacanze e Shabbàt Shalom!

Rav Shalom Hazan

Lo Shemà
“Shemà Yisrael Ado-nai Eloh-énu Ado-nai Echàd.”

Questo versetto, conosciuto da ogni ebreo, ha come fonte la Parashà odierna, nella quale Moshè continua ad istruire e preparare il popolo d’Iisraele, ricordando loro anche gli eventi che li hanno portati a quel punto alla fine dei quarant’anni nel deserto trovandosi sulla soglia della Terra Santa.

Sono molti i commenti su questo versetto e la sua importanza. Cerchiamo di soddisfarci con alcuni di essi.

1) “Shemà Yisrael” significa “ascolta Israele”. Moshè parla al popolo dicendo loro di prestare attenzione alle parole importanti che sta per trasmetterli.

Vi è però un’allusione anche ad un’esperienza personale: Quando ogni ebreo, due volte al giorno, dice lo Shemà, in effetti è come se parlasse a se stesso, poiché il popolo si chiama Yisrael. Ognuno di noi dice quindi a se stesso, “Ascolta! D-o è nostro ed è unico”…

2) I caratteri scritti sul Séfer, il rotolo della Torà, hanno tre misure. La misura standard, le lettere di dimensione minore (come la Alef della prima parola del libro di Vayikrà-Levitico) e lettere di dimensione maggiore. Due di quest’ultime si trovano nel nostre versetto dello Shemà. La lettera ‘Ayin, l’ultima della parola Shemà, e la lettera Dalet, l’ultima della parola Echàd hanno dimensioni maggiori rispetto alle altre lettere.

Uno degli insegnamenti in riguardo: Messe insieme queste due lettere formano la parola ‘Ed, che significa “testimone”.

Il significato è doppio. Da una lato, leggere lo Shemà è una forma di testimonianza circa la presenza e l’unicità di D-o. Dall’altro canto, l’ebreo stesso, la sua esistenza, è un miracolo che testimonia la grandezza di D-o.

Il profeta Isaia, infatti, profetizza dicendo “Voi siete i Miei testimoni…” (Isaia 43, 10). Quando ci si chiede “qual’è la prova della Sua esistenza?”, basta guardare il Suo popolo, che nonostante la storia abbia cercato di annientarlo, rimane ancora in esistenza.

3) Le stesse due lettere, invertendo l’ordine, formano la parola Dà – “sappi”. Questo potrebbe alludere alla mitzvà di conoscere il Creatore (Devarìm 4, 39, vedi anche Cronache I 28, 9).

Il senso è che a parte l’obbligo di credere in D-o, ossia il concetto della fede, nell’ebraismo siamo anche portati a studiarlo, dalle fonti giuste, e quindi di “conoscerlo” per quanto questo sia possibile.

La differenza tra la sola fede e quella accompagnata dallo studio approfondito si esprime anche nel nostro comportamento.

Non esiste in realtà il non credente, ma la fede spesso rimane “in sospeso” in un vuoto tra l’anima e la persona, non sempre, quindi, si esprime nelle azioni.

Solo quando è accompagnata dallo studio e la conoscenza, la fede fiorisce e produce buoni frutti.

di Rav Shalom Hazan