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Alimentazione Metafisica

18 febbraio, 2011

Alimentazione Metafisica
Un assaggio del ragionamento di Yeshivà

La Torà ci racconta che Mosè salì sul monte Sinai e rimase lì per quaranta giorni e quaranta notti e non bevve né mangiò nulla durante quel periodo. Com’è possibile una cosa del genere?

Secondo la legge ebraica, la Halachà, è impossibile sopravvivere per più di sette giorni senza né mangiare né bere. Se una persona giura di non mangiare per sette giorni, questo giuramento è considerato falso!

Vi sono tre spiegazioni sul fenomeno della sopravvivenza di Mosè sul monte:

1) Pur trovandosi in un ambiente celeste il corpo di Mosè rimase umano, esigendo cibo, liquido e sonno. Fu il Sign-re che fece sì che Mosè rimanesse vivo “in maniera miracolosa” anche essendo privata dall’alimentazione fisica.

2) L’accaduto non era un miracolo ma piuttosto un fenomeno naturale di estrema rarità. Mosè era talmente contento da una parte ed impegnato mentalmente dall’altra nel ricevere la Torà che questa grande felicità e l’impegno forte fecero sì che nonostante il corpo fosse stanco e richiedesse le esigenze ad esso necessarie, Mosè non lo sentì.

3) Quando Mosè salì sul Sinai la natura del suo corpo cambiò e diventò come quello degli angeli. Così come gli angeli non necessitano di cibo e liquidi anche Mosè “in quei giorni” non aveva esigenze terrene. Secondo questa interpretazione Mosè non era stanco, affamato ed assetato perché si trovava in una realtà diversa.

Esiste una regola talmudica secondo la quale anche opinioni diverse od opposte potrebbero essere tutte valide. Si potrebbe spiegare che tutte le interpretazioni citate trovano riscontro nelle tre volte che Mosè salì sul monte.

La prima volta salì per ricevere le prime Tavole della Legge che erano “miracolose” poiché furono create ed incise dal Sign-re stesso. Anche il corpo di Mosè fu miracolosamente alimentato.

La seconda volta, quando Mosè salì per fare perdonare il peccato del vitello d’oro, fu talmente preso con le preghiere e le richieste che non sentì le “richieste” del proprio corpo.

La terza volta salì per ricevere le seconde Tavole. A questo punto aveva raggiunto un livello talmente elevato che il suo corpo era come quello di un angelo e non aveva bisogno di mangiare.

In effetti, solo dopo la terza volta che Mosè scese dal monte la Torà  ci parla dei raggi di luce che emanavano dal suo volto. Era un’indicazione del livello elevato al quale era arrivato proprio quella volta, nella sua ultima salita al Monte Sinai.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זצ”ל
Adattato da rav Shalom Hazan

Disabili o Speciali?

8 gennaio, 2010

Cari Amici,

Dopo la pausa invernale riprende l’attività della ludoteca Gan Rivkà.

Bentornati a tutti quanti!

fran

Questa settimana si inizia a leggere ed a studiare il libro di Shemòt – Esodo.

Si racconta che una volta una persona fu arrestata e messa in galera. Rimase lì per molti anni in assoluta solitudine. Sembrava che non ci fossero più gli ufficiali del carcere, che fossero andati via lasciandolo solo.

Un giorno passa una persona anziana e dalla finestra intravede la presenza dell’uomo carcerato. Cosa fai qui? gli chiede l’anziano. “Sono stato arrestato e sembra tutti si siano dimenticati di me”. La persona anziana si avvia verso la porta dicendo “ma hai provato ad aprire?” Con la mano gira la maniglia della porta che si apre tranquillamente…

Come dire, a volte la piccola redenzione che cerchiamo già c’è, basta rendersi conto…

Shabbat Shalom!
Rav Shalom e Chani Hazan

Shabbàt al Tempio

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 8-9 gennaio:

8 gennaio venerdì sera: 16,35
9 gennaio shabbàt mattina: 09,30
9 gennaio shabbàt pomeriggio: 16,30
Il kiddush di questo Shabbàt è offerto dalla famiglia Aron e Rosi Zanzuri. Hazzak!

Gli incontri della settimana

mini-lezione 1: venerdì sera tra Minchà e ‘Arvìt: lezione di Halachà
mini-lezione 2: Shabbàt mattina prima della Tefillà lezione sul significato delle preghiere

Shabbàt pomeriggio dopo minchà: lezione con rav Bahbout
domenica 10/01: Come leggere il Séfer ore 20,30
martedì 12/01: Tanya e Talmud ore 20,00 (per uomini)
mercoledì 13/01: “Prima di poter gestire la vita, la devi capire” . . . Un approfondimento sui concetti di ‘vita’ e ‘esistenza’ore 20,30 (uomini e donne)

Video della settimana

Nel 1976 i giochi paralimpici (l’equivalente dei giochi olimpici per atleti con disabilità fisiche o intellettive) ebbero luogo a Toronto nel Canada. Vi parteciparono un centinaio di atleti israeliani, molti dei quali furono feriti in guerra per la difesa della terra d’Israele.
Approfittando del viaggio in Nord America, il gruppo si recò a New York per incontrare il Rebbe di Lubavitch.
Nel suo discorso il Rebbe sollevò l’idea che i termini “handicappati” o “disabili” non fosse corretto e che un termine “speciale” o “eccezionale” sarebbe più coerente. Colui che ha perso la facoltà fisica di un arto o una parte del corpo, riceve delle altre capacità, anche spirituali, che gli consentono di vivere una vita completa e piena. (Si tratta del 1976, quando ancora non erano di modo i termini ‘politicamente corretti’…)

Clicca la foto per vedere l’incontro (sottotitoli in inglese):

mezuyanim

Clicca qui per leggere la storia dalla prospettiva di una delle persone “speciali” presenti. “Il Rebbe disse grazie” (in inglese)

Sintesi della Parashà
Shemòt

I figli d’Israele si moltiplicano in Egitto. Il Faraone ordina alle ostetriche ebree, Shifrà e Puà, di uccidere tutti i neonati maschi. Vedendo che esse non gli obbediscono egli ordina agli egiziani di gettare i neonati ebrei nel Nilo.

Yocheved, figlia di Levì, e il marito Amràm, hanno un figlio che viene messo in una cesta impermeabile nel fiume mentre la sorella maggiore, Miriàm, lo sorveglia dalla riva. La figlia del Faraone trova il neonato, lo porta a casa e lo cresce come suo figlio chiamandolo Moshè.

Moshè cresce e inizia ad uscire dal palazzo dove scopre le sofferenze del suo popolo. Vedendo un egiziano picchiare fortemente un ebreo lo uccide. Il giorno dopo vede due ebrei coinvolti in una lite, quando li ammonisce essi lo accusano dell’uccisione dell’egiziano il giorno prima, Moshè per paura di essere condannato, è obbligato a fuggire a Midiàn. Lì aiuta le figlie di Yitrò scacciate dal pozzo dai pastori, sposa la figlia maggiore, Tziporà, e diventa pastore del gregge di suo suocero.

Il Sign-re si rivela a Moshè in un cespuglio rovente ai piedi del Monte Sinai dove gli ordina di andare dal Faraone dicendogli:  “lascia andare il Mio popolo, affinché essi Mi possano servire”. Aharòn, il fratello di Moshè, fungerà da suo portavoce. In Egitto,

Moshè e Aharòn radunano i saggi dei Figli d’Israele per dirgli che è giunto il momento della loro redenzione. Essi hanno fiducia nelle parole di Moshè ma il Faraone rifiuta di lasciarli andare incrementando le sofferenze dei Figli d’Israele.

Moshè rivolge una protesta al Sign-re, “Come mai hai fatto male al Tuo popolo?” Il Sign-re lo assicura che la redenzione è alle porte.

Tratto dal sito chabad.org, traduzione di Chani Benjaminson per chabadroma.org e pensieriditora.it

Falsità Giustificate

6 novembre, 2009

Rav Levi Yizchak di Bardiciov incontrò un uomo mentre questo fumava di Shabbàt. “Caro figlio mio”, gli disse, “ti sei forse dimenticato che oggi è Shabbàt?” “No rabbino, so benissimo che oggi è Shabbàt”, rispose l’ebreo. “Allora forse ti sei dimenticato che di Shabbàt non è consentito fumare?!” “Stia tranquillo rabbino, so bene che di Shabbàt non si può fumare!”

A quel punto il rav alzò gli occhi verso il cielo e disse “Padrone del Mondo! Guarda come sono bravi i tuoi figli – non dicono mai una bugia!”

Il tema delle bugie e la falsità ricorre, anche se non in primo piano, nelle porzioni della Torà che leggiamo durante queste settimane. Avrahàm e Sarah vanno in Egitto dicendo che sono fratello e sorella e poi la situazione si ripete quando viaggiano a Gheràr, nella terra dei filistei. Troviamo che il figlio e la nuora, Yitzchàk e Rivkà (Isacco e Rebecca) raccontano la stessa storia quando viaggiano.

In un primo momento il fenomeno ci sembra un po’ strano. Persone che ricordiamo con un rispetto dato il loro essere considerati “giusti” in tutti gli aspetti della loro vita, che si “lasciano andare” con delle “piccole bugie”…

Con un po’ di riflessione ci accorgiamo però che si trattava di veri e propri pericoli di morte, considerando il livello morale della gente in alcuni luoghi in quell’epoca (purtroppo sono cose che si verificano ancora oggigiorno), dovevano prendere in seria considerazione il fatto che per appropriarsi di una donna di bell’aspetto erano più che pronti a farla “perdere” il marito.

[Questo ci apre la porta ad un’altro tema: Persone che hanno “timore del Cielo” a sufficienza per non prendere una donna sposata, non hanno alcun impedimento morale a uccidere il marito… Anche questo è un problema che si verifica oggi, ovviamente in altre maniere e in situazioni. Forse ne parleremo in un’altro momento.]

In diverse fonti talmudiche i saggi insegnano che esistono situazioni nelle quali non solo è permesso ma è adirittura consigliato non dire la verità. Un esempio classico è quello di dire una falsità per evitare un litigio, una discussione o una rottura di rapporti tra due persone o due gruppi. “La pace è più grande”.

Inoltre, secondo il Talmud bisognerebbe “uscire” dalla corsia “verità” anche per far sì che una persona si senta a pace con se stessa. L’esempio citato è quello della mitzvà di fare gioire lo sposo e la sposa al loro matrimonio. Per fare gioire lo sposo gli si comunicano le lodi della sposa che ha preso. “Una sposa bella e gentile”, secondo la casa di studio di Hillel. Su questo la casa di Shammai (più “conservatrice” di quella di Hillel) non poteva essere d’accordo: “La Torà dice che non si possono dire bugie! E se non è bella o gentile?”

“Se qualcuno acquista un bene al mercato, bisogna lodarlo ai suoi occhi o renderlo disprezzato ai suoi occhi?” Questa la risposta della casa di Hillel. Non è più una questione di dire la verità o di dire una bugia, è una questione di rapporti sociali corretti.

E la pace è più grande.

di rav Shalom Hazan

All’inizio…

16 ottobre, 2009
Chabad Lubavitch Monteverde

16-10-2009 | 28 Tishrì 5769

Cari amici,

In una metafora esposta dal Baal Shem Tov, gli angeli del giardino dell’Eden si svegliano un bel mattino per raccogliere le opere buone dei uomini della terra e presentarli al Creatore. Abituati a vedere Tefillìn, mezuzòt e opere buone di tutti i tipi, rimangono sbalorditi quel mattino alla vista di suole di scarpe consumate, cappelli sporchi e schiacciati, e così via. Così gli angeli raccoglitori si recano presso il loro capo, l’angelo Michael, per chiedergli una spiegazione.

“Ieri sera era Simchàt Torà”, spiegò l’angelo. “Gli ebrei si sono sforzati al massimo per ballare e gioire con la Torà. Questo è uno dei più grandi regali che possiamo portare dinanzi al Creatore…”

Qui al tempio dei Colli Portuensi questa metafora si è realizzata nella gioia e l’allegria che tutti hanno sentito nei canti e balli con i Sefarìm la sera di Simchàt Torà e nella festa il giorno dopo. Ci siamo accorti che presto dovremo cercare una sede più ampia!

Il Khattàn Torà, Giorgio Moresco, ha concluso il ciclo di lettura della Torà leggendo perfettamente l’ultima parte e domani Mauro Di Nepi, Khattàn Bereshìt, sarà onorato con la lettura dell’inizio di tutto…si ricomincia!

Rav Shalom Hazan
Direttore

Shabbàt al Tempio

Orari delle Tefillòt per Shabbàt 16-17 ottobre:

16 ottobre venerdì sera: 18,10

17 ottobre shabbàt mattina: 09,30
Il Kiddush e il rinfresco sono offerti dalla famiglia Di Nepi in onore del Khattàn Bereshìt, Mauro Di Nepi.

17 ottobre shabbàt sera: 18,10 Minchà e ‘Arvìt

Per offrire il prossimi Kiddush gentilmente contatta Rav Shalom. Grazie!

Riprendono le Lezioni!

Al tempio Colli Portuensi lunedì 19 ottobre alle 20 riprende la lezione di Tanya e Talmud. Continueremo il viaggio nella profondità dell’anima come esposto sul Tanya e inizieremo un nuovo trattato talmudico, quello di Ta’anìt. Questo trattato, come suggerisce il nome, tratta le leggi dei digiuni minori (ossia non Kippur) ma come ogni trattato del Talmud approfondisce e tocca su miriadi di concetti e situazioni. La prima parte, ad esempio, tratta il concetto di ricordare e pregare per la pioggia, cosa che abbiamo iniziato a fare da poco nella Tefillà. (La lezione è per uomini dai 18 anni).

Riprende anche la lezione del mercoledì sul pensiero ebraico. Ore 20,30 per uomini e donne.

Il Progetto Talmud organizzato da rav Yitzhak Hazan riprende domenica 18 ottobre ore 20 a via Balbo con una lezione su Bereshìt tenuta dallo stesso rav.

La lezione è in memoria di Marlene Gabizon Tesciuba.

(E’ possibile dedicare le prossime lezione in memoria di un caro. Rispondi a questa mail).

Link della Settimana

Corriere.it: L’ultimo ebreo di Kabul

“…Non sa l’ ebraico, se non poche sbiascicate parole delle preghiere. Parla in dari. Su una finestrella ha appese alcune pagine di un giornale della comunità Lubavitch di New York. «Ogni tanto mi aiutano. Inviano qualche soldo e a volte scatole di matzot (il pane azzimo per celebrare le feste, ndr.). In cambio prego per loro». Dovrebbe essere nato nel 1959. Cinquant’ anni portati decisamente male. Ma aiuta dirgli che sta benissimo e sembra più giovane. Se lo si mette di buon umore il suo racconto diventa uno spaccato affascinante della storia della comunità ebraica afghana. Si narra sia antica di oltre 2.500 anni, che risalga ai tempi del primo esilio babilonese….”


Sintesi della Parashà

1. Sette giorni della Creazione. 1° giorno: creazione della luce e sua separazione dall’oscurità. 2° giorno: creazione di una distesa fra le acque, del cielo e separazione fra le acque al di sotto e al di sopra della distesa. 3° giorno: creazione del mare radunando le acque in modo che si veda la terraferma, creazione di quest’ultima e della vegetazione. 4° giorno: creazione del sole, la luna, delle stelle e loro posizionamento nel cielo. 5° giorno: creazione dei pesci, degli uccelli e dei giganti marini. 6° giorno: creazione degli animali e dei rettili. Creazione di Adàm e Chavà. 7° giorno: santificazione dello Shabbàt.

2. Il serpente spinge la donna a mangiare il frutto proibito. La donna mangia e invita il uomo a fare lo stesso. Maledizione del serpente ed espulsione dell’uomo e della donna dal Gan ‘Eden.

3. Nascita di Caino ed Abele (Kain e Hevel). Sacrifici di entrambi e lite tra i fratelli. Kayin uccide Hevel. Maledizione di Kayin. La sua discendenza.

4. Le discendenze di Adamo fino a Noach.

(adattato dal Khumash Bereshìt edizione Mamash)

Perché si inizia dal secondo?

Perché la Torà inizia con la seconda lettera dell’alfabeto, la bet, e non con la prima, la alef? Perché il mondo è stato creato per due – bet – principi: la Torà e Israel (Rashì).

Il Rebbe di Lubavitch approfondisce il concetto ulteriormente: essa inizia con la bet, la seconda lettera, perché lo studio della Torà è solo una seconda fase, che deve seguire una seria preparazione, in cui è necessario meditare sulla santità e la grandezza di Colui che ci ha dato la Torà. Agendo altrimenti, si rischierebbe di studiarla con un approccio sbagliato, consideradola semplicemente un libro di morale o di saggezza. Solo dopo questo percorso di riflessione è possibile passare alla seconda fase – quella dello studio vero e proprio – il cui scopo essenziale è di avvicinarci e di unirci a Hashem. Infatti, ome scrivono i saggi, per studiaare la Torà occorre Emunà, fede, che iniza con la alef, la prima lettera dell’alfabeto.

La Khassidùt inotlre spiega: in pirncipio, prima di tutto, l’ebreo deve sapere che Dio ha creato il cielo e la erra: alla base di tutta la sua esistenza deve trovarsi la consapevolezza del fatto che ci sia Hashem, Colui che ha creato il mondo e che lo guida sempre.

Tratto dal Khumash Bereshìt edizione Mamash

Chi L’ha Comandato?

21 agosto, 2009
Cari amici,

Oggi è il primo giorno del mese di Elul, mese di introspezione e preparazione per l’anno nuovo. E’ usanza di molti di sentire lo suono dello Shofàr ogni mattina di questo mese (eccetto la vigilia di Rosh Hashanà).

E’ anche importante controllare i Tefillìn e le Mezuzòt per accertarsi che siano Kasher. (Sono a vostra disposizione per il controllo delle Mezuzòt).

Shabbat Shalom!

Rav Shalom Hazan

“Che ci ha comandato…” Dove?!
Venerdì sera, tutti a tavola con il vino del Kiddush e il pane del Motzì illuminati dalle candele dello Shabbàt accese dalle donne e le ragazze. Prima di accendere le candele è stata detta la Berachà, la benedizione. Cosa si recita in questa benedizione? “Asher kiddeshanu bemitzvotàv vetzivanu…” Ovvero si bendedice coLui che ci “ha santificato attraverso le Sue mitzvòt e ci ha comandato…di accendere i lumi dello Shabbàt”.

Vi siete mai chiesti dove ce l’ha comandato? E’ vero che la tradizione ebraica vuole che già dai tempi di Sarah, moglie di Avraham, si accendevano le candele dello Shabbàt, ma nella Torà non si trova un comandamento simile.

Il discorso si allarga e tocca anche altre mitzvòt che introduciamo con la stessa formula (“ci ha comandato…”) ma delle quali sulla Torà non troviamo traccia!

Tra queste ci sono la Netilat Yadayim (il lavaggio rituale delle mani) la maggior parte delle benedizioni (a parte quella dopo aver mangiato, la Birkàt Hamazòn, che è voluta direttamente dalla Torà), e sicuramente l’accensione della Hannukià e la lettura della Meghillà. Quest’ultime ricordano eventi accaduti molto dopo il dono della Torà eppure la berachà è sempre quella…”Ci ha comandato”.

Infatti il Talmud pone la stessa domanda “Dove ce l’ha comandato?” nel trattato di Shabbàt (23a).

La risposta si trova nella Parashà di questa settimana. Tutti sanno che nella Torà ci sono 613 comandamenti. Inoltre esistono sette “Mitzvòt dei Maestri” ossia istruiti dalle autorità rabbiniche del sinedrio (tra le quali si trovano gli esempi sopra ricordati).

E’ la stessa Torà che concede questa autorità ai maestri di ogni generazione (con diversi criteri e limiti).

L’eternità e la profondità della Torà sono tali da potere rispondere alle esigenze delle generazioni diverse. Proprio per questo si parla nella nostra Parashà di dubbi e domande che si potrebbero verificare nel corso delle generazioni, domande che non si possono rispondere semplicemente leggendo la Torà.

La Torà ci istruisce di porre la domanda alle autorità di studio e di istruzione fino ad arrivare alla massima autorità che giace presso il Bet Hamikdash (ossia il sinedrio) oppure a qualunque “giudice che vi sarà in quei giorni” (Devarìm 17,10). Con questo la Torà dà la stessa autorità che aveva Moshè ai giudici di ogni generazione pur non essendo alla sua altezza.

La Torà ci comanda di obbedire le parole dei maestri non virando né a destra né a sinistra di esse.

Quando adempiamo una delle Mitzvòt voluto dai Maestri e recitiamo nella berachà che “ci ha comandato” ci riferiamo a questa Mitzvà: Ci ha comandato di seguire le istruzioni dei Maestri ed è questo il motivo dell’osservanza di Chanukà, Purìm, ecc.

Di rav Shalom Hazan

La settimana prossima affrontiamo la domanda: Perché sembra che molti sono più attenti a queste mitzvòt dei maestri che alle mitzvòt della Torà stessa?!

***
Al Centro Ebraico di Monteverde
(Tempio di Colli Portuensi) sono disponibili Tefillìn, Mezuzòt, e libri di Torà e pensiero ebraico in italiano.
Ora è anche disponibile il libro di Tefillà di rito romano con la traduzione.

L’Instabilità dell’Anima

24 aprile, 2009

La lettura della Torà di questa settimana consiste in due Parashiòt (porzioni settimanali) unite. Tutte e due queste Parashiòt trattano in grande parte le leggi della “zara’at” – quella miracoloso “lebbra” che affligeva coloro che peccavano con la maldicenza. Questa “lebbra”, appunto, non è vista  dalla Torà e i nostri saggi come una patologia fisica, ma come una punizione per la maldicenza e quindi un fenomeno spirituale.

Che cosa era, esattamente, la lebbra? I dettagli sono complessi, ma in generale si tratta di una macchia bianca sulla pelle. Non ogni macchia era una macchia lebbrosa di fatto (tzara’at): uno dei sintomi è quando la macchia causa che anche i peli cutanei diventino bianchi.

Riguardo a questo, il Talmùd cita un dibattito svoltosi nell'”accademia Celeste”:

“Fu discusso nell’accademia celeste: se la macchia bianca precede i peli bianchi, è impuro, se i peli bianchi precedeno la macchia, è puro, ma se c’è un dubbio?” [Ossia: Qual è la legge se non si sa quale dei due ha preceduto l’altro?] “Il Santo, benedetto Egli sia, disse: è puro. L’intera accademia celeste disse: è impuro.”

“Fu detto: ‘Chi deciderà per noi? Rabba bar Nachmeni.’ Poichè Rabba bar Nachmeni disse ‘io sono un unico nella [conoscenza delle leggi della] lebbra’. Mandarono un messaggero per portarlo [in cielo]…disse [Rabba] ‘Tahòr, Tahòr!’ (puro, puro).” (Bavà Metzià 86a)

Per capire il senso di questa storia è necessario ricorrere agli insegnamenti dei maestri del Chasidismo sul significato profondo della zara’at.

L’anima della persona è sempre tirata da due forze contrarie. La volontà di scappare e tornare verso la propria fonte divina e la volontà di rimanere e risiedere nel mondo fisico. L’anima spiritualmente sana trova un giusto equilibrio tra queste forze. Zara’at è l’interruzione o la mancanza di questo equilibrio.

La macchia bianca rappresenta un tiro troppo intenso, una volontà forte di lasciare il fisico che si rappresenta in una macchia di pelle rimasta senza vita. Ma è solo quando i peli diventano bianchi a causa di questa macchia che il problema diventa vero, poichè la “morte” ha un effetto anche sulle condizioni circostanti. In tal caso la legge lo considera afflitto dalla zara’at.

Se ci fossero invece solamente i peli bianchi di per sé, senza la macchia sulla pelle, potrebbero rappresentare solamente dei problemi minimi che ogni uomo ha ma che non sono talmente gravi per renderlo “impuro” e non è considerato zara’at.

Nel caso del dubbio, l’“accademia” preferisce dare un giudizio rigido, ma D-o stesso vede la persona come un essere essenzialmente puro e viene considerato così anche davanti al dubbio. Solo Rabba, un essere umano, poteva dare il verdetto finale, avendo tutti e due i punti di vista. Aveva la forza di riconoscere la debolezza dell’uomo, ma anche la sua forza e quindi la sua possibilità di trovare la via di uscita da ciò che potrebbe sembrare un problema.

di Rav Shalom Hazan
Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch זי”ע

Morti Viventi e Viventi Morti

27 settembre, 2008

Una delle preghiere più famose di Rosh Hashanà è quella che descrive D-o come il Giudice che decide la sorte degli abitanti del mondo. Chi vivrà e chi morirà, chi sarà ricco e chi povero, e così via.

Fin da bambino mi sono chiesto la seguente semplice domanda: Se i nomi dei malvagi sono scritti nel libro dei morti e quelli dei giusti nel libro dei viventi, perché ogni anno vediamo morti che vivono e giusti che muoiono?

La risposta l’ho trovata nei Salmi di Davide. “I morti non lodano D-o” dice il salmista. Ma scusa, chiede il Talmùd, è forse necessario che David ci dica che i morti non lodano D-o – sono morti!

Il Talmùd risponde che David si riferisce ai malvagi che anche durante la loro vita si chiamano morti e ai giusti che anche dopo la loro morte si chiamano “viventi”. Si può quindi essere morti ma viventi e viventi ma morti…

Per capire ciò bisognerebbe definire meglio cosa è il significato di vita e morte nell’ebraismo.

La vita, spiega la mistica ebraica, è ciò che è eterno mentre la morte è ciò che viene interrotto, ciò che è transitorio e temporaneo.

Un piacere fisico potrebbe durare un certo tempo ma poi si interrompe.
Una mitzvà, d’altro canto, vuol dire un legame. Un legame con il Sign-re che trascende lo spazio e il tempo e continua ad esistere anche dopo la morte del corpo.

Se vuoi investire in un bene che rimane per sempre, fai una mitzvà.

Qual è la mitzvah speciale di questo nuovo anno? L’anno passato è stato l’anno della Shemittà, ossia l’anno sabatico di riposo della terra. Nell’epoca biblica, durante la festa di Sukkòt dell’anno successivo a quello sabatico, ci si riuniva in un raduno speciale nel Tempio di Gerusalemme. Questa è la mitzvà (n° 612 nella Torà) di “Hak’hel” – raduno. Durante questo raduno il re apriva il Sefer Torà dal quale leggeva dei brani per ricordare a tutto il popolo le basi della nostra fede.

Il Rebbe di Lubavitch ci insegnò che in mancanza del Tempio possiamo comunque fare dei mini-raduni per rispettare l’anno di Hak’hel. Al livello di famiglia possiamo prestare maggiore attenzione ai pasti del venerdì sera, anche assicurandosi che uno dei partecipanti abbia preparato delle parole di Torà da condividere a tavola.

Al livello comunitario cerchiamo di partecipare a quanti più eventi che riuniscono le persone. Questo è uno dei modi per aiutare le persone a passare questi tempi difficili. Non ci scordiamo anche che quando due ebrei si incontrano è un’opportunità per pensare al bene di un terzo…

Che D-o benedica tutti noi con un anno buono e dolce, shanà tovà umetukà.

Rav Shalom Hazan